“Non oso dire la gioia”, di Laura Imai Messina

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“Ha vissuto così a lungo nascosta che ora tutto le sembra tempesta. Questo vento che scaraventa, percuote, scuote le spalle, disturba” (“Non oso dire la gioia”, Kindle, pos. 4413)

“Quando ero sola sbarravo porte e finestre, mentre i sospetti mi si incistavano in testa. Avevo nausea per le oscillazioni degli alberi nelle scariche di vento” (“La vita lontana”, pag.44)

“Esperta dei loro umori, m’illudevo di conoscerli alla perfezione” (“La vita lontana”, pag.81)

“A nessuno si augurano errori madornali come a chi non sembra farne” (“Non oso dire la gioia”, Kindle, pos.2897)

Credo poco nelle coincidenze, specie quelle che hanno a che fare con i libri – con quei libri che trasudano lo sforzo che fanno per essere trovati, essere letti. Mi domando se non ci sia un nesso, o meglio una convergenza, che si fa mia, intendo: un percorso di acque carsiche che in qualche modo io stia seguendo, inconsapevole.

Tutto è cominciato con “L’estate muore giovane“, una storia cruda di bambini venuti su troppo in fretta sotto il sole caldissimo di un passato italiano così difficile da vivere, figuriamoci da dimenticare. Ho continuato poi con “La vita lontana“, una specie di confessione intima e urticante scritta da una madre ormai matura, col cuore straziato dai rimorsi e dai rimpianti. E tanto il passaggio da Sabatino a Pecere era stato consapevole e strutturato, dettato dal desiderio di restare ancora per un po’ a camminare nel solco della narrativa contemporanea italiana (ndr: indipendente) e dalla necessità di approfondire ancora gli stessi temi (quali, di preciso, va detto che non sapevo), tanto è stato inconscio e viscerale lo scivolamento verso “Neghentopia“. Che non è altro se non la favola truce di un ragazzino che, per garantirsi la sopravvivenza – fisica e mentale – uccide i propri genitori, in tutti i modi in cui possono essere uccisi e poi dimenticati. Lì, tra le pagine finali di “Neghentopia”, ho intuito per la prima volta che quello che mi interessava davvero non era tanto il soggetto familiare quanto, nel dettaglio, il tema dell’allontanamento dei figli dal nucleo familiare e dall’influenza genitoriale.

“La maternità, lo sente, la sconfigge in ogni forma” (cit. , Kindle, pos.1142)

E poi è arrivato “Non oso dire la gioia“, a confermarmi che ciò di cui ero alla ricerca aveva a che fare con la genitorialità: il modo in cui i figli li si cresce attraverso quello sforzo di continua, incessante e quotidiana correzione di rotta che viene chiamata, pomposamente, “educazione” ma che assomiglia di più a una scalcagnata barchetta lignea in balia dell’oceano, che cerca disperatamente di tenere la rotta verso la terraferma alla mercé di maree, vortici, tempeste e finanche qualche coccodrillo uscito da chissà dove.

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“Perché la violenza è un contagio. E la famiglia ha maglie larghissime, così che l’odio, e l’amore, e la viltà, e ogni emozione che germoglia nella madre, e poi nel padre, passa ai figli, e vi si insedia senza antidoto né soluzione” (cit. , Kindle, pos.1024)

Si dice spesso che per un romanziere la seconda prova sia la più difficile. Non so se Laura Imai Messina l’abbia percepito così, questo suo secondo romanzo, o se abbia prevalso il senso della creazione in sé dell’opera, un parto intellettuale che ha accompagnato la fisicità della gravidanza e della maternità. Ho la presunzione di pensare che sia stato un po’ così – ma solo per via del fatto che, nel caso, mi troverei a condividerne l’esperienza. Il voler fissare per iscritto non una storia qualsiasi ma come fosse un pezzo della propria, come un diario, quasi che la scrittura, cesellata e limata negli spigoli e per questo fattasi così tagliente, sia il modo attraverso cui rendere espliciti i timori e le inquietudini che riempiono le future madri durante il periodo dell’attesa (Sarà sano? Sarò ancora bella dopo il parto? Sarò in grado di occuparmene? Perché ho desiderato tanto questo figlio, eppure sento quasi il bisogno di tornare indietro e riavvolgere il nastro? Crescerà bene? E se qualcosa non andrà come deve, durante il parto? Stanotte ho sognato di essere al mare, sulla spiaggia. Era bel tempo, ma poi all’improvviso si è sollevata una grande onda di acqua, una massa gigantesca di materia densa e trasparente, che voleva ingoiarmi).

“Nutriva il costante timore che Marcel si ferisse, che qualcuno lo rapisse, che un incidente banale lo uccidesse. Era dalla vita che lo voleva tenere lontano, quella cosa da cui lei stessa non conosceva protezione. Quanto poco doveva esserselo goduta da bambino, quanto affanno doveva aver provato fino a che non s’era fatto adulto e indipendente” (cit. , Kindle, pos.3413)

Attraverso le storie di quattro personaggi a cavallo dei trent’anni – storie che si intersecano l’una con l’altra in un modo di cui qui non si può dire – l’autrice affronta il tema dell’essere genitore, che in sé ne contiene molti altri, dalla scelta di diventarlo sino a cosa capita quando invece questa libertà di preferenza è preclusa, in un modo o nell’altro. Passando per tutti i “rimpiantivi” che inevitabilmente ogni sistema educativo porta con sé.

“Piange per quanto è perduto, per la nostalgia di quando la responsabilità era sempre di altri, per la poca fiducia che sta concedendo all’uomo di cui è innamorata, per il pericolo che ogni inganno porta con sé” (cit. , Kindle, pos.2865)

Credo che il nucleo fondamentale di “Non oso dire la gioia” sia proprio il desiderio dell’autrice di “rimettere tutto a posto“; di figurarsi un mondo in cui, nonostante tutto, si possa ricominciare e all’interno del quale ogni errore sia se non rimediabile, almeno accettabile. D’altra parte, il “bambino immaginato” non è cosa nuova (Silvia Vegetti Finzi lo chiama “il bambino della notte“, in un testo diventato ormai celebre) e parte del tempo della gravidanza – quell’ultima parte di “attesa” spesso tanto vituperata (Perché non resti al lavoro anche l’ottavo mese? Tanto l’alternativa è stare in casa a non far niente) – ho sempre avuto la convinzione che fosse in qualche modo biologicamente destinata a far germogliare non solo il feto ma anche l’intelletto.

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“Se uno può decidere cosa far ereditare al proprio figlio, la scelta è scontata. Le cose negative è sempre meglio tenersele per sé, anche a costo di mentire” (cit. , Kindle, pos.2186)

“Non oso dire la gioia” forse fa anche di più. Perché se l’autrice riesce da una parte nell’intento di rendere esplicita la dimensione genitoriale in tutte le sue forme e le sue paure, dal pre-nascita sino alla vecchiezza del genitore, dall’altra è in grado di creare una struttura narrativa e soprattutto stilistica che garantisce l’assoluta imparzialità di giudizio, attraverso la guida di un punto di vista esterno, collocato sempre “altrove“.  E’ questo, più che il proporre personaggi e situazioni culturalmente ibride date dalla dislocazione (e dicotomia) geografica occidente / oriente, a rendere l’autrice una scrittrice che appartiene a due mondi. E non è un caso che il senso del nonostante tutto di Pecere (la vita lontana in qualche modo, nella sua propria forma, diviene salvifica, nonostante il passato) si trovi a un certo punto a convergere e fondersi con quello di Laura Imai Messina (la vita futura in qualche modo, nella sua propria forma, andrà avanti, nonostante le cicatrici che si porterà inevitabilmente dietro): entrambi, guarda la coincidenza, hanno l’occhio rivolto lontano, là in fondo, in mezzo all’oceano. E ci vedono bene: forse davvero hanno tracciato la rotta per evitare le onde più grosse, i mostri marini e i coccodrilli.

“Senza saperlo si trovano a pensare la stessa cosa, ovvero che famiglia è forse allora la mancanza di confini, il non essere più in grado di stabilire con chiarezza l’inizio e la fine delle cose in una casa. Tutto piomba nel caos, nell’eliminazione sistematica della reciproca distanza, di quella sola cosa che sa separare e nella stessa misura avvicinare le persone. A star troppo vicini ci si fa male, a star lontani si soffre” (cit. , Kindle, pos.3765)

Buona lettura 🙂

ps. la questione “genitorialità”, ahimè per voi non è finita qui. Arriverà presto un nuovo (e forse conclusivo – almeno per il momento) capitolo.

