“La vita lontana”, di Paolo Pecere

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Dora, quanti errori hai commesso? Elio, qual è la tua colpa più grande? Domande che mi hanno tenuta sveglia, prima per finire il libro e poi ancora, a pensarci sopra, scandagliando ogni pagina, con l’urgenza di venire a capo della questione e il terrore di trovarmi all’improvviso di fronte a me stessa, una Dora in carne e ossa, saccente, disconnessa, inconcludente, il cui carattere ho mal sopportato sin dalle prime righe.

La mia immagine allo specchio, fragilità di adulta mal riuscita e di genitore imperfetto.

Dora è lo spettro della madre che nessuna di noi madri vorrebbe diventare. E’ il fantasma della madre nascosta in ognuna di noi, quella con cui tutte noi, prima o poi, dobbiamo venire a patti.

“Esperta dei loro umori, m’illudevo di conoscerli alla perfezione. In realtà ero completamente annebbiata” (pag.81)

Intelligente e colta, Dora è la giovane borghese di provincia che nel tentativo di sfuggire ai retaggi familiari del preconcetto si trasferisce a Roma; lì incontra Elio, giovanotto di buona famiglia, figlio di chiurgo stimato, che non vede l’ora di ribellarsi all’ordine precostituito così com’era tipico per l’epoca. Con lui Dora condivide gli anni intensi della formazione culturale e della militanza politica fino a costituire una coppia “anarchica” e simbiotica, in uno scambio reciproco di conoscenze e attività condivise.

“(…) le uscite insieme trascorse in sezioni di partito, noi due ragazzi infreddoliti sulle sedie di plastica, condividendo un mondo diverso da quello dei nostri amici, con la famiglia sostitutiva di compagne e compagni che fumavano e alzavano le braccia, innamorati delle idee che diventavano Storia nei simboli e nei poster in bianco e nero” (pag.24)

Quanto sei stata cieca, Dora, a non riconoscere l’ego di figlio ricco e viziato che covava sotto la ribellione di Elio – in qualche modo pur sempre legittima, certo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, innamorate come eravamo della giovinezza, di quel flusso ininterrotto di esperienza che ci scorreva intorno e ci attraversava.

Così è la vita lontana, dire addio all’infanzia, alla famiglia e a un destino che sembra già scritto, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, sgargiante di possibilità infinite.

Dalle dinamiche di una certa prassi borghese però è difficile sfuggire, specie se manca l’autocritica. Fidanzamento, matrimonio, ottenimento di uno status economico e sociale: ma non è di fronte a questi vincoli che Dora si schianterà come una barchetta sugli scogli.

Passerà ancora del tempo, perché sarà solo la nascita dei due figli a dare il via alla slavina: Marzio e Livio, gemelli diversi sin da subito, nel carattere e nell’aspetto fisico. Marzio il dio della guerra, vigoroso, trascinatore del gruppo, anticipatore di tappe e successi ma arrogante e prevaricatore; l’intelligentissimo Livio, cagionevole, introverso, il cacasotto sempre un passo indietro, disprezzato dai compagni.

L’accudimento dei due bambini, impegnativo e bisognoso di interventi ad hoc, dà l’inizio a un lento e inesorabile estraniamento. Dopo aver intrapreso con scarso entusiasmo la carriera di insegnante, Dora decide senza troppi rimpianti di ritirarsi in casa per dedicarsi ai bambini, sublimando il ruolo di madre a tempo pieno e cacciando in soffitta le sue aspirazioni, riversandole sui figli.

“La mia maternità non fu una ritirata, ma la prosecuzione di una manovra attendista. Vivevo attaccata a una sponda – che nel mio caso non era la famiglia ma la moltitudine dei libri nella stanza – da cui preparavo scelte che mi si rivelavano già compiute soltanto anni dopo, quando ancora credevo di poterle ponderare” (pag.22)

“Pennelli, tavolozze, colori a olio, erano stati strumenti di un gioco felice, che nel purgatorio successivo alla laurea si era ridotto a una triste sfida alla paura di essere mediocre” (pag.33)

Quanto sei stata sciocca, Dora, a non capire che i bambini prima di tutto hanno bisogno di chiasso, colori, persone, canzoni stupide, giochi scemi. Di sperimentare la loro innata resilienza, l’elasticità della mente e del corpo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, nel nostro delirio ormonale post-parto, nell’angoscia del tentativo che ci prende fin da subito: tornare a quel prima che, già sappiamo, non recupereremo mai più, almeno nella sua forma precedente.

Così è la vita lontana, dire addio agli studi e alle aspettative della giovinezza. Ma così è la vita lontana, dare la vita a creature altre; però poi capiterà che cercheremo di plasmarle a nostra immagine queste vite, chiusi nell’utero protetto di una grande casa silenziosa e accogliente.

Troppa fatica fare la madre lavoratrice, vero Dora? Troppe incognite, Troppo sacrificio, così poco controllo.

