“I ragazzi della Nickel”, di Colson Whitehead (trad. Silvia Pareschi)

“Sono bloccato qui, ma cercherò di ricavarne qualcosa – si disse – e di uscirne in fretta” (pag67)

E’ passato del tempo da quando Colson Whitehead venne in Italia a promuovere “The Nickel Boys”e incontrò quasi tutti quelli che poi di questo libro parlarono e scrissero. Non così tanto se contiamo giorni e mesi – è questione dell’autunno scorso – ma a sufficienza per creare un’opportunità di riesame, o di lettura ex novo come nel mio caso, alla luce di due fatti accaduti nel mentre. Il primo fatto e è che Colson Whitehead con questo libro ha vinto il Pulitzer nella categoria “book, drama & music” sezione fiction; il secondo fatto è il virus pandemico.

Colson Whitehead non è principiante del Pulitzer – e questo punto è notevole. Era difatti stato premiato nel 2017 per “La ferrovia sotterranea“, ottocentesca epopea antischiavista che, seppur romanzata e dai tratti fantastici, attiene a una delle questioni più difficili della storia a stelle e strisce denunziandone le tragiche brutalità mediante un’enfasi e una cura per i dettagli fuori dal comune.

Con “I ragazzi della Nickel” l’autore ripercorre attraverso una narrazione meno onnisciente e più realistica gli anni sessanta del Novecento, il periodo in cui negli Stati Uniti furono più aspri i fenomeni di segregazione razziale e violenza verso i neri. Il protagonista è Elwood Curtis, un ragazzino tirato su dalla nonna materna nei sobborghi di Frenchtown, il quartiere nero di Tallahassee in Florida, che per un caso sfortunato viene condannato a scontare un periodo di rieducazione alla Nickel Academy, un riformatorio vanto della contea – a leggere la brochure di presentazione – per i campus moderni, le proposte educative, la qualità dell’insegnamento.

La storia di Elwood e del suo amico Turner – tra bullismo, razzismo, corruzione, abusi fisici e psicologici, prigionia e torture – è opera di fantasia ma strettamente ispirata alle vicende realmente accadute presso la Dozier School for boys (1900-2011) di Marianna – FL, oggetto d’indagine del dipartimento della giustizia USA sin dal 2000. “I ragazzi della Nickel” insomma, pur conservando la struttura del romanzo, con tanto di flashback e tensione narrativa, si prende di diritto il merito di rappresentare uno strumento imprescindibile per una denuncia sociale e politica che tocca uno dei nervi scoperti di tutta l’amministrazione americana: quella dell’infanzia ai margini, dei modi ipocriti e inefficaci della scolarizzazione, della violenza domestica.

La famiglia è tema caro agli americani di questi tempi e la mole di testi sull’argomento denota per lo meno il tentativo di un’autoanalisi percepita necessaria. Non è un caso che gli altri due finalisti al Pulitzer fossero Ann Patchett (l’autrice di “Commonwealth” – “Il bene comune”) con “The Dutch House“, saga dinastica lunga 50anni, ambientata nei sobborghi postbellici di Philadelphia, e il romanzo “The Topeka School” di Ben Lerner, una storia di famiglia nel Midwest americano degli anni novanta. Sono chiare d’altra parte le motivazioni che hanno spinto alla scelta del vincitore dal momento che innegabilmente “The Nickel Boys” è “a spare and devastating exploration of abuse at a reform school in Jim Crow-era Florida that is ultimately a powerful tale of human perseverance, dignity and redemption” e soprattutto solleva questioni di responsabilità morale che non è più il tempo di lasciar correre – specie perché portate alla luce da uno scrittore che si posiziona in maniera particolare all’interno della società newyorkese da cui proviene (afroamericano, genitori di successo, scuole d’elite, incarichi universitari prestigiosi).

L’altro punto, dicevamo. Sono convinta che occorra pensare alle letture del passato, del prima – perché ormai è chiaro, anche nella lettura ci sarà un prima e un dopo – in questo modo: libri che potrebbero aiutare a dare un senso al poi e libri che potrebbero aiutare a dimenticarsene almeno per un po’, di questo dopo. “I ragazzi della Nickel” per me fa parte del primo gruppo, non tanto per via del confinamento (certo c’è pure quello, ben descritto in tutti i particolari più raccapriccianti di fronte ai quali il nostro Netflix-e-divano miseramente scompare inabissandosi in un oceano di vergogna, com’è giusto) quanto per quella volontà di resilienza, per quello spirito pervicace d’immaginazione e riso ostinato che ha sempre fatto parte del mondo dei bambini, accada quel che accada. E’ questo che muove di “The Nickel boys”, quel che più stringe l’animo del lettore: l’idea dell’infanzia spezzata – il momento in cui noi adulti dobbiamo dirci vedi, occorre un po’ di quel coraggio, nell’adattarci senza lagne, nell’impegnarci a consegnare ai nostri figli un mondo migliore di quello in cui siamo vissuti.

[Nota sulla lingua: non lasciatevi ingannare dall’esiguità del numero di pagine. A me i romanzi brevi piacciono perché significa che sono focalizzati su un modesto numero di personaggi ma brevità delle pagine non sempre significa rapidità di lettura. “I ragazzi della Nickel” va letto preferibilmente tutto insieme o comunque a larghe fette, dedicandogli del tempo: la lingua di Colson Whitehead (sia in originale sia nella precisa e dinamica traduzione di S. Pareschi) è tagliente, asciuttissima e possiede tanti strati di significato e riferimenti che una lettura veloce non sarebbe in grado di recuperare. Date tempo alle parole ma non così tanto da lasciarle andare – sì lo so: equilibrio precario, ma vale.]

“Una di Luna”, di Andrea De Carlo

“Non va bene proprio per niente, Margherita” ha detto lui. “Siamo su un piano inclinato che ci sta facendo scivolare dritti verso una palude medievale” (pag18)

Degli ultimi De Carlo s’è detto un po’ di tutto. S’è detto che gli argomenti tendono al ripetitivo, che le strutture formali più che consolidate dovrebbero essere definite meccaniche, s’è detto che De Carlo, abbandonata la vis polemica, corre il rischio di ripiegarsi su una certa “letteratura per signore”, producendo testi di qualità discontinua. Posto che Andrea De Carlo è sempre stato autore prolifico e che più aumenta la quantità più – è un fatto che vale per chiunque – aumenta la probabilità che non tutte le opere raggiungano il medesimo livello, posto che Due di due resterà sempre Due di due e fine della storia, personalmente non sono d’accordo con chi ne decreta il decadimento.

Le ragioni le ho (ri)trovate tutte qui, in questo ultimo romanzo che leggo con molto ritardo ma si sa, i miei libri prendono la strada che vogliono.