“Neghentopia”, di Matteo Meschiari – con illustrazioni di Rocco Lombardi

 

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“Siamo in un lago salato di origine oceanica. E’ asciutto da quarant’anni (prima rumore di vento, poi musica, qualcosa come A una rosa di Ernst Reijseger). Navi arenate come gusci di aragoste. I carapaci piegati su un fianco. O dritti e leggermente impennati. Sono decine. Fermi in un’onda interrotta. Contratti nel bollore salino. Non vive più nessuno da queste parti. Solo i trafugatori di rottami” (pag.15)

Il debito di “Neghentopia” nei confronti di certa narrativa distopica – uno tra tutti “La guerra invernale nel Tibet” di Friedrich Dürrenmatt – è enorme. Eppure il risultato a cui l’antopologo Andrea Meschiari riesce ad arrivare è molto lontano da qualsiasi esperimento di semplice emulazione.

Si tratta piuttosto di convergenze evolutive. “Neghentopia” infatti è la prova tangibile di quanto il genere distopico (se ben pensato e ben scritto) abbia ancora da dire al proprio pubblico nonostante si trovi a gestire un’eredità di tutto rispetto, qualche volta ingombrante. E questo miracolo accade quando, scrivendo distopie, si punta alla conservazione dell’essenziale e all’eliminazione del superfluo, in tutte le sue forme.

Diciamocelo. A molti è già venuto il dubbio che il declino della fiction seriale (fantasy e distopica) sia alle porte. Prova ne è la quantità di progetti a spiccata vocazione seriale che le case editrici continuano a sospendere dopo un certo numero di uscite (se non ci credete, cliccate qui). Ci ha provato Jeff VanDerMeer a recuperare il concetto di narrazione seriale, costruendo un prodotto (la Trilogia dell’Area X) composto da tre volumi in pubblicazione ravvicinata; ma come ben sappiamo, la Trilogia dell’Area X è un’opera a sé che dei canoni distopici se ne appropria per così dire in background, senza aderirci totalmente.

La trilogia dell’Area X in verità possiede un altro pregio che ci viene in aiuto per “Neghentopia”: la quantità minima di personaggi in azione (sarà un caso che nel film  tratto da “Annientamento” il regista abbia sentito il bisogno di aggiungerne uno in più, di fantasia…) e la presenza di un’ambientazione contestualizzata ma indistinta, dato che uno dei punti cardine del #NewWeird proposto da Jeff VanDerMeer è proprio la rappresentazione dell’incapacità umana di esprimere se stessa e il mondo circostante attraverso il linguaggio. Difatti non è una novità nemmeno il declino – certo, sarà un processo lungo – di una certa abitudine alla contestualizzazione massima, che nella sua ipertrofia ha portato inevitabilmente a testi complessi, dalle digressioni ridondanti o ricolmi di incomprensibili tecnicismi, popolati da una serie quasi infinita di protagonisti e comprimari le cui avventure – o backstories – possono prendere addirittura l’aspetto di veri e propri spin-off (provate un po’ a leggere “The Passage” di Justin Cronin e poi mi direte. By the way, anche questo fermato, da Mondadori, alla fine del secondo tomo, pubblicato più di due anni dopo il primo. Nota a margine: il terzo volume, “The city of Mirrors”, è ancora inedito in Italia: l’edizione in lingua originale, annunciata per il 2014, uscì solo tre anni più tardi…).

Ci troviamo quindi di fronte a una nuova generazione di testi distopici che puntano sulla linearità della trama e sull’autoconclusione (o sulla pubblicazione ravvicinata), ma anche – altro punto – sulla fruizione cross- mediale. (L’ha fatto ad esempio Simon Stålenhag con Loop, di cui vi parlerò presto in un post dedicato, anche su IG). Ciò però non significa creare delle storie semplici, di facile lettura, cinematograficamente adattabili ma modificare in sé l’esperienza della lettura distopica, senza snaturarla ma arricchendola attraverso A) l’eliminazione del superfluo e del ridondante (con un effetto ben preciso, lo vedremo poi, se avrete pazienza di arrivare fino alla fine) e B) l’introduzione di elementi visivi – e uditivi – nuovi.

Questo è il lavoro che sta sotto “Neghentopia”, una bed-time story post-apocalittica, dai toni lugubri e poetici – ancora più truce perché ha per protagonista un ragazzino neanche adolescente, il cui testo si fonde con l’arte dell’illustrazione e della sensazione uditiva data dai suggerimenti all’ascolto che l’autore consiglia a mezzo di parentesi e Italic Font.

Ciò che colpisce è l’essenziale equilibrio fra le tre forme espressive, nessuna delle quali prevarica l’altra.

  • Il testo, a base paratattica, è composto da dialoghi stretti, limati sino all’essenziale e alternati a pause di respiro descrittivo, di carattere naturalistico e contestualizzante, ad argomento wilderness. Il linguaggio è violento, metaforico, ricco di similitudini e analogie.

  • Le illustrazioni, opera di Rocco Lombardi, sono nervose e accuratissime pennellate di inchiostro nero e vivono di dettagli minimi spingendo di contro verso una raffigurazione di insieme che non toglie spazio all’immaginazione del lettore, anzi.

  • La colonna sonora spazia da Johnny Cash a Shoenberg: pezzi che hanno il merito, con le loro sonorità ricercate, di accompagnare il lettore costringendolo a una lettura ponderata.

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Un tipo di struttura molto simile al “trattamento” – la parte più letteraria del processo di scrittura di un film che precede la sceneggiatura vera a propria – che permette, sempre limitandosi all’essenziale, di raccontare la vicenda presente in “scaletta” in maniera narrativa e offrire una prima caratterizzazione dei personaggi fornendo loro anche un contesto e una backstory. Parimenti, nel “trattamento” è approfondita anche la parte dell’ambientazione e non da ultimo è possibile aggiungere commenti personali o valutazioni etiche ed emotive – processo che segue anche l’autore di “Neghentopia” avvalendosi per la narrazione del tempo presente e di un punto di vista interno collettivo, un “noi” che abbraccia tutti gli spettatori e non solo il singolo lettore.

“Una lingua glaciale che scivola dall’entroterra montuoso e si allarga a ventaglio nelle acque di una baia (Verklarte Nach, Op.4 di Schoenberg). Da enorme distanza come se fossimo appesi a un aquilone da guerra cinese vediamo polvere di gabbiani roteare laggiù e tra le acque striate di malachite una mandria di trichechi minuscoli come briciole di sughero abbandonarsi unanime e schiumosa alla rapina di correnti invisibili” (pag.121)

Leggere “Neghentopia” non è semplicemente affrontare una favola distopica che, come tutte le favole distopiche che si rispettino, non contempla il lieto fine. E’ attraversare un’esperienza dei sensi che ha un grande merito: tramite essa, infatti, la narrativa distopica per una volta si riprende di imperio quello che ha ceduto, con gli anni, alla serialità e alla moda dell’iperconstestualizzato, ossia la capacità di sviluppare nel lettore quel processo di immaginazione attiva, intima e individuale, che soltanto la buona lettura ha il potere di generare.

Matteo Meschiari è professore di antropologia e geografia all’Università di Palermo. Con Exorma ha pubblicato, nel 2016, Artico Nero”, una raccolta di sei long-form che documentano in forma di fiction il disastro ambientale e sociale che da anni colpisce l’Artico e la sua popolazione. Vari altri suoi saggi sono apparsi per Sellerio, Liguori e Quodlibet. Si discute ormai molto delle modalità attraverso cui scrivere di ambiente e Natura. Amitav Ghosh (*) Nella sua raccolta di saggi/lezioni universitarie intitolata “La grande cecità” alcuni anni fa si poneva proprio la domanda del perché della limitatezza degli scrittori di narrativa nel parlare di wilderness, di tematiche ambientali e del rapporto complicato tra l’uomo e l’ambiente naturale che lo circonda (o che, ormai, non lo circonda più).

Ecco, sono forse le opere come “Neghentopia” a indicarci quale sia la strada nuova per parlare di spazio naturale e della percezione che di esso ha l’uomo, perché riescono a penetrare la dura cortina di indifferenza e di sovraesposizione a cui il lettore è ormai sottoposto, attraverso l’utilizzo di referenze cross-mediali e di canoni letterari ibridi.

