“La linea del colore”, di Igiaba Scego

“Lo spagnolo Quevedo – in quel 1887 appena iniziato Lafanu Brown stava scoprendo la prosa del Seicento spagnolo – nei suoi sonetti scriveva con il suo solito sarcasmo: “In Roma cerchi Roma, o pellegrino. E proprio in Roma Roma non ritrovi”, ma era in quel cercare Roma, proprio in quel non trovarla, che alla fine lei, la pellegrina Lafanu Brown, si era imbattuta improvvisamente in se stessa. Ma questo Hillary non lo poteva capire, era bianca, tutto le era dovuto, gli onori, le bellezze, persino le stravaganze. Lei era Hillary in America ed era Hillary a Roma. Ma Lafanu poteva essere Lafanu solo a Roma, e nemmeno sempre. In America era solo una negra, un incrocio bastardo tra una nativa americana Chippewa e un haitiano dalle strane idee sovversive” (pag26)

Ho domandato a Bompiani “La linea del colore” per capire meglio certe questioni.

Avevo iniziato tempo fa, con quello sta’ in silenzio e ascolta che mi è sempre parso, sin da tempi non sospetti, l’unica maniera d’imparar qualcosa; sicché avevo letto articoli, visitato il web, seguito alcuni profili su Twitter – insomma, come si dice, ho cercato di informarmi. Il fatto è che a un certo punto ho cominciato a non trovarmi più a mio agio con forme d’espressione che percepivo come specialistiche e talvolta anche polarizzate, finanche escludenti. Lo so, il problema è mio o, dicendola in altro modo, “sono io a essere parte del problema”. Tant’è; e mi parrebbe ipocrita omettere pure che il mio è anche un problema di linguaggio: guardo troppo alla forma, sono poco incline a uscire dalla mia zona di conforto letterario, ho un cattivo rapporto con tante parole nuove tra cui, per esempio, privilegio o rieducazione, perché per me – per il mondo antichissimo da cui provengo – non sono affatto parte di un “nuovo lessico”, anzi.

Possibile che non si fosse già pensato – mi chiedevo – a come rendere evidenti certe questioni attraverso una tecnica espressiva disgiunta da un particolare tipo di narrazione, magari per mezzo di un sistema codificato, già in uso, in maniera da creare come un ponte, un ancoraggio tra il passato e il presente? Creare cioè una familiarità stilistica che producesse empatia, e non respingimento, senza tuttavia eliminare la realtà dei fatti, né edulcorarla, né separare il linguaggio dalle persone che quel tipo di linguaggio dovrebbero essere le uniche ad avere il diritto di maneggiarlo?

Ebbene, il linguaggio giusto io l’ho trovato nella tradizione del romanzo vittoriano. Stupefacente, forse, ma anche una conferma del fatto che il nostro passato letterario riesce sempre, per il solo fatto di esistere, a passarci qualcosa di buono. Con “La linea del colore” Igiaba Scego conclude la sua “trilogia della violenza coloniale” (“Oltre Babilonia” – 2008 e “Adua” – 2016), un romanzo storico che affonda le radici nello stile di Dickens, Goethe, Wharton, James e tanti altri (Forster, Stendhal, Byron, M. Shelley: tutti citati dall’autrice nella parte finale del libro). Lo fa mettendo in scena le vicende di Lafanu Brown, pittrice vissuta nella seconda metà dell’ottocento: figlia di una chippewa e di un haitiano, Lafanu viene adottata, poco più che bambina, da una mecenate abolizionista che ne fa la sua protetta curandone – non senza una gran parte di autocelebrazione e autocompiacimento – istruzione e inserimento in società; a causa di episodi di razzismo e violenza di cui è vittima, la giovane donna viene mandata in Inghilterra, sempre in qualità di protégé, e poi in Italia, dove finalmente riuscirà a seguire la vocazione di artista. La figura di Lafanu Brown è finzionale ma strettamente ispirata a due donne realmente esistite: Sarah Parker Remond (morta a Roma nel 1894), l’ostetrica nera, attivista e femminista, in servizio presso l’ospedale di Sant’Antonio, e l’artista statunitense Edmonia Lewis (1844-1907), divenuta una grande scultrice dopo una vita in equilibrio tra il desiderio di indipendenza artistica e la necessità di sottostare ai precetti del mecenatismo.

La storia di Lafanu è un racconto di crinoline e miseria, di nebbie e salotti fumosi, di boccoli, forcine, abiti sontuosi; di serve, analfabetismi, violenze, stupri; di passioni struggenti e infelicità profonde come l’oceano su cui Lafanu si troverà a navigare e nelle cui onde getterà le ciocche dei capelli dei figli di coloro che in quelle onde persero la vita, durante le traversate di morte e catene a cui erano sottoposti. A riportare Lafanu nel nostro presente – attraverso lettere, testimonianze, taccuini – è Leila, giovane romana di origine italo-somala, attiva nel mondo dell’arte, che una volta venuta a conoscenza delle vicende di Lafanu si propone di esporre i lavori della pittrice alla Biennale di Venezia. Grazie a questo espediente letterario, Igiaba Scego riesce a creare, come Lafanu con le sue tele, uno sfondo che accoglie e rende evidente, proprio perché costruito attraverso la pittura, la più immediata delle arti, i temi fondanti del libro: dalla questione sulle migrazioni alla necessità di una riflessione post-coloniale che prima di tutto sviluppi una sguardo libero dall’eurocentrismo, fino al dibattito politico-artistico che si compone di due parti fondamentali, il rapporto con il nostro passato e quella spinta verso la cancel culture che non è possibile ignorare. Come non è possibile ignorare la domanda che già covava nascosta dietro le beneficenze delle mecenati di Lafanu: quanto si mettono in discussione le persone bianche quando parlano di razzismo?