Andrea De Carlo non ha mai vissuto fuori dal concreto, anzi è uno dei pochi autori italiani attivi da decenni che, mi pare, si espongono a descrivere la realtà così com’è, evitando di rintanarsi nel racconto decontestualizzato – buono per qualsiasi luogo lago e pubblico – o in un passato di vagheggiamenti e recupero. Soltanto, De Carlo impiega i propri tempi per analizzare questi spazi che lo circondano – il che per quanto mi riguarda non è sempre un male, il rivendicare quel po’ di calma in più senza farsi prendere dalla frenesia del dire subito. Questa volta è per l’autore il momento del mondo rarefatto dell’alta cucina (non una novità per lui, da sempre interessato al cibo, alla questione di come ne fruiamo, di quel che c’è, dietro all’atto del mangiare), la cui analisi inserisce tuttavia in un contesto estremamente attuale, quello dell’overtourism culinario e dei reality show per aspiranti cuochi.

In una Venezia strapazzata dalle aspettative dei turisti low-cost, tra speculatori, incompetenze, traffico e confusione – ma anche silenzi e tramonti luminosissimi, profumi di frutta, verdura, erbe aromatiche e cassette di pescato – si snoda la vicenda della quarantenne Margherita, figlia unica del grande Achille Malventi, fascista, orfano, foresto a Venezia (è abruzzese), molesto, seccante, acido, caduto in disgrazia economica a causa dei suoi deliri di onnipotenza – ma chef illuminato, il migliore della città lagunare. Tanto che un suo ex allievo, divenuto una stella della televisione di tema gastronomico, lo invita alla trasmissione “Chef Test” per una dimostrazione culinaria agli aspiranti cuochi. Ovviamente data la caratura di Achille – che accetta la proposta unicamente con l’intento di mettere in ridicolo i colleghi e riaffermare il proprio ruolo all’interno del pantheon – niente andrà come deve andare.

“E’ vero che la mia apprensione nei suoi confronti si è accentuata adesso che è anziano e non ha più il suo ristorante, ma ce l’avevo anche quando era un energico chef sessantenne sulla cresta dell’onda, e io una ragazzina che non sapeva niente del mondo” (pag28)

“Una di Luna” è un breve romanzo familiare che con ironia e speditezza racconta una fetta consistente della nostra contemporaneità – almeno, quella pre-virus. Il racconto del set con le falsità del trucco e del montaggio, di quel – linguaggio – televisivo – che – si – fa – sempre – interrotto – e – scontato – nella – sua – spettacolarizzazione – drammatica, perché dipendente dalle pause a effetto della sceneggiatura e dai cartelloni del gobbo, va di pari passo col racconto della storia personale di Margherita grazie alla quale De Carlo riesce ad esplorare in maniera profonda e mai prevedibile quella parte dell’animo femminile che spesso resta intima, non condivisa. Ecco allora il rapporto col padre, ottovolante continuo di sentimenti impediti, e l’emancipazione attraverso il lavoro (cuoca anche lei, per nemesi – in un mondo di maschi). Margherita non è un personaggio costruito e la prova è data dal fatto che non si fa amare quasi per niente: è donna indecisa, talvolta molto poco politically correct, succube del padre, invischiata in un ruolo di sostituta consorte da cui non si capisce se non voglia o non possa svincolarsi, e da ultimo ma non ultimo incastrata in una relazione pluridecennale con un fidanzato più scialbo di lei. Unica redenzione è il lavoro, quell’eredità paterna di talento e intuito che l’ha resa indipendente e stimata all’interno di una dimensione di cucina che se da una parte non si avvicina certo al minimalismo di un poco spacciato per autentico, dall’altro ha l’intenzione di recuperare un approccio più genuino, etico, conviviale, si direbbe quasi sacro, con il nostro cibo e con le persone con cui lo condividiamo.

Qui, nel contemplare il dentro e il fuori, sta a mio parere la freschezza di un De Carlo che non ha perso quel piglio polemico di cui si diceva sopra ma lo ha soltanto trasformato, per via dell’età e attraverso un’osservazione del mondo che secondo me s’è fatta molto meno dipendente da quegli aut-aut che in certe opere degli anni passati – ecco lì sì – l’autore si poneva a criterio imprescindibile e di conseguenza stereotipato. Anche Achille Malventi è un personaggio poco costruito e proprio questa sua concretezza – tra crisi di ira malcontrollata, attacchi di isteria, vaghe amnesie geriatriche – per paradosso diviene in un certo senso l’espressione non di un tipo ma di un possibile futuro che riguarda noi tutti.

“Una di Luna” è un bel libro pre-pandemia perché ci fa pensare in qualche modo anche al dopo. E’ uno di quei libri che forse aveva cercato di avvisarci dell’uragano imminente. Chissà che De Carlo non possa diventare, proprio lui, col suo stile lungo e scivoloso, di paratassi e aggettivi, col suo sguardo del dentro che non manca di riflettersi nel fuori, uno di quei pochi scrittori (e scrittrici) che saranno in grado di raccontarci il virus – sì, tra qualche anno, non proprio subito.

Nota: ho letto “Una di Luna” anche perché racconta di Venezia. Venezia che quest’anno non potrò andare a trovare, Venezia allagata, Venezia dove tutti quelli che conosco vanno perché fa figo ma dove nessuno di quelli che conosco è andato per dare una mano, quando quest’autunno ha rischiato di scomparire sommersa dalla marea. Venezia chiusa e vuota dopo il virus, prosciugata dai turisti, il cui esserci e non esserci è sempre e comunque condanna. Non sarà l’unico libro che leggerò quest’anno su Venezia, ne ho altri sul comodino, vedremo quale strada prenderanno.

“La ragazza della palude”, di Delia Owens (trad. Lucia Fochi)

“Cosa vuol dire, dove cantano i gamberi di fiume? Lo diceva anche mamma. Vai più lontano che puoi, fino laggiù, dove cantano i gamberi di fiume”

Ma che bello, questo racconto di cose piccolissime e immense. Ambientato nella North Carolina degli anni ’50, tra gli acquitrini e le paludi che caratterizzano quel pezzo di costa atlantica, “Where the Crawdads Sing” è il romanzo d’esordio di Delia Owens, coautrice di tre saggi bestseller sulla sua vita da naturalista in Africa e vincitrice del John Burroughs Award. Protagonista è la piccola Kya, Catherine Danielle Clark, che nessun abitante del villaggio di Barkley Cove chiamerà mai con questo suo nome, preferendone un altro, di giudizio e disprezzo, reverenza e timore: è la ragazza della palude, quasi una strega di bosco o una fata maligna alla congiunzione tra la terra e il mare, tra il dolce e il salato, come la laguna stessa. Abbandonata prima dalla madre e poi dai fratelli, scappati per fuggire a un padre reduce di guerra – alcolista e violento – e a una vita di stenti dentro una baracca scalcagnata, Kya è figlia della miseria e del degrado sociale; cresce da sola nella laguna, in un isolamento quasi completo, circondata da una natura incontaminata che diventa maestra di vita, compagna di avventure, dura dispensatrice di regole e destini.

