“La linea del colore”, di Igiaba Scego

“Lo spagnolo Quevedo – in quel 1887 appena iniziato Lafanu Brown stava scoprendo la prosa del Seicento spagnolo – nei suoi sonetti scriveva con il suo solito sarcasmo: “In Roma cerchi Roma, o pellegrino. E proprio in Roma Roma non ritrovi”, ma era in quel cercare Roma, proprio in quel non trovarla, che alla fine lei, la pellegrina Lafanu Brown, si era imbattuta improvvisamente in se stessa. Ma questo Hillary non lo poteva capire, era bianca, tutto le era dovuto, gli onori, le bellezze, persino le stravaganze. Lei era Hillary in America ed era Hillary a Roma. Ma Lafanu poteva essere Lafanu solo a Roma, e nemmeno sempre. In America era solo una negra, un incrocio bastardo tra una nativa americana Chippewa e un haitiano dalle strane idee sovversive” (pag26)

Ho domandato a Bompiani “La linea del colore” per capire meglio certe questioni.

Avevo iniziato tempo fa, con quello sta’ in silenzio e ascolta che mi è sempre parso, sin da tempi non sospetti, l’unica maniera d’imparar qualcosa; sicché avevo letto articoli, visitato il web, seguito alcuni profili su Twitter – insomma, come si dice, ho cercato di informarmi. Il fatto è che a un certo punto ho cominciato a non trovarmi più a mio agio con forme d’espressione che percepivo come specialistiche e talvolta anche polarizzate, finanche escludenti. Lo so, il problema è mio o, dicendola in altro modo, “sono io a essere parte del problema”. Tant’è; e mi parrebbe ipocrita omettere pure che il mio è anche un problema di linguaggio: guardo troppo alla forma, sono poco incline a uscire dalla mia zona di conforto letterario, ho un cattivo rapporto con tante parole nuove tra cui, per esempio, privilegio o rieducazione, perché per me – per il mondo antichissimo da cui provengo – non sono affatto parte di un “nuovo lessico”, anzi.

Possibile che non si fosse già pensato – mi chiedevo – a come rendere evidenti certe questioni attraverso una tecnica espressiva disgiunta da un particolare tipo di narrazione, magari per mezzo di un sistema codificato, già in uso, in maniera da creare come un ponte, un ancoraggio tra il passato e il presente? Creare cioè una familiarità stilistica che producesse empatia, e non respingimento, senza tuttavia eliminare la realtà dei fatti, né edulcorarla, né separare il linguaggio dalle persone che quel tipo di linguaggio dovrebbero essere le uniche ad avere il diritto di maneggiarlo?

Ebbene, il linguaggio giusto io l’ho trovato nella tradizione del romanzo vittoriano. Stupefacente, forse, ma anche una conferma del fatto che il nostro passato letterario riesce sempre, per il solo fatto di esistere, a passarci qualcosa di buono. Con “La linea del colore” Igiaba Scego conclude la sua “trilogia della violenza coloniale” (“Oltre Babilonia” – 2008 e “Adua” – 2016), un romanzo storico che affonda le radici nello stile di Dickens, Goethe, Wharton, James e tanti altri (Forster, Stendhal, Byron, M. Shelley: tutti citati dall’autrice nella parte finale del libro). Lo fa mettendo in scena le vicende di Lafanu Brown, pittrice vissuta nella seconda metà dell’ottocento: figlia di una chippewa e di un haitiano, Lafanu viene adottata, poco più che bambina, da una mecenate abolizionista che ne fa la sua protetta curandone – non senza una gran parte di autocelebrazione e autocompiacimento – istruzione e inserimento in società; a causa di episodi di razzismo e violenza di cui è vittima, la giovane donna viene mandata in Inghilterra, sempre in qualità di protégé, e poi in Italia, dove finalmente riuscirà a seguire la vocazione di artista. La figura di Lafanu Brown è finzionale ma strettamente ispirata a due donne realmente esistite: Sarah Parker Remond (morta a Roma nel 1894), l’ostetrica nera, attivista e femminista, in servizio presso l’ospedale di Sant’Antonio, e l’artista statunitense Edmonia Lewis (1844-1907), divenuta una grande scultrice dopo una vita in equilibrio tra il desiderio di indipendenza artistica e la necessità di sottostare ai precetti del mecenatismo.

