"L’amica geniale", di Elena Ferrante

More about L'amica geniale Torino, giorni nostri. Elena Greco, una donna sulla sessantina, riceve una telefonata: Raffaella Cerullo, sua coetanea e amica fin dall’infanzia, è sparita dalla sua casa di Napoli. Ne comunica notizia il figlio di Raffaella, nella speranza che Elena possa essere a conoscenza degli spostamenti della madre. Anche perché dalla casa di Raffaella mancano diversi oggetti: le fotografie che la ritraggono, i suoi abiti, i documenti. Elena allora, indispettita con l’amica che pare aver dato il via al suo progetto di sempre, decantato e celebrato da decenni, ossia sparire senza lasciare alcuna traccia di sé, presa dalla rabbia e da un curioso istinto di vendetta comincia “a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente”. 
Da qui parte un lungo e organico flashback che ci riporta nella Napoli degli anni ’50; Elena, voce narrante e protagonista della vicenda, ci racconterà l’amicizia delle due protagoniste, prima bambine e poi adolescenti, ripercorrendo i luoghi dell’infanzia: un rione periferico dell’area suburbana partenopea, tra miseria postbellica, boom economico e una serie infinita di comparse e attori comprimari, dal ciabattino al falegname, ai compagni di scuola, fino a Don Achille, il camorrista del quartiere. 
Questa, in estrema sintesi, la trama dell’opera. “Estrema sintesi” perché parlare di questo ultimo lavoro di Elena Ferrante è questione complessa (come lo è, in effetti, per tutte le sue narrazioni). Prima di tutto doveroso dire che si tratta, più che di un unico romanzo, di un progetto di scrittura articolato in due (o tre) volumi (qui il secondo, in uscita in questi giorni), rispettivamente dedicati all’infanzia e all’adolescenza delle due ragazze, alla maturità e poi alla vecchiaia. 
Un raro esempio di romanzo di formazione italiano? Certamente. Perché l’amicizia tra le due ragazze è complessa, ambivalente, a chiasmo. Un’amicizia che allontana e divide, in nome di una fedeltà eterna ma anche di una rivalità bruciante. Elena è brava e buona, bionda, rotondetta; una creatura mite e affabile. Raffaella invece è secca, aguzza, sporca nelle ginocchia, arruffati i capelli – e cattiva, perché è in grado di ferire chiunque le capiti a tiro, dalla maestra al bulletto di quartiere, sia con il coltellino che tiene sempre in tasca, sia con le parole che, del coltellino, possono essere molto più affilate. Un viaggio nell’essenza del femminile in compagnia di due bambine e poi di due ragazze “geniali”, che ciascuna a suo modo – attirandosi e respingendosi – cercheranno, rapite dal turbine del vigore postbellico, di emanciparsi dalla realtà popolare che le circonda. Prima di tutto attraverso la scuola, che Raffaella, malgrado le capacità straordinarie, dovrà abbandonare al termine della licenza elementare per volere dei genitori e che invece Elena potrà continuare, fino a concludere addirittura il liceo classico, contando su un talento certo inferiore rispetto a quello dell’amica – che non si stanca mai di emulare – ma su una volontà ferrea, concreta (che invece manca all’amica, persa, come tutte le personalità di genio, in interessi momentanei che poi, una volta terminato l’entusiasmo iniziale, abbandona, vittima di quegli stranianti scarti di pensiero a cui Raffaella stessa dà il nome di “smarginature”) ma anche fortemente intuitiva (quasi… geniale?) che la porterà all’emancipazione dal degrado, fisico e psichico, del quartiere. 
Raffaella invece, costretta nella calzoleria del padre, proverà a scardinare il sistema dall’interno: prima adoperandosi per rinnovare il negozio e poi maritandosi a soli 16 anni con una delle personalità più eminenti del quartiere: Stefano, il padrone della ricca salumeria ricevuta in eredità dal padre Don Achille, il camorrista del rione morto ammazzato a coltellate, anni prima. Entrambe le ragazze si confrontano con un ambiente maschile, sanguigno, violento, inadatto al mondo femminile. La violenza fisica e verbale fa da padrona, tra bulli di quartiere e padri maneschi. Le madri sono creature stremate, invecchiate precocemente, vittime delle botte degli uomini, della povertà e delle gravidanze. 
