"Le mani della madre", di Massimo Recalcati

L’ultima opera di Massimo Recalcati ha portato con sé, come fiume in piena, una quantità non indifferente di ritorni. Plausi e giudizi venuti non solo dalla comunità scientifica ma anche a mezzo di chi, pur intendendosi poco della materia, ha voluto comunque dire la sua, dal columnist generalista agli interventi degli utenti sui forum dedicati alle cure parentali.
Sì perché se con “Cosa resta del padre” e “Il complesso di Telemaco” lo psicoanalista milanese aveva indagato il “tramonto dell’autorità simbolica del Nome del Padre” e la necessità, da parte del figlio, di una sua reinterpretazione – tenendosi in sostanza ben alla larga dalla questione del materno – con “Le mani della madre” nella tana del serpente ci si ficca consapevolmente e pure di prepotenza. 
Si capisce quindi la levata di scudi, da una parte e dall’altra (ché si sa, guai a toccare certi argomenti), tanto più per il fatto che Recalcati sceglie di offrire al lettore non un’interpretazione del materno sociologicamente rassicurante seppure di rottura, con buona pace di chi da questo saggio si aspettava l’ordinario, confortante collage di casi clinici con relativo commento, ma una serie di riflessioni aperte e declinate in chiave quasi esclusivamente psicanalitica, attraverso uno stile che di necessità si fa, specie nei punti salienti, più accademico che divulgativo. 

“Bisognerebbe non ridurre la madre a un appetito di morte, a una spinta a divorare il proprio frutto, a diventare proprietaria esclusiva e incestuosa della vita che ha messo al mondo. 

Bisognerebbe non dimenticare che il bestiario che accompagna immancabilmente la sua figura (la piovra, il coccodrillo, la chioccia, il vampiro) fornisce solo il suo lato in ombra, patologico abnorme, che non fa giustizia della sua forza positiva che oltrepassa di gran lunga quel bestiario. 

Bisognerebbe non identificare la madre con il virus di ogni malattia psichica”. (pagg.183-184) 

Chiosa Recalcati nelle conclusioni al volume. Una excusatio non petita, puntano il dito alcuni; una doverosa precisazione, rammentano altri, vòlta a evitare le solite generalizzazioni non tanto per quel che riguarda il vecchio e caro clichè della madre apprensiva e sacrificata che tutti conosciamo (o meglio, che pretendiamo di conoscere) quanto rispetto al punto saliente e più contestato del saggio:

“Alla madre dell’abnegazione si è sostituita una nuova figura della madre che potremmo definire madre narcisistica. Questa madre è figlia (legittima?) dell’ideologia della liberazione sessuale del ’68 e del ’77; è una madre che ha conosciuto su di sé, come figlia, l’artiglio sadico della madre-coccodrillo e che ha giustamente lottato per emanciparsi da una versione solo cannibalica del desiderio materno. La ricaduta di questa istanza – critica nei confronti del modello patriarcale della madre cannibalica – può però sfociare in una nuova patologia della maternità. Si tratta dell’alterazione ipermoderna della madre-coccodrillo(*)” (pagg.125-126)

Studi tassonomici a parte, Recalcati – che, va detto, con onestà intellettuale non fa mistero di alcuni suoi passati convincimenti poi disattesi dalla pratica psicoanalitica – punta, più che sulla classificazione sociologica, a dimostrare la tesi secondo cui paradossalmente ogni ordinamento troppo stretto quando si affronta la questione del materno sia foriero di interpretazioni limitanti se non decisamente deviate:

“Il problema non è correggere i comportamenti delle madri, ma verificare l’esistenza di un desiderio non-anonimo, capace di un “interesse particolareggiato” per il proprio figlio. La madre più solerte, più attenta e precisa nello svolgimento delle sue mansioni ma priva di desiderio può essere un incontro assai più nocivo di quello con una madre semplicemente assente. Le risposte della madre non sono buone perché corrispondono a comportamenti corretti o scorretti, ma in quanto espressioni del suo autentico desiderio” (pagg.77-78)  

Ciò significa, a conseguenza logica, indagare non soltanto gli aspetti più degradati della “divorazione reciproca” (pag.116) ma anche, e con il medesimo approccio critico, quelli derivati dalla “difficoltà per una donna a conciliare le esigenze della maternità con quelle della propria legittima necessità di affermazione personale e professionale” (pag.126) nonché le dinamiche che vengono a crearsi all’interno di famiglie allargate o mono-genitore (ad esempio quelle composte da madri single). 
Da qui ad affermare che Recalcati sia vittima di un’impostazione vòlta al ripristino della famiglia tradizionale asservita, si è detto anche, alla morale cattolica, tanto ce ne vuole e occorre attenersi con scrupolo al testo, evitando l’abbaglio di quegli specchietti per le allodole dai quali lo psichiatra mette in guarda il lettore – ma su cui è complicato e non necessariamente utile soprassedere.

E’ da apprezzare in Recalcati la varietà della bibliografia e degli spunti suggeriti, specie riguardo alla cinematografia: “La madre di Torino” di Gianni Bongioanni, “Changelling” di Clint Eastwood, “Anni felici” di Daniele Lucchetti, “Tacchi a spillo” di Almodovar o “Sinfonia d’autunno” di Ingmar Bergman sono soltanto alcuni dei titoli proposti dallo psichiatra quali esempi illuminanti di un certo modo, acuto e in certe pellicole addirittura rivoluzionario, di intendere la maternità.

(Dicotomia presunta tra Morante e Ferrante a parte, tirata in ballo dalla scrittrice Silvia Avallone in un articolo apparso quest’estate su La Lettura. Ferrante che, en passant, non sappiamo ancora se sia femmina o maschio, quindi c’è caso che la Avallone abbia pure preso un bel granchio quando sostiene la grandezza dell’autrice della Quadrilogia nel descrivere la dimensione del materno [oppure lei SA qualcosa che noi non sappiamo], supponendo che – come per la Morante – sia frutto della sensibilità particolare data dall’essere donna – no che poi la domanda qui sorgerebbe spontanea: madre o non madre? Perché pare che, sempre secondo la Avallone, anche questo faccia la differenza – per altro con anni di ritardo sulla critica letteraria internazionale che già ne aveva trattato, ma appunto anni fa).

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Buona lettura 🙂 

(*) Mica tanto ipermoderna in verità, come giustamente fa osservare Giovanna Pezzuoli dalle pagine della 27ora: “(…) nemmeno mi sembra una novità dell’oggi la versione della mamma narcisistica (…). Basti ricordare la celebre canzone italiana del periodo interbellico <>” a cui mi permetto di aggiungere, solo a titolo di esempio, l’opera di Irene Némirovsky (1903-1942), che del rapporto conflittuale con la madre assente ha fatto il punto nodale di molti suoi scritti.

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