“Risorgere”, di Paolo Pecere

Dunque se da una parte non si può far dire ai libri quel che non hanno in progetto di dire, dall’altra è indubbio che i libri ci parlano. A loro modo, s’intende, coi loro linguaggi, mescolati a quello di chi quei libri li scrive, al momento in cui li si legge, a quello che il lettore ha in testa. Sicché, raccogliere le idee in questo momento su un libro che per titolo fa “Risorgere” e che si occupa della Cina post Tienanmen potrebbe sembrare da parte mia un eccesso di sarcasmo mal riuscito – ma che dire, ho i miei motivi, speriamo siano buoni.

“Risorgere” è molte cose, e l’ansia di cui parlavo (sul Twitter) con Paolo Pecere viene da qui, dalla convinzione che le mie parole non saranno in grado di contenerlo tutto. Tant’è, eppure mi occorre provarci per cercare di mettere un punto, a questo libro che continua a corrermi in testa.

Per dirla in breve c’è Marco, antropologo scapestrato, berlinese d’adozione (“Disadattarsi, quando tutto è compromesso, è il male minore” pag24), innamorato di Gloria – violoncellista italotedesca di padre cinese – che un po’ per amore un po’ per disperazione finisce ad accompagnarla in Cina alla ricerca del padre Cheng, ricchissimo imprenditore che la ragazza non vede da tempo e che pare svanito nel nulla – forse s’è rifugiato in Tibet, racconta qualcuno, per cercare il Buddha. Poi c’è Liang, vecchio amico e amante di Cheng: lo cerca pure lui, febbrilmente, braccato com’è da Gloria e dai fantasmi del passato (mica troppo fantasmi per altro, dato che è il Partito a dargli la caccia visti suoi trascorsi non proprio fedelissimi). E ci sono anche la cugina di Cheng, un po’ innamorata pure lei (ma non è nemmeno questo, il punto – semmai, la politica), che a dirla facile vuol mettere i bastoni tra le ruote un po’ a tutti gli altri; e Raffaella, la madre di Gloria – colei che subì il gran rifiuto, l’abbandonata e tradita, cantante lirica caduta in disgrazia che tra i fumi dell’alcool e una demenza incipiente vuol solo confondere nel silenzio dell’oblio i ricordi dolorosi.

Ma c’è anche il fantasma di una donna misteriosa, troppo presto perduta; c’è la giovinezza sulle barricate, culminata nella rivolta di piazza Tienanmen e ci sono anche i mostri di un’infanzia di regime che scappano fuori da sotto il letto non appena si cerca, invano, di abbassare le palpebre.

“Risorgere” è un libro complicato e leggendolo mi sono chiesta spesso quanto noi si sia pronti ad affrontarlo. Non per niente è stato proposto per lo Strega (ndr: da Fulvio Abbate): perché complessità e molteplicità di chiavi di lettura regnano sovrane in questo testo che di temi e luoghi ne affronta parecchi, attraverso una struttura a flashback che occorre impegnarsi a seguire, badando bene a non perdere il ritmo. Le storie di Marco-e-Gloria e di Liang procedono su binari paralleli, ciascuna col proprio carico di ricordi e ritorni al presente. Da una Berlino priva di passionalità, fredda nel suo accogliere studenti ormai svogliati e privi di qualsiasi spirito d’iniziativa, a Roma capitale, bruciata nel sole di un agosto torrido che ne esalta la decadenza e il marciume, Marco e Gloria, abbandonato ormai qualsiasi progetto lavorativo che non sia precario e dequalificante, partono per l’Asia. Anche Liang parte dai propri luoghi – con Shangri-La nel mezzo (ah, il demone celeste dei libri), il che non è un caso ovviamente – spinto dall’urgenza di recuperare non solo l’uomo a cui per anni si è sentito legato ma anche la propria storia personale.

E tutto diventa un viaggio che ha del ballardiano, un cuore di tenebra contemporaneo in cui l’allontanarsi da casa – qualsiasi estensione questa parola voglia e possa prendere – viene a significare un distacco: dal sé di prima, dal mondo dell’infanzia, da un passato ingombrante e da un futuro che sembra già eletto verso un luogo in cui “la morte delle certezze è condizione di una rinascita”, mi scriveva Paolo Pecere.

“Il mese scorso mi ha portato a visitare la frontiera con il Laos. Se qui in Yunnan il caldo è sempre più pesante, là è letale. L’umidità ti pesa addosso come un mantello di foglie bagnate. Ragionare è arduo, parlare è impossibile. Fermentano frangipani, ibischi, zenzeri rossi. Sui rami pendono frutti gonfi, festoni d’infiorescenze, pistilli dai colori pesanti. Mi hai portato in tanti santuari, tutti uguali e strapieni di costruzioni di dubbio gusto: girotondi di statue d’animali, draghi domati a grandezza naturale, coni bianchi di pagode, simboli del loto che cancella dolore e bruttezza” (pag32)

Paolo Pecere mi raccontava che modello per Chang è stato in un primo tempo il caro, vecchio Kurtz con cui condivide ovviamente il tema della fuga e del rigetto della predestinazione. Chang però va oltre, “come la Cina”, mi scriveva P. Pecere. Ho riflettuto tanto su questo punto e penso di aver capito che se da una parte il fine ultimo di Kurtz è la ricerca di un sistema all’interno del quale essere di nuovo protagonista – attraverso mezzi e linguaggi propri, soverchianti il resto – dall’altra al contrario Chen sparisce nel non detto, nel non testimoniabile: se teniamo per vero che Chen sia andato alla ricerca di quel che si racconta, sarà di fatto impossibile trovarlo dato che, com’è noto, attraverso il Dahmmapada s’arriva solo fino a un certo punto. La sparizione è coerente e Kurtz resta indietro, così come resta indietro la nostra comprensione del sistema-Cina. Questione non meno importante questa, esemplificata dall’impegno continuo che l’autore ripone nell’evitare l’occidentalizzazione del pensiero filosofico e iconografico, in specie con riguardo al Buddha. Dell’occidentalizzazione del Buddha ne avevamo già parlato, per Hervé Clerc; per “Risorgere” si tratta, nello specifico, dell’impegno a mantenere l’impatto emotivo di certe scene e di certi luoghi che nella trasposizione all’occidentale sono privati della loro intrinseca ferocia, spesso confusa con la violenza, in nome di una ricontestualizzazione nell’*armonia* occidentale.

Vorrei parlare di tantissimi altri temi. Per esempio dell’importanza del punto di vista, che è sia nodo interno a ciascun personaggio sia come dire esterno, tra il lettore e la materia di cui è fatto il testo. Oppure del viaggio e dell’identità. C’è anche la questione di quando il linguaggio porta con sé la propria dissoluzione, l’impraticabilità di certi codici e la necessità di ricorrere a strumenti alternativi. Si potrebbe parlare dell’importanza della musica e di Mahler, oppure degli echi che arrivano da Dürrenmatt o ancora del modo in cui fare antropofiction, o dello stile che si fa in certi punti flusso di coscienza e verso poetico, o di quella particolare sensibilità che spinge a considerare il paesaggio naturale, in specie quello montuoso, alla stregua di un organismo vivente di fronte al quale l’essere umano impallidisce.

