"Tempi glaciali", di Fred Vargas

(…) il tizio tetro all’ingresso e, più in là, un donnone che le fece paura, poi un biondino scialbo che non le diede alcun affidamento, poi un uomo calvo che somigliava a un vecchio uccello appollaiato sul nido, nell’inutile attesa di un’ultima covata, un tale che leggeva (…) una rivista sui pesci, un grosso gatto bianco che dormiva su una fotocopiatrice, un pezzo d’uomo che sembrava pronto a sbudellare tutti quanti. (…) Un tizio panciuto, molto elegante ma un po’ informe, che trascinava i piedi, la incrociò lanciandole uno sguardo azzurro e nitido. (…)Lì riposava un essere sonnolento, giacca di tela nera scolorita e t-shirt dello stesso colore, piedi appoggiati sul tavolo” (pag.26-27)

Eccoli qui, ci sono più o meno tutti, i bislacchi membri dell’Anticrimine, 13esimo arrondissement, Parigi. Di ritorno dopo quattro anni di assenza che si sentono, pesano e forse anche prudono.
Un ritorno che ha quasi il sapore di certi malinconici addii.

A partire dalle vicende personali dell’indiscussa regina del polar, neologismo tutto francese che sta ad indicare l’opera di fiction a metà strada tra il poliziesco e il noir, che alla fine del 2014 si vede costretta a cambiare editore (ora Flammarion), vittima forse pure un po’ inconsapevole di un ordinario bisticcio tra superego del settore (Viviane Hami, che la pubblica dai suoi esordi nel 1994 e da cui non si sarebbe mai separata, come aveva sostenuto in più di un’occasione, controFrançois Samuelson, il suo agente letterario).
E che ritorna finalmente sulla questione Adamsberg, vuoi per adempiere a necessità contrattuali, vuoi per ovviare a un persistente fastidio.

Lo fa con aristocratico stile, regalandoci un’avventura livida, tanto più densa quanto più affonda le radici in un passato storico reale e concreto che ancora inquieta i sonni di molti francesi e che l’autrice, grazie alla preparazione tecnica, maneggia con accuratezza di toni e di fonti: la Rivoluzione e gli anni di Robespierre.
Quasi un colpo di coda e di orgoglio; a dire che se di ritorno occorre proprio parlare, quel che manca non è certo la grazia; a confermare il convincimento, radicato nei lettori più affezionati, che l’assenza di Adamsberg sia frutto di atto volontario e non di carenza di ispirazione.

Un morto nella vallée de Chevreuse. Interrogatori, figlio nervoso bello come una ragazza, segretario dotato di una strana memoria, un allevamento, un bruto che lo dirige, una donna che abita in una capanna nel bosco, la locanda, la ghigliottina di Luigi XVI, una torre maledetta piena di guano di corvidi, il tutto in un posto che chiamano il <> e che non figura sulla carta geografica” (pag.95)

Due suicidi che ovviamente suicidi non sono, una vecchia storia di una gita nelle terre d’Islanda finita in tragedia, un’associazione – la Società di studi sugli scritti di Robespierre – che riporta in vita “L’Incorruttibile” e tutto il suo tempo fosco per mezzo di rappresentazioni realistiche e storiograficamente ineccepibili.

L’immagine è tratta da Primordial Landscapes”, Feodor Pitcairn. Powerhousearena.com, Brooklyn, NY
[Credits: buzzfeed.com]
Volume fotografico, non ancora edito in Italia, dedicato al paesaggio islandese 
di cui @IlLibraio ha recentemente dato nota, cfr.
@PrudenzanoAnton http://www.illibraio.it/lislanda-primordiale-libro-fotografico-gallery-241070/

