“Neghentopia”, di Matteo Meschiari – con illustrazioni di Rocco Lombardi

 

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“Siamo in un lago salato di origine oceanica. E’ asciutto da quarant’anni (prima rumore di vento, poi musica, qualcosa come A una rosa di Ernst Reijseger). Navi arenate come gusci di aragoste. I carapaci piegati su un fianco. O dritti e leggermente impennati. Sono decine. Fermi in un’onda interrotta. Contratti nel bollore salino. Non vive più nessuno da queste parti. Solo i trafugatori di rottami” (pag.15)

Il debito di “Neghentopia” nei confronti di certa narrativa distopica – uno tra tutti “La guerra invernale nel Tibet” di Friedrich Dürrenmatt – è enorme. Eppure il risultato a cui l’antopologo Andrea Meschiari riesce ad arrivare è molto lontano da qualsiasi esperimento di semplice emulazione.

Si tratta piuttosto di convergenze evolutive. “Neghentopia” infatti è la prova tangibile di quanto il genere distopico (se ben pensato e ben scritto) abbia ancora da dire al proprio pubblico nonostante si trovi a gestire un’eredità di tutto rispetto, qualche volta ingombrante. E questo miracolo accade quando, scrivendo distopie, si punta alla conservazione dell’essenziale e all’eliminazione del superfluo, in tutte le sue forme.

Diciamocelo. A molti è già venuto il dubbio che il declino della fiction seriale (fantasy e distopica) sia alle porte. Prova ne è la quantità di progetti a spiccata vocazione seriale che le case editrici continuano a sospendere dopo un certo numero di uscite (se non ci credete, cliccate qui). Ci ha provato Jeff VanDerMeer a recuperare il concetto di narrazione seriale, costruendo un prodotto (la Trilogia dell’Area X) composto da tre volumi in pubblicazione ravvicinata; ma come ben sappiamo, la Trilogia dell’Area X è un’opera a sé che dei canoni distopici se ne appropria per così dire in background, senza aderirci totalmente.

La trilogia dell’Area X in verità possiede un altro pregio che ci viene in aiuto per “Neghentopia”: la quantità minima di personaggi in azione (sarà un caso che nel film  tratto da “Annientamento” il regista abbia sentito il bisogno di aggiungerne uno in più, di fantasia…) e la presenza di un’ambientazione contestualizzata ma indistinta, dato che uno dei punti cardine del #NewWeird proposto da Jeff VanDerMeer è proprio la rappresentazione dell’incapacità umana di esprimere se stessa e il mondo circostante attraverso il linguaggio. Difatti non è una novità nemmeno il declino – certo, sarà un processo lungo – di una certa abitudine alla contestualizzazione massima, che nella sua ipertrofia ha portato inevitabilmente a testi complessi, dalle digressioni ridondanti o ricolmi di incomprensibili tecnicismi, popolati da una serie quasi infinita di protagonisti e comprimari le cui avventure – o backstories – possono prendere addirittura l’aspetto di veri e propri spin-off (provate un po’ a leggere “The Passage” di Justin Cronin e poi mi direte. By the way, anche questo fermato, da Mondadori, alla fine del secondo tomo, pubblicato più di due anni dopo il primo. Nota a margine: il terzo volume, “The city of Mirrors”, è ancora inedito in Italia: l’edizione in lingua originale, annunciata per il 2014, uscì solo tre anni più tardi…).

Ci troviamo quindi di fronte a una nuova generazione di testi distopici che puntano sulla linearità della trama e sull’autoconclusione (o sulla pubblicazione ravvicinata), ma anche – altro punto – sulla fruizione cross- mediale. (L’ha fatto ad esempio Simon Stålenhag con Loop, di cui vi parlerò presto in un post dedicato, anche su IG). Ciò però non significa creare delle storie semplici, di facile lettura, cinematograficamente adattabili ma modificare in sé l’esperienza della lettura distopica, senza snaturarla ma arricchendola attraverso A) l’eliminazione del superfluo e del ridondante (con un effetto ben preciso, lo vedremo poi, se avrete pazienza di arrivare fino alla fine) e B) l’introduzione di elementi visivi – e uditivi – nuovi.

Questo è il lavoro che sta sotto “Neghentopia”, una bed-time story post-apocalittica, dai toni lugubri e poetici – ancora più truce perché ha per protagonista un ragazzino neanche adolescente, il cui testo si fonde con l’arte dell’illustrazione e della sensazione uditiva data dai suggerimenti all’ascolto che l’autore consiglia a mezzo di parentesi e Italic Font.

