“Le cose come sono”, di Hervé Clerc (trad. C. Laurenti)

In questi giorni un po’ concitati – a dire il vero sempre, quando i giorni si fanno concitati – sento il bisogno di *tornare indietro*. Quindi mi lascio sul comodino questo libretto, che all’apparenza sembra piccolo ma non lo è. E’ per dire che le cose accadono e non sappiamo mai come né quando. A volte le facciamo accadere noi, a volte vengono da sole, insomma accadono. Sempre curiose, le intersezioni.

Hervé Clerc, classe 1952, è stato per più di 30 anni giornalista e reporter per l’Agence France-Presse, inviato in Spagna, Paesi Bassi, Pakistan, Afghanistan. Caro amico di Emmanuel Carrère, fa proprie le tecniche di scrittura e di auto-analisi del maestro e ci consegna un libricino denso di significati che è sia un compendio sia, alla maniera dello scrittore di cui segue le orme (e che talvolta, mi vien da dire, sorpassa in scioltezza), il racconto di un’esperienza personale, ossia quella dell’incontro (attenzione: incontro, non “conversione”) con il Buddhismo.

“Il buddhismo che troverete in queste pagine non è né religioso né ateo, ma neppure agnostico. Non è tibetano, giapponese o cinese. Non è del Sud o del Nord. Non sentirete parlare di cakra, di mantra, di mudra o di mandala, né di guru, di tulku e neanche di circunambulazione o di terton. Il buddhismo che ho incontrato, incolto come sono, è anch’esso incolto, nel senso che non è compreso in nessuna cultura. Un tale oggetto ha la tendenza a perdere il proprio nome, come un alimento ben digerito la cui sostanza si assimila alla nostra. L’ho chiamato buddhismo comune.” (pag15)

Non fatevi ingannare da questa malcelata autoironia. Di comune “Le cose come sono” non ha proprio niente. Racchiudendo in sé l’esperienza più pura della narrative non fiction – per altro declinata alla francese – ci parla non soltanto di un’esperienza mistica, non voluta, non cercata – ma soltanto accaduta (e i motivi di questo accadimento, che qui non possiamo raccontare, fidatevi – sono i più inverosimili e controversi ed eticamente discutibili possibile), ma anche di tutto quello che il buddhismo è, con tanto di citazioni in lingue morte e sepolte, utilizzo di un lessico adeguato e specifico, rimandi bibliografici, glossario, riflessioni di filosofia comparata. Insomma, non proprio un testo (così) in-colto (nell’idea latina del “non lavorato”) come il buon Hervé ci vuol far credere. D’altra parte Clerc è uno che il buddhismo lo studia da più di vent’anni, quindi non è che ci si potesse aspettare un “Buddha for dummies”, ecco.

Io vorrei pubblicare le foto di come ne ho ridotte le pagine a forza di note, sottolineature con la mina B4, orecchie, piegature della costa. Questo per dire che si potrebbe star qui a parlarne, a scriverne e a citarlo per anni interi – senza per altro riuscire a cavarne fuori per intero il tutto che c’è dentro. La verità è che l’incontro con il buddhismo una volta che avviene cambia nell’animo; non è più possibile tornare indietro perché nel momento in cui accade ribalta in maniera radicale la prospettiva che fino a quel momento avevamo avuto del mondo e di noi stessi. Ma se pensate che io stia accennando alla questione “fricchettone mistico” (il virgolettato è di un amico che così scrive nel suo libro appena uscito, va detto non riferendosi in maniera specifica al buddhismo ma ad altri tipi di ascetismo – e ne parla pure con una certa benevolenza; sicché mi concedo di prendere in prestito solo l’espressione in sé, perché mi è piaciuta molto), bene, dicevo, se pensate a questo tipo di storie, state sbagliando di nuovo.

“Poi l’Occidente passa all’eccesso opposto. Alcuni occidentali prendono tutto in blocco, senza beneficio di inventario; si trasformano in buddhisti, anima, corpo e abiti, senza vedere che il buddhismo non è un blocco, che non si presenta mai come tale, che non è da prendere o lasciare. Il Buddha non ha preso tutto. Al contrario ha lasciato tutto dietro di sé, come un serpente si disfa della vecchia pelle, prima di entrare nel nirvana e di scomparirvi. Tra queste vestigia chiamate buddhismo figura un lascito prezioso fra tutti: il senso critico. (pag22)