Buona lettura 🙂

(*) Ne approfitto per segnalare che Amitav Ghosh sarà presto in Italia e terrà una conferenza sulle connessioni tra migrazioni e cambiamenti climatici dal titoloThe Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change” presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca il prossimo 30 Maggio. Qui tutte le informazioni. Andate a sentirlo!

Nota: #neghentopia è stato uno dei libri scelti da ADC per il progetto Twitter / IG Stories #leggoinmensa. Come di consueto si ringraziano tutti i lettori sociopatici che di fronte alla domanda del collega: “Andiamo a pranzo?” fingono micidiali coliche renali. Senza di loro, la rubrica #leggoinmensa non avrebbe ragione di esistere.

“La vita lontana”, di Paolo Pecere

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Dora, quanti errori hai commesso? Elio, qual è la tua colpa più grande? Domande che mi hanno tenuta sveglia, prima per finire il libro e poi ancora, a pensarci sopra, scandagliando ogni pagina, con l’urgenza di venire a capo della questione e il terrore di trovarmi all’improvviso di fronte a me stessa, una Dora in carne e ossa, saccente, disconnessa, inconcludente, il cui carattere ho mal sopportato sin dalle prime righe.

La mia immagine allo specchio, fragilità di adulta mal riuscita e di genitore imperfetto.

Dora è lo spettro della madre che nessuna di noi madri vorrebbe diventare. E’ il fantasma della madre nascosta in ognuna di noi, quella con cui tutte noi, prima o poi, dobbiamo venire a patti.

“Esperta dei loro umori, m’illudevo di conoscerli alla perfezione. In realtà ero completamente annebbiata” (pag.81)

Intelligente e colta, Dora è la giovane borghese di provincia che nel tentativo di sfuggire ai retaggi familiari del preconcetto si trasferisce a Roma; lì incontra Elio, giovanotto di buona famiglia, figlio di chiurgo stimato, che non vede l’ora di ribellarsi all’ordine precostituito così com’era tipico per l’epoca. Con lui Dora condivide gli anni intensi della formazione culturale e della militanza politica fino a costituire una coppia “anarchica” e simbiotica, in uno scambio reciproco di conoscenze e attività condivise.

“(…) le uscite insieme trascorse in sezioni di partito, noi due ragazzi infreddoliti sulle sedie di plastica, condividendo un mondo diverso da quello dei nostri amici, con la famiglia sostitutiva di compagne e compagni che fumavano e alzavano le braccia, innamorati delle idee che diventavano Storia nei simboli e nei poster in bianco e nero” (pag.24)

Quanto sei stata cieca, Dora, a non riconoscere l’ego di figlio ricco e viziato che covava sotto la ribellione di Elio – in qualche modo pur sempre legittima, certo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, innamorate come eravamo della giovinezza, di quel flusso ininterrotto di esperienza che ci scorreva intorno e ci attraversava.

Così è la vita lontana, dire addio all’infanzia, alla famiglia e a un destino che sembra già scritto, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, sgargiante di possibilità infinite.

Dalle dinamiche di una certa prassi borghese però è difficile sfuggire, specie se manca l’autocritica. Fidanzamento, matrimonio, ottenimento di uno status economico e sociale: ma non è di fronte a questi vincoli che Dora si schianterà come una barchetta sugli scogli.

Passerà ancora del tempo, perché sarà solo la nascita dei due figli a dare il via alla slavina: Marzio e Livio, gemelli diversi sin da subito, nel carattere e nell’aspetto fisico. Marzio il dio della guerra, vigoroso, trascinatore del gruppo, anticipatore di tappe e successi ma arrogante e prevaricatore; l’intelligentissimo Livio, cagionevole, introverso, il cacasotto sempre un passo indietro, disprezzato dai compagni.

L’accudimento dei due bambini, impegnativo e bisognoso di interventi ad hoc, dà l’inizio a un lento e inesorabile estraniamento. Dopo aver intrapreso con scarso entusiasmo la carriera di insegnante, Dora decide senza troppi rimpianti di ritirarsi in casa per dedicarsi ai bambini, sublimando il ruolo di madre a tempo pieno e cacciando in soffitta le sue aspirazioni, riversandole sui figli.

“La mia maternità non fu una ritirata, ma la prosecuzione di una manovra attendista. Vivevo attaccata a una sponda – che nel mio caso non era la famiglia ma la moltitudine dei libri nella stanza – da cui preparavo scelte che mi si rivelavano già compiute soltanto anni dopo, quando ancora credevo di poterle ponderare” (pag.22)

“Pennelli, tavolozze, colori a olio, erano stati strumenti di un gioco felice, che nel purgatorio successivo alla laurea si era ridotto a una triste sfida alla paura di essere mediocre” (pag.33)

Quanto sei stata sciocca, Dora, a non capire che i bambini prima di tutto hanno bisogno di chiasso, colori, persone, canzoni stupide, giochi scemi. Di sperimentare la loro innata resilienza, l’elasticità della mente e del corpo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, nel nostro delirio ormonale post-parto, nell’angoscia del tentativo che ci prende fin da subito: tornare a quel prima che, già sappiamo, non recupereremo mai più, almeno nella sua forma precedente.

Così è la vita lontana, dire addio agli studi e alle aspettative della giovinezza. Ma così è la vita lontana, dare la vita a creature altre; però poi capiterà che cercheremo di plasmarle a nostra immagine queste vite, chiusi nell’utero protetto di una grande casa silenziosa e accogliente.

Troppa fatica fare la madre lavoratrice, vero Dora? Troppe incognite, Troppo sacrificio, così poco controllo.

E così la vita lontana è anche quella di un padre ben lieto di delegare alla madre le cure parentali e gettarsi a capofitto nell’attività di imprenditore di ecoballe – che manda avanti con discreto successo, va detto, e poi comunque bisogna provvedere al sostentamento economico della famiglia – e nei suoi studi intellettuali che non ha mai voluto abbandonare.

L’ultima scoperta di Elio è la filosofia orientale e la mistica del jainismo, una vita così lontana che più lontana non si potrebbe nemmeno immaginare. Mentre sua moglie è impegnata, lontano, a leggere Kant a due lattanti, evitando qualsiasi contatto con la vita vicina, Elio diventa vegetariano, prende lezioni di meditazione, pratica la castità e studia testi antichi. E poi un giorno, quando i gemelli hanno poco più di cinque anni, torna a casa e annuncia il suo ritiro dal mondo: non ne può più di questa vita occidentale, così vicina; del capitalismo, del consumismo, della pochezza delle relazioni interpersonali. Stiano sereni, il sostentamento della famiglia sarà garantito dai proventi della società e dalla rendite immobiliari, ma Elio farà le valigie. Se ne va di casa, vuol tornare alle origini: seguire una vita ascetica, ritirarsi in un monastero.

Sempre più lontano: Italia, Europa, India: biglietto di sola andata.

“Ci fu questo lento sbiadire su grotteschi sfondi di statuette e bastoncini d’incenso” (pag.65)

Quanto sei stata presuntuosa e immatura Dora, a immolarti sull’altare della madre anticonformista, a soccombere al tuo ruolo di vestale del focolare domestico sacrificando la tua relazione con Elio. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, così prese come siamo da questo nuovo ruolo di madri e da come la società ce lo impone, sempre più chiuse in un micromondo di affetti all’interno del quale condividere l’educazione dei figli con mariti, madri, sorelle, cognate e suocere non viene più considerato una risorsa inestimabile perché arricchente per tutti ma un’orribile ammissione di incapacità mentale e fisica.

La vita lontana è questo, il concentrarsi sui figli nella decontestualizzazione di un universo parallelo all’interno del quale luoghi e tempi sono importantissimi, eppure allo stesso tempo completamente insignificanti; la vita lontana è il bozzolo dell’ambiente domestico quando accade che da luogo di ritorno e di crescita si trasformi prima in un alibi e e poi in un asfissiante sgabuzzino di mediocrità fasulle, speranze malriposte, errate interpretazioni. All’ombra del proprio passato e di quello, parimenti importante, di un marito e di un padre troppo lontano dalla vita quotidiana ma troppo vicino a quella interiore.

