“Se l’acqua ride”, di Paolo Malaguti

“E poi era profumata, di un aroma magnetico e profondo, che prendeva al naso per poi scendere alle viscere. Non era semplice freschìn, il sentore di fossi e canali familiari a chiunque viva nella grande pianura, c’era anche la punta della salsedine, gusto salato di vita rapida e guizzante mescolato in strana alchimia con le note dolciastre e smaganti di alghe morte, di reliquie biancastre di lische e seppie che si puliscono e si consumano nel moto lento dei bagnasciuga limacciosi” (pag55)

Quante domande vengono fuori da “Se l’acqua ride”. Sono proprio andata a cercarle in libreria, le parole chiuse in questo libro, perché sapevo che mi avrebbero riportata indietro, a delle estati lontanissime che ho vissuto ma che ero troppo piccola per capire.

L’Italia è piena di mestieri antichi; per esempio quello del barcaro, l’esperto capitano del burcio – il burchio o barcòn – la barca a fondo piatto impiegata nei fiumi e nei laghi del Nord Italia per il trasporto mercantile.

“Se l’acqua ride” è una storia di nonni, padri e figli, nell’intersecarsi di quelle tre generazioni che a cavallo tra gli anni ’50-’70 hanno scompaginato così nel profondo le carte della società, del lavoro e della politica, fra abbandono della tradizione e spinta verso la modernità. Tra l’estate del 1965 e la primavera del 1967, tra le terre di argini e laguna che dall’Emilia Romagna vanno fino al Friuli passando dal cremonese a Treviso, si snoda il racconto-ricordo di Ganbeto, sempre con un piede di qui e uno di là: la scuola media e la fatica dei mesi estivi sulla Teresina – il burcio del nonno Caronte – i compagni di classe e le ragazze incontrate lungo le rotte, il maestro Gatti Benito Detto Libero (in arte “Oio”) e i cavalanti con le loro epiche storie d’avventura e tragedia, le voci d’osteria e il bianco e nero delle prime televisioni, il bagno col bidet che nessuno sa a cosa serva. Su tutto: Gianni Morandi e la Vespa, i Beatles, l’emigrazione per andare a lavorare in fabbrica, l’aqua granda del ’66.

Di temi l’autore ne tocca parecchi, dall’insegnamento – la scuola non per tutti, difficile, a tratti incomprensibile nonostante la volontà dei maestri e gli scappellotti dei genitori – alla questione femminile, alla riflessione sul destino d’adulto già segnato.

“L’errore più comune dell’ignorante è ritenere che la vita basti a se stessa, che l’istruzione, la cultura, la fatica sui libri siano orpelli inutili” (maestro Gatti Benito Detto Libero, pag50).

L’esperienza di vita raccontata nel libro, fatta di manualità tramandata da padre in figlio, per paradosso non mostra soltanto quanto l’istruzione sia necessaria per svincolarsi da un destino altrimenti segnato alla nascita (lezione, questa, con cui Ganbeto fa pratica soltanto alla fine del percorso scolastico) ma anche come, attraverso l’emancipazione stessa, diventi inevitabile la perdita di tradizioni e memoria. “Se l’acqua ride” ha il pregio di portare alla luce anche un’altro argomento spinoso: il mondo novecentesco, cosiddetto patriarcale (in cui, va detto, nemmeno i maschi se la passano granché bene, come s’è visto di recente anche in un altro testo, “Sud” di Mario Fortunato), espone in realtà sfaccettature e sottocategorie che oggi rischiano la semplificazione. Se è vero che nel romanzo di Malaguti la donna si mostra relegata in casa, dietro a fornelli e bambini, o mandata a bottega a dodici anni in attesa di maritarsi, è vero anche che la figura femminile conserva in sé un’autorità decisionale unica all’interno del nucleo familiare, depositaria di intelligenza, saggezza e senso morale, oggetto di profondo rispetto. Se è vero che il maschio è rappresentato all’apice del suo ruolo di indiscusso pater, d’altra parte è pur reale e concreta la tenerezza nei riguardi dei figli o l’impegno con cui s’adopera per offrire alla famiglia un futuro libero dalle ristrettezze. È un discorso importantissimo che il libro estrae a forza da noi stessi e con cui in un modo o nell’altro occorre fare i conti.

