“Orizzonte perduto”, di James Hilton (trad. Simona Modica)

“Ho trovato proprio dei bei libri [scrisse]. Tutti di seconda mano, perciò forse li hai letti anche tu. Romanzi: Orizzonte perduto di James Hilton, che parla del Tibet” (“I Cazalet – Confusione”*)

“Ebbene, anche in questo caso, vi sono due modi differenti di vedere le cose. Perbacco, ma pensi a tutti coloro che darebbero quanto possiedono pur di trovarsi in un luogo come questo ed essere fuori dai pasticci, e invece non possono uscirne! … Siamo in prigione noi o loro?” (“Orizzonte perduto”, pag184)

Se le letture fantastiche e fantascientifiche continuano a sedurvi nonostante il periodo, credo potreste apprezzare una bella favola dal sapore antico. E’ “Lost Horizon” dello scrittore e sceneggiatore James Hilton (Leigh, 1900 – Long Beach 1954), un romanzo d’avventura che per ambientazione e temi appartiene al ricco sottogenere del “mondo perduto”.

L’opera è del 1935, epoca d’oro per questo tipo di narrativa – dal suo capostipite Arthur Conan Doyle fino ovviamente a Verne, Haggard, Lovercraft e altri ancora – e narra attraverso un appassionante gioco di racconto-nel-racconto il caso di quattro persone – molto diverse tra loro – che per un curioso scarto del destino giungono al monastero di Shangri-La, leggendaria e misteriosa località nascosta tra le valli delle altissime montagne tibetane.

Ho amato molto questo libro. (Ndr: me l’ha fatto scoprire Clari* – anche lei, sì, l’amerò per sempre: oh Clari, che meraviglia gli anni Trenta, l’ombra di caminetti accesi, sigari profumatissimi, tazze di tè dall’aroma misterioso e inebriante, treni dalle destinazioni sconosciute, eserciti, divise militari, servitori di Sua Maestà, il Siam, Shangai, l’archeologia dell’esotico). Prima di tutto per la dinamicità della traduzione, di sapore retrò, mosso e policromo. Poi per gli incastri perfetti, un continuo gioco di piani temporali diversi all’interno dei quali, attraverso un racconto a più voci, la verità si fa ricordo, poi storia – e infine leggenda. Tanta parte ha fatto anche questo Tibet d’impressione coloniale che tuttavia mantiene accanto all’esotico che inevitabilmente lo contraddistingue anche quella maestosa impenetrabilità che l’occidentale non può in alcun modo violare. E’ proprio bravo Hilton a recuperare questo aspetto, affiancando l’imprescindibile fascino dell’Oriente estremo, di cui l’autore mostra una conoscenza estremamente accurata, a un rispetto colmo di umiltà e gratitudine nei confronti di una cultura millenaria, nel nome di una visione lontanissima dallo stereotipo – e se vogliamo molto più moderna di quella attuale.

“I picchi mandavano un riflesso gelido: maestosi e remoti, pur senza nome, avevano una dignità particolare. Inferiori in altezza ai più noti colossi, forse appunto per quelle poche centinaia di metri in meno si salvavano per sempre da esplorazioni alpinistiche, perché offrivano un minore allettamento agli ostinati superatori di record. (…) La passione occidentale per i superlativi gli pareva di cattivo gusto” (pag49-50)

A proposito di attualità dei temi, accanto alle critiche sociali presenti nel testo, caratteristica di tanta parte della narrazione distopica (tra cui per esempio la condanna della guerra quale elemento distruttivo prima di tutto della psiche, dell’arricchimento a qualsiasi costo e di certi vissuti coevi, dal colonialismo alle abitudini aristocratiche), mi occorre segnalare altri due argomenti, perché se è vero che i libri hanno le loro questioni di cui parlare, è vero anche che spesso ci parlano di questioni che vogliamo sentire.

“Non era possibile invece che non loro, le razze orientali, fossero particolarmente lente, ma piuttosto fossero gli inglesi e gli americani a galoppare per il mondo in un continuo e assurdo stato febbrile? (pag89)

Da una parte difatti c’è il superuomo occidentale, con l’ascesa dei totalitarismi e il successo del sé, a far da ombra gigante e nerissima dietro alle montagne, a cui fa da riscontro il disperdersi dell’io nella contemplazione del Buddha (bellissime le pagine di new nature writing con la descrizione di un mondo potentissimo, aguzzo, respingente che tuttavia accoglie in un abbraccio d’impermanenza colui che è pronto ad accettare, nella reverenza della compassione); dall’altra il senso della solitudine e della reclusione, e della capacità di contenere un destino non scelto, accostandosi al nuovo che arriva benché del vecchio, inevitabilmente, porterà nostalgia.

Sarà l’uragano, figlio mio, come il mondo non ne ha mai visti. Invano si chiederà sicurezza alle armi, appoggio all’autorità, aiuto alla scienza. L’uragano infurierà finché ogni fiore di bellezza sia calpestato, e tutte le cose umane siano livellate in un caos immenso” (pag199)

Nota: questo è stato l’ultimo libro cartaceo entrato qui in casa, a fine febbraio. L’avevo ordinato alla mia libraia della Feltrinelli dopo averne letto nei Cazalet, con le mie amiche – che mi mancano così tanto. E’ bello per me, sempre commovente, come i libri conservino la loro strada, il loro significato, indipendentemente dalle tempeste che gli girano intorno.

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