“Svegliami a mezzanotte”, di Fuani Marino

“Tutto si poteva dire, meno che la tragedia non fosse annunciata”

Ho pensato molto a come parlare di “Svegliami a mezzanotte” e ancora la soluzione non l’ho trovata; penso però che il nodo sia un po’ qui, lo chiamerei del rendere evidente. Fuani Marino usa del coraggio (sfidando il pericolo perché questo, va detto, è un libro arrischiato e va trattato con molta cautela) a mettersi in gioco e raccontare quel che troppo spesso facciamo finta di non vedere e di non sapere.

“Numerosi studi continuano a indicare nella familiarità un criterio predittivo per la malattia mentale. Avere un genitore o un parente con disturbi psichiatrici non si traduce per forza nello svilupparne a propria volta, quanto piuttosto nella predisposizione a manifestarne in particolari circostanze”

Ciò significa che qualora sia presente una certa fragilità di fondo, in latenza o già conclamata (di cui spesso però ci si rende conto a posteriori), è possibile che in determinate circostanze questa debolezza possa venire – o tornare – a galla. Quindi anche se è ben chiaro che la correlazione tra malattia psichica, famiglia e ambiente non sia sempre così facile da identificare, non è tuttavia altrettanto sicuro che l’importanza di un momento favoreggiatore sia sempre da sottovalutare.

“La mia testa, forse predisposta dalla nascita, ha incontrato situazioni sfavorevoli fino al punto di rottura, molto più avanti nel tempo”

Ma non solo. Fuani Marino porta l’attenzione su una questione che per me, personalmente, ha del fondamentale: la tendenza che oggi abbiamo un po’ tutti a utilizzare le parole sbagliate. Un’iperbolica deriva che detta così sembra cosa di poco conto ma poi in certi contesti vien fuori che così di poco conto non è.

“Espressioni come *buttarsi dalla finestra*, *tagliarsi le vene*, *impiccarsi* sono di uso corrente. Io stessa devo averle usate diverse volte (…)”

Penso anche a tutte le volte in cui il lunedì mattina sui social ci definiamo depressi, o quando ci sentiamo isteriche, o quando ci rivolgiamo a nostro figlio e gli chiediamo, un po’ orripilati da qualcosa di bizzarro o di maleducato che ha detto o fatto: “Ma sei fuori di testa?”

“Svegliami a mezzanotte” l’ho letto praticamente tutto su Twitter, nel senso che le mie note a margine e le sottolineature anziché scriverle sul libro le ho sistemate lì. Devo proprio ringraziare l’autrice ed Einaudi, a questo punto, perché mi hanno guidata in questa direzione – quella delle espressioni dico, del linguaggio – a suon di risposte e retweet che come sassolini mi indicavano la strada (di qui, non di là e di nuovo di qui ma non di là). Mi hanno spinta a considerare il testo in sé, prima di tutto, – perché ne ero scettica, in primis sulla forma che erroneamente avevo attribuito all’auto-fiction (con tutto quello che ne consegue – specie perché se la memoria non mi inganna, sospetto che fossi già venuta al mondo quando il marito di mia zia, che viveva con noi, fu sottoposto tra le varie anche a un’ennesima TEC. Quindi, capite il mio disincanto).

In “Svegliami a mezzanotte” non ho visto egocentrismi – non ci sono e non li ho nemmeno dovuti immaginare proprio perché qualcuno mi ha spinta a esaminare prima di tutto la lingua con cui “Svegliami a mezzanotte” è stato scritto. Da lì ho camminato a ritroso come il gambero, tornando sui miei passi e considerando il contenuto proprio alla luce della forma stessa.

“Il racconto della malattia, l’autoproclamazione della stessa, o il *privilegio* di viverla da spettatori contagia oggi una buona fetta di letteratura, ma si tratta di un filone relativamente recente, se consideriamo che fino all’Ottocento il linguaggio medico, scientifico, necessario per parlare del corpo e delle sue funzioni, era bandito dai testi letterari. (…)

La narrazione di patologie, ospedali e morte necessita di un codice linguistico diverso da tutti gli altri. (…) Anche io vorrei evitare di trasformare la malattia in una metafora (…)”

La novità di un testo non insiste solo sul contenuto ma anche sulla forma in cui quel testo è redatto. E a quanto pare esistono forme nuove per raccontare l’antico male che ha afflitto tante donne e che le affligge tutt’ora: evitando con cura l’autocelebrazione e il rischio di un’emulazione che mai si vorrebbe; limitando così il pericolo che il paziente psichiatrico si trasformi in un “eroe”, dentro a quell’immaginario che, intrinsecamente, crea la letteratura (da Anna a Emma, racconta Fuani Marino, passando per Sylvia Plath e Susanna Kaysen, solo per fare qualche nome) ma allo stesso tempo consegnandogli la dignità, il rispetto e la visibilità che merita.

E infine mettendo bene in chiaro che esistono situazioni di stress profondo a cui è sottoposta una donna solo perché donna – in quanto tale. Situazioni rispetto alle quali tutti, ma proprio tutti, abbiamo una responsabilità sociale.

[In verità mi sento un po’ incerta a pubblicare questo post. Spero di averne scritto con decenza, di “Svegliami a mezzanotte”, di aver messo insieme qualche frase con senso compiuto. Se non ci sono riuscita, me ne scuso già.]

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