Nelle pagine finali del libro Igiaga Scego racconta la genesi di questo suo romanzo e definisce un’altra questione secondo me importantissima – ed è proprio questo punto ad avermi spinto alla lettura: “Anche se parlo di una donna afroamericana – scrive l’autrice – questo non è un romanzo afroamericano. Non scimmiotto l’America. Il mio intento è stato fin da subito costruire una storia che parlava di Italia, una storia quindi afroitaliana. (…) Non si tratta di appropriazione di cultura, ma della costruzione di un personaggio-ponte”. Ecco, qui per me sta il punto: io credo, forse a torto, che non sia possibile, o quantomeno non utile, utilizzare i medesimi costrutti per lo studio di fenomeni che, di fatto, hanno interessato e interessano aree geografiche e contesti storici molto differenti tra loro. Ciò non significa affatto che non sia necessario attenersi a linee guida comuni: al contrario, la mappa deve esistere. Allo stesso tempo però penso che occorra costruire un sistema fluido – forse …intersezionale? – all’interno del quale sia possibile modulare gli interventi in modo da evitare la generalizzazione nei riguardi di realtà diversamente complesse.

Avrei ancora molto da scrivere, per esempio sull’approccio profondamente pedagogico che percorre tutto il libro, un intento spinto sempre all’apertura – che ho amato moltissimo (“Fu allora che il futuro mi apparve chiaro. In quel momento decisi, ma ne fui consapevole solo nei giorni seguenti, che avrei aiutato le persone a guardare meglio. Ad andare oltre la superficie, a decodificare i dipinti, i bassorilievi, le statue che avevano attorno” – pag62); oppure sulla capacità che ha l’autrice di dipingere senza ipocrisie un panorama femminile vastissimo. Ma come si sa, un blog a certi testi molto lunghi non si presta volentieri.

NB: l’apparato iconografico citato dall’autrice è immenso e tutto da scoprire. Vi invito a tenere sotto mano internet per recuperare via via tutte quelle immagini di dipinti, affreschi, architetture, che rendono “La linea del colore” oltre che un romanzo appassionante ricco di spunti di riflessione anche un puntualissimo trattato d’arte. Le pagine finali del volume sono dedicate inoltre al progetto “NOI NELLA PIETRA”, con le fotografie di Rino Bianchi che immortalano alcuni dei luoghi e delle architetture più importanti citate nel libro.

Dispacci da lontano. #ADCchina

Da qualche tempo andavo in giro a segnarmi titoli di riflessioni dall’oriente: era nel pre-virus, m’interessava capirne di più di geopolitica. Ora siamo tutti diversi – per certe questioni è più una mia speranza che una realtà oggettiva a dire il vero – e il dibattito si è acceso: dall’economia spregiudicata ai nuovi ricchi, dal problema dell’approccio culturale alle derive sempre presenti di censura e propaganda, l’analisi sul potere asiatico si rivela in tutta la sua complessità. In questo articolo aperto lascio alcuni degli ultimi titoli che mi hanno incuriosita: è come al solito benvenuto ogni altro suggerimento.

Nella testa del Dragone. Identità e ambizioni della nuova Cina“, Giada Messetti – ed. Mondadori (marzo 2020). Una voce secondo me fresca e al tempo stesso autorevole che penso possa riuscire a chiarire quel che la Cina in sostanza è: un crocevia di tante realtà – e identità diverse – che inevitabilmente sfuggono alla maggior parte dei nostri sforzi tassonomici.

Red Mirror“, Simone Pieranni – ed. Laterza (2020). La tecnologia che offre soluzioni a problemi altrimenti ingestibili, la tecnologia invasiva: a che punto siamo? Dalla domotica agli smartphone, dall’AI alla smart city, ce lo spiega la Cina.

“Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina“, Alessandro Aresu – ed. La Nave di Teseo. Che cos’è il geodiritto? “Una guerra giuridica e tecnologica combattuta attraverso sanzioni, uso politico delle istituzioni internazionali, blocchi agli investimenti esteri”.

Il nuovo Mao“, Gennaro Sangiuliano – ed. Mondadori (2019). Una fittissima biografia del leader cinese, ricca di spunti di riflessione non solo sulla figura di quest'”uomo più potente del mondo” (davanti a Putin e Trump – Forbes 2018) ma anche sulla storia della Cina contemporanea.

Mao Zedong è arrabbiato – verità e menzogne dal pianeta Cina”, Yu Hua – ed. Feltrinelli. “Yu Hua è nato nel 1960 a Hangzhou. Figlio di un’infermiera e di un medico, trascorre lunghi pomeriggi dell’infanzia a giocare nei corridoi dell’ospedale. Lì fa il suo apprendistato di scrittore. È considerato uno dei migliori autori della nuova generazione”. Tra censura, propaganda, ricchezze spregiudicate e mal condivise, lotte di classe, una lettura che mi pare indispensabile per l’ironia e la passione che la contraddistingue.

La seconda guerra fredda“, Federico Rampini – ed. Mondadori (novembre 2019). A fine 2019, Rampini firma un libro sullo scontro tra America e Cina: curiosa di capire se le sue osservazioni, fatte appunto nel pre-virus, saranno valide anche nel post, mi incuriosisce l’analisi sul ruolo di chi resta schiacciato in mezzo, ossia noi europei.

Scacco all’Europa“, Danilo Taino, ed. Solferino (marzo 2019). Anche qui, il focus è in parte l’Europa e quel ruolo mondiale eurocentrico ormai in declino. La Belt and Road Initiative avanza inesorabilmente?

Il secolo asiatico?“, Parag Khanna – ed. Fazi (marzo 2019). Questo è uno dei testi che mi interessa di più: mi domando se dentro a quel punto di domanda fosse già conservato, in embrione, parte di un futuro che è diventato il nostro presente.