Ciò che colpisce è l’essenziale equilibrio fra le tre forme espressive, nessuna delle quali prevarica l’altra.

  • Il testo, a base paratattica, è composto da dialoghi stretti, limati sino all’essenziale e alternati a pause di respiro descrittivo, di carattere naturalistico e contestualizzante, ad argomento wilderness. Il linguaggio è violento, metaforico, ricco di similitudini e analogie.

  • Le illustrazioni, opera di Rocco Lombardi, sono nervose e accuratissime pennellate di inchiostro nero e vivono di dettagli minimi spingendo di contro verso una raffigurazione di insieme che non toglie spazio all’immaginazione del lettore, anzi.

  • La colonna sonora spazia da Johnny Cash a Shoenberg: pezzi che hanno il merito, con le loro sonorità ricercate, di accompagnare il lettore costringendolo a una lettura ponderata.

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Un tipo di struttura molto simile al “trattamento” – la parte più letteraria del processo di scrittura di un film che precede la sceneggiatura vera a propria – che permette, sempre limitandosi all’essenziale, di raccontare la vicenda presente in “scaletta” in maniera narrativa e offrire una prima caratterizzazione dei personaggi fornendo loro anche un contesto e una backstory. Parimenti, nel “trattamento” è approfondita anche la parte dell’ambientazione e non da ultimo è possibile aggiungere commenti personali o valutazioni etiche ed emotive – processo che segue anche l’autore di “Neghentopia” avvalendosi per la narrazione del tempo presente e di un punto di vista interno collettivo, un “noi” che abbraccia tutti gli spettatori e non solo il singolo lettore.

“Una lingua glaciale che scivola dall’entroterra montuoso e si allarga a ventaglio nelle acque di una baia (Verklarte Nach, Op.4 di Schoenberg). Da enorme distanza come se fossimo appesi a un aquilone da guerra cinese vediamo polvere di gabbiani roteare laggiù e tra le acque striate di malachite una mandria di trichechi minuscoli come briciole di sughero abbandonarsi unanime e schiumosa alla rapina di correnti invisibili” (pag.121)

Leggere “Neghentopia” non è semplicemente affrontare una favola distopica che, come tutte le favole distopiche che si rispettino, non contempla il lieto fine. E’ attraversare un’esperienza dei sensi che ha un grande merito: tramite essa, infatti, la narrativa distopica per una volta si riprende di imperio quello che ha ceduto, con gli anni, alla serialità e alla moda dell’iperconstestualizzato, ossia la capacità di sviluppare nel lettore quel processo di immaginazione attiva, intima e individuale, che soltanto la buona lettura ha il potere di generare.

Matteo Meschiari è professore di antropologia e geografia all’Università di Palermo. Con Exorma ha pubblicato, nel 2016, Artico Nero”, una raccolta di sei long-form che documentano in forma di fiction il disastro ambientale e sociale che da anni colpisce l’Artico e la sua popolazione. Vari altri suoi saggi sono apparsi per Sellerio, Liguori e Quodlibet. Si discute ormai molto delle modalità attraverso cui scrivere di ambiente e Natura. Amitav Ghosh (*) Nella sua raccolta di saggi/lezioni universitarie intitolata “La grande cecità” alcuni anni fa si poneva proprio la domanda del perché della limitatezza degli scrittori di narrativa nel parlare di wilderness, di tematiche ambientali e del rapporto complicato tra l’uomo e l’ambiente naturale che lo circonda (o che, ormai, non lo circonda più).

Ecco, sono forse le opere come “Neghentopia” a indicarci quale sia la strada nuova per parlare di spazio naturale e della percezione che di esso ha l’uomo, perché riescono a penetrare la dura cortina di indifferenza e di sovraesposizione a cui il lettore è ormai sottoposto, attraverso l’utilizzo di referenze cross-mediali e di canoni letterari ibridi.

Buona lettura 🙂

(*) Ne approfitto per segnalare che Amitav Ghosh sarà presto in Italia e terrà una conferenza sulle connessioni tra migrazioni e cambiamenti climatici dal titoloThe Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change” presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca il prossimo 30 Maggio. Qui tutte le informazioni. Andate a sentirlo!

Nota: #neghentopia è stato uno dei libri scelti da ADC per il progetto Twitter / IG Stories #leggoinmensa. Come di consueto si ringraziano tutti i lettori sociopatici che di fronte alla domanda del collega: “Andiamo a pranzo?” fingono micidiali coliche renali. Senza di loro, la rubrica #leggoinmensa non avrebbe ragione di esistere.

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