“Una di Luna”, di Andrea De Carlo

“Non va bene proprio per niente, Margherita” ha detto lui. “Siamo su un piano inclinato che ci sta facendo scivolare dritti verso una palude medievale” (pag18)

Degli ultimi De Carlo s’è detto un po’ di tutto. S’è detto che gli argomenti tendono al ripetitivo, che le strutture formali più che consolidate dovrebbero essere definite meccaniche, s’è detto che De Carlo, abbandonata la vis polemica, corre il rischio di ripiegarsi su una certa “letteratura per signore”, producendo testi di qualità discontinua. Posto che Andrea De Carlo è sempre stato autore prolifico e che più aumenta la quantità più – è un fatto che vale per chiunque – aumenta la probabilità che non tutte le opere raggiungano il medesimo livello, posto che Due di due resterà sempre Due di due e fine della storia, personalmente non sono d’accordo con chi ne decreta il decadimento.

Le ragioni le ho (ri)trovate tutte qui, in questo ultimo romanzo che leggo con molto ritardo ma si sa, i miei libri prendono la strada che vogliono.

Andrea De Carlo non ha mai vissuto fuori dal concreto, anzi è uno dei pochi autori italiani attivi da decenni che, mi pare, si espongono a descrivere la realtà così com’è, evitando di rintanarsi nel racconto decontestualizzato – buono per qualsiasi luogo lago e pubblico – o in un passato di vagheggiamenti e recupero. Soltanto, De Carlo impiega i propri tempi per analizzare questi spazi che lo circondano – il che per quanto mi riguarda non è sempre un male, il rivendicare quel po’ di calma in più senza farsi prendere dalla frenesia del dire subito. Questa volta è per l’autore il momento del mondo rarefatto dell’alta cucina (non una novità per lui, da sempre interessato al cibo, alla questione di come ne fruiamo, di quel che c’è, dietro all’atto del mangiare), la cui analisi inserisce tuttavia in un contesto estremamente attuale, quello dell’overtourism culinario e dei reality show per aspiranti cuochi.

In una Venezia strapazzata dalle aspettative dei turisti low-cost, tra speculatori, incompetenze, traffico e confusione – ma anche silenzi e tramonti luminosissimi, profumi di frutta, verdura, erbe aromatiche e cassette di pescato – si snoda la vicenda della quarantenne Margherita, figlia unica del grande Achille Malventi, fascista, orfano, foresto a Venezia (è abruzzese), molesto, seccante, acido, caduto in disgrazia economica a causa dei suoi deliri di onnipotenza – ma chef illuminato, il migliore della città lagunare. Tanto che un suo ex allievo, divenuto una stella della televisione di tema gastronomico, lo invita alla trasmissione “Chef Test” per una dimostrazione culinaria agli aspiranti cuochi. Ovviamente data la caratura di Achille – che accetta la proposta unicamente con l’intento di mettere in ridicolo i colleghi e riaffermare il proprio ruolo all’interno del pantheon – niente andrà come deve andare.

“E’ vero che la mia apprensione nei suoi confronti si è accentuata adesso che è anziano e non ha più il suo ristorante, ma ce l’avevo anche quando era un energico chef sessantenne sulla cresta dell’onda, e io una ragazzina che non sapeva niente del mondo” (pag28)

“Una di Luna” è un breve romanzo familiare che con ironia e speditezza racconta una fetta consistente della nostra contemporaneità – almeno, quella pre-virus. Il racconto del set con le falsità del trucco e del montaggio, di quel – linguaggio – televisivo – che – si – fa – sempre – interrotto – e – scontato – nella – sua – spettacolarizzazione – drammatica, perché dipendente dalle pause a effetto della sceneggiatura e dai cartelloni del gobbo, va di pari passo col racconto della storia personale di Margherita grazie alla quale De Carlo riesce ad esplorare in maniera profonda e mai prevedibile quella parte dell’animo femminile che spesso resta intima, non condivisa. Ecco allora il rapporto col padre, ottovolante continuo di sentimenti impediti, e l’emancipazione attraverso il lavoro (cuoca anche lei, per nemesi – in un mondo di maschi). Margherita non è un personaggio costruito e la prova è data dal fatto che non si fa amare quasi per niente: è donna indecisa, talvolta molto poco politically correct, succube del padre, invischiata in un ruolo di sostituta consorte da cui non si capisce se non voglia o non possa svincolarsi, e da ultimo ma non ultimo incastrata in una relazione pluridecennale con un fidanzato più scialbo di lei. Unica redenzione è il lavoro, quell’eredità paterna di talento e intuito che l’ha resa indipendente e stimata all’interno di una dimensione di cucina che se da una parte non si avvicina certo al minimalismo di un poco spacciato per autentico, dall’altro ha l’intenzione di recuperare un approccio più genuino, etico, conviviale, si direbbe quasi sacro, con il nostro cibo e con le persone con cui lo condividiamo.

Qui, nel contemplare il dentro e il fuori, sta a mio parere la freschezza di un De Carlo che non ha perso quel piglio polemico di cui si diceva sopra ma lo ha soltanto trasformato, per via dell’età e attraverso un’osservazione del mondo che secondo me s’è fatta molto meno dipendente da quegli aut-aut che in certe opere degli anni passati – ecco lì sì – l’autore si poneva a criterio imprescindibile e di conseguenza stereotipato. Anche Achille Malventi è un personaggio poco costruito e proprio questa sua concretezza – tra crisi di ira malcontrollata, attacchi di isteria, vaghe amnesie geriatriche – per paradosso diviene in un certo senso l’espressione non di un tipo ma di un possibile futuro che riguarda noi tutti.

“Una di Luna” è un bel libro pre-pandemia perché ci fa pensare in qualche modo anche al dopo. E’ uno di quei libri che forse aveva cercato di avvisarci dell’uragano imminente. Chissà che De Carlo non possa diventare, proprio lui, col suo stile lungo e scivoloso, di paratassi e aggettivi, col suo sguardo del dentro che non manca di riflettersi nel fuori, uno di quei pochi scrittori (e scrittrici) che saranno in grado di raccontarci il virus – sì, tra qualche anno, non proprio subito.

Nota: ho letto “Una di Luna” anche perché racconta di Venezia. Venezia che quest’anno non potrò andare a trovare, Venezia allagata, Venezia dove tutti quelli che conosco vanno perché fa figo ma dove nessuno di quelli che conosco è andato per dare una mano, quando quest’autunno ha rischiato di scomparire sommersa dalla marea. Venezia chiusa e vuota dopo il virus, prosciugata dai turisti, il cui esserci e non esserci è sempre e comunque condanna. Non sarà l’unico libro che leggerò quest’anno su Venezia, ne ho altri sul comodino, vedremo quale strada prenderanno.

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