“Ogni riferimento è puramente casuale”, di Antonio Manzini

“Devi viaggiare basso – risponde amaro Pinelli – non alzare la posta, essere comprensibile, rassicurante, non insinuare dubbi e soprattutto sembrare il vicino di casa un po’ sfigato. Se poi sei pure cafone e aggressivo allora sì, sei veramente autentico” (pag82)

È molto curioso, un effetto straniante, leggere adesso “Ogni riferimento è puramente casuale”. Lo avevo sul comodino e l’ho aperto l’altra notte, quando non dormivo. Se all’uscita, nel 2019, aveva la parvenza di un ironicissimo e gustoso pamphlet sul mondo editoriale, ora, nel dopo, rivela in tutta la sua scabrosità il cuore nascosto che la sua lustra buccia contiene: un’agghiacciante denuncia di quel che non andava nell’editoria – e ora sappiamo che quel tutto è stato, per una buona parte, la causa del disastro dell’adesso.

Si comincia con “Lost in presentation”, un breve racconto, amaro ma ancora buffo, diciamo compiacente, in cui attraverso la carnevalesca storia del neoscrittore Samuel Protti si narra dell’inutilità di certi modi di far promozione dei libri attraverso il sistema delle presentazioni. L’autore procede poi con “Critica della ragione”, dove si raccontano le vicende di Curzio Biroli, noto critico letterario, costretto da un complesso sistema di do ut des clientelare tra case editrici, direttori editoriali, giornalisti e autori, favori da restituire finanche ricatti morali, a scrivere una recensione di comodo. E qui sta il nodo, questo punto di deriva a-morale appena accennata che trasforma “Ogni riferimento è puramente casuale” da narrazione sarcastica e pungente, sorniona, indulgente, in una discesa agli inferi che somiglia sempre più, racconto dopo racconto, a un cuore di tenebra a tema editoriale. C’è dunque questo “Racconto andino” su uno scrittore sudamericano, gallina dalle uova d’oro, che a un certo punto deraglia dalla confortante narrazione di un’autoreferenzialità tutta editoriale e prende la piega di un grottesco horror movie di serie b in cui per un best seller il mondo editoriale sarebbe disposto a tutto – anche a nascondere cadaveri (veri e metaforici). Oppure “E’ tardi”, che per argomento e tempi strettissimi della scrittura, del canto poetico e dell’ambientazione mi fa tornare alla memoria i brividi di Edgar Allan Poe.

L’idea che una volta si potesse sorridere di fronte a certe dinamiche è interessante – e mi domando quanto ironia e sarcasmo abbiano contribuito a sminuire il problema, quel dire ma sì, è sempre stato così, come se nulla alla fine avrebbe potuto scalfire il sistema.

Unico protagonista della filiera editoriale non pervenuto è il lettore. Del lettore non si parla quasi mai dentro a “Ogni riferimento è puramente casuale” e quando lo si fa, accade in modi non troppo lusinghieri. E’ oggetto a cui si tende, si mira a riempirlo, per altro con una certa disistima. Quasi fosse possibile comunque ingannarlo, giocando sul giudizio di pancia, sulla sua scontata impossibilità al comprendere, su quella presunta spinta al godere sempre e comunque di un acritico panem et circenses.

“L’amore per i libri non è una questione di dna o di ambiente o di educazione. E’ come l’arte, inspiegabile, o ce l’hai o non ce l’hai” (pag227)

“(…) i suoi consigli psicoanalitici parascientifici fanno presa sul pubblico soprattutto femminile. E fin qui questo tribunale non ha niente da eccepire (…)” (pag262)

Anche se i protagonisti diventano di necessità macchiette schizofreniche, resta sempre il dubbio che non tutta l’iperbolica esagerazione della rappresentazione sia in qualche modo lo specchio di una verità. “Ogni riferimento è puramente casuale” è un libricino curatissimo, che fa pensare molto.

“In fondo cosa sono i libri? Roba che non salva il mondo, non sana vite, lasciano il tempo della lettura per sparire poco dopo. Fra cento anni di questi giorni terribili, lui lo sa, resteranno sì e no una decina di scrittori, (…) tutti gli altri verranno inghiottiti dall’oblio delle sabbie del tempo” (pagg87-88)

“I ragazzi della Nickel”, di Colson Whitehead (trad. Silvia Pareschi)

“Sono bloccato qui, ma cercherò di ricavarne qualcosa – si disse – e di uscirne in fretta” (pag67)

E’ passato del tempo da quando Colson Whitehead venne in Italia a promuovere “The Nickel Boys”e incontrò quasi tutti quelli che poi di questo libro parlarono e scrissero. Non così tanto se contiamo giorni e mesi – è questione dell’autunno scorso – ma a sufficienza per creare un’opportunità di riesame, o di lettura ex novo come nel mio caso, alla luce di due fatti accaduti nel mentre. Il primo fatto e è che Colson Whitehead con questo libro ha vinto il Pulitzer nella categoria “book, drama & music” sezione fiction; il secondo fatto è il virus pandemico.

Colson Whitehead non è principiante del Pulitzer – e questo punto è notevole. Era difatti stato premiato nel 2017 per “La ferrovia sotterranea“, ottocentesca epopea antischiavista che, seppur romanzata e dai tratti fantastici, attiene a una delle questioni più difficili della storia a stelle e strisce denunziandone le tragiche brutalità mediante un’enfasi e una cura per i dettagli fuori dal comune.

Con “I ragazzi della Nickel” l’autore ripercorre attraverso una narrazione meno onnisciente e più realistica gli anni sessanta del Novecento, il periodo in cui negli Stati Uniti furono più aspri i fenomeni di segregazione razziale e violenza verso i neri. Il protagonista è Elwood Curtis, un ragazzino tirato su dalla nonna materna nei sobborghi di Frenchtown, il quartiere nero di Tallahassee in Florida, che per un caso sfortunato viene condannato a scontare un periodo di rieducazione alla Nickel Academy, un riformatorio vanto della contea – a leggere la brochure di presentazione – per i campus moderni, le proposte educative, la qualità dell’insegnamento.