“La ragazza della palude” racconta di come si diventa grandi, come si può venire a patti con la propria sorte e anche come sia inevitabile, a volte, esserne per certi versi vittime: il ritrovamento del cadavere di un giovane di buona famiglia precipitato da una torre antincendio, infatti, a un certo punto spinge la polizia sulle tracce della ragazza, in un complicato gioco di indagini e testimonianze in flashback che raccontano non solo la storia di Kya ma anche quella, così comune e verosimile, di una comunità rurale americana tipica nelle criticità, ipocrisie, razzismi ma anche nello spirito di aiuto reciproco e nel senso di appartenenza.

“La ragazza della palude” è un bell’esempio di (new) nature writing, quel particolare genere di romanzo all’interno del quale la natura cessa di ricoprire il ruolo di mero strumento contestualizzante per assumere invece quello di co-protagonista, in maniera da creare un rapporto strettissimo con gli altri personaggi della vicenda. Per scrivere bene di nature writing occorre competenza ed estrema precisione, qualità che non difettano nell’autrice, e la prontezza nel gestire le pagine all’interno delle quali occorre in qualche modo sospendere la narrazione della storia in sé a favore delle parti descrittive, che in quest’opera risultano calibratissime, di un equilibrio delicato, simile alle pennellate di un’acquerellista esperta… e non si può dir di più, per non rovinare la sorpresa di una trama ricca di spunti, temi e immagini poetiche.

Il mio scrivere di new nature writing però non è una svista. E’ perché in realtà “Where the Crawdads Sing“, a quanto mi pare, contiene in sé quel superamento del concetto di cui sopra che si spinge fino a un altro punto dell’analisi sul “dire attraverso natura”: un mondo letterario ancora più sotterraneo in cui la Natura non è più soltanto co-protagonista ma in un certo senso torna alle origini imperscrutabili; da qui l’importanza di tanti punti quali ad esempio il concetto di fauna e flora che riprendono i propri spazi, l’idea del viaggio (Kya si sposta in barca, da una laguna all’altra, sempre in movimento), del diario (di cui Kya fa uso), o la narrazione per immagini, l’archetipo dell’isola e dei non-luoghi (e quale migliore non- luogo di un lembo di spiaggia che non appartiene né al cielo, né alla terra, né al mare), il misticismo (il valore dell’esperienza catartica nel rapporto con la dimensione naturale) e in special modo la riflessione sull’inutilità del linguaggio codificato (ndr: la protagonista è, di fatto, analfabeta per gran parte della narrazione).

E’ un bel respiro, questo modo di leggere; mi è stato di conforto in questi giorni difficili: tra le piccole cose, conchiglie, piume di uccelli selvatici, lucciole e orme nascoste, felci e canne, e tra quelle immense – i cieli autunnali, le rotte dei migranti, le onde dell’oceano e il senso del tempo che passa, ecco sono riuscita a pensar meno a me stessa; a sentirmi parte di un qualcosa che non comincia con me, e neppure finisce.

“I mesi passarono e l’inverno, come fanno gli inverni del Sud, prese posto con garbo. Il sole, tiepido come una coperta, avvolgeva le spalle di Kya e la invitava a spingersi sempre di più nell’acquitrino. A volte sentiva rumori notturni che non conosceva o sobbalzava per lo scoppio di un fulmine troppo vicino, ma ogni volta che inciampava, la terra era lì ad accoglierla, finché alla fine, senza dire nulla, il dolore al cuore se ne andò, come acqua infiltrata nella sabbia. Sempre lì, ma molto, molto in fondo. Le mani appoggiate su quella terra umida e palpitante; e il pantano diventò sua madre”

“Orizzonte perduto”, di James Hilton (trad. Simona Modica)

“Ho trovato proprio dei bei libri [scrisse]. Tutti di seconda mano, perciò forse li hai letti anche tu. Romanzi: Orizzonte perduto di James Hilton, che parla del Tibet” (“I Cazalet – Confusione”*)

“Ebbene, anche in questo caso, vi sono due modi differenti di vedere le cose. Perbacco, ma pensi a tutti coloro che darebbero quanto possiedono pur di trovarsi in un luogo come questo ed essere fuori dai pasticci, e invece non possono uscirne! … Siamo in prigione noi o loro?” (“Orizzonte perduto”, pag184)

Se le letture fantastiche e fantascientifiche continuano a sedurvi nonostante il periodo, credo potreste apprezzare una bella favola dal sapore antico. E’ “Lost Horizon” dello scrittore e sceneggiatore James Hilton (Leigh, 1900 – Long Beach 1954), un romanzo d’avventura che per ambientazione e temi appartiene al ricco sottogenere del “mondo perduto”.

L’opera è del 1935, epoca d’oro per questo tipo di narrativa – dal suo capostipite Arthur Conan Doyle fino ovviamente a Verne, Haggard, Lovercraft e altri ancora – e narra attraverso un appassionante gioco di racconto-nel-racconto il caso di quattro persone – molto diverse tra loro – che per un curioso scarto del destino giungono al monastero di Shangri-La, leggendaria e misteriosa località nascosta tra le valli delle altissime montagne tibetane.

Ho amato molto questo libro. (Ndr: me l’ha fatto scoprire Clari* – anche lei, sì, l’amerò per sempre: oh Clari, che meraviglia gli anni Trenta, l’ombra di caminetti accesi, sigari profumatissimi, tazze di tè dall’aroma misterioso e inebriante, treni dalle destinazioni sconosciute, eserciti, divise militari, servitori di Sua Maestà, il Siam, Shangai, l’archeologia dell’esotico). Prima di tutto per la dinamicità della traduzione, di sapore retrò, mosso e policromo. Poi per gli incastri perfetti, un continuo gioco di piani temporali diversi all’interno dei quali, attraverso un racconto a più voci, la verità si fa ricordo, poi storia – e infine leggenda. Tanta parte ha fatto anche questo Tibet d’impressione coloniale che tuttavia mantiene accanto all’esotico che inevitabilmente lo contraddistingue anche quella maestosa impenetrabilità che l’occidentale non può in alcun modo violare. E’ proprio bravo Hilton a recuperare questo aspetto, affiancando l’imprescindibile fascino dell’Oriente estremo, di cui l’autore mostra una conoscenza estremamente accurata, a un rispetto colmo di umiltà e gratitudine nei confronti di una cultura millenaria, nel nome di una visione lontanissima dallo stereotipo – e se vogliamo molto più moderna di quella attuale.

