“Ogni riferimento è puramente casuale”, di Antonio Manzini

“Devi viaggiare basso – risponde amaro Pinelli – non alzare la posta, essere comprensibile, rassicurante, non insinuare dubbi e soprattutto sembrare il vicino di casa un po’ sfigato. Se poi sei pure cafone e aggressivo allora sì, sei veramente autentico” (pag82)

È molto curioso, un effetto straniante, leggere adesso “Ogni riferimento è puramente casuale”. Lo avevo sul comodino e l’ho aperto l’altra notte, quando non dormivo. Se all’uscita, nel 2019, aveva la parvenza di un ironicissimo e gustoso pamphlet sul mondo editoriale, ora, nel dopo, rivela in tutta la sua scabrosità il cuore nascosto che la sua lustra buccia contiene: un’agghiacciante denuncia di quel che non andava nell’editoria – e ora sappiamo che quel tutto è stato, per una buona parte, la causa del disastro dell’adesso.

Si comincia con “Lost in presentation”, un breve racconto, amaro ma ancora buffo, diciamo compiacente, in cui attraverso la carnevalesca storia del neoscrittore Samuel Protti si narra dell’inutilità di certi modi di far promozione dei libri attraverso il sistema delle presentazioni. L’autore procede poi con “Critica della ragione”, dove si raccontano le vicende di Curzio Biroli, noto critico letterario, costretto da un complesso sistema di do ut des clientelare tra case editrici, direttori editoriali, giornalisti e autori, favori da restituire finanche ricatti morali, a scrivere una recensione di comodo. E qui sta il nodo, questo punto di deriva a-morale appena accennata che trasforma “Ogni riferimento è puramente casuale” da narrazione sarcastica e pungente, sorniona, indulgente, in una discesa agli inferi che somiglia sempre più, racconto dopo racconto, a un cuore di tenebra a tema editoriale. C’è dunque questo “Racconto andino” su uno scrittore sudamericano, gallina dalle uova d’oro, che a un certo punto deraglia dalla confortante narrazione di un’autoreferenzialità tutta editoriale e prende la piega di un grottesco horror movie di serie b in cui per un best seller il mondo editoriale sarebbe disposto a tutto – anche a nascondere cadaveri (veri e metaforici). Oppure “E’ tardi”, che per argomento e tempi strettissimi della scrittura, del canto poetico e dell’ambientazione mi fa tornare alla memoria i brividi di Edgar Allan Poe.

L’idea che una volta si potesse sorridere di fronte a certe dinamiche è interessante – e mi domando quanto ironia e sarcasmo abbiano contribuito a sminuire il problema, quel dire ma sì, è sempre stato così, come se nulla alla fine avrebbe potuto scalfire il sistema.

Unico protagonista della filiera editoriale non pervenuto è il lettore. Del lettore non si parla quasi mai dentro a “Ogni riferimento è puramente casuale” e quando lo si fa, accade in modi non troppo lusinghieri. E’ oggetto a cui si tende, si mira a riempirlo, per altro con una certa disistima. Quasi fosse possibile comunque ingannarlo, giocando sul giudizio di pancia, sulla sua scontata impossibilità al comprendere, su quella presunta spinta al godere sempre e comunque di un acritico panem et circenses.

“L’amore per i libri non è una questione di dna o di ambiente o di educazione. E’ come l’arte, inspiegabile, o ce l’hai o non ce l’hai” (pag227)

“(…) i suoi consigli psicoanalitici parascientifici fanno presa sul pubblico soprattutto femminile. E fin qui questo tribunale non ha niente da eccepire (…)” (pag262)

Anche se i protagonisti diventano di necessità macchiette schizofreniche, resta sempre il dubbio che non tutta l’iperbolica esagerazione della rappresentazione sia in qualche modo lo specchio di una verità. “Ogni riferimento è puramente casuale” è un libricino curatissimo, che fa pensare molto.

“In fondo cosa sono i libri? Roba che non salva il mondo, non sana vite, lasciano il tempo della lettura per sparire poco dopo. Fra cento anni di questi giorni terribili, lui lo sa, resteranno sì e no una decina di scrittori, (…) tutti gli altri verranno inghiottiti dall’oblio delle sabbie del tempo” (pagg87-88)

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