“Vita su un pianeta nervoso”, di Matt Haig (trad. Silvia Castoldi)

“E sono convinto che il motivo per cui i supermercati rappresentano un fattore scatenante così potente è che sono già derealizzati. Come i centri commerciali, anche loro sono luoghi completamente innaturali. Ormai sembreranno fuori moda, quasi pittoreschi, in quest’era di shopping online, ma sono comunque molto più moderni della nostra biologia. La luce non è quella naturale. (…) Il numero di scelte possibili è superiore a quello che la nostra natura si è evoluta per affrontare. La folla e gli scaffali sono iperstimolanti. E molti dei prodotti in vendita sono a loro volta innaturali. Non sto parlando del fatto che quasi tutti contengono additivi chimici, anche se pure questo ha la sua importanza. Mi riferisco al fatto che il loro aspetto è stato alterato. Il pesce in scatola, le buste di insalata, le confezioni di riso soffiato e dolcificato, i medaglioni di pollo impanati, gli insaccati, le pillole di vitamine, i vasetti di aglio tritato, i pacchetti di patatine dolci al peperoncino. Non sono cose naturali. E in un ambiente innaturale, quando l’ansia è già abbastanza acuta, c’è il rischio di sentirsi innaturali a propria volta” (pag285-286)

Febbraio si avvia alla fine con questo libretto – che stava sul mio comò da qualche tempo ma che solo ora si è fatto catturare, per chissà quale destino – e forse sul comò deve restare perché il modo di leggerlo, l’approccio dico, non è mai identico: cambia sempre, a seconda del momento in cui questo libricino lo si prende in mano. Succede perché “Vita su un pianeta nervoso” non è solo il racconto di un’esperienza personale (l’autore, come è noto, soffre di disturbi d’ansia e altre psicopatologie di cui non fa mistero – anzi è sempre in prima linea, anche sui social, nel promuovere la conoscenza e una corretta informazione in merito) ma è anche un saggio ben documentato su cosa significhi oggi vivere in un mondo interconnesso – è questo il senso del “pianeta nervoso”: una rete infinita, neurologicamente collegata e iperstimolata – e, in certi punti, perfino una sorta di manuale self-help minimamente intrusivo.

Attraverso il racconto di alcune vicende personali (ad esempio l’utilizzo invasivo del cellulare che con le notifiche impone un’attenzione costante ma – paradossalmente – discontinua, il sovraccarico di informazioni rigettate da telegiornali sempre più -volutamente- apocalittici, l’incapacità di gestire un ambiente di lavoro all’interno del quale la misura della performance è diventata l’unico strumento attraverso cui valutare l’individuo) Matt Haig cerca di capire in che maniera la grande e unica mente che è il nostro mondo di oggi – vittima si direbbe di una malattia d’ansia generalizzata che è dentro il mondo stesso, come se il nostro pianeta fosse un unico, immenso essere vivente – è in grado di influenzare la nostra psiche. E in che modo sia possibile, per noi micro-organismi che questo enorme animale nevrastenico ci troviamo ad abitarlo, da una parte accettarlo, sviluppando la nostra innata capacità di resilienza, dall’altra proteggerci dalle sue più cupe manifestazioni.

“Il problema non è che il mondo sia un casino, ma che noi ci aspettiamo il contrario. Ci hanno messo in testa l’idea che abbiamo il controllo. Che possiamo andare ovunque ed essere qualunque cosa. Che in virtù del libero arbitrio in un mondo fatto di scelte, dovremmo essere in grado di scegliere non solo dove andare su Internet, o cosa guardare in televisione, o quale ricetta seguire tra i miliardi disponibili in rete, ma anche quali emozioni provare” (pag235)

Haig oltre a essere un bravo scrittore è anche un ottimo divulgatore che riesce nella comunicazione di concetti complessi: per esempio quello di sottrazione (che, si badi, è cosa diversa dalla passione per una dieta particolare o per la “disintossicazione digitale”), di “camera dell’eco“, quello del rischio insito nel”vivere il futuro” dimenticandosi del presente, oppure della necessità di accettare l’invecchiamento. E lo fa anche attraverso il riferimento a una ricca bibliografia – spesso âgée – che ci fa intendere di come effettivamente quel che dovrebbe essere detto è già stato detto – da altri prima di noi che in qualche modo avevano avuto la lungimiranza per comprendere certi fenomeni ancora al di là da venire.

L’approccio tipicamente self-help che l’autore utilizza in molti punti (competo di decaloghi e “to do lists”) non deve ingannare: non ci troviamo di fronte all’ennesimo guru dell’ovvio inneggiante alla decrescita felice o al maestro di una lezioncina retronostalgica. Matt Haig è una persona profondamente spirituale e come ogni praticante yoga che si rispetti punta a due questioni fondamentali: la consapevolezza e la necessità di utilizzare al meglio ciò che si ha tra le mani. Insomma non è questione che si stesse meglio prima (anche no, evidentemente) ma è questione di imparare a usare al meglio gli strumenti che ci troviamo a possedere proprio adesso, in questo presente.

“Sarai felice quando scriverai. Sarai felice quando verrai pubblicato. Sarai felice quando sarai ripubblicato. Sarai felice quando il tuo libro diventerà un bestseller. Sarai felice quando il tuo libro sarà al primo posto nelle classifiche di vendita. Sarai felice quando ne trarranno un film. Sarai felice quando ne trarranno un grande film. Sarai felice quando sarai J.K. Rowling. Sarai felice quando piacerai alla gente. Sarai felice quando piacerai a più gente. Sarai felice quando piacerai a tutti. Sarai felice quando la gente sognerà di te” (pag73)

Buona lettura 🙂

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