Quindi, oltre che un romanzo di formazione, abbiamo a che fare con un romanzo popolare? Anche. Perché l’attenzione da dedicare ai comprimari e ai personaggi minori è massima da parte dell’autrice e deve esserlo anche da quella del lettore, al fine di mantenere evidente una coralità di fondo che non deve prescindere la fruizione del testo, malgrado la difficoltà iniziale nel seguire vicende familiari complesse e spesso solo accennate (ndr: come nelle commedia, per altro, l’elenco dei personaggi con relative indicazioni di parentela è affisso in prima pagina – non dimentichiamocene). Il quartiere è un non-luogo, quasi un acquario di pesci tropicali che l’autrice osserva in maniera sistematica, con rigore scientifico (nella più pura tradizione “verista” – vien quasi da dire, visto che non si tratta certo di un romanzo “a tesi e dimostrazione” di una qualche ideologia) attraverso gli occhi di Elena: un mondo di uomini visto con gli occhi delle donne. 
Per descrivere quello che le circonda c’è necessità “soltanto” di una lingua secca, puntuale, che tuttavia dia spazio anche all’insondabile, all’immaginifico e al metaforico. Non c’è bisogno invece di strumenti a effetto: non occorre, per esempio, un’eccessiva contestualizzazione storica che spesso non aiuta le narrazioni di genere (troviamo al limite qualche accenno utile all’economia della narrazione: la “millecento”, il televisore…) come non occorre neppure un uso sistematico del dialetto, che viene spolverato raramente solo ove sia strettamente necessario sottolineare la violenza dell’azione che spesso va di pari passo, nel rione, a quella della lingua; dialetto che si preferisce inserire all’interno della narrazione quasi sempre filtrato dall’orecchio appuntito di Elena: “lo disse in dialetto” / “gli gridò in dialetto”. 
D’altra parte, fastidioso o meno che sia, siamo nelle mani dell’autrice e lì rimarremo. Il punto di vista è sempre parziale: Elena, protagonista e insieme voce narrante, per altro lungi dall’apparire quello che per certi versi è, ossia onnisciente dato che la narrazione procede in flashback, ci affida una narrazione “minuto per minuto” accuratamente denudata di qualsiasi riferimento al “dopo”, in maniera tale da lasciare Raffaella, le sue gioie, le sue paure, i suoi progetti, nell’ombra del non-detto e del non-conosciuto. Questa, e diverse altre questioni, differenzia a parer nostro “L’Amica Geniale” di EFerrante da “Acciaio” di SAvallone, a cui, per tematica e struttura è spesso accostato (ne abbiamo parlato anche noi, qui). 
Una nota a margine: la rassegna stampa su quest’ultimo lavoro di EFerrante è corposa, potete trovarla sul sito dell’editore, accuratamente archiviata (qui). A noi – parere personale – le note e le recensioni apparse sui “litblog” sono sembrate molto vive e passionali, indipendentemente dal giudizio espresso sull’opera, forse molto più vive e passionali di quelle pubblicate dalla stampa tradizionale che talvolta risente, sempre a nostro parere, di un approccio critico molto marcato (anche qui, contano entrambi i giudizi in merito all’opera). E’ questione che in questo caso ci è parso che proprio dal litblog sia riuscito a trapelare il Lettore: quello vero, che arde nell’animo, bruciante di una passione che, proprio perché vera, lascia spazio a una critica del testo spesso molto competente
Curioso che sia il popolo dei litblog quello anche meno interessato all’identità misteriosa di Elena Ferrante. Se da parte della stampa tradizionale si rivela qualche volta un interesse pungente, a metà strada tra il gioco letterario dell’“indovina chi” e uno spirito un po’ voyeur che si manifesta con un vaglio a nastro di ipotesi probabili e meno (Fabrizia Ramondino, Goffredo Fofi perché consulente di E/O e intervistatore della Ferrante, Domenico Starnone by himself o in copia con la moglie Anita Raia, consulente editoriale di professione, etcetc…) una parte cospicua dei litblog o comunque delle opinioni espresse on line dai lettori celebra invece la vittoria dell’opera letteraria sull’autore del testo. Che rimane il proprietario intellettuale dell’opera ma che, attraverso la rinuncia consapevole alla celebrazione mediatica di se stesso, opera uno scambio che ha il sapore del passato (quando le copertine dei libri erano tutte dello stesso colore e i nomi degli autori spesso “soltanto” nomi o al massimo firme sui giornali) ma che forse sarà la chiave anche per una rivoluzione futura dell’editoria: porre il lettore, di nuovo, al centro dell’interesse di tutta la filiera editoriale
Buona lettura 🙂

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