Di Tempi Glaciali colpisce infatti lo strumento del surreale, utilizzato fino al limite estremo concesso al genere letterario, con lo scopo di creare una dimensione di sogno, parallela ma assolutamente verosimile, all’interno della quale si muovono i protagonisti. Un mondo onirico, di evocazioni crepuscolari: dall’isoletta islandese invasa da una nebbia perenne e abitata, si dice, da uno spirito potente e bizzarro, fino alla sala delle assemblee, un teatro umido e freddo, male illuminato da candelabri pericolanti e sierosi, all’interno del quale più di settecento persone mascherate di tutto punto con marsine, cerone e parrucche assistono alla rappresentazione di uno dei più cupi periodi della storia di Francia e dell’Europa intera.
In mezzo stanno i consueti protagonisti, che percorrono lenti le strade della modernità, fuggendone gli eccessi per quanto possibile e facendo proprie al contrario – ma senza alcuna affettazione, anzi quasi soffrendone nell’intimo, come fossero ceppi di prigione – pagine di un passato che sembra portare con sé più fastidi che sollievi ma che comunque è necessario conservare: il senso di appartenenza alla propria terra, le tradizioni popolari, l’identità nazionale, la cura per gli affetti familiari e le relazioni interpersonali.
(E al diavolo il tölva, con l’abituale ironia che la Vargas non manca mai di utilizzare specie, come al solito, nelle parti dialogate).
A far da contrappunto c’è l’idea di fondo che l’autrice ha sempre rivendicato e che si mantiene limpida anche in quest’opera: la sostanziale semplicità delle intenzioni. Di certo avete sbagliato strada se cercate in Vargas delitti raccapriccianti, serial killer ultra violenti, pagine di tecnica investigativa, sangue a fiumi, anatomopatologi forensi, superpoliziotti o in alternativa detective psicologicamente disturbati con tormentate tragedie familiari alle spalle.
Una trama di stampo classico, insomma, lineare alla base e complicata non da elementi imprevedibili ma esclusivamente dalla varietà del reale che mischia le carte e spesso le confonde, ma non le cancella. Personaggi concreti che non cadono mai né nello stereotipo di genere e neppure nell’equivoco di una fissità plastificata e atemporale da serialità cinematografica.
Perché il “giallo” alla Vargas altro non è se non la celebrazione della mente umana in tutta la sua limpidezza di intenti: passione, sentimento, timori, rancore, gelosie, odio.
Un giallo a enigma la cui risoluzione non rientra nei canoni del poliziesco deduttivo e non conta tanto al fine di assicurare alla giustizia il malvagio di turno (e dimostrare ancora una volta che l’autorità di pubblica sicurezza ha svolto egregiamente il proprio ruolo di vigilanza sulla comunità) ma più che altro a sondare in primis le dinamiche della psiche, e degli inseguiti e degli inseguitori; fino a giungere a una nuova consapevolezza e a un mondo migliore, non necessariamente epurato dall’elemento negativo quanto, piuttosto, solo un po’ più cosciente della sua inevitabile presenza.
Il punto, però, è che Camille non c’è.
Chi segue Adamsberg dagli inizi sa di cosa si sta parlando. Per gli altri, non c’è nulla da fare se non iniziare a sbrogliare la matassadall’inizio e comperare “La trilogia Adamsberg”.
E’ un’assenza che nel più puro stile Vargas potrebbe passare inosservata. Eppure, siccome da Adamsberg abbiamo imparato che l’importante è dar retta ai girini che saltano quasi invisibili nelle pozzanghere, pensa che ti ripensa (non più di sette volte, però) arriviamo a capire di come sia invece concreta e importante.
Il tempo che il commissario ha passato senza Camille, quattro anni di silenzio nella penna della scrittrice e non sappiamo quanti nella realtà romanzata (una briciola di indizio c’è, sia mai che Vargas non ci prenda un po’ in giro; a voi il compito di recuperarla), restituisce un Adamsberg più cupo del solito, più svagato che mai. Ci pare anche invecchiato, un sentore di stanchezza – di arrendevolezza nei confronti di un presente sempre meno comprensibile – se non nel corpo almeno nello spirito e nei modi che addirittura vengono messi in discussione [ndr: cielo, a naso si direbbe quasi un ammutinamento] da una parte consistente del 13esimo arrondissement che oramai fatica a seguire le peregrinazioni fisiche e mentali del commissario più discusso di Parigi. Fino a che punto il duo Adasmberg-Vargas sia consapevole di tutto ciò, e fino che punto ne sia in qualche modo fautore, questo non è dato saperlo e il dubbio rimane (vedi sopra alla voce “atto volontario”).
E’ un’assenza che ci parla di mutamenti perché il “giallo alla Vargas” presuppone l’evoluzione continua dei propri protagonisti – altro punto che lo caratterizza e lo differenzia da altre opere del medesimo genere, come si è già annotato sopra. Protagonisti che la Vargas non si sente in grado di governare fino in fondo ma che, in ogni sua opera, tratta con lo stesso rispetto con cui il naturalista osserva la fauna oggetto della ricerca sul campo: da lontano, in silenzio, unicamente per quel tanto di consentito, con la deferenza che si deve a tutte le creature selvatiche di cui, per altro, non si riesce a misurare con adeguata precisione né l’intento né la prestanza fisica.
Un’assenza, insomma, che ci sussurra di inevitabili trasformazioni.
Chissà che non siano anche questi, i tempi glaciali a cui l’autrice fa riferimento nel titolo.

Tempi senza Adamsberg che per ora, alla fine di questa avventura, lasciamo lontano, perso nelle nebbie fisiche dell’Islanda e metafisiche del suo destino personale; e che ora ci fanno guardare al suo mondo con un po’ di malinconia.

Buona lettura 🙂

Soundtrack (irriverente): Family of the Year, “Hero”

[So Let me go / I don’t wanna be your hero / I don’t wanna be a big man /Just wanna fight like everyone else
Your masquerade / I don’t wanna be a part of your parade]

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