“Di notte si rivelavano le mie doti telepatiche. Vedevo i loro sogni. Aprivo gli occhi poco prima che si svegliassero. Rimuginavo su dettagli apparentemente irrilevanti. Cantavo a memoria ninnenanne venute da chissà dove. Mi trovavo in una penombra poetica, in una vita lontana” (pag.32)

La vita lontana” di Paolo Pecere, alla sua prima opera come romanziere (Roma, 1975 – laurea in Estetica, dottorato di ricerca in Logica ed epistemologia, dal 2005 ricercatore di Storia della Filosofia presso l’Università di Cassino), è uno stream of consciousness potente e doloroso, scritto in prima persona da una madre che nei ricordi di una vita intera procede a sbalzi, seguendo gli avvenimenti né per l’ordine temporale in cui sono avvenuti, né secondo l’importanza che andrebbe detta oggettiva, ma in base alle ferite e alle cicatrici che certi fatti – spesso non quelli che ci aspetteremmo – lasciano su di lei e sui bambini.

Dora non può risultare simpatica o attraente. Anzi, è un personaggio così ben riuscito proprio perché totalmente repulsivo. Non si può provare pena per lei, perché tutto le rema contro: un abbandono coniugale al quale ha preso parte, estraniandosi dal contesto di coppia; una solitudine non condivisibile, perché autoimposta per saccenteria ed egoismo; gli errori nei confronti dei figli, interpretati alla luce di categorie proprie e auto-proiezioni completamente dissociate dalla realtà dei fatti. Una cecità di spirito che partorisce il seme che genererà danni irreparabili.

Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, degli errori che stavamo commettendo coi nostri figli?

E’ su questo concetto del danno al figlio che Pecere si sofferma in particolare, condensandolo in un neologismo fulminante: il “rimpiantivo”. Perché condannare Dora sarebbe come condannare tutte noi madri e perché la vita lontana, alla fine, di sorprese ce ne riserverà parecchie.

Buona lettura

-> Nota a parte per il progetto grafico, che a mio parere è uno dei più belli visti in giro quest’anno.

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#LaVitaLontana è stato uno dei volumi scelti sul Twitt di ADC per la rubrica #leggoinmensa. Ringrazio per le menzioni e la partecipazione tutti i lettori sociopatici che fingono power point improrogabili e phone calls imperdibili, tutto per evitare di andare a pranzo con i colleghi: senza di voi #leggoinmensa non potrebbe esistere.

“Gli autunnali”, di Luca Ricci

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1.

De “Gli Autunnali” ormai ne hanno parlato in tanti; e parla che ti riparla, leggi che ti rileggi, è arrivata pure la nomination allo Strega. Evviva. 

Vanni Santoni su Minima et Moralia lo definisce “un libro molto novecentesco”:

Sembra quasi di tornare alle atmosfere dei nostri grandi romanzieri borghesi – anche il titolo va in questa direzione – ma anche di un certo cinema”

Un approccio di forma e contenuto che per stessa ammissione dell’autore deve molto alla novellistica del secolo scorso da Maupassant a Moravia e che si rivela carta vincente perché da esso scaturisce un testo contemporaneo, solidissimo nell’eredità culturale che si porta dietro, dal risultato sempre credibile e mai eccessivo.

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“~ L’inverno a Roma e solo un autunno rigido, perciò qui più che altrove l’autunno non passa mai completamente. ~ L’autunno no, ma il tempo sì – mi gelò, prima di accodarsi dietro il feretro. ~ Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento” (“Gli autunnali”, pag.163)

2.

Nella Roma da cartolina di oggi (o meglio, dell’autunno scorso) si aggira un uomo senza nome.

Non dare il nome al protagonista: un lusso da scrittore di racconti” (cit. sempre dall’intervista di Vanni Santoni)

E’ uno scrittore di mezza età, raffinato ed elegante: ha raggiunto quel successo di critica e di pubblico che gli garantisce una vita oziosa e piena di agi condivisi con la moglie Sandra, donna colta e di bellezza matura, ma non più amata. Lo scrittore senza nome frequenta i migliori salotti letterari della capitale, si incontra con personaggi influenti e ha tanto tempo, forse troppo, per annoiarsi. Un giorno, andando a zonzo per un mercatino dell’usato, si imbatte in una foto di Jeanne “noix de coco” Hébuterne, la compagna suicida di Amedeo Modigliani, e se ne innamora perdutamente.

E’ iniziato come un omaggio a Maupassant e all’ossessione amorosa. In realtà mano a mano che procedevo mi sono reso conto che stavo scrivendo una storia molto contemporanea. Il protagonista si innamora di una donna di cui ha solo una foto, una situazione non troppo diversa da una relazione che nasce su Instagram” (cit.)

Già. Peccato che, come tutte le ossessioni che si rispetti, anche quella dello scrittore-senza-nome per Jeanne dovrà fare i conti col mondo reale.

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“Negli Autunnali c’è una Roma arcinota e da cartolina, ovvero una Roma inconsueta. Sembra un paradosso, ma in realtà le narrazioni della capitale negli ultimi anni – anche a causa delle serie tv –  hanno raccontato le borgate e le loro storie di malavita. Nel mio romanzo invece c’è l’aspetto potenzialmente delinquenziale delle persone perbene, c’è l’anima nera dei quartieri abbienti” (Minima & Moralia, cit.).                                                                                                                                       “Ci infilammo i caschi, poi lei si mise dietro e alla prima accelerazione mi poggiò le mani sulle spalle. Il nostro vecchio giro in scooter non era niente di speciale. Appena sposati, quando bastava poco a risolvere le serate (e, soprattutto, le serate erano ancora risolvibili)m andavamo su e giù per il lungotevere: Castel Sant’Angelo, Santo Spirito, Regina Coeli, Trastevere, Tempio di Vesta, Anagrafe, Sinagoga, Museo Napoleonico, e poi daccapo” (“Gli autunnali” pag.77)

3.

Se da una parte leggendo “Gli autunnali” abbiamo a che fare con un racconto lungo che del sentimento amoroso riesce a parlare, tra il serio e il faceto, ai lettori di tutte le età, e qui sta uno dei suoi innegabili pregi (come a dire che sì, di amore si può parlare con cognizione di causa durante il corso di tutta la propria esistenza, e che sì, sebbene i giovani siano l’inequivocabile emblema dello struggimento della passione, pure gli agée sanno difendersi bene, quando vogliono) dall’altra è anche una riflessione profonda su concetti che parevano un po’ desueti ma che sotto le braci ardono ancora e sui quali non è mai ridondante questionare un pochetto.

Scrive dalle pagine dell’Huffington Post Stefania Massari:

Leggendo “Gli Autunnali” ci s’imbatte, dunque, in un romanzo dalla trama complessa e per nulla ordinaria, che affonda le sue radici nel movimento filosofico dell’esistenzialismo (…). Quest’uomo che si aggira per la città, con aria inquieta, incarna le caratteristiche delineate nel manifesto esistenzialista che può essere riassunto in pochi punti esaustivi: valore dell’individuo inteso come essere precario e finito, vuoto che caratterizza la condizione dell’uomo moderno, solitudine di fronte alla morte e mondo percepito come completamente estraneo e ostile, nel quale si cerca di coglierne il senso, dominandolo attraverso gli strumenti della razionalità”

Il tema dell’ossessione amorosa si riversa dentro e fuori dal testo, scivolando liquido attraverso il lettore e per mezzo di esso in un continuo gioco di rimandi interni ed esterni alla pagina scritta. Così come lo scrittore-senza-nome è assillato dallo sguardo magnetico di Jeanne, così il lettore non può fare a meno di condividere con il protagonista del racconto l’esperienza dell’autunno, la cui partecipazione diventa una condizione necessaria attraverso cui giungere alla piena comprensione del testo. Esperienza che, nel più puro spirito estetico, non deve essere per forza vissuta direttamente ma può valere anche – e forse di più – quand’anche solo vagheggiata (ecco perché “Gli autunnali”, in barba titolo, argomento e a qual si voglia altro raziocinio, esce a metà inverno? Probabile).

Così come lo scrittore-senza-nome diviene folle nel tentativo di codificare il sentimento che lo pervade (e a ciò lo spinge l’autore, obbligandolo a sottostare alle regole ferree di un linguaggio poliedrico, multiforme e multigenere, pensato e cesellato fino allo stremo delle forze), così il lettore non può fare a meno di cedere all’ossessione di sottolinearne e condividerne interi brani. Se esistesse un “Most Underlined Book of the Year Award” penso che “Gli autunnali” entrerebbe almeno nella prima cinquina perché non è possibile trattenersi dal citare e mandarne a memoria pagine su pagine, sia per il gusto di recuperare, attraverso l’esercizio della riscrittura, il senso profondo di un testo così composito, sia per l’urgenza tutta moderna di condividerne delle estrapolazioni che tuttavia – altro indiscutibile pregio – non perdono né di senso né dì efficacia quand’anche decontestualizzate (E si veda in proposito #leggoinmensa su Twitter).

autunno

“Gli invernali erano persone solide, coerenti con le loro scelte, affidabili, egoisti ma non narcisi, in grado di offrire sicurezza e riparo; i primaverili erano incrollabilmente ottimisti, attratti dalla vita come sinonimo di festa, talvolta un po’ superficiali, nella migliore delle ipotesi edonisti, nella peggiore modaioli; gli estivi erano gli ignoranti e i rozzi, con un evidente attaccamento all’esistenza senza troppe complicazioni, folleggiavano senza follia, e non gli importava di concretizzare sogni e desideri. ~ E gli autunnali? Come sono gli autunnali? chiese Gittani, impaziente” (pag.100).