“Il padre di Ganbeto osservò suo figlio come se guardasse per la prima volta una strana bestia emersa dai fondali della laguna” (pag63)

Da più parti, mi sembra, si sta cercando di riprendere il contatto con le nostre strutture formali passate. Pur con tutti i limiti che il realismo in letteratura ha sperimentato, l’esigenza di raccogliere l’eredità del passato è viva. Lo sguardo del ragazzino-senza-nome (identificato sempre per quel che fa), in bilico tra la paura e l’emozione che provoca la bellezza del mai visto, avvicina il testo a quella narrativa post-bellica che ha il suo centro proprio nel punto di vista “straniato di chi è attore o vittima” (cfr. “La letteratura italiana” dir. Cecchi/Sapegno). Il peso di quest’eredità letteraria non è da sottovalutare per via delle linee ideologiche che da sempre attraversano questo tipo di scritti: il patrimonio del realismo recuperato da Malaguti, insomma, va trattato con cautela. Senza entrare nei dettagli di una riflessione sull’antinovecentismo, mi piace pensare che al di là del ripudio (che è un processo non nuovo, con buona pace di chi pensa alla modernità della cancel culture), questo momento sia quello giusto – proprio per via del presente che stiamo vivendo – per dimostrare che le forme di espressione novecentesche possono essere ricontestualizzate dall’interno, alla luce di un modo nuovo di guardare la Storia. Un recupero teso a mostrare non la conoscenza narcisistica di certi temi ma il tentativo di riappropriarsi di una memoria letteraria condivisa, e da ri-condividere, all’interno di una nuova “sensibilità tematica” (op. cit.).

Non c’è ombra di patetismo nel racconto di Paolo Malaguti e nemmeno di quel guilty pleasure della retronostalgia instagrammabile, del mostrar malinconia per un passato mai vissuto. Semplicemente il cerchio si chiude proprio col ganbeto, il ferro ricurvo che occorre per unire due anelli oppure la catena all’ancora. Ganbeto è uno che con la scuola ci azzecca poco; privo di particolari talenti a parte la curiosità verso il mondo e l’immaginazione, vive alla giornata confidando nei familiari e in un futuro che seppur limitatissimo sembra certo. È un ragazzino come tanti, che s’arrangia come può, affascinato dall’uniche due forma di cultura e modernità accessibile, i racconti biblici e il cinema, e come tale sufficientemente decontestualizzato da apparire per certi versi a noi coevo. Questa connessione crea come un ponte tra passato e presente anche nella forma, che spinge più verso una continuità che verso una rottura a tutti i costi, espressa nell’utilizzo del dialetto (in questo caso, quello della bassa padovana). Nessuna novità, nemmeno la sua funzione quasi “crepuscolare” (op. cit.), eppure questa storia del dialetto apre questioni molto attuali: l’espressione di chi certe vite le vive è necessaria ma la mancanza di strumenti con cui farlo pone il problema del sostituirsi nella parola, specie scritta. Chi ha le parole difetta dell’esperienza ma chi possiede l’esperienza spesso non ha le parole, relegate nella loro essenza fortissima nel dialetto o in una lingua madre di cui si perde l’uso. Sicché ci si pone la domanda, quanto sia lecito sostituire il soggetto della narrazione, specie in una lingua come la nostra che, spesso, è fatta di letteratura regionale.

“Rientrando a casa ha pensato anche di farsi dare l’indirizzo per scrivergli, ma poi la cosa l’ha fatto quasi ridere. Scrivere a Scaia. E cosa, poi. E soprattutto in che lingua? Non in quella imparata a scuola, che in fin dei conti era l’unica in cui sapesse più o meno scrivere… Non c’entrava niente con lui e Scaia.” (pag156)

E se proprio vogliamo trovare una parvenza di lirisimo, che non punta al sentimentale ma al poetico, possiamo recuperarla nella descrizione della natura – quel modo del nature writing che, di nuovo, lega il passato del racconto alla modernità della narrazione.

“Ma d’estate, quando il sole decide di piantarsi in mezzo al cielo, e non scende mai da lì, cucinando per ore, forse per giorni interi la campagna come un bambino che tortura un formicaio, allora la faccenda diventa qualcosa di pi del sudore sulla pelle, del sale che fa prudere le ciglia, del respiro che quasi duole perché a ogni fiato incameri vetro fuso nei polmoni. IN quella dimensione allucinata, senza ombre, ovunque ti trovi loro arrivano, i fantasmi, che si tratti di colpa, di rancore, di rammarico” (pag140)

Ci sarebbe ancora molto di cui parlare ma lo spazio a disposizione era già abbondantemente finito almeno tre paragrafi più sopra. Sul Twitter trovate altri fili, su altre questioni – tante delle quali ho potuto condividere con l’editore: è bello quando le pagine fanno incontrare chi i libri li legge e chi li produce.

“Magari è il mestiere di barcaro a renderti un po’ cantastorie, perché passi la vita ad ascoltare il lento e sommesso chiacchiericcio dell’acqua che scivola via lungo le fiancate di larice del burcio” (pag107)

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