Io non posso fare altro che ringraziare Paolo Pecere per la pazienza con cui mi ha accompagnata nella lettura: le sue osservazioni accorte – il modo in cui mi ha spinta a “lasciar parlare” il libro – sono state per me un regalo preziosissimo.

“Negli ultimi tempi fantasticava scenari di sventura: solo uno schianto del sistema economico ci avrebbe svegliato, prima che il pianeta annullasse l’esperimento umano. Immagino i vostri amplessi come quelli di due dei della morte tibetani. Tu attorcigliata con le cosce sui suoi fianchi. Il suo bel corpo è una masse deforme di carne blu, i tuo denti perfetti sono luride zanne. Gl’inoculi idee in corpo come un virus. Trent’anni di incubazione, in cui tutto sembrava andare per il meglio, poi hai cominciato a impadronirti di lui” (pag258)

“Doggerland”, di Élisabeth Filhol (trad. Giovanni Bogliolo)

“- Come te lo immagini il nostro futuro? (…)

– Non vedo che cosa possa sbloccare la situazione

– Una rivoluzione dei costumi, un cataclisma planetario?

– Basterebbe un evento straordinario. Con un reale costo umano e finanziario (…)

– Un evento capace di farci rivalutare il rapporto rischi benefici”

Difficile dire quanto questo libro sia adatto al presente che stiamo vivendo; difficile dire quanto la lettura sia impegnativa – per via del modo in cui Filhol affronta il momento dello scrivere: pagine densissime, senza pause, nemmeno un capoverso di respiro. Filhol scrive così – e credo che, per molti motivi, “Doggerland” sia l’opera della sua maturità stilistica.

L’amore ai tempi del petrolio, si potrebbe pensare. La verità è che “Doggerland” si inserisce per tanti temi all’interno di una narrazione fiction ben precisa. Altri esempi recenti, ciascuno con le proprie particolarità, sono “Turbine” di Juli Zeh e “L’America sottosopra” di Jennifer Haigh. In “America sottosopra” l’autrice, originaria della Pennsylvania, racconta la storia (vera) di una comunità rurale proprio della Pennsylvania devastata dallo sfruttamento del sottosuolo effettuato attraverso il contestatissimo metodo del fracking. In “Turbine” invece Juli Zeh (scrittrice tedesca, laureata in legge, specializzata in diritto internazionale) descrive le conseguenze che la costruzione di un parco eolico produce all’interno di una comunità di provincia, fuori Berlino. Filhol non è nuova a queste tematiche. Io incontrai le sue storie nel 2011, quando in Italia uscì “La centrale” che racconta, attraverso le parole di un personaggio di finzione, la vita precaria degli operai interinali che lavorano negli impianti nucleari francesi. In “Doggerland” avviene il medesimo processo: attraverso la storia di Marc e Margaret, lui ingegnere impegnato nell’avanguardia della tecnologia di estrazione off shore, lei geologa e ricercatrice universitaria, Filhol porta all’attenzione anche dei non addetti ai lavori la lotta di potere che da anni tiene in scacco gran parte del Mare del Nord. Uno dei luoghi del pianeta in cui è più aspra la competizione per il controllo del sottosuolo, ricchissimo di idrocarburi, ma anche un ambiente naturale unico, all’interno del quale è possibile recuperare le tracce di un mondo rigoglioso e popolatissimo, travolto da un cataclisma naturale più di ottomila anni fa.

Gli argomenti che un tema del genere può sollevare sono evidenti: la climatologia, la geologia, l’economia petrolifera, la deregulation neoliberista di matrice Tatcheriana, le politiche ambientali. Ma anche il ruolo dei media nella percezione della realtà, l’approccio contemporaneo del tutto subito, lo sviluppo ipertrofico della tecnologia, l’incapacità dell’essere umano di percepire e valutare il rischio.

Filhol li affronta tutti, con grande competenza e capacità di sintesi e approfondimento. La narrazione di carattere finzionale è abilmente intrecciata alle parti più divulgative all’interno delle quali l’autrice, con l’escamotage del punto di vista multiplo, di volta in volta si sofferma ad analizzare le ragioni dell’uno e dell’altro fronte: da una parte la necessità di approvvigionamento di un bene il cui prezzo, più di ogni altro, influenza ogni minuto dell’economia globale, dall’altra il bisogno di recuperare l’eredità di un passato drammatico che potrebbe aiutarci a comprendere il futuro – e il perché di tanti fenomeni antropologici e climatici.

” (…) allo stesso modo oggi molti scienziati o semplici cittadini suonano il campanello d’allarme, lucidi, chiaroveggenti di fronte a ciò che si prepara, ma senza mezzi per agire né un vero ascolto, dato che quelli che hanno le redini in mano si tutelano, perché sono in gioco interessi colossali e non hanno nessuna voglia che la macchina si fermi e neppure rallenti”

La scrittura della Filhol è strutturata e preziosa, un fiume in piena che travolge; bisogna solo accettarla, farsi trasportare. E’ sempre presente questo senso di urgenza nel suo raccontare in tensione continua con la necessità di frenarsi per la tecnica, tutto un respiro che si deve imparare ma che poi, una volta preso, ci viene naturale: difficile poi abbandonarlo, amare qualcos’altro. Diventa benchmark, punto di confronto. Colpisce di Filhol l’assoluta sincerità: la capacità di buttare in faccia al lettore tutte quelle verità sgradevoli che si tende sempre a ignorare o seppellire. Quello che cerca Filhol è un lettore attivo, capace di ragionare sopra le parole; rifugge il rapporto di pancia: non ha come scopo lo scuoterlo, il prenderlo a pugni, il sensazionalismo a tutti i costi, il devastante. Filhol, semplicemente, racconta. Sarà il lettore a decidere sui propri sentimenti: è lasciato libero ma proprio per questo non potrà fare a meno di tenere in considerazione ciò che Filhol suggerisce, garantendole un’autorità nello scritto singolare – e antica.

“(…) la sua maniera di procedere, non progredendo semplicemente dal particolare al generale con una giustapposizione di impressioni, ma creando una cornice unificatrice in grado di accoglierle e poi di affinare, di alimentare e di riempire la cornice con un viavai, come nel calcolo per dicotomia, di avvicinarsi alla verità ora da sopra e ora da sotto, riducendo l’intervallo, e così elaborare passo dopo passo una sintesi, mettendo in concordanza i dettagli per creare qualcosa di globale; e questa visione globale poi farla muovere, emendarla, correggerla se necessario”

Penso che Neri Pozza abbia avuto ardimento a pubblicare “Doggerland”: sono pagine di flusso di coscienza, con una forma che trovo accuratissima, una paratassi continua che crea associazioni di idee, stimola il pensiero, lontano da effetti di stupore superficiale.