Buona lettura 🙂

“Il morso della reclusa”, di Fred Vargas (trad. di Margherita Botto)

morso

“La garbure è un piatto tradizionale dei Pirenei, e probabilmente bisogna esserci cresciuti insieme per apprezzare quella zuppa di cavolo, avanzi dell’orto e, se possibile, stinco di maiale. Alla Garbure vi aggiungevano confit de canarad” (pag.65-66)

“Ma che stupido sono! Marie-Hélène mi ha portato una tartre tatin alla cannella! E sono le quattro! Quella donna è un dono del cielo” (pag.149)

“Mercadet e Froissy avevano dato un’occhiata alla zuppiera portata per Adamsberg e Veyrenc e, dopo quell’esame, avevano optato per la “gallina farcita alla Enrico IV”” (pag.221)

” – Bel fuoco – apprezzò. – Quel che conta, di un fuoco, è la sua armonia. L’efficacia è una conseguenza. Veyrenc sistemò sui tizzoni una grossa griglia, dispose cotolette e salsicce, accese il camping gas per riscaldare i fagioli in scatola. (…) Adamsberg provò una completa soddisfazione nell’aspirare il profumo della carne arrosto. (…).

Condì con sale, pepe, e servì carne e legumi. Mangiarono in silenzio per un bel po’” (pag.382)

Adamsberg torna tra noi, ed è pure in gran forma. O meglio, a esserlo è la sua creatrice, la scrittrice Frédérique Audoin-Rouzeau (in arte Fred Vargas) che dopo un momento di lieve incertezza – diciamocelo, “Tempi glaciali” non era stato uno dei suoi lavori migliori seppure degno d’onore per alcuni interessantissimi spunti descrittivi – consegna al commissario parigino e alla sua scalcagnata truppa di colleghi del XIII Arrondissment un nuovo caso di cronaca nera su cui indagare.

Una nuova indagine che coniuga in sé, mescolati stavolta con sapienza, tutti quegli elementi polar-noir che da sempre hanno contraddistinto i casi del “commissiario tra le nuvole”.

Sembra difatti che Fred Vargas in questo paio di anni ci abbia pensato su: con “Il morso della reclusa” ha infatti trovato il modo – da una parte – di tornare a quegli schemi formali e narrativi che avevano fatto la fortuna del primo Adamsberg e che negli ultimi lavori si erano forse un po’ persi – dall’altra – di rinnovare la struttura della trama grazie all’inserimento di elementi nuovi vòlti a stimolare la curiosità del lettore; rimarcando in questo modo la continuità con le vicende passate e allo stesso tempo creando concrete aspettative per il futuro della serie, questione che ultimamente era stata oggetto di riflessione tra i lettori più affezionati (uno su tutti, il rapporto Adamsberg-Danglard, ma di ciò qui non si può raccontare, come ovvio).

Va detto, l’autrice sembra a prima vista aver giocato un po’ di furbizia, data la scelta di confrontarsi con uno dei temi di cronaca più attuali e più scottanti, che non possono non polarizzare l’opinione pubblica e suscitare l’interesse costante di media e istituzioni: parliamo in questo caso di violenze domestiche.

La verità però è che l’autrice fa centro non tanto perché in qualche modo cerchi di solleticare in maniera opportunistica il guilty pleasure del lettore (e lo escludiamo a priori, perché se avesse puntato su questo cavallo, “Il morso della reclusa” sarebbe a ben guardare un completo fallimento), quanto perché ancora una volta si mostra al proprio pubblico per quello che è: una raffinata indagatrice del quotidiano. Quel quotidiano orrore purtroppo così comune, che spesso si nasconde dietro la porta sprangata dei nostri vicini di casa, dietro la figura di un padre irreprensibile e di una famiglia “un po’ troppo riservata”, dentro lo sguardo serio di bambini eccessivamente taciturni.

Quindi, chi cercasse nelle indagini del commissario Adamsberg le stigma del thriller ad alto tasso di azione e adrenalina resterà deluso di nuovo, perché “Il morso della reclusa” si conferma aver preso le mosse ancora una volta dalla tradizione del classico poliziesco deduttivo che alla resa dei conti finale “one-to-one”, specie se connotata da azione violenta, preferisce un approccio focalizzato sull’indagine investigativa; ma che poi, come di consueto, scivola facilmente e felicemente in un finale aperto – vicino alla tecnica del noir – all’interno del quale l’estrema contestualizzazione e la critica sociale non sono certo elementi accessori.

Indagine investigativa che come una tela di ragno si dipana da un centro unico (lo stalking, la condizione sociale della donna – quella passata e quella contemporanea, che come dimostra la Vargas differiscono purtroppo di poco, nonostante l’impegno profuso da istituzioni e società civile) in una struttura a raggiera che colpisce direttamente e indirettamente i soggetti più disparati e da cui, come ben fa notare l’autrice, nessuno più sentirsi né immune, né al sicuro, né completamente innocente.

Perché in certi casi, come quello della violenza domestica, anche il solo avere il sospetto costituisce – e così prende netta posizione la Vargas – già di per sé la motivazione che deve spingere a fare i conti con la propria coscienza.

“La vita segreta”, di Andrew O’Hagan (trad. di Svevo D’Onofrio)

la vita segreta

“Le persone di cui scrivo tendono a vivere in una realtà che si sono costruite da sé, o che per certi versi è frutto di invenzione, e per rintracciarne la trama occorre addentrarsi nel loro etere e danzare con le loro ombre. Da giovane ho appreso dai libri dei poeti a diffidare della realtà – *La realtà è un cliché da cui fuggiamo la metafora* scrisse Wallace Stevens – e i protagonisti di questo saggio, tutti personaggi reali perlomeno all’inizio della loro storia, devono la loro esistenza e il loro potere nel mondo a un alto tasso di artificialità. E’ un vezzo della nostra epoca sfruttare le assurdità insite in questa situazione e chiamarle cultura” (introduzione, pag6)

Difficile parlare di #LaVitaSegreta senza ripetere quel che di questa raccolta di tre long-form è stato già detto e già scritto – a me sono piaciuti molto, per esempio, gli interventi di Carlo Mazza Galanti su Esquire  e di Cristiano De Majo su Rivista Studio – che tra l’altro ha ospitato O’Hagan a fine novembre, durante la #SIT17 offrendo al pubblico un incontro appassionante e denso di spunti.

Mi limiterò a consigliarvene la lettura, per più motivazioni.

La rapida ascesa del modello della narrative-non fiction declinata nelle modalità del long-form è ormai un fatto accertato (“La crescita della long form potrà colmare il gap attualmente esistente fra contenuti granulari ed ebook?” si chiede Gino Roncaglia dalle pagine dell’ultimo numero della Lettura questa settimana in edicola – pag17) e questi lavori del romanziere-saggista-columnist scozzese O’Hagan ne sono un esempio prezioso, che sarebbe un peccato perdere, sia appunto per l’analisi dell’impianto narrativo sia per i temi che i tre reportage si trovano ad affrontare. Sì perché le “tre storie vere dell’era digitale” sono, nell’ordine, niente di meno che: 1. il resoconto dei mesi che O’Hagan passò fianco a fianco con Julian Assange, da cui era stato contattato e poi incaricato di scriverne l’autobiografia in qualità di ghost writer; 2. i risultati a cui O’Hagan giunse vestendo i panni off e on-line di Ronald “Ronnie” Pinn, un giovane londinese deceduto più di trent’anni prima della cui identità l’autore si appropria, utilizzando il metodo in uso agli agenti infiltrati britannici – tecnica al limite della legalità ancora oggi in uso – e infine 3. il sunto delle settimane trascorse seguendo il coming-out del presunto creatore del bitcoin, l’informatico australiano Craig Steven Wright che, come pare, operò sotto lo pseudonimo, ormai entrato nella leggenda, di Satoshi Nakamoto.