La storia di Elwood e del suo amico Turner – tra bullismo, razzismo, corruzione, abusi fisici e psicologici, prigionia e torture – è opera di fantasia ma strettamente ispirata alle vicende realmente accadute presso la Dozier School for boys (1900-2011) di Marianna – FL, oggetto d’indagine del dipartimento della giustizia USA sin dal 2000. “I ragazzi della Nickel” insomma, pur conservando la struttura del romanzo, con tanto di flashback e tensione narrativa, si prende di diritto il merito di rappresentare uno strumento imprescindibile per una denuncia sociale e politica che tocca uno dei nervi scoperti di tutta l’amministrazione americana: quella dell’infanzia ai margini, dei modi ipocriti e inefficaci della scolarizzazione, della violenza domestica.

La famiglia è tema caro agli americani di questi tempi e la mole di testi sull’argomento denota per lo meno il tentativo di un’autoanalisi percepita necessaria. Non è un caso che gli altri due finalisti al Pulitzer fossero Ann Patchett (l’autrice di “Commonwealth” – “Il bene comune”) con “The Dutch House“, saga dinastica lunga 50anni, ambientata nei sobborghi postbellici di Philadelphia, e il romanzo “The Topeka School” di Ben Lerner, una storia di famiglia nel Midwest americano degli anni novanta. Sono chiare d’altra parte le motivazioni che hanno spinto alla scelta del vincitore dal momento che innegabilmente “The Nickel Boys” è “a spare and devastating exploration of abuse at a reform school in Jim Crow-era Florida that is ultimately a powerful tale of human perseverance, dignity and redemption” e soprattutto solleva questioni di responsabilità morale che non è più il tempo di lasciar correre – specie perché portate alla luce da uno scrittore che si posiziona in maniera particolare all’interno della società newyorkese da cui proviene (afroamericano, genitori di successo, scuole d’elite, incarichi universitari prestigiosi).

L’altro punto, dicevamo. Sono convinta che occorra pensare alle letture del passato, del prima – perché ormai è chiaro, anche nella lettura ci sarà un prima e un dopo – in questo modo: libri che potrebbero aiutare a dare un senso al poi e libri che potrebbero aiutare a dimenticarsene almeno per un po’, di questo dopo. “I ragazzi della Nickel” per me fa parte del primo gruppo, non tanto per via del confinamento (certo c’è pure quello, ben descritto in tutti i particolari più raccapriccianti di fronte ai quali il nostro Netflix-e-divano miseramente scompare inabissandosi in un oceano di vergogna, com’è giusto) quanto per quella volontà di resilienza, per quello spirito pervicace d’immaginazione e riso ostinato che ha sempre fatto parte del mondo dei bambini, accada quel che accada. E’ questo che muove di “The Nickel boys”, quel che più stringe l’animo del lettore: l’idea dell’infanzia spezzata – il momento in cui noi adulti dobbiamo dirci vedi, occorre un po’ di quel coraggio, nell’adattarci senza lagne, nell’impegnarci a consegnare ai nostri figli un mondo migliore di quello in cui siamo vissuti.

[Nota sulla lingua: non lasciatevi ingannare dall’esiguità del numero di pagine. A me i romanzi brevi piacciono perché significa che sono focalizzati su un modesto numero di personaggi ma brevità delle pagine non sempre significa rapidità di lettura. “I ragazzi della Nickel” va letto preferibilmente tutto insieme o comunque a larghe fette, dedicandogli del tempo: la lingua di Colson Whitehead (sia in originale sia nella precisa e dinamica traduzione di S. Pareschi) è tagliente, asciuttissima e possiede tanti strati di significato e riferimenti che una lettura veloce non sarebbe in grado di recuperare. Date tempo alle parole ma non così tanto da lasciarle andare – sì lo so: equilibrio precario, ma vale.]

“Una di Luna”, di Andrea De Carlo

“Non va bene proprio per niente, Margherita” ha detto lui. “Siamo su un piano inclinato che ci sta facendo scivolare dritti verso una palude medievale” (pag18)

Degli ultimi De Carlo s’è detto un po’ di tutto. S’è detto che gli argomenti tendono al ripetitivo, che le strutture formali più che consolidate dovrebbero essere definite meccaniche, s’è detto che De Carlo, abbandonata la vis polemica, corre il rischio di ripiegarsi su una certa “letteratura per signore”, producendo testi di qualità discontinua. Posto che Andrea De Carlo è sempre stato autore prolifico e che più aumenta la quantità più – è un fatto che vale per chiunque – aumenta la probabilità che non tutte le opere raggiungano il medesimo livello, posto che Due di due resterà sempre Due di due e fine della storia, personalmente non sono d’accordo con chi ne decreta il decadimento.

Le ragioni le ho (ri)trovate tutte qui, in questo ultimo romanzo che leggo con molto ritardo ma si sa, i miei libri prendono la strada che vogliono.

Andrea De Carlo non ha mai vissuto fuori dal concreto, anzi è uno dei pochi autori italiani attivi da decenni che, mi pare, si espongono a descrivere la realtà così com’è, evitando di rintanarsi nel racconto decontestualizzato – buono per qualsiasi luogo lago e pubblico – o in un passato di vagheggiamenti e recupero. Soltanto, De Carlo impiega i propri tempi per analizzare questi spazi che lo circondano – il che per quanto mi riguarda non è sempre un male, il rivendicare quel po’ di calma in più senza farsi prendere dalla frenesia del dire subito. Questa volta è per l’autore il momento del mondo rarefatto dell’alta cucina (non una novità per lui, da sempre interessato al cibo, alla questione di come ne fruiamo, di quel che c’è, dietro all’atto del mangiare), la cui analisi inserisce tuttavia in un contesto estremamente attuale, quello dell’overtourism culinario e dei reality show per aspiranti cuochi.

