“Nel mondo a venire”, di Ben Lerner (trad. Martina Testa)

“Gli animali impagliati e gli sfondi dipinti dell’Ottocento apparivano al tempo stesso datati e futuristici: datati perché rudimentali nella tecnica e metodologicamente approssimativi e poco rispettosi; futuristici perché postapocalittici; era come se una razza aliena avesse cercato di ricostruire il passato del territorio desolato nel quale si era imbattuta. Mi ricordava il pianeta delle scimmie o altri film degli anni Sessanta e la cui distanza dal presente si percepiva soprattutto nell’estetica antiquata dei futuri che immaginavano; niente al mondo, pensai fra me e me, era così vecchio quanto ciò che era futuristico nel passato.” (pag186)

Faticosamente ho finito Nel mondo a venire. La verità è che non ricordavo nemmeno di averlo – m’è tornato in mente per la curiosità verso il nuovo lavoro di Ben Lerner, Topeka school; insomma questo “10:04” (sì, in originale è proprio così) era rimasto sullo scaffale dei non letti: l’acquistai perché mi pareva curioso, poi ne affrontai dieci pagine (ma avete mai pensato a come possa cambiare la percezione che si ha di uno scritto: qualche anno fa sono andata a sottolineare righe sulle quali rifletterei ancora ma anche altre che oggi non mi spiego il perché io le abbia furiosamente evidenziate spendendoci sopra strisce di mina 6B) e infine, immagino spinta da un certo tipo di sopraffazione, lo abbandonai – al primo giro di capitolo.

I pro sono che Ben Lerner – o almeno, il suo alter ego romanzato (un momento, forse questo è un contro: stiamo parlando di autofiction?) – di fatto è un tipo brillante. Pur dando soddisfazione a quei cliché che ci sistemano tutti più sollevati (“dormi bene, lettore, ti rimbocco le coperte, leggi queste pagine, non ne uscirai né sconvolto né in lacrime: andrà tutto bene“) perché corrispondono a quell’idea d’oltreoceano che piace tanto a noi esterofili residenti ai confini della provincia dell’impero – colto 30enne, newyorkese d’adozione, trasandato quanto basta, poeta, professore universitario, inserito nei contesti necessari, quel misto d’elettrizzante artistico sperimentale decadente che fa immaginario collettivo – insomma (va bene, respiro) pur con tutto quanto sopra che restando così le cose ne farebbe la bella copia maschile di, che so, Ottessa Moshfegh o Sheila Heti (perché alla fine tutti e tre parlano e s a t t a m e n t e delle stesse questioni: diventare adulti, il rapporto con i genitori, la tradizione, le relazioni sentimentali, la genitorialità, gli psicofarmaci, le ipocondrie eccetera eccetera), Ben Lerner, gli va dato il merito, in qualche modo riesce a creare per sé una voce nuova. Sarà per l’ironia e per il sarcasmo spesso feroce con cui, forse grazie alla sua formazione poetica, riesce a descrivere in pennellate minimamente autoreferenziali (il superego fallocentrico del “guardate come so scrivere bene” non è per lui) se stesso e il mondo che lo circonda, o per il procedimento d’evidenza maieutica attraverso cui è in grado di gestire il lettore, regalandogli una fruizione sempre attiva lontana da quella sensazione di inerzia indolente che è come un coccodrillo preistorico, nascosto in agguato nel pantano melmoso del “racconto di sé”. Sarà per la commistione dei generi – dal dialogo allo stream of consciousness, dall’utilizzo delle immagini alle pagine in poesia; sarà perché riesce a costruire un libro tra i pochi che – per miracolo o per intuito (penso più a questa seconda opzione) – creati nel pre- vanno bene pure nel post- (pandemico/apocalittico). Insomma con tutti questi sarà, la conclusione è che Ben Lerner è bravo davvero. E’ un’anima in subbuglio per i motivi giusti: la precarietà del lavoro universitario, la difficoltà di inserirsi nel mondo delle lettere mantenendo una certa coscienza critica, scavalcando leccaculismi d’ogni ordine e grado, il desiderio di formare una famiglia e di fare pure dei figli – peccato che l’amica del cuore, 37 anni single, gli dice che sì un figlio da lui lo vorrebbe anche, ma senza coito e con la clausola che comunque poi questo figlio lo terrebbe per sé perché deve ancora decidere se sia il caso di condividere il proprio, ipotetico frutto gravidico con l’uomo che ha contribuito a generarlo.

“(…) la grandiosità e la stupidità omicida di quell’organizzazione di tempo, spazio, carburante e forza lavoro diventavano visibili nel prodotto stesso, ora che gli aerei erano fermi sulle piste e le autostrade iniziavano a chiudere. Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso” (pag32-33)

Sicché, dicevo dei contro. A parte il pericolo dell’incursione nell’autofiction (è un mio problema, lo so, considerarla il danno più funesto e micidiale della letteratura americana contemporanea, il parassita tossico che minerà dall’interno quel poco che ancora resta di una narrativa moribonda a cui il “parlo di me” se va avanti ancora un po’ tirerà la mazzata finale), il contro più contro di tutti è stata la noia. Che poi suppongo sia stato il motivo per cui avevo abbandonato la lettura all’epoca (ndr: avevo i bambini ancora piccoli, di tempo da sprecare ne avevo pochissimo). Malgrado la trama per certi versi fulminante, la distopia gestita alla maniera ballardiana – e per intima convinzione, non per furbizia – le capacità tecniche indubbie e il linguaggio attentissimo, specie per le questioni artistiche – insomma su tutto è stata la noia. Il ritmo stupefacente, quello bassissimo della marcia funebre, con cui l’ecco, ci risiamo m’assaliva le tempie . Ecco, ci risiamo: il giovane newyorkese crepuscolare, l’algida 35enne che non riesce a proiettarsi né compagna né madre per via del rapporto conflittuale col padre/patrigno, il mondo dell’arte “d’avanguardia”, gli spinelli, la cocaina, le ubriacature, le ipocondrie alla Woody Allen, gli psicofarmaci, il terapista, le riflessioni sulle ingiustizie sociali “fatte dall’alto del proprio privilegio”, la (ri)scoperta delle piccole cose, la banalità delle riflessioni sulla paternità (“sarei capace? oh mio dio no!” – ma davvero).

Quindi, lo stremo.

E’ un libro da leggere? Sì,

1. se piace un certo tipo di storia, di personaggi e di sistema-romanzo, perché l’autore li rappresenta bene – meglio di tutti gli altri che in questi ultimi tempi ci hanno provato.

2. perché mostra come la qualità di certe scritture possa valicare anche una pandemia interplanetaria.

3. perché Ben Lerner è conscio di appartenere a una certa tradizione e a un ambiente così peculiare tanto da esimersi dal finto naifevitando quindi, in sostanza, di prenderci per scemi.

Sicché leggerò Topeka school? E’ una situa complicata ma penso di sì: al Grande Romanzo Americano o presunto tale, di qualsiasi esperimento si tratti, non si può (ancora) rinunciare.

“Mi sentii un caratterista che tentava di rientrare in un vecchio personaggio” (pag217)

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