"La sesta estinzione", di Elizabeth Kolbert

Dovete sapere che il Pulitzer per la non-fiction (ossia la categoria che raggruppa quei “distinguished and appropriately documented book[s] of nonfiction by an American author that [are] not eligible for consideration in any other category”) è stato assegnato quest’anno a Elizabeth KolbertGiornalista statunitense, nata nel Bronx (1961) e laureata a Yale, per anni ha collaborato con il New York Times e dal 1999 è firma stabile del The New Yorker per il quale scrive – ormai con una certa autorevolezza riconosciuta anche a livello internazionale – di ecologia e temi ambientali

Salita alla ribalta nel 2008 pubblicando “Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change” (Bloomsbury 2006), in “The Sixth Extinction” la Kolbert raccoglie in volume i reportage sul campo da lei stessa effettuati nel corso degli ultimi cinque anni. Il filo rosso che accomuna tutte le spedizioni a cui la giornalista decide di aggregarsi, dalla foresta Amazzonica all’Australia, dalla Barriera Corallina fino all’Italia, centinaia di chilometri percorsi a seguito di scienziati, naturalisti, antropologi e colleghi columnists impegnati in vari progetti di caratura internazionale, è l’intenzione di approfondire gli esiti delle ultime ricerche scientifiche relative ai cambiamenti climatici e al ruolo che, nel loro sviluppo quanto mai rapido, ricopre la presenza umana sul pianeta Terra. Un’ingerenza “infestante”, quasi mai pacifica, che ha modificato radicalmente i delicati equilibri che da milioni di anni regolavano, tra estinzioni lentissime e altrettanto lentissime speciazioni, la vita animale e vegetale del nostro mondo. 

Basti pensare alla rana d’oro di El Valle de Anton, Panama, specie endemica dell’area, simbolo di fortuna, stampata addirittura sui biglietti della lotteria, estintasi in natura nel giro di dieci anni (ora è presenza, sempre a rischio, soltanto in cattività) a causa del Batrachochytrium dendrobatidis, un fungo introdotto nelle Americhe probabilmente attorno agli anni ’60 del Novecento dalle rane africane, che venivano importate perché utilizzate – udite udite – nei test di gravidanza (umani) – (Cap.1).

Oppure al rinoceronte di Sumatra, che ha camminato sulla Terra, indisturbato e pacifico, giusto per quei banali venti milioni di anni e che oggi sopravvive solo nelle riserve, ridotto a poche centinaia di esemplari a seguito del disboscamento del suo habitat naturale cominciato alla fine dell’Ottocento, e che riesce a riprodursi in cattività solo grazie alla devozione di un coraggioso manipolo di studiosi (Cap. 11). 
Naturalmente, come si può ben intuire, il problema non si limita soltanto alla scomparsa di alcune specie qui e lì ma alle reazioni a catena che nascono da queste sparizioni improvvise, sempre più frequenti e tutte originate dall’intervento umano. Ad esempio la disgregazione della barriera corallina e, in conseguenza, di tutto il suo habitat faunistico a causa dell’acidificazione degli oceani – questione che va a braccetto con l’innalzamento delle temperature (Capp. 6 e 7) – o la moria di ben 6 milioni di pipistrelli nordamericani Myotis lucifugus sterminati in pochi anni da un fungo importato dall’Europa (Cap.10, intitolato per l’appunto “La nuova Pangea”).

Elizabeth Kolbert riesce nell’impresa di costruire un’opera che, come indicato dalla giuria del premio: forces readers to consider the threat posed by human behavior to a world of astonishing diversity” grazie prima di tutto alla completezza e alla specificità della documentazione. Proprio per questo motivo il testo, solidissimo nella bibliografia e nelle fonti, risulta credibile e fortemente sconcertante mentre l‘impostazione di chiaro intento divulgativo, che comunque quasi mai (s)cade nella trappola della cronaca sensazionalistica, rende “The Sixth Extinction” una lettura accattivante e scorrevole.

Qui di seguito i twitts che hanno accompagnato questa lettura estiva e i links ai vari approfondimenti (solo alcuni tra i tanti) che la stampa nazionale ed estera ha dedicato all’argomento e che ADC ha segnalato nel corso di questi ultimi mesi. Ringrazio @NeriPozza per i retweets e per il supporto nella ricerca bibliografica e Riccardo Staglianò per la gentilezza nel segnalarmi la sua intervista all’autrice, che non ero riuscita a recuperare sul web.


Buona lettura 🙂

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