"il tè nel deserto", di Paul Bowles

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La trama è nota. Port e Kit Moresby, facoltosi New Yorkers poco più che 30enni, insieme all’amico George Tunner intraprendono – un po’ per moda e un po’ per noia – un coraggioso viaggio nell’Africa del nord. Siamo nell’immediato Dopoguerra.

Tra Kit e Port i rapporti sono difficili: dopo dieci anni di matrimonio l’intesa tra i due è perduta, naufragata tra convenzioni sociali da rispettare per necessità e un’intimità poco condivisa. Kit, creatura inquieta e delicata, non nasconde l’irritazione per un viaggio che non condivide e che ritiene privo di significato.
Presto annoiato dalle città asfissianti del Maghreb, desideroso di scoprire a tutti i costi l’esotico e misterioso fascino del deserto in tutta la sua meraviglia e di mostrarlo a Kit, che cerca di riconquistare allontanandola in tutti i modi da Tunner (avversario quanto mai improbabile e innocuo), l’irrequieto Port dà il via ad una vera e propria fuga nell’entroterra, insieme alla moglie, verso il cuore del deserto. Questa corsa a perdifiato alla ricerca del Sahara e di se stessi porterà i due protagonisti alle estreme conseguenze che tutti conosciamo.

Difficilissimo inserire il libro entro precise categorie di lettura. Gotico romanzo sentimentale, studio di caratteri ove la trama non è che secondaria, romanzo introspettivo e psicologico (con un tocco di freudiana memoria).

Credo che una valida chiave di lettura si potrebbe ottenere leggendo il libro seguendone i contrasti stridenti che lo caratterizzano.

Prima di tutto, il titolo. L’originale inglese “The sheltering sky” (intraducibile in italiano) si rivela utilissimo per comprendere i vari livelli di lettura di questo romanzo.
Ecco gli ultimi pensieri di un Port ormai devastato della febbre tifoidea: Aprì gli occhi, li richiuse, vedendo soltanto il cielo sottile che si stendeva in alto a proteggerlo. Lentamente si sarebbe formata una fessura, il cielo si sarebbe ritirato, ed egli avrebbe visto quello che non aveva mai dubitato vi fosse, al di là, avanzare verso di lui con la velocità di un milione di venti. Il suo grido era una cosa separata accanto a lui, nel deserto. Continuava, incessante (pag. 196).
Appare una stella nera, un punto di tenebra nella luminosità del cielo notturno. Punto di tenebra e porta spalancata sulla pace. Protenditi, penetra oltre il tessuto impalpabile della protezione del cielo, trova riposo (pag. 198).
Il cielo di Port protegge dall’infinito che spaventa e come una coperta leggera lo ripara dalle emozioni troppo forti, da ciò che non vogliamo vedere, da ciò da cui ci nascondiamo, dal potere terribile della vita e della morte.
Il cielo di Port nasconde Kit dietro a convenzioni sociali e mancanza di intimità, nasconde la difficoltà di entrambi a interfacciarsi con se stessi e con gli altri e di capire i bisogni reciproci.
(Siamo così sicuri che Kit abbia bisogno di un viaggio estremo, lei, così delicata e fragile, così disperatamente alla ricerca di un senso da dare alla propria vita e a ciò che la circonda? Non è piuttosto Port, a non essere in grado di capire i reali bisogni della moglie, che non è attratta da Tunner spinta da un reale sentimento, quanto piuttosto perché vede in lui ciò che il marito non è: un uomo energico, solare, socievole, rassicurante nella sua semplicità forse banale ma così concreta? La conclusione del viaggio personale di Kit ci darà una risposta).

Il cielo del deserto, tuttavia, non è un cielo che protegge. Il sole abbacinante e violento e il vento arido e sabbioso non fanno altro che togliere veli e spalancare porte nascoste. Scopre i desideri nascosti e anestetizzati da anni, sradica comportamenti dati per acquisiti, riapre vecchie ferite che eravamo riusciti a nascondere così bene, a noi stessi e agli altri.
Kit e Port, entrambi alla ricerca di una rivelazione, cadono vittime del loro eccesso e della loro incapacità di affrontare il deserto esteriore e quello interiore.

Port, disincantato e scettico, ma nel profondo così desideroso di nuove esperienze, così impaziente di sperimentare nuove sensazioni – al punto di rifiutare di sottoporsi alle vaccinazioni preventive richieste per il viaggio – non vedrà nulla e non sentirà nulla. Per una crudele legge del contrappasso, il Port sano e vigoroso non riuscirà a godere delle meraviglie del deserto, pur volendolo strenuamente. E nel momento in cui arriverà a toccare la verità ultima del suo viaggio, cadrà malato e inerme, e terminerà la sua avventura non sotto il cielo del Sahara, ma in una stanza angusta dell’ultimo avamposto occidentale ai confini con le sabbie. Sua moglie, da sola e pagando un prezzo altissimo, arriverà nel cuore del deserto e di se stessa, luoghi a lui definitivamente preclusi.

Kit infatti, la persona meno interessata al viaggio e alla scoperta, sarà alla fine l’unica dei tre viaggiatori a raggiungere il cuore del deserto e le sue verità nascoste. Kit che non ha mai fatto mistero della sua avversione per il viaggio intrapreso, che non ha mai negato il suo disagio e la sua irritazione di fronte alla scelta estrema del marito che ha preferito il Magreb a un tranquillo soggiorno in Italia, meta indiscussa del più classico dei Grand Tour.

Le verità raggiunte da Kit – quelle verità a cui il marito voleva arrivare tenendola per mano – sono realtà non mediate dalle convenzioni occidentali, lontane da tutti i luoghi in cui vengono ricreate alla perfezione minuscole e fragili imitazioni dell’Inghilterra post bellica: tranquille signore dai baschetti di sughero color caki e dai colletti bianchi inamidati, tazze di tè pomeridiane, distinti viaggiatori equipaggiati di occhiali da lettura, giacca, bastone e cappello.
Il viaggio all’interno del deserto voluto da Port trascina Kit, la spoglia degli alberghi in stile europeo, dei compagni di viaggio occidentali, dei mezzi di trasporto a motore importati dall’Europa, e infine dei suoi vestiti a lei così cari.
Le stanze in cui Kit si ritrova a nascondersi, trascinando con sé un Port sempre più vittima del delirio, perdono via via le loro caratteristiche europee per assumere sempre più la fisionomia magrebina. Per attraversare il deserto, Kit cavalcherà cammelli, indosserà le stoffe Tuareg, si coprirà i capelli con un turbante, si travestirà addirittura da uomo per non attirare attenzione all’interno di un suq. La sua pelle, lattea come quella di tutte le ragazze di buona famiglia dell’epoca, diventerà scura e abbronzata. I suoi rossetti Helena Rubinstein resteranno inutilizzati nella pochette, che si terrà stretta al cuore, salvagente alla deriva. Indosserà collane e parteciperà a rituali e cerimonie che nulla più avranno a che fare con la sua terra di origine.

L’unico viaggiatore privo di aspettative di alcun genere, Tunner, uomo concreto, aperto ad ogni esperienza e curioso, è transitato dal deserto indenne; deserto che, in verità, ha soltanto intravisto, così come non è stato capace di conoscere nel profondo l’animo di Port e i desideri di Kit.

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