“I picchi mandavano un riflesso gelido: maestosi e remoti, pur senza nome, avevano una dignità particolare. Inferiori in altezza ai più noti colossi, forse appunto per quelle poche centinaia di metri in meno si salvavano per sempre da esplorazioni alpinistiche, perché offrivano un minore allettamento agli ostinati superatori di record. (…) La passione occidentale per i superlativi gli pareva di cattivo gusto” (pag49-50)

A proposito di attualità dei temi, accanto alle critiche sociali presenti nel testo, caratteristica di tanta parte della narrazione distopica (tra cui per esempio la condanna della guerra quale elemento distruttivo prima di tutto della psiche, dell’arricchimento a qualsiasi costo e di certi vissuti coevi, dal colonialismo alle abitudini aristocratiche), mi occorre segnalare altri due argomenti, perché se è vero che i libri hanno le loro questioni di cui parlare, è vero anche che spesso ci parlano di questioni che vogliamo sentire.

“Non era possibile invece che non loro, le razze orientali, fossero particolarmente lente, ma piuttosto fossero gli inglesi e gli americani a galoppare per il mondo in un continuo e assurdo stato febbrile? (pag89)

Da una parte difatti c’è il superuomo occidentale, con l’ascesa dei totalitarismi e il successo del sé, a far da ombra gigante e nerissima dietro alle montagne, a cui fa da riscontro il disperdersi dell’io nella contemplazione del Buddha (bellissime le pagine di new nature writing con la descrizione di un mondo potentissimo, aguzzo, respingente che tuttavia accoglie in un abbraccio d’impermanenza colui che è pronto ad accettare, nella reverenza della compassione); dall’altra il senso della solitudine e della reclusione, e della capacità di contenere un destino non scelto, accostandosi al nuovo che arriva benché del vecchio, inevitabilmente, porterà nostalgia.

Sarà l’uragano, figlio mio, come il mondo non ne ha mai visti. Invano si chiederà sicurezza alle armi, appoggio all’autorità, aiuto alla scienza. L’uragano infurierà finché ogni fiore di bellezza sia calpestato, e tutte le cose umane siano livellate in un caos immenso” (pag199)

Nota: questo è stato l’ultimo libro cartaceo entrato qui in casa, a fine febbraio. L’avevo ordinato alla mia libraia della Feltrinelli dopo averne letto nei Cazalet, con le mie amiche – che mi mancano così tanto. E’ bello per me, sempre commovente, come i libri conservino la loro strada, il loro significato, indipendentemente dalle tempeste che gli girano intorno.

Un ebook non ci salverà, ma forse sì. 2: #Microgrammi

#IlRiccioNellaNebbia è la fiaba preferita di mio marito. Racconta la storia di un piccolo riccio che, all’imbrunire, col suo barattolo di marmellata attraversa il bosco per andare dal suo amico orso a bere il tè. Capita però che una sera finisca per perdersi nella nebbia – e il bosco si popola di creature di tenebra in un sogno di ombre, fruscii, animali misteriosi.

Con questo racconto, uno tra i più noti a tutti i bambini della Russia, mio marito ha cresciuto i suoi figli – e per questo è una delle nostre storie del cuore. L’autore di questa fiaba delicatissima che parla di immaginazione, paure e natura, è Jurij Norštejn (1941) indiscusso maestro dell’animazione russa e personaggio sregolato: un genio controverso, nato poverissimo da una famiglia ebrea (vivevano a Mosca, in una kommunalka, condividendo l’appartamento con altre quattro famiglie), costretto a dedicarsi all’animazione e non all’arte pura, come aveva sempre desiderato, per via delle decisioni del partito. A tutt’oggi si aspetta l’uscita del suo cortometraggio tratto dal “Cappotto” di Gogol – a cui Norštejn lavora da tutta la vita senz’averlo ancora concluso.

Verrà il lupetto grigio” è il racconto in breve della vita di Norštejn. Lo scrive Brian Phillips, giornalista americano che nel suo avvicinarsi al personaggio-Norštejn mi ha ricordato per tanti aspetti Edgardo Franzosini: quella stessa maniera, di rispetto e fedeltà alle fonti, nell’accostarsi a una figura enigmatica, quel medesimo interesse per i sottilissimi coni di luce che occorrono a illuminare ciò che, per il resto, resterà immerso nel buio.

#VerràIlLupettoGrigio fa parte di #Microgrammi, la nuova collana digitale di Adelphi: si tratta di narrazioni brevi o di estratti (a cui comunque si cerca di dare la forma del libro autonomo) da volumi che la casa editrice aveva in programma di pubblicare a breve e che al momento, per ovvie ragioni, restano in sospeso sino a data da destinarsi. Di nuovo, l’ebook non salverà l’editoria, non gli è neppure richiesto; eppure, in qualche modo che per me ha dello stupefacente, conserva in sé al di là della forma il significato profondo del libro: quel collegamento che c’è tra chi immagina e chi di quell’immaginazione si nutre.

Un ebook non ci salverà, ma forse sì. 1: Gli Squali

Di questi tempi accade che chi prima leggeva adesso non ne possiede più l’attitudine, e si capisce. C’è però chi, magari contrariamente al passato, gliela fa – e riesce o a concentrarsi su questioni lunghissime oppure – vuoi per il tempo a disposizione, drasticamente diminuito, vuoi per quella necessità che il lettore sente spesso, di collezionare tante storie e tutte insieme – preferisce le letture piccole.

Io sono parte della seconda categoria comma 2: gliela faccio ma a piccole dosi. Sicché anche questo è un post piccolo, giusto per segnalare – cosa che capita raramente ma mi pare che il tempo presente in qualche modo lo richieda – la nuova collana in ebook di La Nave di Teseo. Si chiama gli Squali e raccoglie piccoli (pure nel prezzo) romanzi brevi o racconti di impressione noir, veloci da leggere ma direi convenientemente indimenticabili data la caratura degli autori: Richard Powers, Michael Cunningham, JCOates, Scerbanenco e tanti altri.

Io mi sono comperata (1.99eu) “Modulazione“, di Richard Powers, perché sono sempre stata convinta che gli scrittori, quelli intelligenti, possiedano sistematicamente la capacità di guardare oltre.

Leggete, continuate a leggere: gli ebook forse non salveranno il mondo dell’editoria e neppure è richiesto che lo facciano ma in questo momento creano quello che per me è il punto d’incontro. Il punto di contatto tra chi produce libri (e malgrado le complicazioni continua a farlo) e chi dei libri non può fare a meno, nonostante la difficoltà nel recuperarli e nell’affrontare quel gesto dell’aprirli, che ora ci costa così tanto, ed è così prezioso.