“Doggerland” è una storia di distanze, geografiche e dell’anima, su quel che divide: gli anni, il tempo che passa, il lavoro, la scelta degli affetti. Trovo in quest’opera un significato profondo – ed è forse proprio questo significato, che lo rende per me così adatto a questo nostro tempo: il senso del romanzo che interagisce con il reale, che non è nulla senza contestualizzazione, che vibra di conoscenza e impegno, desiderio di condivisione.

Note: Sul mio Twitter trovate altre riflessioni che non possono essere riportate qui sul blog per ovvi motivi di spazio. Non posso fare altro che ringraziare l’editore per l’invio della copia, che avevo richiesto. Perché di Filhol sono sempre stata innamorata, del suo modo di scrivere, delle realtà che non ha pudore di mostrare.

“Instagram al tramonto”, di Paolo Landi

“Il social più alla moda e più glamour ci fa intendere che bisognerebbe vergognarsi di non essere felici. La foto del cane, la pasta al pomodoro con le foglie di basilico, il sorriso di nostro figlio ma anche la piscina del resort, la tavola lussuosamente imbandita, l’amore fotografato in tutte le sue declinazioni: sono questi i momenti che Instagram ci spinge a ricordare, i momenti migliori. Per dare alla nostra vita, sempre, l’immagine del successo” (Kindle pos133)

Qualche giorno fa, girovagando su Instagram, mi ero chiesta cosa sarebbe potuto capitare, lì sopra, nel caso in cui a mancare fosse stata una particolare tipologia di contenuti: quella delle esperienze. Quando cioè non fosse stato più possibile pubblicare storie e foto sulla serata al ristorante, lo show immersivo a cui siamo stati invitati in anteprima, il viaggio in India. Sicché, ieri mi sono messa a curiosare tra i profili delle varie influencer e ho notato che, ovviamente data la situazione, al momento difettano tutte proprio di quel particolare comune: la celebrazione dell’esperienza.

Nei giorni scorsi avevo condiviso la riflessione di cui sopra con Paolo Landi, su Twitter: “molte domande ma anche qualche risposta”, mi aveva risposto lui, riferendosi al suo “Instagram al tramonto”, che è un phamplet, svelto e aguzzo, scritto per spiegarci – senza alcuna lezioncina – che cosa succede nella nostra testa quando Instagram lo utilizziamo sia da utenti attivi nella pubblicazione e nel commento, sia da semplici fruitori (ehrm) passivi.

Effettivamente, attraverso l’analisi di alcuni temi cardine del sistema-Instagram (la felicità, l’economia, l’ipermercato, l’inglese, lo snobismo, la moda, il kitsch, l’arte, il cibo, gli animali, la politica, il sesso, la religione e addirittura la morte) Paolo Landi ci racconta di un microcosmo all’interno del quale vengono riprodotti “tutti i meccanismi tradizionali della società, allargandola all’universo mondo, conservando intatti gli arcaici e sempreverdi sentimenti come l’amore, l’invidia, il narcisismo, l’egocentrismo, l’esibizionismo, lo snobismo” (pos63). Tuttavia Paolo Landi è ben lontano dallo scrivere l’ennesimo lamento sterile su inutilità/pericolosità di un certo tipo di stare on line. “Instagram al tramonto” è piuttosto uno strumento che aiuta a riflettere sui processi mentali alla base dell’utilizzo di questo social, rispetto ai quali è necessario che gli utenti prendano consapevolezza.

Ad esempio il fatto che Instagram, di fatto e contro-intuitivamente, non sia certo uno strumento attraverso cui tenere attiva la comunicazione interpersonale, oppure che sia un sistema-mondo all’interno del quale le nozioni di passato e futuro non possiedono significato, in nome di un presente continuo, senza ricordi, privo di conseguenze. Ancora, viene analizzato il tema del “lavoro“, “sempre dematerializzato dalla fatica, dalla routine, dall’alienazione” (pos151) e identificato in uno strumento utile a definire criteri di differenziazione di classe. Parte del libro è dedicata al fenomeno degli influencer (“forme massificate di individualismo, ossimori viventi che incarnano una esclusività omologata” – pos259) e anche alla questione dei “consumi regressivi” ma anche a tutto quel fenomeno che celebra “l’umile e il banale, cercando di riscattarli con il pathos della realtà”, fino alla rappresentazione dello spirituale, del religioso e della morte (o meglio – della sua negazione).

“Instagram al tramonto” lo consiglio davvero a tutti: a chi di Instagram è dipendente, a chi non ce l’ha, a chi vorrebbe ma non osa, a chi da Instagram s’è cancellato. Paolo Landi è spiritoso, ironico, attento, intercetta bisogni e tendenze con uno sguardo acuto sul mondo che cambia.

Ps. Gli argomenti trattati da Paolo Landi sono parecchi. Qui sul Twitter trovate tutte le mie note, quelle che prendo durante la lettura, che comprendono anche altri temi non citati qui sul blog per ovvi motivi di spazio.

“Vita su un pianeta nervoso”, di Matt Haig (trad. Silvia Castoldi)

“E sono convinto che il motivo per cui i supermercati rappresentano un fattore scatenante così potente è che sono già derealizzati. Come i centri commerciali, anche loro sono luoghi completamente innaturali. Ormai sembreranno fuori moda, quasi pittoreschi, in quest’era di shopping online, ma sono comunque molto più moderni della nostra biologia. La luce non è quella naturale. (…) Il numero di scelte possibili è superiore a quello che la nostra natura si è evoluta per affrontare. La folla e gli scaffali sono iperstimolanti. E molti dei prodotti in vendita sono a loro volta innaturali. Non sto parlando del fatto che quasi tutti contengono additivi chimici, anche se pure questo ha la sua importanza. Mi riferisco al fatto che il loro aspetto è stato alterato. Il pesce in scatola, le buste di insalata, le confezioni di riso soffiato e dolcificato, i medaglioni di pollo impanati, gli insaccati, le pillole di vitamine, i vasetti di aglio tritato, i pacchetti di patatine dolci al peperoncino. Non sono cose naturali. E in un ambiente innaturale, quando l’ansia è già abbastanza acuta, c’è il rischio di sentirsi innaturali a propria volta” (pag285-286)

Febbraio si avvia alla fine con questo libretto – che stava sul mio comò da qualche tempo ma che solo ora si è fatto catturare, per chissà quale destino – e forse sul comò deve restare perché il modo di leggerlo, l’approccio dico, non è mai identico: cambia sempre, a seconda del momento in cui questo libricino lo si prende in mano. Succede perché “Vita su un pianeta nervoso” non è solo il racconto di un’esperienza personale (l’autore, come è noto, soffre di disturbi d’ansia e altre psicopatologie di cui non fa mistero – anzi è sempre in prima linea, anche sui social, nel promuovere la conoscenza e una corretta informazione in merito) ma è anche un saggio ben documentato su cosa significhi oggi vivere in un mondo interconnesso – è questo il senso del “pianeta nervoso”: una rete infinita, neurologicamente collegata e iperstimolata – e, in certi punti, perfino una sorta di manuale self-help minimamente intrusivo.