E così la vita lontana è anche quella di un padre ben lieto di delegare alla madre le cure parentali e gettarsi a capofitto nell’attività di imprenditore di ecoballe – che manda avanti con discreto successo, va detto, e poi comunque bisogna provvedere al sostentamento economico della famiglia – e nei suoi studi intellettuali che non ha mai voluto abbandonare.

L’ultima scoperta di Elio è la filosofia orientale e la mistica del jainismo, una vita così lontana che più lontana non si potrebbe nemmeno immaginare. Mentre sua moglie è impegnata, lontano, a leggere Kant a due lattanti, evitando qualsiasi contatto con la vita vicina, Elio diventa vegetariano, prende lezioni di meditazione, pratica la castità e studia testi antichi. E poi un giorno, quando i gemelli hanno poco più di cinque anni, torna a casa e annuncia il suo ritiro dal mondo: non ne può più di questa vita occidentale, così vicina; del capitalismo, del consumismo, della pochezza delle relazioni interpersonali. Stiano sereni, il sostentamento della famiglia sarà garantito dai proventi della società e dalla rendite immobiliari, ma Elio farà le valigie. Se ne va di casa, vuol tornare alle origini: seguire una vita ascetica, ritirarsi in un monastero.

Sempre più lontano: Italia, Europa, India: biglietto di sola andata.

“Ci fu questo lento sbiadire su grotteschi sfondi di statuette e bastoncini d’incenso” (pag.65)

Quanto sei stata presuntuosa e immatura Dora, a immolarti sull’altare della madre anticonformista, a soccombere al tuo ruolo di vestale del focolare domestico sacrificando la tua relazione con Elio. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, così prese come siamo da questo nuovo ruolo di madri e da come la società ce lo impone, sempre più chiuse in un micromondo di affetti all’interno del quale condividere l’educazione dei figli con mariti, madri, sorelle, cognate e suocere non viene più considerato una risorsa inestimabile perché arricchente per tutti ma un’orribile ammissione di incapacità mentale e fisica.

La vita lontana è questo, il concentrarsi sui figli nella decontestualizzazione di un universo parallelo all’interno del quale luoghi e tempi sono importantissimi, eppure allo stesso tempo completamente insignificanti; la vita lontana è il bozzolo dell’ambiente domestico quando accade che da luogo di ritorno e di crescita si trasformi prima in un alibi e e poi in un asfissiante sgabuzzino di mediocrità fasulle, speranze malriposte, errate interpretazioni. All’ombra del proprio passato e di quello, parimenti importante, di un marito e di un padre troppo lontano dalla vita quotidiana ma troppo vicino a quella interiore.

“Di notte si rivelavano le mie doti telepatiche. Vedevo i loro sogni. Aprivo gli occhi poco prima che si svegliassero. Rimuginavo su dettagli apparentemente irrilevanti. Cantavo a memoria ninnenanne venute da chissà dove. Mi trovavo in una penombra poetica, in una vita lontana” (pag.32)

La vita lontana” di Paolo Pecere, alla sua prima opera come romanziere (Roma, 1975 – laurea in Estetica, dottorato di ricerca in Logica ed epistemologia, dal 2005 ricercatore di Storia della Filosofia presso l’Università di Cassino), è uno stream of consciousness potente e doloroso, scritto in prima persona da una madre che nei ricordi di una vita intera procede a sbalzi, seguendo gli avvenimenti né per l’ordine temporale in cui sono avvenuti, né secondo l’importanza che andrebbe detta oggettiva, ma in base alle ferite e alle cicatrici che certi fatti – spesso non quelli che ci aspetteremmo – lasciano su di lei e sui bambini.

Dora non può risultare simpatica o attraente. Anzi, è un personaggio così ben riuscito proprio perché totalmente repulsivo. Non si può provare pena per lei, perché tutto le rema contro: un abbandono coniugale al quale ha preso parte, estraniandosi dal contesto di coppia; una solitudine non condivisibile, perché autoimposta per saccenteria ed egoismo; gli errori nei confronti dei figli, interpretati alla luce di categorie proprie e auto-proiezioni completamente dissociate dalla realtà dei fatti. Una cecità di spirito che partorisce il seme che genererà danni irreparabili.

Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, degli errori che stavamo commettendo coi nostri figli?

E’ su questo concetto del danno al figlio che Pecere si sofferma in particolare, condensandolo in un neologismo fulminante: il “rimpiantivo”. Perché condannare Dora sarebbe come condannare tutte noi madri e perché la vita lontana, alla fine, di sorprese ce ne riserverà parecchie.

Buona lettura

-> Nota a parte per il progetto grafico, che a mio parere è uno dei più belli visti in giro quest’anno.

cover

#LaVitaLontana è stato uno dei volumi scelti sul Twitt di ADC per la rubrica #leggoinmensa. Ringrazio per le menzioni e la partecipazione tutti i lettori sociopatici che fingono power point improrogabili e phone calls imperdibili, tutto per evitare di andare a pranzo con i colleghi: senza di voi #leggoinmensa non potrebbe esistere.

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