“Risorgere”, di Paolo Pecere

Dunque se da una parte non si può far dire ai libri quel che non hanno in progetto di dire, dall’altra è indubbio che i libri ci parlano. A loro modo, s’intende, coi loro linguaggi, mescolati a quello di chi quei libri li scrive, al momento in cui li si legge, a quello che il lettore ha in testa. Sicché, raccogliere le idee in questo momento su un libro che per titolo fa “Risorgere” e che si occupa della Cina post Tienanmen potrebbe sembrare da parte mia un eccesso di sarcasmo mal riuscito – ma che dire, ho i miei motivi, speriamo siano buoni.

“Risorgere” è molte cose, e l’ansia di cui parlavo (sul Twitter) con Paolo Pecere viene da qui, dalla convinzione che le mie parole non saranno in grado di contenerlo tutto. Tant’è, eppure mi occorre provarci per cercare di mettere un punto, a questo libro che continua a corrermi in testa.

Per dirla in breve c’è Marco, antropologo scapestrato, berlinese d’adozione (“Disadattarsi, quando tutto è compromesso, è il male minore” pag24), innamorato di Gloria – violoncellista italotedesca di padre cinese – che un po’ per amore un po’ per disperazione finisce ad accompagnarla in Cina alla ricerca del padre Cheng, ricchissimo imprenditore che la ragazza non vede da tempo e che pare svanito nel nulla – forse s’è rifugiato in Tibet, racconta qualcuno, per cercare il Buddha. Poi c’è Liang, vecchio amico e amante di Cheng: lo cerca pure lui, febbrilmente, braccato com’è da Gloria e dai fantasmi del passato (mica troppo fantasmi per altro, dato che è il Partito a dargli la caccia visti suoi trascorsi non proprio fedelissimi). E ci sono anche la cugina di Cheng, un po’ innamorata pure lei (ma non è nemmeno questo, il punto – semmai, la politica), che a dirla facile vuol mettere i bastoni tra le ruote un po’ a tutti gli altri; e Raffaella, la madre di Gloria – colei che subì il gran rifiuto, l’abbandonata e tradita, cantante lirica caduta in disgrazia che tra i fumi dell’alcool e una demenza incipiente vuol solo confondere nel silenzio dell’oblio i ricordi dolorosi.

Ma c’è anche il fantasma di una donna misteriosa, troppo presto perduta; c’è la giovinezza sulle barricate, culminata nella rivolta di piazza Tienanmen e ci sono anche i mostri di un’infanzia di regime che scappano fuori da sotto il letto non appena si cerca, invano, di abbassare le palpebre.

“Risorgere” è un libro complicato e leggendolo mi sono chiesta spesso quanto noi si sia pronti ad affrontarlo. Non per niente è stato proposto per lo Strega (ndr: da Fulvio Abbate): perché complessità e molteplicità di chiavi di lettura regnano sovrane in questo testo che di temi e luoghi ne affronta parecchi, attraverso una struttura a flashback che occorre impegnarsi a seguire, badando bene a non perdere il ritmo. Le storie di Marco-e-Gloria e di Liang procedono su binari paralleli, ciascuna col proprio carico di ricordi e ritorni al presente. Da una Berlino priva di passionalità, fredda nel suo accogliere studenti ormai svogliati e privi di qualsiasi spirito d’iniziativa, a Roma capitale, bruciata nel sole di un agosto torrido che ne esalta la decadenza e il marciume, Marco e Gloria, abbandonato ormai qualsiasi progetto lavorativo che non sia precario e dequalificante, partono per l’Asia. Anche Liang parte dai propri luoghi – con Shangri-La nel mezzo (ah, il demone celeste dei libri), il che non è un caso ovviamente – spinto dall’urgenza di recuperare non solo l’uomo a cui per anni si è sentito legato ma anche la propria storia personale.

E tutto diventa un viaggio che ha del ballardiano, un cuore di tenebra contemporaneo in cui l’allontanarsi da casa – qualsiasi estensione questa parola voglia e possa prendere – viene a significare un distacco: dal sé di prima, dal mondo dell’infanzia, da un passato ingombrante e da un futuro che sembra già eletto verso un luogo in cui “la morte delle certezze è condizione di una rinascita”, mi scriveva Paolo Pecere.

“Il mese scorso mi ha portato a visitare la frontiera con il Laos. Se qui in Yunnan il caldo è sempre più pesante, là è letale. L’umidità ti pesa addosso come un mantello di foglie bagnate. Ragionare è arduo, parlare è impossibile. Fermentano frangipani, ibischi, zenzeri rossi. Sui rami pendono frutti gonfi, festoni d’infiorescenze, pistilli dai colori pesanti. Mi hai portato in tanti santuari, tutti uguali e strapieni di costruzioni di dubbio gusto: girotondi di statue d’animali, draghi domati a grandezza naturale, coni bianchi di pagode, simboli del loto che cancella dolore e bruttezza” (pag32)

Paolo Pecere mi raccontava che modello per Chang è stato in un primo tempo il caro, vecchio Kurtz con cui condivide ovviamente il tema della fuga e del rigetto della predestinazione. Chang però va oltre, “come la Cina”, mi scriveva P. Pecere. Ho riflettuto tanto su questo punto e penso di aver capito che se da una parte il fine ultimo di Kurtz è la ricerca di un sistema all’interno del quale essere di nuovo protagonista – attraverso mezzi e linguaggi propri, soverchianti il resto – dall’altra al contrario Chen sparisce nel non detto, nel non testimoniabile: se teniamo per vero che Chen sia andato alla ricerca di quel che si racconta, sarà di fatto impossibile trovarlo dato che, com’è noto, attraverso il Dahmmapada s’arriva solo fino a un certo punto. La sparizione è coerente e Kurtz resta indietro, così come resta indietro la nostra comprensione del sistema-Cina. Questione non meno importante questa, esemplificata dall’impegno continuo che l’autore ripone nell’evitare l’occidentalizzazione del pensiero filosofico e iconografico, in specie con riguardo al Buddha. Dell’occidentalizzazione del Buddha ne avevamo già parlato, per Hervé Clerc; per “Risorgere” si tratta, nello specifico, dell’impegno a mantenere l’impatto emotivo di certe scene e di certi luoghi che nella trasposizione all’occidentale sono privati della loro intrinseca ferocia, spesso confusa con la violenza, in nome di una ricontestualizzazione nell’*armonia* occidentale.

Vorrei parlare di tantissimi altri temi. Per esempio dell’importanza del punto di vista, che è sia nodo interno a ciascun personaggio sia come dire esterno, tra il lettore e la materia di cui è fatto il testo. Oppure del viaggio e dell’identità. C’è anche la questione di quando il linguaggio porta con sé la propria dissoluzione, l’impraticabilità di certi codici e la necessità di ricorrere a strumenti alternativi. Si potrebbe parlare dell’importanza della musica e di Mahler, oppure degli echi che arrivano da Dürrenmatt o ancora del modo in cui fare antropofiction, o dello stile che si fa in certi punti flusso di coscienza e verso poetico, o di quella particolare sensibilità che spinge a considerare il paesaggio naturale, in specie quello montuoso, alla stregua di un organismo vivente di fronte al quale l’essere umano impallidisce.