In una Venezia strapazzata dalle aspettative dei turisti low-cost, tra speculatori, incompetenze, traffico e confusione – ma anche silenzi e tramonti luminosissimi, profumi di frutta, verdura, erbe aromatiche e cassette di pescato – si snoda la vicenda della quarantenne Margherita, figlia unica del grande Achille Malventi, fascista, orfano, foresto a Venezia (è abruzzese), molesto, seccante, acido, caduto in disgrazia economica a causa dei suoi deliri di onnipotenza – ma chef illuminato, il migliore della città lagunare. Tanto che un suo ex allievo, divenuto una stella della televisione di tema gastronomico, lo invita alla trasmissione “Chef Test” per una dimostrazione culinaria agli aspiranti cuochi. Ovviamente data la caratura di Achille – che accetta la proposta unicamente con l’intento di mettere in ridicolo i colleghi e riaffermare il proprio ruolo all’interno del pantheon – niente andrà come deve andare.

“E’ vero che la mia apprensione nei suoi confronti si è accentuata adesso che è anziano e non ha più il suo ristorante, ma ce l’avevo anche quando era un energico chef sessantenne sulla cresta dell’onda, e io una ragazzina che non sapeva niente del mondo” (pag28)

“Una di Luna” è un breve romanzo familiare che con ironia e speditezza racconta una fetta consistente della nostra contemporaneità – almeno, quella pre-virus. Il racconto del set con le falsità del trucco e del montaggio, di quel – linguaggio – televisivo – che – si – fa – sempre – interrotto – e – scontato – nella – sua – spettacolarizzazione – drammatica, perché dipendente dalle pause a effetto della sceneggiatura e dai cartelloni del gobbo, va di pari passo col racconto della storia personale di Margherita grazie alla quale De Carlo riesce ad esplorare in maniera profonda e mai prevedibile quella parte dell’animo femminile che spesso resta intima, non condivisa. Ecco allora il rapporto col padre, ottovolante continuo di sentimenti impediti, e l’emancipazione attraverso il lavoro (cuoca anche lei, per nemesi – in un mondo di maschi). Margherita non è un personaggio costruito e la prova è data dal fatto che non si fa amare quasi per niente: è donna indecisa, talvolta molto poco politically correct, succube del padre, invischiata in un ruolo di sostituta consorte da cui non si capisce se non voglia o non possa svincolarsi, e da ultimo ma non ultimo incastrata in una relazione pluridecennale con un fidanzato più scialbo di lei. Unica redenzione è il lavoro, quell’eredità paterna di talento e intuito che l’ha resa indipendente e stimata all’interno di una dimensione di cucina che se da una parte non si avvicina certo al minimalismo di un poco spacciato per autentico, dall’altro ha l’intenzione di recuperare un approccio più genuino, etico, conviviale, si direbbe quasi sacro, con il nostro cibo e con le persone con cui lo condividiamo.

Qui, nel contemplare il dentro e il fuori, sta a mio parere la freschezza di un De Carlo che non ha perso quel piglio polemico di cui si diceva sopra ma lo ha soltanto trasformato, per via dell’età e attraverso un’osservazione del mondo che secondo me s’è fatta molto meno dipendente da quegli aut-aut che in certe opere degli anni passati – ecco lì sì – l’autore si poneva a criterio imprescindibile e di conseguenza stereotipato. Anche Achille Malventi è un personaggio poco costruito e proprio questa sua concretezza – tra crisi di ira malcontrollata, attacchi di isteria, vaghe amnesie geriatriche – per paradosso diviene in un certo senso l’espressione non di un tipo ma di un possibile futuro che riguarda noi tutti.

“Una di Luna” è un bel libro pre-pandemia perché ci fa pensare in qualche modo anche al dopo. E’ uno di quei libri che forse aveva cercato di avvisarci dell’uragano imminente. Chissà che De Carlo non possa diventare, proprio lui, col suo stile lungo e scivoloso, di paratassi e aggettivi, col suo sguardo del dentro che non manca di riflettersi nel fuori, uno di quei pochi scrittori (e scrittrici) che saranno in grado di raccontarci il virus – sì, tra qualche anno, non proprio subito.

Nota: ho letto “Una di Luna” anche perché racconta di Venezia. Venezia che quest’anno non potrò andare a trovare, Venezia allagata, Venezia dove tutti quelli che conosco vanno perché fa figo ma dove nessuno di quelli che conosco è andato per dare una mano, quando quest’autunno ha rischiato di scomparire sommersa dalla marea. Venezia chiusa e vuota dopo il virus, prosciugata dai turisti, il cui esserci e non esserci è sempre e comunque condanna. Non sarà l’unico libro che leggerò quest’anno su Venezia, ne ho altri sul comodino, vedremo quale strada prenderanno.

“La ragazza della palude”, di Delia Owens (trad. Lucia Fochi)

“Cosa vuol dire, dove cantano i gamberi di fiume? Lo diceva anche mamma. Vai più lontano che puoi, fino laggiù, dove cantano i gamberi di fiume”

Ma che bello, questo racconto di cose piccolissime e immense. Ambientato nella North Carolina degli anni ’50, tra gli acquitrini e le paludi che caratterizzano quel pezzo di costa atlantica, “Where the Crawdads Sing” è il romanzo d’esordio di Delia Owens, coautrice di tre saggi bestseller sulla sua vita da naturalista in Africa e vincitrice del John Burroughs Award. Protagonista è la piccola Kya, Catherine Danielle Clark, che nessun abitante del villaggio di Barkley Cove chiamerà mai con questo suo nome, preferendone un altro, di giudizio e disprezzo, reverenza e timore: è la ragazza della palude, quasi una strega di bosco o una fata maligna alla congiunzione tra la terra e il mare, tra il dolce e il salato, come la laguna stessa. Abbandonata prima dalla madre e poi dai fratelli, scappati per fuggire a un padre reduce di guerra – alcolista e violento – e a una vita di stenti dentro una baracca scalcagnata, Kya è figlia della miseria e del degrado sociale; cresce da sola nella laguna, in un isolamento quasi completo, circondata da una natura incontaminata che diventa maestra di vita, compagna di avventure, dura dispensatrice di regole e destini.

