“L’esperienza del cielo”, di Federico Nati

Non ringrazierò mai abbastanza gli amici di @unimib (presso cui F. Nati ricopre la carica di Assistant Professor) per questa occasione che mi è stata offerta. Qui trovate il video completo di quel qualcosa che formalmente si potrebbe chiamare intervista o presentazione e che secondo me contiene tutto quello che un post, stavolta, non può contenere.

“Associamo spesso l’idea di spazio al futuro: tecnologie all’avanguardia, satelliti, sonde, rover, esplorazioni planetarie e teorie fisiche ancora da scoprire. Ma il cielo che ci sovrasta nelle notti senza nome arriva da un profondo passato. E’ una luce ancestrale, una reliquia, un’eco di mondi ormai non più esistenti e profondamente mutati. Osservare il cielo è come leggere una lettera postuma, studiare un fossile, riflettere su come andarono le cose”

“Il desiderio e la nostalgia sono aspetti connaturati a questa ricerca. L’etimologia stessa della parola *desiderio*, dal latino de e sidera, ovvero *privato della visione della luce siderale*, associa l’umano anelito verso ciò che non possiamo avere, ma continuiamo a volere, al mistero dell’intoccabile bellezza delle stelle. Persino alle stelle cadenti, che non sono stelle, alcune tradizioni accostano desideri da esprimere e altre il pianto per la nostalgia di persone perdute” (pag95)

Mi era piaciuto leggere di questo “come andarono le cose”. Così ho chiesto a Federico Nati di spiegarmelo, e già che c’era di spiegarmi anche quella nostalgia lì, quella per le persone perdute – quella che viene proprio dall’averle incontrate. E’ finita così, con lui che mi parla dell’importanza dell’imprevisto, dei fatti che accadono, delle scelte non premeditate che si trasformano, a volte, in destino. Mi ha raccontato di luoghi lontanissimi, di un lavoro che io penso mestiere perché va proprio imparato, con le mani; di un momento in cui, in certe professioni, “l’inizio e la fine delle vicende personali e collettive non sono mai davvero identificabili”. E poi sì, mi ha raccontato anche delle persone che ha incontrato e con cui ha lavorato, di come apprendere un metodo, del sistema del mentoring, di tutte le contraddizioni degli States. E mi ha parlato anche dell’umiltà e della caparbietà che in qualità di persona di scienza gli pare debba per forza impiegare – specie nel momento in cui si sceglie di dedicare la propria vita professionale alla ricerca scientifica, quando insomma “non rinunciamo a far parte di un’esperienza preziosa, condivisa che ereditiamo e che lasceremo in eredità”.

Che cos’è “L’esperienza del cielo”: è un viaggio sentimentale all’interno di un’esperienza professionale. E’ un modo nuovo di fare divulgazione scientifica ma anche un momento che occorre prenderci per ragionare sui modi in cui oggi si produce sapere. E’ un diario personale che si trasforma continuamente sotto gli occhi del lettore: un gioco di specchi che non guardano in alto, stavolta, ma dentro e intorno. Curiose, le immagini che ci vengono restituite.

Buona lettura

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