Io non posso fare altro che ringraziare Paolo Pecere per la pazienza con cui mi ha accompagnata nella lettura: le sue osservazioni accorte – il modo in cui mi ha spinta a “lasciar parlare” il libro – sono state per me un regalo preziosissimo.

“Negli ultimi tempi fantasticava scenari di sventura: solo uno schianto del sistema economico ci avrebbe svegliato, prima che il pianeta annullasse l’esperimento umano. Immagino i vostri amplessi come quelli di due dei della morte tibetani. Tu attorcigliata con le cosce sui suoi fianchi. Il suo bel corpo è una masse deforme di carne blu, i tuo denti perfetti sono luride zanne. Gl’inoculi idee in corpo come un virus. Trent’anni di incubazione, in cui tutto sembrava andare per il meglio, poi hai cominciato a impadronirti di lui” (pag258)

“Doggerland”, di Élisabeth Filhol (trad. Giovanni Bogliolo)

“- Come te lo immagini il nostro futuro? (…)

– Non vedo che cosa possa sbloccare la situazione

– Una rivoluzione dei costumi, un cataclisma planetario?

– Basterebbe un evento straordinario. Con un reale costo umano e finanziario (…)

– Un evento capace di farci rivalutare il rapporto rischi benefici”

Difficile dire quanto questo libro sia adatto al presente che stiamo vivendo; difficile dire quanto la lettura sia impegnativa – per via del modo in cui Filhol affronta il momento dello scrivere: pagine densissime, senza pause, nemmeno un capoverso di respiro. Filhol scrive così – e credo che, per molti motivi, “Doggerland” sia l’opera della sua maturità stilistica.

L’amore ai tempi del petrolio, si potrebbe pensare. La verità è che “Doggerland” si inserisce per tanti temi all’interno di una narrazione fiction ben precisa. Altri esempi recenti, ciascuno con le proprie particolarità, sono “Turbine” di Juli Zeh e “L’America sottosopra” di Jennifer Haigh. In “America sottosopra” l’autrice, originaria della Pennsylvania, racconta la storia (vera) di una comunità rurale proprio della Pennsylvania devastata dallo sfruttamento del sottosuolo effettuato attraverso il contestatissimo metodo del fracking. In “Turbine” invece Juli Zeh (scrittrice tedesca, laureata in legge, specializzata in diritto internazionale) descrive le conseguenze che la costruzione di un parco eolico produce all’interno di una comunità di provincia, fuori Berlino. Filhol non è nuova a queste tematiche. Io incontrai le sue storie nel 2011, quando in Italia uscì “La centrale” che racconta, attraverso le parole di un personaggio di finzione, la vita precaria degli operai interinali che lavorano negli impianti nucleari francesi. In “Doggerland” avviene il medesimo processo: attraverso la storia di Marc e Margaret, lui ingegnere impegnato nell’avanguardia della tecnologia di estrazione off shore, lei geologa e ricercatrice universitaria, Filhol porta all’attenzione anche dei non addetti ai lavori la lotta di potere che da anni tiene in scacco gran parte del Mare del Nord. Uno dei luoghi del pianeta in cui è più aspra la competizione per il controllo del sottosuolo, ricchissimo di idrocarburi, ma anche un ambiente naturale unico, all’interno del quale è possibile recuperare le tracce di un mondo rigoglioso e popolatissimo, travolto da un cataclisma naturale più di ottomila anni fa.

Gli argomenti che un tema del genere può sollevare sono evidenti: la climatologia, la geologia, l’economia petrolifera, la deregulation neoliberista di matrice Tatcheriana, le politiche ambientali. Ma anche il ruolo dei media nella percezione della realtà, l’approccio contemporaneo del tutto subito, lo sviluppo ipertrofico della tecnologia, l’incapacità dell’essere umano di percepire e valutare il rischio.

Filhol li affronta tutti, con grande competenza e capacità di sintesi e approfondimento. La narrazione di carattere finzionale è abilmente intrecciata alle parti più divulgative all’interno delle quali l’autrice, con l’escamotage del punto di vista multiplo, di volta in volta si sofferma ad analizzare le ragioni dell’uno e dell’altro fronte: da una parte la necessità di approvvigionamento di un bene il cui prezzo, più di ogni altro, influenza ogni minuto dell’economia globale, dall’altra il bisogno di recuperare l’eredità di un passato drammatico che potrebbe aiutarci a comprendere il futuro – e il perché di tanti fenomeni antropologici e climatici.

” (…) allo stesso modo oggi molti scienziati o semplici cittadini suonano il campanello d’allarme, lucidi, chiaroveggenti di fronte a ciò che si prepara, ma senza mezzi per agire né un vero ascolto, dato che quelli che hanno le redini in mano si tutelano, perché sono in gioco interessi colossali e non hanno nessuna voglia che la macchina si fermi e neppure rallenti”

La scrittura della Filhol è strutturata e preziosa, un fiume in piena che travolge; bisogna solo accettarla, farsi trasportare. E’ sempre presente questo senso di urgenza nel suo raccontare in tensione continua con la necessità di frenarsi per la tecnica, tutto un respiro che si deve imparare ma che poi, una volta preso, ci viene naturale: difficile poi abbandonarlo, amare qualcos’altro. Diventa benchmark, punto di confronto. Colpisce di Filhol l’assoluta sincerità: la capacità di buttare in faccia al lettore tutte quelle verità sgradevoli che si tende sempre a ignorare o seppellire. Quello che cerca Filhol è un lettore attivo, capace di ragionare sopra le parole; rifugge il rapporto di pancia: non ha come scopo lo scuoterlo, il prenderlo a pugni, il sensazionalismo a tutti i costi, il devastante. Filhol, semplicemente, racconta. Sarà il lettore a decidere sui propri sentimenti: è lasciato libero ma proprio per questo non potrà fare a meno di tenere in considerazione ciò che Filhol suggerisce, garantendole un’autorità nello scritto singolare – e antica.

“(…) la sua maniera di procedere, non progredendo semplicemente dal particolare al generale con una giustapposizione di impressioni, ma creando una cornice unificatrice in grado di accoglierle e poi di affinare, di alimentare e di riempire la cornice con un viavai, come nel calcolo per dicotomia, di avvicinarsi alla verità ora da sopra e ora da sotto, riducendo l’intervallo, e così elaborare passo dopo passo una sintesi, mettendo in concordanza i dettagli per creare qualcosa di globale; e questa visione globale poi farla muovere, emendarla, correggerla se necessario”

Penso che Neri Pozza abbia avuto ardimento a pubblicare “Doggerland”: sono pagine di flusso di coscienza, con una forma che trovo accuratissima, una paratassi continua che crea associazioni di idee, stimola il pensiero, lontano da effetti di stupore superficiale.