Attraverso il racconto di alcune vicende personali (ad esempio l’utilizzo invasivo del cellulare che con le notifiche impone un’attenzione costante ma – paradossalmente – discontinua, il sovraccarico di informazioni rigettate da telegiornali sempre più -volutamente- apocalittici, l’incapacità di gestire un ambiente di lavoro all’interno del quale la misura della performance è diventata l’unico strumento attraverso cui valutare l’individuo) Matt Haig cerca di capire in che maniera la grande e unica mente che è il nostro mondo di oggi – vittima si direbbe di una malattia d’ansia generalizzata che è dentro il mondo stesso, come se il nostro pianeta fosse un unico, immenso essere vivente – è in grado di influenzare la nostra psiche. E in che modo sia possibile, per noi micro-organismi che questo enorme animale nevrastenico ci troviamo ad abitarlo, da una parte accettarlo, sviluppando la nostra innata capacità di resilienza, dall’altra proteggerci dalle sue più cupe manifestazioni.

“Il problema non è che il mondo sia un casino, ma che noi ci aspettiamo il contrario. Ci hanno messo in testa l’idea che abbiamo il controllo. Che possiamo andare ovunque ed essere qualunque cosa. Che in virtù del libero arbitrio in un mondo fatto di scelte, dovremmo essere in grado di scegliere non solo dove andare su Internet, o cosa guardare in televisione, o quale ricetta seguire tra i miliardi disponibili in rete, ma anche quali emozioni provare” (pag235)

Haig oltre a essere un bravo scrittore è anche un ottimo divulgatore che riesce nella comunicazione di concetti complessi: per esempio quello di sottrazione (che, si badi, è cosa diversa dalla passione per una dieta particolare o per la “disintossicazione digitale”), di “camera dell’eco“, quello del rischio insito nel”vivere il futuro” dimenticandosi del presente, oppure della necessità di accettare l’invecchiamento. E lo fa anche attraverso il riferimento a una ricca bibliografia – spesso âgée – che ci fa intendere di come effettivamente quel che dovrebbe essere detto è già stato detto – da altri prima di noi che in qualche modo avevano avuto la lungimiranza per comprendere certi fenomeni ancora al di là da venire.

L’approccio tipicamente self-help che l’autore utilizza in molti punti (competo di decaloghi e “to do lists”) non deve ingannare: non ci troviamo di fronte all’ennesimo guru dell’ovvio inneggiante alla decrescita felice o al maestro di una lezioncina retronostalgica. Matt Haig è una persona profondamente spirituale e come ogni praticante yoga che si rispetti punta a due questioni fondamentali: la consapevolezza e la necessità di utilizzare al meglio ciò che si ha tra le mani. Insomma non è questione che si stesse meglio prima (anche no, evidentemente) ma è questione di imparare a usare al meglio gli strumenti che ci troviamo a possedere proprio adesso, in questo presente.

“Sarai felice quando scriverai. Sarai felice quando verrai pubblicato. Sarai felice quando sarai ripubblicato. Sarai felice quando il tuo libro diventerà un bestseller. Sarai felice quando il tuo libro sarà al primo posto nelle classifiche di vendita. Sarai felice quando ne trarranno un film. Sarai felice quando ne trarranno un grande film. Sarai felice quando sarai J.K. Rowling. Sarai felice quando piacerai alla gente. Sarai felice quando piacerai a più gente. Sarai felice quando piacerai a tutti. Sarai felice quando la gente sognerà di te” (pag73)

Buona lettura 🙂

I Cazalet – “Confusione”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

“I piani non possono mai essere semplici quando coinvolgono altre persone; lo sembrano quando uno se li fa nella propria testa, ma quando entra in scena l’altra parte in causa ecco che le intenzioni più semplici s’incrinano sotto il peso del conflitto”

Non si può più fare a meno dei #Cazalet. Sono la nostra zona di conforto, il rifugio che sa di casa – e questa volta avevano anche il profumo del Natale, per noi Cazaladies: della crema al cioccolato, delle vellutate, del panettone caldo, del caffè preso con calma (e pure della pasta all’olio e parmigiano!).

La questione è che ci eravamo messe d’impegno: avremmo vivisezionato questo terzo volume, avremmo fatto alla Liz pelo e contropelo, ne avremmo tirato fuori le magagne. Dopo due volumi ci sentivamo pronte: saremo implacabili! ci raccontavamo. “Loro tre” avanti, io come al solito un passo indietro, a raccoglier quel che ne veniva.

Poi però sono capitate delle cose.

Ci siamo trovate di fronte una struttura per certi versi inedita, fatta di dialoghi strettissimi e ciechi, di lettere e bigliettini spediti chissà dove e a chissà chi, di personaggi meteora capitàti in due pagine e poi basta, messi lì apposta per consegnarci più dubbi che certezze.

E infine, ciliegina sulla torta, è capitato pure l’amore. L’amour toujours l’amour: quello vero, dirompente, adulto, magnifico, tragico – quello a cui la Liz non ci aveva proprio abituate. Lo davamo già per spacciato e invece eccolo: quel sentimento per cui non ci si capisce più niente.

La professionalità delle Cazaladies, tuttavia, si rende evidente nel momento del bisogno: è stata dura ma alla fine, a restar lucide ce l’abbiamo fatta. Abbiamo riflettuto sui temi importanti che questo #Confusione ha sollevato (l’acutezza con cui Elizabeth li ha trattati è sbalorditiva): ad esempio la questione del diventar madre, del crescere i figli, della depressione post-parto, del meccanismo della “rinuncia”; oppure del rapporto tra genitori e figli nel momento in cui lo scarto generazionale diventa insostenibile; o ancora il diventar grandi di Polly e Clary tra identità individuale, desiderio di emulazione, riflessioni sul tempo che passa e su un futuro che più incerto di così non si può (perché la guerra, nonostante i suoi orrori, era strumento perfetto per creare l’alibi della non-fattibilità dell’azione). Abbiamo discusso di quella certa bidimensionalità in cui sembrano scivolare alcuni protagonisti e della ridondanza (per definizione superflua) concessa a un altro paio di comprimari – e qui è contenuta alla fine tutta la nostra stoica resistenza nei riguardi della serialità: il timore che il personaggio sparisca, vittima di colpi di scena sempre più frequenti, sempre più necessari e sempre meno realistici. Ma niente panico, Liz comunque ne esce assolta: perché è risultato chiaro che se da una parte tenere salde le redini di una saga familiare così sostanziosa non è sempre possibile, dall’altra l’opera mantiene di fatto una sobrietà di trama all’interno della quale anche il più imprevisto coup de théâtre non risulta improbabile né affettato.