“La ragazza della palude” racconta di come si diventa grandi, come si può venire a patti con la propria sorte e anche come sia inevitabile, a volte, esserne per certi versi vittime: il ritrovamento del cadavere di un giovane di buona famiglia precipitato da una torre antincendio, infatti, a un certo punto spinge la polizia sulle tracce della ragazza, in un complicato gioco di indagini e testimonianze in flashback che raccontano non solo la storia di Kya ma anche quella, così comune e verosimile, di una comunità rurale americana tipica nelle criticità, ipocrisie, razzismi ma anche nello spirito di aiuto reciproco e nel senso di appartenenza.

“La ragazza della palude” è un bell’esempio di (new) nature writing, quel particolare genere di romanzo all’interno del quale la natura cessa di ricoprire il ruolo di mero strumento contestualizzante per assumere invece quello di co-protagonista, in maniera da creare un rapporto strettissimo con gli altri personaggi della vicenda. Per scrivere bene di nature writing occorre competenza ed estrema precisione, qualità che non difettano nell’autrice, e la prontezza nel gestire le pagine all’interno delle quali occorre in qualche modo sospendere la narrazione della storia in sé a favore delle parti descrittive, che in quest’opera risultano calibratissime, di un equilibrio delicato, simile alle pennellate di un’acquerellista esperta… e non si può dir di più, per non rovinare la sorpresa di una trama ricca di spunti, temi e immagini poetiche.

Il mio scrivere di new nature writing però non è una svista. E’ perché in realtà “Where the Crawdads Sing“, a quanto mi pare, contiene in sé quel superamento del concetto di cui sopra che si spinge fino a un altro punto dell’analisi sul “dire attraverso natura”: un mondo letterario ancora più sotterraneo in cui la Natura non è più soltanto co-protagonista ma in un certo senso torna alle origini imperscrutabili; da qui l’importanza di tanti punti quali ad esempio il concetto di fauna e flora che riprendono i propri spazi, l’idea del viaggio (Kya si sposta in barca, da una laguna all’altra, sempre in movimento), del diario (di cui Kya fa uso), o la narrazione per immagini, l’archetipo dell’isola e dei non-luoghi (e quale migliore non- luogo di un lembo di spiaggia che non appartiene né al cielo, né alla terra, né al mare), il misticismo (il valore dell’esperienza catartica nel rapporto con la dimensione naturale) e in special modo la riflessione sull’inutilità del linguaggio codificato (ndr: la protagonista è, di fatto, analfabeta per gran parte della narrazione).

E’ un bel respiro, questo modo di leggere; mi è stato di conforto in questi giorni difficili: tra le piccole cose, conchiglie, piume di uccelli selvatici, lucciole e orme nascoste, felci e canne, e tra quelle immense – i cieli autunnali, le rotte dei migranti, le onde dell’oceano e il senso del tempo che passa, ecco sono riuscita a pensar meno a me stessa; a sentirmi parte di un qualcosa che non comincia con me, e neppure finisce.

“I mesi passarono e l’inverno, come fanno gli inverni del Sud, prese posto con garbo. Il sole, tiepido come una coperta, avvolgeva le spalle di Kya e la invitava a spingersi sempre di più nell’acquitrino. A volte sentiva rumori notturni che non conosceva o sobbalzava per lo scoppio di un fulmine troppo vicino, ma ogni volta che inciampava, la terra era lì ad accoglierla, finché alla fine, senza dire nulla, il dolore al cuore se ne andò, come acqua infiltrata nella sabbia. Sempre lì, ma molto, molto in fondo. Le mani appoggiate su quella terra umida e palpitante; e il pantano diventò sua madre”

Cieli blu.

Sicché, al 4 maggio siamo giunti, manca proprio poco. Io l’avevo promesso: sarei arrivata fino a qui, in qualche modo; quindi ora non posso fare altro che ringraziare tutte le persone che in questi 72 giorni sono rimaste con me su ADC e mi hanno aiutata, ciascuno a modo proprio, con le proprie risorse e competenze, a portare avanti questo spazio che spero sia riuscito a mantenere quella funzione, come l’ho sempre voluta, di luogo in cui condividere idee, cultura, riflessioni, letture.

In rigoroso ordine sparso – sperando di non far torto a chi mi capitasse d’aver lasciato fuori – ecco quindi il mio debito di gratitudine; prendetelo a mani giunte, come nel gassho – potere antico di migliaia di anni, i due palmi giunti a significare il contatto tra due individui che entrano in relazione l’uno con l’altro.