#LaVitaSegreta è un viaggio buio e senza ritorno nei meandri di quella parte dell’internet di cui tutti, diciamo la verità, vorremmo dimenticarci – o meglio, di cui vorremmo sapere il meno possibile. La sensazione del guilty pleasure è la stessa che prende nel momento in cui leggiamo di una vicenda di cronaca nera opportunamente spettacolarizzata, oppure della fine tragica di una promettente starlette. Peccato che qui le cose si complicano, non fosse altro perché:

“Storie come queste non sono particolari, non riguardano soltanto uomini particolari ma tutti noi che utilizziamo il digitale, come mia figlia tredicenne ad esempio” (Andrew O’Hagan a #SIT17, 25/11/2017, intervistato da Daniele Rielli)

e quindi il meccanismo di presa di distanza successiva, spiace ma con queste storie non funziona (“Tutti guidiamo un’auto senza curarci della combustione interna” [pag106]).

E’ degna di nota la capacità di O’Hagan nel mantenere il giusto distacco giornalistico dimostrando allo stesso tempo un’empatia fuori dal comune, che molto probabilmente – più che la fama di scrittore in sé – gli ha permesso di avvicinarsi a due dei personaggi più geniali e controversi del nostro tempo descrivendone tanto le incredibili abilità tecniche, l’intelligenza e lo spirito pionieristico quanto le idiosincrasie e le fragilità emotive che ne hanno segnato la caduta.

“Assange in me cercava un prete, uno psicanalista, un fratello, un migliore amico. Mi chiedeva di non scrivere il libro che insieme avevamo deciso di scrivere”

“Wright mi pregava di non scrivere quello che lui stesso mi aveva appena detto, mi aveva appena mostrato”

(Andrew O’Hagan a #SIT17, 25/11/2017, intervistato da Daniele Rielli)

A quanto pare, malgrado da più parti ci venga suggerita la necessità e l’utilità di unificare le nostre identità, reali e virtuali, internet sta attraversando l’epoca d’oro del doppio… o del triplo, del quadruplo… chi lo sa. Non si tratta soltanto di dark web, blackchain, vita da hacker professionisti

“Per Snowden esprimeva una sorta di irritata ammirazione: *Insomma, quanto bravo è?* domandai. *E’ il numero nove* rispose. *Al mondo? Tra gli hacker? E tu cosa sei?* *Io sono il numero tre*” [pag74-75])

compravendita d’armi o droga, falsificazione di identità a scopi di frode e fondi di investimento come scatole cinesi, ma anche – e soprattutto – di questioni che tocchiamo con mano ogni giorno, come i 68 milioni di identità false che popolano Facebook e con cui appunto ci trastulliamo quotidianamente, noi – e i nostri figli.

“Durante la rivoluzione egiziana del 2011 Hosni Mubarak tentò di spegnere la rete di telefonia mobile del paese, un servizio fornito dalla compagnia telefonica canadese Nortel. Julian e i suoi penetrarono nei server della Nortel e si scontrarono con gli hacker ufficiali di Mubarak per mandarne a monte il tentativo. La rivoluzione proseguì e Julian, soddisfatto, si rilassò mangiando cioccolatini nella nostra remota cucina” (pag26-27)

“(Wright) descriveva regolarmente la tecnologia blockchain come la più grande invenzione dopo internet. Diceva che avrebbe fatto per le valute ciò che internet aveva fatto per la comunicazione” (pag115)

“La mia invenzione era diventata così concreta nel mondo ufficiale delle cose, che oltre a un codice fiscale aveva anche un numero di previdenza sociale. (…) Le banche se lo contendevano e, sebbene non fosse iscritto nelle liste elettorali, anche quella sembrava solo una questione di tempo” (pag99)

A proposito della riflessione sulla “natura dell’identità” in ultimo vorrei segnalare (e il caso non esiste, ne sono sicura!) due pezzi usciti questa settimana sulla Lettura: il primo è a firma Alessandro Beretta, che scrive dell’esordio di Giuseppe Imbrogno “tra ombre e big data” (“Vivere la vita di un altro, ossessione digitale”, La Lettura #319 pag21 su “Il perturbante”, Autori Riuniti) il secondo è di Vanni Santoni che ci parla del mito di James Bond, prendendo come spunto le nuove edizioni dei romanzi di Fleming che Adelphi propone dal 2012 – ora è il libreria “Goldfinger” (“Siamo tutti James Bond – anzi, vorremmo esserlo”, La Lettura #319 pag36):

“Tutto infatti, in James Bond (…) è pura proiezione dei desideri profondi, per non dire *bassi*, di un borghese inglese di mezza età. Le donne sono tutte giovani e belle, *obbedienti come bambine*; le sfide sportive sono duelli arditi, giocati sul filo della correttezza e immancabilmente vinti, così come immancabilmente si vince al tavolo da gioco; la violenza è somministrata in modo infallibile – un colpo di taglio della mano basta a uccidere uno scagnozzo -, il cibo è sempre eccellente – Bond e Du Pont, che lo ingaggerà per incastrare una prima volta il magnate dell’oro Auric Goldfinger, si ingozzano di granchi prima ancora di parlare d’affari – e l’alcool scorre a fiumi ma senza alcun effetto negativo”. (…) Scrisse John Le Carré, che di spie se ne intendeva, che nessuna agenzia di servizi segreti avrebbe mai mandato in giro un agente che beveva e giocava d’azzardo in modo così incontrollato: esatto, è proprio per questo che James Bond è immortale”

Buona lettura – e grazie a MLOL, a cui dedico queste poche righe, come promesso 🙂

“Miraggio 1938”, di Kjell Westö (Trad. Laura Cangemi)

miraggio

“Nella stanza cominciava a fare freddo, così prese un po’ di legna, aprì gli sportelli della stufa e riaccese il fuoco. Fuori dalla finestra regnava la nebbia, fitta e stillante umidità. Kaserntoget era deserta, un silenzioso mondo subacqueo: i coni di luce dai contorni indistinti dei lampioni somigliavano a pallide meduse. Si sentiva un cretino.” (p37)

Come lettura da fine settimana vorrei consigliarvi il romanzo #Miraggio1938 dello scrittore e giornalista finlandese (madrelingua svedese però, questione non di poco conto) Kjell Westo. Che è indubbiamente lettura perfetta se avete bisogno di fiction, perché si tratta di noir dai toni intensissimi, ma che contando su una iper-contestualizzazione gestita con rigore e senza cedere a inutili piaceri voyeuristici regala al lettore un affresco sapiente di un periodo prebellico, quello ugro-finnico, che pochi conoscono e che viceversa dovrebbe godere di maggiore divulgazione. In realtà è proprio con questo intento che Westo da anni ha orientato la sua carriera di scrittore verso una fiction ambientata nella Finlandia (in specie Helsinki) del XX secolo, grazie alla quale ha saputo coniugare con successo la vocazione al romanzo di invenzione con la necessità intima di raccontare la storia, la politica e la società del proprio Paese.

Dal punto di vista narrativo Westo mette in scena il più classico dei triangoli noir (come dire, la fine è nota): lei, lui e l’altro. Dove lei è una competente e silenziosissima segretarietta di provincia (ça va sans dire, ecco svelato il perché del mio interesse personale), innamorata dei divi del cinema e della manicure perfetta, abbandonata dal marito in circostanze misteriose e vittima di un passato non proprio lindo. Lui invece è un avvocato competente, un uomo buono che torna a Helsinki dopo una carriera diplomatica di scarso successo. Poco passionale e un po’ agée, più di testa che di fisico, mite e di famiglia benestante, si trova a fare i conti con un divorzio tardivo e inaspettato richiesto da una moglie bellissima e fedifraga – nonché autrice di romanzetti porno-soft di cui pubblico e librai vanno ghiotti – invaghitasi (classico nel classico) del di lui migliore amico, psichiatra di fama nazionale. Dell’altro… spiace, ma dell’altro nulla si può dire.