“Doggerland” è una storia di distanze, geografiche e dell’anima, su quel che divide: gli anni, il tempo che passa, il lavoro, la scelta degli affetti. Trovo in quest’opera un significato profondo – ed è forse proprio questo significato, che lo rende per me così adatto a questo nostro tempo: il senso del romanzo che interagisce con il reale, che non è nulla senza contestualizzazione, che vibra di conoscenza e impegno, desiderio di condivisione.

Note: Sul mio Twitter trovate altre riflessioni che non possono essere riportate qui sul blog per ovvi motivi di spazio. Non posso fare altro che ringraziare l’editore per l’invio della copia, che avevo richiesto. Perché di Filhol sono sempre stata innamorata, del suo modo di scrivere, delle realtà che non ha pudore di mostrare.

“Una passeggiata nella Zona”, di Markijan Kamyš (trad. Alessandro Achilli)

“Della Zona sono venuti a sapere dal film Chernobyl Diaries, non credono ai mostri oltre il filo spinato, ma il Chernobyl disaster lo vogliono vedere con i loro occhi” (pag83)

“Una passeggiata nella Zona” è un testo dalla radici culturali e storiche profondissime. Non si esaurisce nel racconto di un’esperienza vòlta a nutrire il guilty pleasure di un pubblico retronostalgico fedele all’Instagram – ma, al contrario, da lì parte (perché l’autore, di fatto, per mestiere è guida turistica illegale all’interno dei territori contaminati che circondano Ĉornobyl’) per poi scavalcare di netto questa chiave di lettura, in maniera critica e provocatoria. Recuperando – con un passo indietro che non può non far pensare a un passo in avanti – quell’idea del selvatico di cui fu padre addirittura Henry David Thoreau.

Scrive Wu Ming 2 nell’intoduzione a “Walden” (2005): “Purtroppo, l’uomo non è (più) capace di conciliare spirito e materia. Solo nel contatto con la Natura può sperimentare una parvenza di unità e imparare così a riprodurla. Nella Natura, infatti, c’è un elemento che coinvolge spirito e materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa sintesi è il selvatico: ^Ci serve essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti, e di qualche vita al pascolo libero là dove non vagabondiamo mai^”

“Le braci scoppiettavano, gli esili corpi delle sedie si incrinavano. Come incenso dei boschi della Polissja volavano in cielo attraverso i buchi del soffitto le nostre paure, le nostre preghiere, le nostre suppliche. Volavano come fumo nel cielo stellato tutti i nostri pensieri oscuri, le nostre sofferenze” (“Una passeggiata nella Zona”, pag143)

Quando la ricostruzione ambientale smette di ricoprire una funzione contestualizzante ma assume le caratteristiche di co-protagonista allo scopo di creare un rapporto di comunanza (e anche simbiosi) con gli altri personaggi della vicenda, rispecchiandone le caratteristiche evidenti o nascoste – ecco, in quel momento ci troviamo di fronte a una particolare tipologia letteraria, quella del New Nature Writing. Ma attenzione, perché tra la nostalgie della boue e l’Antropocene, di questioni in mezzo ne passano parecchie.

“Mi ripropongo di tenere qui quel che Thoreau chiamava *un diario meteorologico della mente*, di raccontare storie e descrivere alcune scene di questa valle (…) e di esplorare, impaurita e tremante, alcune delle distese scure non rilevate dalle mappe e le empie fortezze a cui queste storie e scene conducono così vertiginosamente” (Annie Dillard, “Pellegrinaggio al Tinker Creek“, Bompiani 2019)

“Gli scrittori che si occupano di nature writing – scriveva Steven Poole nel 2013 – tendono a dipingere il mondo non-umano come un luogo di eterna, soleggiata pace e armonia, (e la natura) quale unica vittima innocente della devastazione a opera dell’uomo – sempre dimenticandosi, in un modo o nell’altro, di come essa sia artefice dello sterminio di un numero illimitato di sudditi del proprio regno attraverso eruzioni vulcaniche, tzunami e variazioni climatiche, per non parlare di tutte quelle orribili e cruente attività quotidiane nelle quali i suoi membri, tra uccidersi e mangiarsi a vicenda, sono impegnati”.

Markijan Kamyš fa proprio questo: ci prende per mano e ci conduce, moderno flâneur che maneggia egregiamente l’arte del perdersi (“Prypjiat’, la meta dei novellini, di quelli che non hanno ancora imparato ad apprezzare i villaggi in rovina e che vogliono agguantare subito il biglietto da visita di tutti i luoghi abbandonati”, scrive), in uno dei luoghi più devastati della Terra; un luogo in cui Uomo e Natura si confrontano sullo stesso terreno – quello dell'(auto)distruzione e della lotta per la sopravvivenza – in cui l’uno è ostile all’altra ma nello stesso tempo l’una è inseparabile dall’altro, legati intimamente come sono per via delle medesime origini e del medesimo destino che secondo Markijan Kamyš condividono. Gli elementi del NNW ci sono tutti: l’idea di una Natura che riprende i propri spazi difendendo se stessa dall’invasione dell’uomo, il tema del viaggio che è esplorazione e racconto, una meta che si distingue più per quello che non è, un non-luogo denso di storia che crea nel visitatore uno sdoppiamento dell’individualità (Markijan Kamyš ne penetra bene gli anfratti, di questa alienazione), e infine il misticismo religioso, quell’esigenza di contatto con il divino e la ricerca di un significato superiore a cui Markijan Kamyš dedica addirittura un capitolo, “Polesian Zen”.