I ringraziamenti vanno in primis alle mie ladies Angela, Giulia e Monica (in rigoroso ordine alfabetico): sembra di conoscersi da sempre – so che non è così ma mi pare che leggere insieme apra gli animi. Grazie poi a tutti gli estimatori dei Cazalet che hanno interagito con noi su Twitter e a tutti coloro che si sono avvicinati alla Liz a seguito della nostra lettura condivisa. Last but not least: ma quindi le Cazaladies torneranno con la puntata numero quattro? Pensiamo proprio di sì – anche se i tempi sono da definire (causa Salone del Libro e letture obbligate). Fosse solo per assistere a giusto un paio di vendette che non vediamo l’ora, in tutto il nostro aplomb di esperte delle lettere, di veder servite a chi se le merita, su un bel piatto di finissima porcellana – di quelli che stanno a far bella mostra di sé nella credenza della Duchessa. Liz, confidiamo in te, non deluderci.

Nota personale: su tutto e tutti comunque spicca il Generale, avvinghiato all’apparecchio telefonico come una cozza al suo paletto, nella spasmodica attesa di un trillo. Il Generale nomofobico ante litteram, insomma, è tutti noi.

[Se siete interessati a capire come tutto sia cominciato, qui la prima e la seconda puntata di questa avventura]

“Città sommersa”, di Marta Barone

“Chi ero io? Non me lo chiedevo mai. (…) E poi non sentivo alcun bisogno di chiedermelo. Vedevo il tempo dietro di me come una sorta di unica, lunga giornata, nella cui luce chiara e piana tutto quello che era stato la mia vita sembrava avvenuto poche ore prima e totalmente evidente” (pag18-19)

#CittàSommersa è uno scritto molto onesto perché parte da una domanda intensa: fino a che punto possiamo spingerci per difendere la nostra zona di conforto. Non è solo un romanzo (le parti effettivamente “romanzate” sono poche, relegate nel mondo onirico dell’illusione), non è soltanto un memoir che ripercorre i momenti più bui della nostra Repubblica, quelli degli anni di piombo torinesi e della lotta armata di Prima Linea; è soprattutto un percorso (auto)biografico di formazione, il racconto del diventare adulti. L’onestà sta nella limpidezza con cui l’autrice non si fa scrupoli nel dichiarare la propria inadeguatezza: “Non sapevo, ma nemmeno cercavo: ero cieca come il mio nuovo padre morto e senza occhi”. Mi pare un fatto raro questo, che certe *giovani generazioni* si interroghino su alcune questioni con tale trasparenza d’animo, cioè partendo dalle proprie mancanze: mi dà l’impressione che nella narrativa contemporanea si prediliga il racconto del sé esperienziale, enfatizzando chi il proprio vissuto nelle sue presunte peculiarità, chi le proprie opinioni sui fatti del mondo, date spesso per inconfutabili. Ecco, Marta Barone da questi subdoli tranelli si tiene bene alla larga.

Non è un caso che “Città sommersa” cominci proprio con la descrizione di una vita sospesa. Non è un caso che Marta Barone parta proprio da questo suo vivere dentro l’acquario (la luce, il vetro, la città, l’assenza di confronto: quel senso di cose che scivolano via e non si riescono ad afferrare, una luminosità diffusa che appena cerchi di catturarla sparisce).

“Abitavo in un monolocale al terzo piano di un palazzo degli anni venti. Aveva il pavimento di legno e una piccola cucina bianca incastonata in un angolo ed era invaso dalla luce fino a sera – una cosa che più tardi avrei trovato opprimente”. “Poteva passare un’intera giornata senza che parlassi con qualcuno”. “Tutto in verità sembrava riguardarmi assai poco. Avevo un po’ di denaro a disposizione (…), il che mi permetteva di vivere ancora per qualche mese senza uno stipendio fisso (…) La crisi era un’entità astratta, fumosa, certo irritante ma che non poteva avere davvero un effetto a lungo termine sulla mia vita”

C’è il senso del precario, il non sapere quale sia il proprio posto, e c’è l’idea del crescere, la sensazione avvertita della necessità – come un cambiar pelle che a un certo punto deve arrivare.

(NdR: che poi io sia di Ballardiana memoria con la questione del sommerso, è un altro conto. D’altra parte anche Ballard aveva il pensiero per la luce che si specchia sulle rovine di quel che siamo, su quello che di nascosto, sott’acqua, c’è ancora: scheletri di animali preistorici, mutazioni genetiche, palazzi annegati, il nostro passato, il germe del futuro – alla fine i protagonisti del Mondo Sommerso sono *esploratori* – cadaveri, piante enormi, calore e luce immensa, ma crepuscolare)

Il percorso di crescita dell’autrice comincia intorno ai ventisei anni, poco dopo la morte del padre – uomo complicato e sfuggente. La ricerca del padre comincia dal ritrovamento quasi casuale di alcune carte processuali. Il vecchio scatolone, dimenticato per anni in fondo a un armadio, viene aperto all’improvviso; novello vaso di Pandora non rigetterà chissà quale verità nascosta: al contrario si libererà di un unico, piccolissimo seme, quello del dubbio. Marta Barone si mette così sulle tracce di quel padre che, a mano a mano, corrisponderà sempre meno alla figura del genitore e sempre più allo sconosciuto “L.B.” (il “nuovo padre”). “Città sommersa” racconta un cammino parallelo, nel presente e nel passato; due dimensioni, quella del padre e della figlia separate dal tempo, che si incontrano nel ricordo e nel recupero della Storia e delle storie individuali; nel meccanismo dello “svegliarsi” – che vale per entrambi – dall’intorpidimento della quotidianità; del prendere coscienza, del chiamarsi fuori da certi sistemi. Un percorso all’interno del quale si rimescola l’idea di un confronto – le età che corrispondono, uguali, non è un caso – che spinge all’azione, intesa anche come percezione del senso di colpa, sia conseguenza sia motore della riflessione.

Questa strada per Marta Barone comincia proprio con l’apertura al dialogo fuori dalla zona di conforto. Marta srotola gli anni, consulta archivi, cerca numeri di telefono, chiede colloqui con amici di suo padre fino a quel momento sconosciuti, si rivolge da Milano a Torino. Il percorso della figlia è il risveglio del sé, si fa strada lentamente come l’idea della consapevolezza – che non può piovere dall’alto, ma deve essere cercata e invocata – ed è chiaro, non si può pretendere indolore.