“Forse era colpa della nebbia e dell’umidità, ma il suo unico desiderio era starsene seduto davanti a un fuocherello caldo a leggere romanzi. (…). Lei indossava un soprabito autunnale grigio perla e aveva in testa un cappellino di velluto rosso a forma di basco. Portava eleganti scarpe a tacco alto – sia il cappello che le scarpe apparivano assurdamente estivi nella foschia novembrina – e quando si sfilò il guanto per salutarlo Thune vide che aveva le unghie laccate di fresco. Mentre si stringevano la mano le guardò le ciocche bionde sfuggite dal basco” (p382-383)

E già ci sarebbe da aprire dei bei paragrafi relativi alla notevole capacità dell’autore di creare atmosfere e caratterizzare i personaggi: da Gabriella “Gabi” Linde, la femme fatale dall’alter ego erotico prorompente, a Robert Lindemark, stimatissimo medico specializzato nel trattamento e nella cura di pazienti schizofrenici, fino alla Signora Matilda Wiik, inappuntabile assistente, tailleur a buon mercato, orfana di guerra, sorella di un musicista alcolizzato e violento a cui versa ogni mese metà del proprio stipendio. (Ma… e dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

E le cose si complicano ancora – difatti, direte voi, che ci azzecca la politica con tutto questo? Sì, c’entra.

“Con la mente sarebbe volata lontano, a Brent-wood e Beverly Hills, a ville da venti stanze e lussuose decapottabili e piscine, a un mondo di giardini curati con palme e acacie e bouganville, con autisti in livrea fino alle caviglie e prosperose domestiche negre dalla battuta pronta ma consolatoria. Un mondo diverso dal suo ingrato, crudele e grigio” (p14-15)

Perché la Signora Wiik altro non è se non una delle centinaia di vittime della guerra civile finlandese del 1918, scoppiata a seguito della Rivoluzione d’Ottobre. Decine e decine di finlandesi sradicati dai propri villaggi, separati dal resto della famiglia, deportati nei campi di prigionia comandati dai “Bianchi”, la milizia paramilitare finlandese conservatrice e nazionalista appoggiata da Germania e Svezia, che ebbe la meglio sulla fazione dei “Rossi”, filo-bolscevichi. Migliaia di persone tra cui anche la Signorina Milja (ndr: no, non ho sbagliato, ho scritto proprio Milja) Wiik. (Uhm).

Perché Claes Thune non è solo un mite avvocato ma anche un opinionista rispettato, umanista liberale, che comincia a farsi nemici a destra e a manca – pestaggi notturni compresi – quando inizia a pubblicare sui più influenti quotidiani alcuni editoriali di certo non favorevoli nei riguardi di quel tedesco tanto caro, l’astro nascente della politica germanica, maniere un po’ spicce eh, ma d’altra parte… , che di nome fa Adolf.

Perché il rispettabile Dottor Robert Lindemark, punta di diamante della moderna psichiatria finlandese, si trova a dover fare i conti con il serpeggiante dilagare di certe teorie di selezione della razza che, così gli suggeriscono gentilmente dall’alto, sarebbe il caso di approfondire.

E sì c’entra perché, infine, il “circolo degli amici” – una sorta di salotto maschile e altoborghese capeggiato da Thune, uso a riunirsi all’incirca una volta al mese tra sigari, buona musica, tanto alcool, discussioni eterogenee e sodalizi che si giurano eterni – è composto, oltre che dall’avvocato stesso e dall’ex amico Robert, dal giornalista impegnato Guido Roman, dal poeta e attore (ebreo) Joachim “Jogi” Jary – depresso, maniaco ossessivo-compulsivo, ridotto alla povertà e paziente pro-bono del dottor Lindemark – dallo spregiudicato uomo d’affari Leopold Gronroos e dal medico Lorens “Zorro” Arelius. (E dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

“Lunghe cascate di parole da una manciata di uomini che avevano un’alta opinione di sé. Toni magniloquenti, a volte tali da farli sembrare pessimi attori che declamavano su un palcoscenico. Nessuna umiltà, battute rozze e volgari, senza eccezioni. Thune era stato il più taciturno e meno vanaglorioso degli altri. La sua voce si era sentita abbastanza poco e suonava distratta e poco interessata. Gli altri, invece! Come facevano a non capire che per diventare saggi bisogna saper ascoltare e non blaterare, innamorati della propria voce, ripetendo le stesse opinioni già espresse chissà quante volte?” (p50)

“Era così che si esprimevano gli uomini come il Capitano e Thune. Usavano parole che costringevano le persone normali a investire del tempo per scoprire cosa significassero e in questo modo si procuravano – o si illudevano di procurarsi – un vantaggio. Quello che non sapevano, o che forse sapevano infischiandosene, era che la gente normale rideva di loro” (p282)

Capite che ce n’è per tutti, la deflagrazione sarà dirompente e il ritorno alla quotidianità ovviamente impossibile.

“Era quella malinconica settimana in cui con il bel tempo il cielo notturno è ancora chiaro ma l’estate si prepara a cambiare aspetto e si avvia a passi da gigante verso il buio e l’autunno” (p239)

Che dire. A me sono piaciute le atmosfere scurissime e l’utilizzo di un linguaggio volutamente retrò*, ben reso in traduzione. E’ innegabile la capacità dell’autore nell’introspezione e nella caratterizzazione dei personaggi: in specie il delicato equilibrio tra l’avvocato Thune e la Signora Wiik, che è reso in tutta la sua fragile ed elastica tensione, scandagliato in ogni suo interstizio.

“La signora Wiik aveva di nuovo oltrepassato il confine invisibile. Questa volta non lo aveva interrotto, ma aveva fatto una domanda che contravveniva alle convenzioni vigenti tra datore di lavoro e impiegata, tra principale e dipendente. Aveva trasgredito le regole non scritte che prescrivevano chi potesse dire cosa a chi” (pag251).

“…la compassione l’aveva indotta a pensare che in altre circostanze, in una vita diversa, lei e Thune avrebbero potuto avvicinarsi di più. Forse avrebbe addirittura potuto consolarlo. Ma considerata la situazione, non aveva importanza. Ormai era troppo tardi per l’amicizia” (pag388)

Non è da sottovalutare il ruolo della psicanalisi all’interno del testo, ruolo che qui non può essere indagato pena lo smascheramento della trama, e l’analisi puntuale dei traumi psicologici, spesso sottovalutati, derivati dall’esposizione prolungata a situazioni gravissime.

Anche il passaggio da un punto di vista interno all’altro risulta convincente, in particolar modo nell’accentuazione del divario sociale, economico ed esperienziale dei protagonisti, allo stesso modo della tensione narrativa, con la vicenda che si risolve soltanto all’ultima pagina (sì, quindi non leggetela in anticipo come faccio io di solito, qui mi sono salvata giusto per divina provvidenza).

Buon week-end e buona lettura.

*che dirvi, d’altra parte io sono una fan di Franzosini…

“L’età vittoriana nella letteratura”, di G.K. Chesterton (trad. Paolo Dilonardo)

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Libretto illuminante se volete capire qualcosa in più della #Brexit al di là delle solite, oggettive questioni (il divario sociale tra la città e provincia, l’economia in stallo, la disoccupazione giovanile, i vincoli europei troppo stretti eccetera) esso dimostra, con la sua recente pubblicazione, la tesi secondo cui il Demone Celeste dei Libri opera secondo disegni misteriosi. (O che alcuni editori, semplicemente, hanno il naso fino). Ma cosa c’entra un compendio di letteratura (vittoriana, per di più) con l’uscita del mondo UK dall’Europa direte voi. Ebbene, c’entra eccome. 

“La Britannia romana e l’Inghilterra medioevale sono non soltanto ancora vive, ma vitali: il vero sviluppo, infatti, non consiste nel lasciarsi qualcosa alle spalle, come lungo una strada, bensì nell’estrarne la vita, come da una radice. (…) Il progresso, una metafora tratta dalla strada, implica, difatti, che l’uomo si lasci alle spalle la propria casa, mentre il miglioramento comporta che egli innalzi le torri o estenda i giardini della propria dimora. L’antica letteratura inglese (…) come tutte le culture europee, era europea; come tutte le culture europee, era qualcosa di più che europea”. (p15)

“L’Inghilterra, come tutti i Paesi cristiani, assorbì elementi preziosi dalle foreste e dal rude romanticismo del Nord; ma, come tutti i Paesi cristiani, per le libagioni letterarie più prolungate si abbeverò alle fonti classiche degli antichi”. (p16)

29CAMI5-kTEE-U43340324353317G-140x180@Corriere-Web-SezioniProlifico giornalista, famoso scrittore, brillante aforista, attento critico letterario e saggista, anglicano convertito al Cattolicesimo, G.K. Chesterton (Londra 1874, Beaconsfield 1936) – sì, proprio il creatore di Padre Brown – negli anni giovanili era considerato, pensate, di intelligenza scarsa; non finì mai le scuole, non riuscì a prendere la laurea: eppure ne ricevette diverse honoris causae fino a essere candidato al Nobel per la letteratura, nel 1934. Potete leggere la sua biografia completa qui, sul sito dell’Enciclopedia Britannica.