“In questa casa sono passati molti degli alentesi: il paese vi entrava e si perdeva a poco a poco, lasciando la sua ombra che vi giace ancora ed è tutta l’eredità di quegli anni”. Lei è Carmen Pellegrino, che il mestiere di abbandonologa lo ha raccontato nel suo romanzo d’esordio “Cade la terra” (Giunti 2015). E così ci parla Markijan Kamyš dalle pagine di “Una passeggiata nella Zona”:

“Mi tranquillizzo sempre quando stendo il materassino tra i mucchi di tappezzeria sgretolata. Mucchi privi di ogni forma che in primavera arrivano all’altezza dello zoccolino. Su quella carta da parati scrivevo i miei desideri più intimi, le mie maledizioni più nere, i miei sogni più grandi, poi mettevo con cura quei pezzetti di carta sotto le bottiglie ancora chiuse e, quando cominciavamo a bere alla luce delle torce tra l fumo di sigaretta e l’aroma della carne in scatola, sapevo perfettamente che tra quelle quattro pareti abbandonate non ci sarebbe mai capitato niente di brutto” (pag47)

“Ti addormenti in pace tra i cardini che cigolano, perché sai che le case morte amano parlare ai loro ospiti. Sai che amano condividere le loro preghiere, le loro suppliche con le anime di chi va a visitarle. Sai che cercano pietà” (pag51)

Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”, scrive Carmen Pellegrino e potremmo andare avanti all’infinito ma il racconto poetico di Markijan Kamyš parla anche di molto altro che va quanto meno citato. La sua non è soltanto la storia di una vita ai margini tra alcool, droghe, barboni, disgraziati, ladri e delinquenti ma anche la denuncia sociale nei riguardi di quel “Sogno sovietico” che sul campo ha lasciato centinaia di morti, migliaia di chilometri di terre contaminate e, soprattutto, un esercito di giovani senza speranza per il futuro – e, quel che è peggio, tra non molto anche orfani del proprio passato. Giovani che, privi di alcun autocompiacimento, scelgono di perdersi nei boschi radioattivi della Polissja in una strenua e disperata difesa – sprovvista di alternative – della propria memoria storica.

“Una città morta. Sì morta. Due volte. La seconda con quelle migliaia di foto e le code di merda delle escursioni ufficiali. Prypiat’ l’ha uccisa la noia degli hipster, che hanno oscurato i divani marci con le loro schiene tatuate, cartografando su Instagram ogni centimetro di quella terra incognita. Si è perso il mistero, è fuggito via, si è sciolto nella rete. L’aura mistica di Prypiat’ si è volatilizzata come cenere in tutti gli angoli del mondo, risucchiata dall’etere in paesi lontani. Ormai non si riesce più ad avere paura in quelle case” (pag49)

Note: “Una passeggiata nella Zona” è stato il primo libro del 2020 per ADC. Ed è stato anche il primo libro che, dopo tanti anni e tantissimi libri, ADC ha sentito il bisogno di leggere due volte. La prima, da mezzanotte alle tre di una notte freddissima dei primi giorni di Gennaio; la seconda questa sera, per cercare di mettere un punto a questa storia – cosa che però non sono riuscita a fare. Nemmeno sul Twitter.

“La casa mangia le parole”, di Leonardo G. Luccone

Ripongo sempre fiducia nei libri che vengono dal destino – l’ho già detto. “La casa mangia le parole” arriva da lì, un incontro creato dalla sorte. Ma io all’occasionalità dei libri non ho mai creduto.

“31 dicembre 2011

E’ uno di quei giorni che non si ricordano mai se non perché è un giorno di partenza, quei giorni dove il tempo si mette a fare le bizze e ingrigisce pure quel residuo che a Roma si chiama sole d’inverno, un sole che rende meno cupe e umide le giornate della stagione triste e sembra che ci siano troppe poche occasioni per far succedere qualcosa, e si procede così, per inerzia o a strappi, e alla fine della giornata ci si ritrova ammaccati per niente” (pos.40)

Nelle favole di Esopo i protagonisti non hanno nome. C’è la volpe furba, la cicala ingenua, la tartaruga saggia, l’uomo sciocco che grida al lupo al lupo. Esopo evita di identificare i suoi personaggi attraverso i nomi propri perché ha l’intenzione dell’universalità; i protagonisti delle sue favole non sono casi particolari: al contrario non devono mai passare di moda, come non deve mai passare di moda il messaggio che ciascuno di essi porta.

Per i De Stefano è lo stesso: di loro finiremo per conoscere soltanto il cognome perché i De Stefano siamo un po’ tutti noi, a quanto pare indegni di essere nominati per quel che siamo – i veri nomi – ma solo per quel difetto (o più raramente per quella virtù) che ci distingue gli uni dagli altri. I De Stefano saranno sempre lui e lei, neoborghesi quarantacinquenni e qualcosa, un figlio grande, la bella casa dalle cui finestre entra Roma in tutto il suo fulgore di impero condannato; le cene con gli amici, le piccole neghittosità, i silenzi annodati, le ombre di quel che non si è più capaci di dire. Questa è la storia di una famiglia come tante: di noi che ci avviciniamo alla mezza età, del modo in cui lo spavento ci prende, della resa dei conti. Ci chiamano Generazione X (ove X, pare, sta a significare la mancanza di una identità sociale definita), quelli che sono venuti dopo il babyboom ma prima degli echo boomers, quelli cresciuti con MTV, quelli che hanno screditato i propri genitori – senza tuttavia riuscire a recuperare la concretezza di intenti in grado di eliminare il senso di subalternità.

Eppure, perverso gioco di specchi, i veri nomi qui ci sono – ma ce li hanno tutti gli altri, ad alimentare un senso di infinita attrazione gravitazionale per cui ciascuno non è specificato da quel che è ma da quel che gli sta intorno. Graziano Fauci, Fernando Pomarici, Bernardo Vaciaghi, Michele Giuli Capponi, Carlo Alborghetti, Ezio Carmasciani, Franco Terracciano. Matilde. Moses Sabatini. In una girandola di personaggi di finzione mescolati al reale, di avvenimenti soltanto verosimili avvinghiati a quella Storia che noi, ultima generazione del nostro tempo, portiamo a marchio indelebile – qualcosa che ci è fatto divieto cancellare – Leonardo Luccone trascina il lettore nel gorgo di un racconto che da individuale (la crisi matrimoniale a seguito dell’emancipazione del figlio) diventa canto collettivo.

Lascio qui una nota, tre fumetti azzurri incastrati nella memoria del mio telefono – buttati lì imprecisi com’è questo mio lavoro, per come lo sento io: precario, randagio, dai confini scomposti. Dicevano che spesso nei libri vedo parole e qui mi piace pensare a redenzione o affrancamento – che c’è per assenza nel senso che non c’è. Il fatto è che non si può tornare indietro da un certo tipo di lingua se scritta in un certo modo (e menomale). E non si può tornare indietro da certe questioni, specie per noi: un po’ solo pars destruens, se non ce ne fosse anche un’altra di parola che mi gira in testa, che si avvicina a consapevolezza. Poi c’è di nuovo la conferma di quella mia idea, che di genitorialità riescano a parlar bene soltanto le persone intelligenti. E alla fine c’è Matilde, l’ultimo vero nome. Mi annotavo: Matilde è l’idea del tempo perduto, di quello non goduto, sottovalutato, o sopravvalutato e goduto troppo, senza merito, senza necessità.

“Le cose esistono quando vengono nominate. Si creano quando viene pronunciato il nome. Poi diventano ingombranti. Hanno spigoli da tutte le parti, un colore fluorescente, che si vede pure di notte. Quando le cose vengono nominate per la prima volta diventano vere” (pos2979)