Marta Barone è figlia del suo tempo, quel tempo in cui noi figli venivamo educati al silenzio: di certe cose, semplicemente, non si parlava. Sicché è finita che noi figli di un certo tempo (io e Marta Barone, curiosamente, per ragioni che più opposte di così non si potrebbe) certi eventi li possiamo vivere soltanto attraverso il recupero delle nostre percezioni – quelle che durante l’infanzia ci erano negate. Il problema è il modo in cui avviene questo recupero, ossia attraverso il ricordo: che per stessa definizione è soggettivo, spesso unilaterale, frammentato, incompleto e corrotto. E se da una parte ci sentiremo per sempre rovinati da uno sciocco senso di colpa (“Possibile che non avessi visto su di lui nessun segno, mai, del passato? Cosa avevo ignorato, cosa avrei potuto chiedergli? Avrebbe cambiato qualcosa? Forse non ero stata abbastanza attenta”) dall’altra non perderemo mai l’urgenza di capire. Per via del fatto che abbiamo a che fare con questioni di cui ormai si sta perdendo la memoria; bisognerebbe sbobinare i ricordi eppure non si riesce, protetti come sono da quell’abitudine al non dire; si conservano sotto chiave scatole di cartone piene di storie e sale la paura del momento in cui riusciremo a trovarle, e ansiosi come avessimo scoperto un tesoro ricchissimo le apriremo e le troveremo ormai vuote. “Città sommersa” in questo significato è un medicamento e io mi auguro che l’autrice continui, nel suo cammino professionale e personale, a vivere out of comfort zone.

NdR: di tutto qui non si riesce a scrivere, per ovvi motivi di spazio. Ad esempio sul Twitter si è parlato dello stile e della metrica di #CittàSommersa – e anche di tante altre cose. Ringrazio l’editore per l’invio della copia.

“Una passeggiata nella Zona”, di Markijan Kamyš (trad. Alessandro Achilli)

“Della Zona sono venuti a sapere dal film Chernobyl Diaries, non credono ai mostri oltre il filo spinato, ma il Chernobyl disaster lo vogliono vedere con i loro occhi” (pag83)

“Una passeggiata nella Zona” è un testo dalla radici culturali e storiche profondissime. Non si esaurisce nel racconto di un’esperienza vòlta a nutrire il guilty pleasure di un pubblico retronostalgico fedele all’Instagram – ma, al contrario, da lì parte (perché l’autore, di fatto, per mestiere è guida turistica illegale all’interno dei territori contaminati che circondano Ĉornobyl’) per poi scavalcare di netto questa chiave di lettura, in maniera critica e provocatoria. Recuperando – con un passo indietro che non può non far pensare a un passo in avanti – quell’idea del selvatico di cui fu padre addirittura Henry David Thoreau.

Scrive Wu Ming 2 nell’intoduzione a “Walden” (2005): “Purtroppo, l’uomo non è (più) capace di conciliare spirito e materia. Solo nel contatto con la Natura può sperimentare una parvenza di unità e imparare così a riprodurla. Nella Natura, infatti, c’è un elemento che coinvolge spirito e materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa sintesi è il selvatico: ^Ci serve essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti, e di qualche vita al pascolo libero là dove non vagabondiamo mai^”

“Le braci scoppiettavano, gli esili corpi delle sedie si incrinavano. Come incenso dei boschi della Polissja volavano in cielo attraverso i buchi del soffitto le nostre paure, le nostre preghiere, le nostre suppliche. Volavano come fumo nel cielo stellato tutti i nostri pensieri oscuri, le nostre sofferenze” (“Una passeggiata nella Zona”, pag143)

Quando la ricostruzione ambientale smette di ricoprire una funzione contestualizzante ma assume le caratteristiche di co-protagonista allo scopo di creare un rapporto di comunanza (e anche simbiosi) con gli altri personaggi della vicenda, rispecchiandone le caratteristiche evidenti o nascoste – ecco, in quel momento ci troviamo di fronte a una particolare tipologia letteraria, quella del New Nature Writing. Ma attenzione, perché tra la nostalgie della boue e l’Antropocene, di questioni in mezzo ne passano parecchie.

“Mi ripropongo di tenere qui quel che Thoreau chiamava *un diario meteorologico della mente*, di raccontare storie e descrivere alcune scene di questa valle (…) e di esplorare, impaurita e tremante, alcune delle distese scure non rilevate dalle mappe e le empie fortezze a cui queste storie e scene conducono così vertiginosamente” (Annie Dillard, “Pellegrinaggio al Tinker Creek“, Bompiani 2019)

“Gli scrittori che si occupano di nature writing – scriveva Steven Poole nel 2013 – tendono a dipingere il mondo non-umano come un luogo di eterna, soleggiata pace e armonia, (e la natura) quale unica vittima innocente della devastazione a opera dell’uomo – sempre dimenticandosi, in un modo o nell’altro, di come essa sia artefice dello sterminio di un numero illimitato di sudditi del proprio regno attraverso eruzioni vulcaniche, tzunami e variazioni climatiche, per non parlare di tutte quelle orribili e cruente attività quotidiane nelle quali i suoi membri, tra uccidersi e mangiarsi a vicenda, sono impegnati”.

Markijan Kamyš fa proprio questo: ci prende per mano e ci conduce, moderno flâneur che maneggia egregiamente l’arte del perdersi (“Prypjiat’, la meta dei novellini, di quelli che non hanno ancora imparato ad apprezzare i villaggi in rovina e che vogliono agguantare subito il biglietto da visita di tutti i luoghi abbandonati”, scrive), in uno dei luoghi più devastati della Terra; un luogo in cui Uomo e Natura si confrontano sullo stesso terreno – quello dell'(auto)distruzione e della lotta per la sopravvivenza – in cui l’uno è ostile all’altra ma nello stesso tempo l’una è inseparabile dall’altro, legati intimamente come sono per via delle medesime origini e del medesimo destino che secondo Markijan Kamyš condividono. Gli elementi del NNW ci sono tutti: l’idea di una Natura che riprende i propri spazi difendendo se stessa dall’invasione dell’uomo, il tema del viaggio che è esplorazione e racconto, una meta che si distingue più per quello che non è, un non-luogo denso di storia che crea nel visitatore uno sdoppiamento dell’individualità (Markijan Kamyš ne penetra bene gli anfratti, di questa alienazione), e infine il misticismo religioso, quell’esigenza di contatto con il divino e la ricerca di un significato superiore a cui Markijan Kamyš dedica addirittura un capitolo, “Polesian Zen”.

“In questa casa sono passati molti degli alentesi: il paese vi entrava e si perdeva a poco a poco, lasciando la sua ombra che vi giace ancora ed è tutta l’eredità di quegli anni”. Lei è Carmen Pellegrino, che il mestiere di abbandonologa lo ha raccontato nel suo romanzo d’esordio “Cade la terra” (Giunti 2015). E così ci parla Markijan Kamyš dalle pagine di “Una passeggiata nella Zona”:

“Mi tranquillizzo sempre quando stendo il materassino tra i mucchi di tappezzeria sgretolata. Mucchi privi di ogni forma che in primavera arrivano all’altezza dello zoccolino. Su quella carta da parati scrivevo i miei desideri più intimi, le mie maledizioni più nere, i miei sogni più grandi, poi mettevo con cura quei pezzetti di carta sotto le bottiglie ancora chiuse e, quando cominciavamo a bere alla luce delle torce tra l fumo di sigaretta e l’aroma della carne in scatola, sapevo perfettamente che tra quelle quattro pareti abbandonate non ci sarebbe mai capitato niente di brutto” (pag47)