“Quando alla televisione vedo dei buddhisti occidentali vestiti con gli abiti gialli e rossi dei monaci tibetani rimango perplesso. Mi dico: c’è un malinteso, siamo nel paese di Montaigne, Molière, Descartes, delle trecentosessantacinque varietà di formaggi, dell’amor cortese, dei grandi vini, dove deve pur esistere un’altra maniera, meno esotica, meno clericale soprattutto, di presentare il buddhismo. Se continuiamo in questo modo, un insegnamento così degno di essere conosciuto e così benefico verrà percepito dalla maggior parte della gente come un innesto estraneo e relegato, accanto agli extraterresti, agli iperborei, ai millenaristi e alla meditazione trascendentale, nel cassetto *New Age*, che le persone assennate evitano con cura di aprire. Non faranno la selezione. Pochi si prenderanno la briga di farla. Un’occasione di riconscimento e di dialogo sarà andata perduta” (pag51)

La strada – che poi è anche il cammino, per chi pensa alla maniera del Buddha – non è così facile da percorrere, nemmeno sulla carta, dato che uno dei principi cardine del buddhismo stesso è proprio quello dell’impegno costante. Quindi Clerc prima ci parlerà del modello cinese col suo “sincretismo per natura” di Buddha-Confucio (nb: dall’incontro buddhismo, taoismo e confucianesimo, val la pena ricordarlo, nasce oltre che l’impero Tang pure il ch’an, che in Giappone divenne lo Zen), poi della comparazione tra Buddha e la filosofia greca dei presocratici e platonica, e infine con il Cristianesimo – guardando il Buddhismo da tre lati: come religione, come filosofia, come nessuna delle due. Ovviamente dedicherà ampia parte alla storia di Buddha,

“In cerca del costruttore della casa / Ho corso la mia corsa nel turbine / delle nascite innumerevoli che mai sfuggono alla morte; / Il male, di nascita in nascita, ritorna. / Costruttore della casa, io ti vedo / Non costruirai più case. L’intelaiatura è infranta / La trave del colmo è volata in frantumi / La costruzione non c’è più. / La mia mente ha estinto la sete.” (pag90 – NdR: questo è il “Dahmmapada” ossia la via del Buddha, strofe 153-154, sezione “della vecchiaia”. Ps: Io quest’estate ne ho comperata un’edizione “nuova” – in verità del 2006 – di Feltrinelli, a cura di Genevienne Pecunia che la traduce direttamente dal Pali)

e per concludere ci racconterà delle principali dottrine della pratica: fare la guardia alle porte dei sensi, sati, “la chiara coscienza”, appamada – la continuità della chiara coscienza – e via via con le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Niente scorciatoie metodologiche quindi: fatevene una ragione, il buddhismo non ne accetta. Eppure state sereni, fosse soltanto per i titoli dei capitoli – ed esempio il tredicesimo, “Rumori di ferraglia“, in cui Clerc intraprende una corposissima discussione su anatta (“una dottrina tanto profonda – dice Clerc citando Edward Conze – che una vita non basta a capirla tutta”) – e così mi vien da supporre, non so quanto fondatamente, che i rumori di ferraglia non siano altro che quelli dei marchingegni che girano a vuoto dentro i nostri cervelli, surriscaldati dal tentativo di capirci qualcosa in tutto questo marasma di alfa privativi che però nel buddismo, toh che caso, “sono spesso dotati di carica positiva”.

Certo poi, la buon’anima di Hervé ci parlerà di karma e soprattutto di meditazione (attenzione, si ritorni col pensiero alla questione del “fricchettone mistico” e si tenga ben presente questo punto: “Nel buddhismo antico esistono tre pratiche di meditazione che si basano su tre attività umane elementari: respirare, camminare, amare” pag156). [A questo proposito mi permetto di ricordare, in primis a me stessa, l’abate del monastero Zen Fudenji a Fidenza, che alla domanda di mio figlio e di un compagno: “come si fa a meditare?” semplicemente rispose: “guardati, stai già meditando”] e infine dello yoga, che di fatto è “mettersi sotto il giogo”, ossia “l’applicazione costante della mente su un punto determinato” che è “la condizione della *comprensione*” – pag183.

Insomma, solo alla fine – come in ogni giallo che si rispetti – riusciremo a capire cosa davvero capitò a Hervé Clerc quel maggio 1968, quando aveva sedici anni. Ricordatevi: il buddhismo non accetta scappatoie, quindi non fate i furbi andandovi subito a leggere quel che gli accadde. Perché, di fatto, non lo capireste. La pratica del Buddha è un sentiero, occorre percorrerlo tutto, senza sconti.

Buona lettura 🙂

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