  • Isolaria Pacifico, Mila Spicola, La Ricerca, Lavoro Culturale, maestri e maestre con cui ho parlato sul Twitter, che mi hanno accompagnata a comprendere e approfondire il rutilante mondo della DAD – la didattica a distanza (o meglio, d’emergenza) -condividendo non solo dubbi e criticità ma anche idee e proposte per una scuola sempre più inclusiva e al passo coi tempi. Grazie, non so come potrò ricambiare.
  • Le case editrici che hanno messo ADC a parte delle loro letture e dei loro progetti, come La Nave di Teseo: l’editoria ha bisogno di spunti nuovi e se è vero che il digitale non è tenuto a salvare il mondo delle lettere, è tuttavia reale e concreta la sua capacità di far da connessione tra chi i libri li fa e chi i libri vuole continuare a leggerli.
  • Le torinesi più coraggiose che io conosca: Monica Bedana, Angela Rastelli – e Marta Barone. A cui si aggiunge Giulia Passarini, a cui mando un cuore speciale, anzi due. Cazaladies, come mi mancate, tutte quante, come vi sento vicine.
  • I miei due, Luca Albani & Francesco Guglieri, che mi guardano sempre da lontano e qualche volta si fanno avanti a indicarmi la strada – come al solito.
  • Giuseppe Strazzeri: onore imperituro alla pazienza da mentore che usa nei miei confronti.
  • Tutti gli scrittori e le scrittrici con cui ho chiacchierato e che mi hanno raccontato del prima – e poi anche del dopo-virus. Di come sarà nelle lettere, di come si vorrebbe che fosse. Siete in tanti, grazie a tutti – ognuno di voi sa.
  • Grazie a tutti gli appassionati del #cosaabbiamofattooggi: è stato un bel progetto che ho costruito prima di tutto per me, per portare a casa le giornate – ma a quanto pare è piaciuto a tanti. Cosa abbiamo fatto oggi finisce qui, oggi, con il link a questo post. Grazie, i vostri cuori sono stati compagnia inesauribile e fonte d’ispirazione quotidiana. (Noi continueremo con le nostre avventure tra compiti, cornicette, attacchi d’arte e disperazioni, comunque – e ne terrò traccia, qui e là)
  • Infine – last but not leastgrazie a miei dodicimilaetrecento: qualcuno è arrivato, qualcun altro è andato via. Lo so, non siete sempre tutti d’accordo con me e ve ne ringrazio: sapete bene che la super-bolla autoreferenziale non è un mio obiettivo. Quindi continuate a defolloUarmi, nel caso: questo è l’unico modo, a volte, per capire dove si sta andando e dove si vuole andare (due questioni che non sempre coincidono).

Con giudizio, Michele. Mi fido” – si dice in uno dei miei libri del cuore. Mi raccomando quindi, andate avanti con giudizio: mi fido.

Nota: in foto, una delle immagini che vi è piaciuta di più: è il cielo di Milano in una giornata della settimana scorsa, una primavera che strizzava l’occhio al mare. Questa mia Milano, troppo vissuta e poco compresa, ne esce stremata e nulla tornerà come prima. Sarà meglio o peggio, ora non si può sapere. Di questi giorni noi tutti ricorderemo le sirene delle ambulanze che invadono le stanze delle nostre case, fin dentro al nostro dormiveglia della notte ma anche il silenzio per le strade, l’aria diventata a un tratto limpida, le rondini e i grilli – il canto di tantissimi grilli, sulla massicciata del treno.

“Orizzonte perduto”, di James Hilton (trad. Simona Modica)

“Ho trovato proprio dei bei libri [scrisse]. Tutti di seconda mano, perciò forse li hai letti anche tu. Romanzi: Orizzonte perduto di James Hilton, che parla del Tibet” (“I Cazalet – Confusione”*)

“Ebbene, anche in questo caso, vi sono due modi differenti di vedere le cose. Perbacco, ma pensi a tutti coloro che darebbero quanto possiedono pur di trovarsi in un luogo come questo ed essere fuori dai pasticci, e invece non possono uscirne! … Siamo in prigione noi o loro?” (“Orizzonte perduto”, pag184)

Se le letture fantastiche e fantascientifiche continuano a sedurvi nonostante il periodo, credo potreste apprezzare una bella favola dal sapore antico. E’ “Lost Horizon” dello scrittore e sceneggiatore James Hilton (Leigh, 1900 – Long Beach 1954), un romanzo d’avventura che per ambientazione e temi appartiene al ricco sottogenere del “mondo perduto”.

L’opera è del 1935, epoca d’oro per questo tipo di narrativa – dal suo capostipite Arthur Conan Doyle fino ovviamente a Verne, Haggard, Lovercraft e altri ancora – e narra attraverso un appassionante gioco di racconto-nel-racconto il caso di quattro persone – molto diverse tra loro – che per un curioso scarto del destino giungono al monastero di Shangri-La, leggendaria e misteriosa località nascosta tra le valli delle altissime montagne tibetane.

Ho amato molto questo libro. (Ndr: me l’ha fatto scoprire Clari* – anche lei, sì, l’amerò per sempre: oh Clari, che meraviglia gli anni Trenta, l’ombra di caminetti accesi, sigari profumatissimi, tazze di tè dall’aroma misterioso e inebriante, treni dalle destinazioni sconosciute, eserciti, divise militari, servitori di Sua Maestà, il Siam, Shangai, l’archeologia dell’esotico). Prima di tutto per la dinamicità della traduzione, di sapore retrò, mosso e policromo. Poi per gli incastri perfetti, un continuo gioco di piani temporali diversi all’interno dei quali, attraverso un racconto a più voci, la verità si fa ricordo, poi storia – e infine leggenda. Tanta parte ha fatto anche questo Tibet d’impressione coloniale che tuttavia mantiene accanto all’esotico che inevitabilmente lo contraddistingue anche quella maestosa impenetrabilità che l’occidentale non può in alcun modo violare. E’ proprio bravo Hilton a recuperare questo aspetto, affiancando l’imprescindibile fascino dell’Oriente estremo, di cui l’autore mostra una conoscenza estremamente accurata, a un rispetto colmo di umiltà e gratitudine nei confronti di una cultura millenaria, nel nome di una visione lontanissima dallo stereotipo – e se vogliamo molto più moderna di quella attuale.

“I picchi mandavano un riflesso gelido: maestosi e remoti, pur senza nome, avevano una dignità particolare. Inferiori in altezza ai più noti colossi, forse appunto per quelle poche centinaia di metri in meno si salvavano per sempre da esplorazioni alpinistiche, perché offrivano un minore allettamento agli ostinati superatori di record. (…) La passione occidentale per i superlativi gli pareva di cattivo gusto” (pag49-50)

A proposito di attualità dei temi, accanto alle critiche sociali presenti nel testo, caratteristica di tanta parte della narrazione distopica (tra cui per esempio la condanna della guerra quale elemento distruttivo prima di tutto della psiche, dell’arricchimento a qualsiasi costo e di certi vissuti coevi, dal colonialismo alle abitudini aristocratiche), mi occorre segnalare altri due argomenti, perché se è vero che i libri hanno le loro questioni di cui parlare, è vero anche che spesso ci parlano di questioni che vogliamo sentire.