“Ti addormenti in pace tra i cardini che cigolano, perché sai che le case morte amano parlare ai loro ospiti. Sai che amano condividere le loro preghiere, le loro suppliche con le anime di chi va a visitarle. Sai che cercano pietà” (pag51)

Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”, scrive Carmen Pellegrino e potremmo andare avanti all’infinito ma il racconto poetico di Markijan Kamyš parla anche di molto altro che va quanto meno citato. La sua non è soltanto la storia di una vita ai margini tra alcool, droghe, barboni, disgraziati, ladri e delinquenti ma anche la denuncia sociale nei riguardi di quel “Sogno sovietico” che sul campo ha lasciato centinaia di morti, migliaia di chilometri di terre contaminate e, soprattutto, un esercito di giovani senza speranza per il futuro – e, quel che è peggio, tra non molto anche orfani del proprio passato. Giovani che, privi di alcun autocompiacimento, scelgono di perdersi nei boschi radioattivi della Polissja in una strenua e disperata difesa – sprovvista di alternative – della propria memoria storica.

“Una città morta. Sì morta. Due volte. La seconda con quelle migliaia di foto e le code di merda delle escursioni ufficiali. Prypiat’ l’ha uccisa la noia degli hipster, che hanno oscurato i divani marci con le loro schiene tatuate, cartografando su Instagram ogni centimetro di quella terra incognita. Si è perso il mistero, è fuggito via, si è sciolto nella rete. L’aura mistica di Prypiat’ si è volatilizzata come cenere in tutti gli angoli del mondo, risucchiata dall’etere in paesi lontani. Ormai non si riesce più ad avere paura in quelle case” (pag49)

Note: “Una passeggiata nella Zona” è stato il primo libro del 2020 per ADC. Ed è stato anche il primo libro che, dopo tanti anni e tantissimi libri, ADC ha sentito il bisogno di leggere due volte. La prima, da mezzanotte alle tre di una notte freddissima dei primi giorni di Gennaio; la seconda questa sera, per cercare di mettere un punto a questa storia – cosa che però non sono riuscita a fare. Nemmeno sul Twitter.

“La casa mangia le parole”, di Leonardo G. Luccone

Ripongo sempre fiducia nei libri che vengono dal destino – l’ho già detto. “La casa mangia le parole” arriva da lì, un incontro creato dalla sorte. Ma io all’occasionalità dei libri non ho mai creduto.

“31 dicembre 2011

E’ uno di quei giorni che non si ricordano mai se non perché è un giorno di partenza, quei giorni dove il tempo si mette a fare le bizze e ingrigisce pure quel residuo che a Roma si chiama sole d’inverno, un sole che rende meno cupe e umide le giornate della stagione triste e sembra che ci siano troppe poche occasioni per far succedere qualcosa, e si procede così, per inerzia o a strappi, e alla fine della giornata ci si ritrova ammaccati per niente” (pos.40)

Nelle favole di Esopo i protagonisti non hanno nome. C’è la volpe furba, la cicala ingenua, la tartaruga saggia, l’uomo sciocco che grida al lupo al lupo. Esopo evita di identificare i suoi personaggi attraverso i nomi propri perché ha l’intenzione dell’universalità; i protagonisti delle sue favole non sono casi particolari: al contrario non devono mai passare di moda, come non deve mai passare di moda il messaggio che ciascuno di essi porta.

Per i De Stefano è lo stesso: di loro finiremo per conoscere soltanto il cognome perché i De Stefano siamo un po’ tutti noi, a quanto pare indegni di essere nominati per quel che siamo – i veri nomi – ma solo per quel difetto (o più raramente per quella virtù) che ci distingue gli uni dagli altri. I De Stefano saranno sempre lui e lei, neoborghesi quarantacinquenni e qualcosa, un figlio grande, la bella casa dalle cui finestre entra Roma in tutto il suo fulgore di impero condannato; le cene con gli amici, le piccole neghittosità, i silenzi annodati, le ombre di quel che non si è più capaci di dire. Questa è la storia di una famiglia come tante: di noi che ci avviciniamo alla mezza età, del modo in cui lo spavento ci prende, della resa dei conti. Ci chiamano Generazione X (ove X, pare, sta a significare la mancanza di una identità sociale definita), quelli che sono venuti dopo il babyboom ma prima degli echo boomers, quelli cresciuti con MTV, quelli che hanno screditato i propri genitori – senza tuttavia riuscire a recuperare la concretezza di intenti in grado di eliminare il senso di subalternità.

Eppure, perverso gioco di specchi, i veri nomi qui ci sono – ma ce li hanno tutti gli altri, ad alimentare un senso di infinita attrazione gravitazionale per cui ciascuno non è specificato da quel che è ma da quel che gli sta intorno. Graziano Fauci, Fernando Pomarici, Bernardo Vaciaghi, Michele Giuli Capponi, Carlo Alborghetti, Ezio Carmasciani, Franco Terracciano. Matilde. Moses Sabatini. In una girandola di personaggi di finzione mescolati al reale, di avvenimenti soltanto verosimili avvinghiati a quella Storia che noi, ultima generazione del nostro tempo, portiamo a marchio indelebile – qualcosa che ci è fatto divieto cancellare – Leonardo Luccone trascina il lettore nel gorgo di un racconto che da individuale (la crisi matrimoniale a seguito dell’emancipazione del figlio) diventa canto collettivo.

Lascio qui una nota, tre fumetti azzurri incastrati nella memoria del mio telefono – buttati lì imprecisi com’è questo mio lavoro, per come lo sento io: precario, randagio, dai confini scomposti. Dicevano che spesso nei libri vedo parole e qui mi piace pensare a redenzione o affrancamento – che c’è per assenza nel senso che non c’è. Il fatto è che non si può tornare indietro da un certo tipo di lingua se scritta in un certo modo (e menomale). E non si può tornare indietro da certe questioni, specie per noi: un po’ solo pars destruens, se non ce ne fosse anche un’altra di parola che mi gira in testa, che si avvicina a consapevolezza. Poi c’è di nuovo la conferma di quella mia idea, che di genitorialità riescano a parlar bene soltanto le persone intelligenti. E alla fine c’è Matilde, l’ultimo vero nome. Mi annotavo: Matilde è l’idea del tempo perduto, di quello non goduto, sottovalutato, o sopravvalutato e goduto troppo, senza merito, senza necessità.

“Le cose esistono quando vengono nominate. Si creano quando viene pronunciato il nome. Poi diventano ingombranti. Hanno spigoli da tutte le parti, un colore fluorescente, che si vede pure di notte. Quando le cose vengono nominate per la prima volta diventano vere” (pos2979)

“Svegliami a mezzanotte”, di Fuani Marino

“Tutto si poteva dire, meno che la tragedia non fosse annunciata”

Ho pensato molto a come parlare di “Svegliami a mezzanotte” e ancora la soluzione non l’ho trovata; penso però che il nodo sia un po’ qui, lo chiamerei del rendere evidente. Fuani Marino usa del coraggio (sfidando il pericolo perché questo, va detto, è un libro arrischiato e va trattato con molta cautela) a mettersi in gioco e raccontare quel che troppo spesso facciamo finta di non vedere e di non sapere.

