“L’enigma della camera 622”, di Joël Dicker (trad. Milena Zemira Ciccimarra)

“Secondo Bernard, un ‘grande romanzo’ è un quadro. Un mondo che si offre al lettore, il quale si lascerà catturare da questa immensa illusione creata con colpi di pennello. Il quadro mostra della pioggia e ci si sente bagnati. Un paesaggio glaciale e innevato, e ci si sorprende a rabbrividire. E diceva: ‘Sa chi è un grande scrittore? Un pittore. Nel museo dei grandi scrittori, di cui tutte le librerie posseggono la chiave, ci aspettano migliaia di tele. Se ci entri una volta, diventerai un habitué’” (pag315)

Da qualche tempo riesco a circondarmi di libri meravigliosi. L’ultimo della serie è questo enigma della camera 622, il nuovo lavoro di Joël Dicker. Seicentotrentadue pagine che si mangiano così, una dopo l’altra, di ogni parola apprezzando la limpidezza e la pulizia del gusto, dell’atmosfera, del pensiero e della cura estrema che sta dietro a ogni minima scelta – di forma e sostanza.

Il rompicapo della camera chiusa è il cadavere steso, due colpi di pistola sparati a bruciapelo, sul pavimento della lussuosissima suite 622 dell’hotel Palace de Verbier, nelle Alpi svizzere del Canton Vallese: un albergo principesco, riservato a una clientela selezionata, esigentissima; tutto torrette e tetti spioventi, è circondato dalla foresta di pini e affacciato a strapiombo sulla valle del Rodano, immerso nella neve e nel freddo di un inverno di quindici anni fa. E’ un caso irrisolto, quello del neo eletto Presidente della Banca Ebezener (istituto privato tra i più noti in Svizzera) trovato morto a poche ore dall’elezione avvenuta durante la convention annuale della banca, uno degli eventi più esclusivi della stagione ginevrina.

Spiace, lo diciamo subito: all’hotel Palace de Verbier è inutile che andiate, la camera 622 non esiste più. Al suo posto fa bella mostra di sé una targhetta, “621bis”, che rivela la ferrea volontà del direttore dell’albergo, dei suoi dipendenti e della buona società che ancora frequenta l’hotel nell’adagiare sulla vicenda una coperta morbidissima di silenzio denso e impenetrabile, fitto come la coltre di neve e di freddo che ricopriva Verbier la notte tra il 15 e 16 dicembre di quindici anni prima. Il silenzio, però, spesso fa più chiasso di un carnevale. E così capita – forse per caso, forse no – che Joël Dicker, scrittore che nel romanzo interpreta se stesso tra dolori privati, incombenze quotidiane, tensione verso la creatività e necessità pratiche, si trovi a indagare prima per mera curiosità, poi con sempre maggiore impegno e coinvolgimento, sul delitto della camera 622 (pardon: 621bis).

“L’enigma della camera 622” è un romanzo d’atmosfera che possiede la capacità di stimolare la fantasia del lettore in un modo che poca fiction contemporanea può vantare – e che non per nulla si rifà alle ambientazioni di certi sguardi ottocenteschi mitteleuropei e ancora più profondi. La naturalezza con cui Dickel racconta di fortune immense, residenze maestose, gioielli, somme di denaro ingentissime, moquette, tappeti, abiti preziosi, bastoni da passeggio incastonati di diamanti, anelli d’oro e zaffiro come promesse di matrimonio, caminetti accesi e samovar, colazioni alla vodka e caviale, spie e intrighi internazionali – e all’opposto di povertà sconfinate, diaspore, cappotti nerissimi e valige di cartone, antiche canzoni e lingue perdute – insomma la naturalezza con cui Dickel racconta tutto questo non mostra solo l’ingegno di uno scrittore ma anche quanto sia profonda la comunanza di noi europei con questo sistema del narrare che prima di tutto è il recupero del rapporto tra fabula e intreccio – un’architettura che prevede anche l’utilizzo di piani temporali diversi per scivolare dal particolare di una vicenda privata al collettivo del Novecento europeo. Quella di Dickel è una narrazione ipnotica perché fonda la sua struttura sul potere del racconto in quanto tale (sì, facciamocene una ragione, sono seicentotrentadue pagine): del descrivere quel che è, di ciò che si vede, del piacere di immaginare, del dipingere: ambienti, personaggi, dialoghi, paesaggi – tra luci e ombre, cieli buissimi e novembrini, giornate limpide di sfavillanti primavere alpine.

Tant’è, “L’enigma della camera 622” è anche un omaggio di Dickel al carissimo amico ed editore Bernard de Fallois (1926-2018) che di arte, come dire, se ne intendeva parecchio.

Attorno al delitto e alla suite 622 danza una serie di personaggi infiniti, tratteggiati come su un quaderno antico, rilegato in pelle – attori dalle origini incerte, perse nel profondo di quell’Europa dell’est crocevia di novecento, guerre, culture, saperi, religioni. Una profondità di lettura che viene direttamente (chissà con quanta consapevolezza, questo mi incuriosisce) dalla commedia degli equivoci plautina e dallo scambio di persona di tradizione omerica, con Ulisse che si finge mendicante, con la divinità che si traveste da umano o da fiera per sedurre l’amata.

“L’enigma della camera 622”, col senso di profonda spiritualità – e un pizzico di zolfo – che porta con sé, è l’umile inchino dell’autore al diavolo-demone della scrittura – e in un certo modo a tutte quelle passioni furibonde, d’amore e di odio, di vendetta, arrivismo, desiderio, attaccamento, che rendono l’uomo capace di qualsiasi gesto, anche il più estremo.

[Nota sulla traduzione: una lingua che schiocca, quella di Milena Zemira Ciccimarra, attentissima al particolare, all’etimologia, alla ricostruzione non solo del significato ma anche del ritmo e della musicalità del testo. Qualche congiuntivo in più non mi avrebbe dato noia ma non si tratta mai di sgrammaticature quanto di mia pura ed esclusiva preferenza personale].

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