“Non era possibile invece che non loro, le razze orientali, fossero particolarmente lente, ma piuttosto fossero gli inglesi e gli americani a galoppare per il mondo in un continuo e assurdo stato febbrile? (pag89)

Da una parte difatti c’è il superuomo occidentale, con l’ascesa dei totalitarismi e il successo del sé, a far da ombra gigante e nerissima dietro alle montagne, a cui fa da riscontro il disperdersi dell’io nella contemplazione del Buddha (bellissime le pagine di new nature writing con la descrizione di un mondo potentissimo, aguzzo, respingente che tuttavia accoglie in un abbraccio d’impermanenza colui che è pronto ad accettare, nella reverenza della compassione); dall’altra il senso della solitudine e della reclusione, e della capacità di contenere un destino non scelto, accostandosi al nuovo che arriva benché del vecchio, inevitabilmente, porterà nostalgia.

Sarà l’uragano, figlio mio, come il mondo non ne ha mai visti. Invano si chiederà sicurezza alle armi, appoggio all’autorità, aiuto alla scienza. L’uragano infurierà finché ogni fiore di bellezza sia calpestato, e tutte le cose umane siano livellate in un caos immenso” (pag199)

Nota: questo è stato l’ultimo libro cartaceo entrato qui in casa, a fine febbraio. L’avevo ordinato alla mia libraia della Feltrinelli dopo averne letto nei Cazalet, con le mie amiche – che mi mancano così tanto. E’ bello per me, sempre commovente, come i libri conservino la loro strada, il loro significato, indipendentemente dalle tempeste che gli girano intorno.

Un ebook non ci salverà, ma forse sì. 2: #Microgrammi

#IlRiccioNellaNebbia è la fiaba preferita di mio marito. Racconta la storia di un piccolo riccio che, all’imbrunire, col suo barattolo di marmellata attraversa il bosco per andare dal suo amico orso a bere il tè. Capita però che una sera finisca per perdersi nella nebbia – e il bosco si popola di creature di tenebra in un sogno di ombre, fruscii, animali misteriosi.

Con questo racconto, uno tra i più noti a tutti i bambini della Russia, mio marito ha cresciuto i suoi figli – e per questo è una delle nostre storie del cuore. L’autore di questa fiaba delicatissima che parla di immaginazione, paure e natura, è Jurij Norštejn (1941) indiscusso maestro dell’animazione russa e personaggio sregolato: un genio controverso, nato poverissimo da una famiglia ebrea (vivevano a Mosca, in una kommunalka, condividendo l’appartamento con altre quattro famiglie), costretto a dedicarsi all’animazione e non all’arte pura, come aveva sempre desiderato, per via delle decisioni del partito. A tutt’oggi si aspetta l’uscita del suo cortometraggio tratto dal “Cappotto” di Gogol – a cui Norštejn lavora da tutta la vita senz’averlo ancora concluso.

Verrà il lupetto grigio” è il racconto in breve della vita di Norštejn. Lo scrive Brian Phillips, giornalista americano che nel suo avvicinarsi al personaggio-Norštejn mi ha ricordato per tanti aspetti Edgardo Franzosini: quella stessa maniera, di rispetto e fedeltà alle fonti, nell’accostarsi a una figura enigmatica, quel medesimo interesse per i sottilissimi coni di luce che occorrono a illuminare ciò che, per il resto, resterà immerso nel buio.

#VerràIlLupettoGrigio fa parte di #Microgrammi, la nuova collana digitale di Adelphi: si tratta di narrazioni brevi o di estratti (a cui comunque si cerca di dare la forma del libro autonomo) da volumi che la casa editrice aveva in programma di pubblicare a breve e che al momento, per ovvie ragioni, restano in sospeso sino a data da destinarsi. Di nuovo, l’ebook non salverà l’editoria, non gli è neppure richiesto; eppure, in qualche modo che per me ha dello stupefacente, conserva in sé al di là della forma il significato profondo del libro: quel collegamento che c’è tra chi immagina e chi di quell’immaginazione si nutre.

Un ebook non ci salverà, ma forse sì. 1: Gli Squali

Di questi tempi accade che chi prima leggeva adesso non ne possiede più l’attitudine, e si capisce. C’è però chi, magari contrariamente al passato, gliela fa – e riesce o a concentrarsi su questioni lunghissime oppure – vuoi per il tempo a disposizione, drasticamente diminuito, vuoi per quella necessità che il lettore sente spesso, di collezionare tante storie e tutte insieme – preferisce le letture piccole.

Io sono parte della seconda categoria comma 2: gliela faccio ma a piccole dosi. Sicché anche questo è un post piccolo, giusto per segnalare – cosa che capita raramente ma mi pare che il tempo presente in qualche modo lo richieda – la nuova collana in ebook di La Nave di Teseo. Si chiama gli Squali e raccoglie piccoli (pure nel prezzo) romanzi brevi o racconti di impressione noir, veloci da leggere ma direi convenientemente indimenticabili data la caratura degli autori: Richard Powers, Michael Cunningham, JCOates, Scerbanenco e tanti altri.

Io mi sono comperata (1.99eu) “Modulazione“, di Richard Powers, perché sono sempre stata convinta che gli scrittori, quelli intelligenti, possiedano sistematicamente la capacità di guardare oltre.

Leggete, continuate a leggere: gli ebook forse non salveranno il mondo dell’editoria e neppure è richiesto che lo facciano ma in questo momento creano quello che per me è il punto d’incontro. Il punto di contatto tra chi produce libri (e malgrado le complicazioni continua a farlo) e chi dei libri non può fare a meno, nonostante la difficoltà nel recuperarli e nell’affrontare quel gesto dell’aprirli, che ora ci costa così tanto, ed è così prezioso.