La storia di Lafanu è un racconto di crinoline e miseria, di nebbie e salotti fumosi, di boccoli, forcine, abiti sontuosi; di serve, analfabetismi, violenze, stupri; di passioni struggenti e infelicità profonde come l’oceano su cui Lafanu si troverà a navigare e nelle cui onde getterà le ciocche dei capelli dei figli di coloro che in quelle onde persero la vita, durante le traversate di morte e catene a cui erano sottoposti. A riportare Lafanu nel nostro presente – attraverso lettere, testimonianze, taccuini – è Leila, giovane romana di origine italo-somala, attiva nel mondo dell’arte, che una volta venuta a conoscenza delle vicende di Lafanu si propone di esporre i lavori della pittrice alla Biennale di Venezia. Grazie a questo espediente letterario, Igiaba Scego riesce a creare, come Lafanu con le sue tele, uno sfondo che accoglie e rende evidente, proprio perché costruito attraverso la pittura, la più immediata delle arti, i temi fondanti del libro: dalla questione sulle migrazioni alla necessità di una riflessione post-coloniale che prima di tutto sviluppi una sguardo libero dall’eurocentrismo, fino al dibattito politico-artistico che si compone di due parti fondamentali, il rapporto con il nostro passato e quella spinta verso la cancel culture che non è possibile ignorare. Come non è possibile ignorare la domanda che già covava nascosta dietro le beneficenze delle mecenati di Lafanu: quanto si mettono in discussione le persone bianche quando parlano di razzismo?

Nelle pagine finali del libro Igiaga Scego racconta la genesi di questo suo romanzo e definisce un’altra questione secondo me importantissima – ed è proprio questo punto ad avermi spinto alla lettura: “Anche se parlo di una donna afroamericana – scrive l’autrice – questo non è un romanzo afroamericano. Non scimmiotto l’America. Il mio intento è stato fin da subito costruire una storia che parlava di Italia, una storia quindi afroitaliana. (…) Non si tratta di appropriazione di cultura, ma della costruzione di un personaggio-ponte”. Ecco, qui per me sta il punto: io credo, forse a torto, che non sia possibile, o quantomeno non utile, utilizzare i medesimi costrutti per lo studio di fenomeni che, di fatto, hanno interessato e interessano aree geografiche e contesti storici molto differenti tra loro. Ciò non significa affatto che non sia necessario attenersi a linee guida comuni: al contrario, la mappa deve esistere. Allo stesso tempo però penso che occorra costruire un sistema fluido – forse …intersezionale? – all’interno del quale sia possibile modulare gli interventi in modo da evitare la generalizzazione nei riguardi di realtà diversamente complesse.

Avrei ancora molto da scrivere, per esempio sull’approccio profondamente pedagogico che percorre tutto il libro, un intento spinto sempre all’apertura – che ho amato moltissimo (“Fu allora che il futuro mi apparve chiaro. In quel momento decisi, ma ne fui consapevole solo nei giorni seguenti, che avrei aiutato le persone a guardare meglio. Ad andare oltre la superficie, a decodificare i dipinti, i bassorilievi, le statue che avevano attorno” – pag62); oppure sulla capacità che ha l’autrice di dipingere senza ipocrisie un panorama femminile vastissimo. Ma come si sa, un blog a certi testi molto lunghi non si presta volentieri.

NB: l’apparato iconografico citato dall’autrice è immenso e tutto da scoprire. Vi invito a tenere sotto mano internet per recuperare via via tutte quelle immagini di dipinti, affreschi, architetture, che rendono “La linea del colore” oltre che un romanzo appassionante ricco di spunti di riflessione anche un puntualissimo trattato d’arte. Le pagine finali del volume sono dedicate inoltre al progetto “NOI NELLA PIETRA”, con le fotografie di Rino Bianchi che immortalano alcuni dei luoghi e delle architetture più importanti citate nel libro.

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