“Numerosi studi continuano a indicare nella familiarità un criterio predittivo per la malattia mentale. Avere un genitore o un parente con disturbi psichiatrici non si traduce per forza nello svilupparne a propria volta, quanto piuttosto nella predisposizione a manifestarne in particolari circostanze”

Ciò significa che qualora sia presente una certa fragilità di fondo, in latenza o già conclamata (di cui spesso però ci si rende conto a posteriori), è possibile che in determinate circostanze questa debolezza possa venire – o tornare – a galla. Quindi anche se è ben chiaro che la correlazione tra malattia psichica, famiglia e ambiente non sia sempre così facile da identificare, non è tuttavia altrettanto sicuro che l’importanza di un momento favoreggiatore sia sempre da sottovalutare.

“La mia testa, forse predisposta dalla nascita, ha incontrato situazioni sfavorevoli fino al punto di rottura, molto più avanti nel tempo”

Ma non solo. Fuani Marino porta l’attenzione su una questione che per me, personalmente, ha del fondamentale: la tendenza che oggi abbiamo un po’ tutti a utilizzare le parole sbagliate. Un’iperbolica deriva che detta così sembra cosa di poco conto ma poi in certi contesti vien fuori che così di poco conto non è.

“Espressioni come *buttarsi dalla finestra*, *tagliarsi le vene*, *impiccarsi* sono di uso corrente. Io stessa devo averle usate diverse volte (…)”

Penso anche a tutte le volte in cui il lunedì mattina sui social ci definiamo depressi, o quando ci sentiamo isteriche, o quando ci rivolgiamo a nostro figlio e gli chiediamo, un po’ orripilati da qualcosa di bizzarro o di maleducato che ha detto o fatto: “Ma sei fuori di testa?”

“Svegliami a mezzanotte” l’ho letto praticamente tutto su Twitter, nel senso che le mie note a margine e le sottolineature anziché scriverle sul libro le ho sistemate lì. Devo proprio ringraziare l’autrice ed Einaudi, a questo punto, perché mi hanno guidata in questa direzione – quella delle espressioni dico, del linguaggio – a suon di risposte e retweet che come sassolini mi indicavano la strada (di qui, non di là e di nuovo di qui ma non di là). Mi hanno spinta a considerare il testo in sé, prima di tutto, – perché ne ero scettica, in primis sulla forma che erroneamente avevo attribuito all’auto-fiction (con tutto quello che ne consegue – specie perché se la memoria non mi inganna, sospetto che fossi già venuta al mondo quando il marito di mia zia, che viveva con noi, fu sottoposto tra le varie anche a un’ennesima TEC. Quindi, capite il mio disincanto).

In “Svegliami a mezzanotte” non ho visto egocentrismi – non ci sono e non li ho nemmeno dovuti immaginare proprio perché qualcuno mi ha spinta a esaminare prima di tutto la lingua con cui “Svegliami a mezzanotte” è stato scritto. Da lì ho camminato a ritroso come il gambero, tornando sui miei passi e considerando il contenuto proprio alla luce della forma stessa.

“Il racconto della malattia, l’autoproclamazione della stessa, o il *privilegio* di viverla da spettatori contagia oggi una buona fetta di letteratura, ma si tratta di un filone relativamente recente, se consideriamo che fino all’Ottocento il linguaggio medico, scientifico, necessario per parlare del corpo e delle sue funzioni, era bandito dai testi letterari. (…)

La narrazione di patologie, ospedali e morte necessita di un codice linguistico diverso da tutti gli altri. (…) Anche io vorrei evitare di trasformare la malattia in una metafora (…)”

La novità di un testo non insiste solo sul contenuto ma anche sulla forma in cui quel testo è redatto. E a quanto pare esistono forme nuove per raccontare l’antico male che ha afflitto tante donne e che le affligge tutt’ora: evitando con cura l’autocelebrazione e il rischio di un’emulazione che mai si vorrebbe; limitando così il pericolo che il paziente psichiatrico si trasformi in un “eroe”, dentro a quell’immaginario che, intrinsecamente, crea la letteratura (da Anna a Emma, racconta Fuani Marino, passando per Sylvia Plath e Susanna Kaysen, solo per fare qualche nome) ma allo stesso tempo consegnandogli la dignità, il rispetto e la visibilità che merita.

E infine mettendo bene in chiaro che esistono situazioni di stress profondo a cui è sottoposta una donna solo perché donna – in quanto tale. Situazioni rispetto alle quali tutti, ma proprio tutti, abbiamo una responsabilità sociale.

[In verità mi sento un po’ incerta a pubblicare questo post. Spero di averne scritto con decenza, di “Svegliami a mezzanotte”, di aver messo insieme qualche frase con senso compiuto. Se non ci sono riuscita, me ne scuso già.]

I Cazalet – “Il tempo dell’attesa”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

Insomma qui siamo giunte. Sempre noi tre – più una. E’ stato un mese complicato perché si sa, non è questione facile riuscire a leggere per piacere quando i libri si leggono anche per mestiere. Eppure ce l’abbiamo fatta e ne siamo molto orgogliose – anche perché in un paio di occasioni lavorative ed extra abbiamo navigato in acque agitate, chi per un motivo, chi per un altro. Ma ci siamo riuscite.

E quindi ecco cosa ho imparato da questo secondo volume dei Cazalet, in rigoroso ordine sparso.

Ho imparato che prendere troppe aspirine non è elegante e la Duchessa disapprova. Che l’amicizia ha una potenza enorme nel legare le donne, una forza spaventosa e dovremmo sfruttarla di più – tutte quante. Che mi piacerebbe ricevere in regalo uno scrittoio di legno pregiato con dei cassetti segreti dentro cui trovare buste vecchissime scritte in una lingua incomprensibile. Che in un’altra vita avrei sicuramente fatto l’attrice. Che se una sera ti ritrovi a un tavolo con quell’uomo lì, quello che ti fa battere il cuore, l’alternativa è tra restare seduti e non riuscire ad abbracciarlo, o invitarlo a ballare. Che gli orchi esistono, dovunque, e soprattutto sbucano fuori dagli angoli da cui meno te li aspetti. Che la guerra, vicina o lontana, rovina il futuro. Che devo ricominciare a indossare vestiti di lana. Che non è semplice sistemare sotto lo stesso tetto decine e decine di personaggi e tenere le redini di tutte le loro storie, e che scrittore e opera alla fine forse sono sempre un po’ la stessa cosa, almeno in certi luoghi dell’anima e del testo.

Mie care Angela, Giulia e Monica: niente da fare, io senza di voi non ci sto più. Tanti cuori (ps. lo spazio qui sotto, nei commenti, è sempre vostro, se volete).