“La ragazza della palude”, di Delia Owens (trad. Lucia Fochi)

“Cosa vuol dire, dove cantano i gamberi di fiume? Lo diceva anche mamma. Vai più lontano che puoi, fino laggiù, dove cantano i gamberi di fiume”

Ma che bello, questo racconto di cose piccolissime e immense. Ambientato nella North Carolina degli anni ’50, tra gli acquitrini e le paludi che caratterizzano quel pezzo di costa atlantica, “Where the Crawdads Sing” è il romanzo d’esordio di Delia Owens, coautrice di tre saggi bestseller sulla sua vita da naturalista in Africa e vincitrice del John Burroughs Award. Protagonista è la piccola Kya, Catherine Danielle Clark, che nessun abitante del villaggio di Barkley Cove chiamerà mai con questo suo nome, preferendone un altro, di giudizio e disprezzo, reverenza e timore: è la ragazza della palude, quasi una strega di bosco o una fata maligna alla congiunzione tra la terra e il mare, tra il dolce e il salato, come la laguna stessa. Abbandonata prima dalla madre e poi dai fratelli, scappati per fuggire a un padre reduce di guerra – alcolista e violento – e a una vita di stenti dentro una baracca scalcagnata, Kya è figlia della miseria e del degrado sociale; cresce da sola nella laguna, in un isolamento quasi completo, circondata da una natura incontaminata che diventa maestra di vita, compagna di avventure, dura dispensatrice di regole e destini.

“La ragazza della palude” racconta di come si diventa grandi, come si può venire a patti con la propria sorte e anche come sia inevitabile, a volte, esserne per certi versi vittime: il ritrovamento del cadavere di un giovane di buona famiglia precipitato da una torre antincendio, infatti, a un certo punto spinge la polizia sulle tracce della ragazza, in un complicato gioco di indagini e testimonianze in flashback che raccontano non solo la storia di Kya ma anche quella, così comune e verosimile, di una comunità rurale americana tipica nelle criticità, ipocrisie, razzismi ma anche nello spirito di aiuto reciproco e nel senso di appartenenza.

“La ragazza della palude” è un bell’esempio di (new) nature writing, quel particolare genere di romanzo all’interno del quale la natura cessa di ricoprire il ruolo di mero strumento contestualizzante per assumere invece quello di co-protagonista, in maniera da creare un rapporto strettissimo con gli altri personaggi della vicenda. Per scrivere bene di nature writing occorre competenza ed estrema precisione, qualità che non difettano nell’autrice, e la prontezza nel gestire le pagine all’interno delle quali occorre in qualche modo sospendere la narrazione della storia in sé a favore delle parti descrittive, che in quest’opera risultano calibratissime, di un equilibrio delicato, simile alle pennellate di un’acquerellista esperta… e non si può dir di più, per non rovinare la sorpresa di una trama ricca di spunti, temi e immagini poetiche.

Il mio scrivere di new nature writing però non è una svista. E’ perché in realtà “Where the Crawdads Sing“, a quanto mi pare, contiene in sé quel superamento del concetto di cui sopra che si spinge fino a un altro punto dell’analisi sul “dire attraverso natura”: un mondo letterario ancora più sotterraneo in cui la Natura non è più soltanto co-protagonista ma in un certo senso torna alle origini imperscrutabili; da qui l’importanza di tanti punti quali ad esempio il concetto di fauna e flora che riprendono i propri spazi, l’idea del viaggio (Kya si sposta in barca, da una laguna all’altra, sempre in movimento), del diario (di cui Kya fa uso), o la narrazione per immagini, l’archetipo dell’isola e dei non-luoghi (e quale migliore non- luogo di un lembo di spiaggia che non appartiene né al cielo, né alla terra, né al mare), il misticismo (il valore dell’esperienza catartica nel rapporto con la dimensione naturale) e in special modo la riflessione sull’inutilità del linguaggio codificato (ndr: la protagonista è, di fatto, analfabeta per gran parte della narrazione).

E’ un bel respiro, questo modo di leggere; mi è stato di conforto in questi giorni difficili: tra le piccole cose, conchiglie, piume di uccelli selvatici, lucciole e orme nascoste, felci e canne, e tra quelle immense – i cieli autunnali, le rotte dei migranti, le onde dell’oceano e il senso del tempo che passa, ecco sono riuscita a pensar meno a me stessa; a sentirmi parte di un qualcosa che non comincia con me, e neppure finisce.

“I mesi passarono e l’inverno, come fanno gli inverni del Sud, prese posto con garbo. Il sole, tiepido come una coperta, avvolgeva le spalle di Kya e la invitava a spingersi sempre di più nell’acquitrino. A volte sentiva rumori notturni che non conosceva o sobbalzava per lo scoppio di un fulmine troppo vicino, ma ogni volta che inciampava, la terra era lì ad accoglierla, finché alla fine, senza dire nulla, il dolore al cuore se ne andò, come acqua infiltrata nella sabbia. Sempre lì, ma molto, molto in fondo. Le mani appoggiate su quella terra umida e palpitante; e il pantano diventò sua madre”

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