Il suo “L’età vittoriana nella letteratura”, apparso per la prima volta nel 1913, è una carrellata veloce e appassionante sugli autori – e autrici – che hanno fatto grande (…o piccola) la letteratura inglese tra la seconda metà del 1800 e i primi anni del ‘900. Pur strutturando il testo in base alla metodologia classica della linea temporale, Chesterton punta anche sull’impianto tematico poiché si assume il compito di differenziare gli autori presi in esame in base alla loro aderenza, o viceversa ostilità, nei confronti di quello che egli da storico e critico definisce “il compromesso vittoriano“.

“Il fatto fondamentale dell’inizio della storia vittoriana (…) fu proprio la decisione da parte della borghesia di impiegare le sue nuove ricchezze per promuovere una sorta di compromesso aristocratico, anziché insistere (come aveva fatto la borghesia al tempo della Rivoluzione francese) per fare piazza pulita e formulare un chiaro programma democratico”. (p29)

La tesi di Chesterton parte di fatto da un’osservazione squisitamente politica: dal riconoscere il fallimento della “Rivoluzione inglese sull’onda di quella francese” (p19) trasformata, nella sua essenza, in una “vittoria dei ricchi sui poveri”. Questa peculiare situazione politica (“L’Inghilterra finì per diventare una terra di proprietari terrieri piuttosto che di proprietari di terre comuni” – p20) implicò di conseguenza “che dalla metà del Settecento alla metà dell’Ottocento lo spirito di rivolta assumesse una forma del tutto letteraria” (p20).

“La letteratura inglese successiva alla rivoluzione prese le mosse da una sorta di propensione all’indipendenza e all’eccentricità, che negli ingegni più brillanti divenne individualità, e in quelli più spenti Individualismo. (…) La versione più solitaria della libertà fu in Byron e Shelley una sorta di anarchismo aristocratico; me per quanto nel periodo vittoriano essa sfumasse in pregiudizi molto più blandi e in untigli molto più borghesi, l’Inghilterra serbò i quella propensione una bizzarra forma di separatezza e riserbo. Divenne molto più isola di quanto non fosse mai stata. Da allora in poi rinunciò a capire non soltanto la Francia e la Germania, ma anche, e con conseguenze disastrose, durature e tuttora persistenti, l’Irlanda. Non aveva preso parte al tentativo di creare una democrazia europea, né (…) al controtentativo di distruggerla”. (p22-23)

Ma non solo. Ad esempio, tra coloro che reagirono allo spirito vittoriano Chesterton annovera anche il “Movimento di Oxford“, che fu “puramente religioso” (p39):

“Non si trattava tanto di una preferenza per i dogmi cattolici, quanto, più semplicemente, di un appetito per i dogmi. I dogmi, infatti, implicano il serio appagamento della mente. (…) Si trattava, piuttosto, di una rivolta contro lo spirito vittoriano considerato in un suo particolare aspetto, che potremmo sommariamente definire avere la torta, e al tempo stesso mangiarla. Il movimento capì che i solidi e seri vittoriani erano fondamentalmente frivoli, perché fondamentalmente incoerenti” (p39)

Un’istanza che in realtà punta anche sulla “rivendicazione della razionalità (…) contrapposta alla crescente irrazionalità del benessere e del compromesso vittoriano” (p43):

“La sua vera gloria (ndr: quella di Carlyle) sta nell’esser stato il primo a vedere distintamente e a dire con chiarezza la grande verità del nostro tempo: ossia che la ricchezza dello Stato non equivaleva alla prosperità del popolo. (…) Ad arricchirsi non era affatto Manchester, ma soltanto i meno amabili dei suoi abitanti” (p48)

220px-Charlotte_BrontëE così, Charlotte Bronte, “se la si interpreta a partire dai suoi istinti, fu altrettanto grande (ndr: di George Eliot); Jane Austen fu più grande. (…) Lei seppe non perdere la testa, mentre tutte le altre donne venute dopo hanno cercato di ritrovare il cervello. Jane Austen era capace di descrivere un uomo con freddezza; cosa di cui né George Eliot né Charlotte Bronte furono capaci” (p88-89)

“Ella (ndr: Charlotte Bronte) raggiunse il culmine del romanzesco attraverso il realismo più basso. (…) Prese le mosse da se stessa, dai suoi abiti scoloriti, dalla sua fortuita bruttezza, dalla sua famiglia scialba, rozza e provinciale, e con vigore amalgamò questi materiali fangosi trasformandoli in un brioso racconto fiabesco. (…) Scoprì il segreto di dissimulare il sensazionale nell’ordinario, e Jane Eyre resta il suo libro migliore (…) poiché, pur essendo un documento umano scritto con il sangue, racconta una storia poliziesca a forti tinte che è tra le migliori al mondo” (p96)Jane_Austen_coloured_version

“Nell’animo di tutte queste gradi donne vittoriane c’era una sorta di irrequietezza. (..) A cosa fosse dovuta questa guerra dei sessi strana e molto circoscritta (…) La mia ipotesi è che fosse dovuta alla grande rinuncia allo spirito militaresco da parte di maschi vittoriani. La donna sentiva oscuramente che mentre lei continuava a correre il rischio mortale che le era proprio, l’uomo non correva più il suo” (p97)

E così, se Dickens rappresenta per Chesterton “l’assalto più semplice e istintivo, e di conseguenza il più pesante, sferrato a quell’appagamento che che era al centro dell’età vittoriana” (p99), Wilkie Collins è “rappresentativo del suo tempo [perché] benché le sue concezioni morali e religiose fossero meccaniche quanto le cospirazioni fittizie che seppe ordire con tanta cura, queste ultime erano tuttavia pervase da una sorta di misticismo involontario che prendeva in piena considerazione il lato più oscuro dell’anima” (p109)

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“Fu questo, infatti, uno dei problemi più caratteristici della mentalità vittoriana. L’idea del sovrannaturale era forse sprofondata al livello più basso che avesse mai raggiunto. (…) Resta il fatto strano che l’unico genere di sovrannaturale che i vittoriani si permisero di immaginare fu il sovrannaturale triste. Potevano accettare le storie di fantasmi ma non quelle dei santi. Potevano baloccarsi con la maledizione o con la spietata profezia di una strega, ma non con il perdono di un prete” (p109)

220px-AnthonyTrollopeAnthony Trollope, ” un realista lucido e assai abile, rappresenta invece un altro aspetto dello spirito di benessere vittoriano: la mancanza di fretta, il gusto per il dettaglio, soprattutto quello domestico; il gusto di seguire i personaggi e i loro familiari di libro in libro e di generazione in generazione” (p110).

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, sia di prosa, sia di poesia, a cui Chesterton dedica la terza parte del trattato: da Tennyson a Browning, da Swinburne a William Morris, fino alla fin de siècle rappresentata da una parte da Oscar Wilde e dall’altra da Henry James, Bernard ShawRudyard Kypling.

James tocca la sua corda più cupa in un racconto terribile, Il giro di vite. Al cuore di quel terrore c’è una verità fatta di pentimento e religiosità, eppure, ancora una volta, è da notare che l’unica corda del sovrannaturale che gli scrittori vittoriani abbiano saputo toccare in modo credibile è quella tragica, quasi demoniaca” (p187-188)

“La posizione fondamentale di Bernard Shaw nei confronti dell’età vittoriana si può riassumere grossomodo nei termini seguenti. Il vittoriano tipico affermava con disinvoltura: – Il nostro sistema non sarà perfetto, ma funziona. Bernard Shaw ribatteva con ancora maggior disinvoltura: – Sarà pure un sistema perfetto, per quel che ne so, ma non funziona” (p181).

Per finire con H.G. Wells, che ebbe il merito di aver scritto “grandi storie di avventura ambientate nel nuovo mondo scoperto dagli scienziati” (p193) e concludere con Stevenson.

“Una maledizione si abbatté sui tardi vittoriani: cominciarono ad attribuire maggior valore al tempo che alla verità. Si sentivano così presi del ruolo di segretario, mentre smistavano la corrispondenza, che non trovarono mai la lettera cercata; (…) e si sentivano così equi, così imparziali a soppesare le prove, che per farli giungere a una qualsivoglia conclusione sarebbe stato necessario corromperli. Fu questa l’ultima nota dei vittoriani: la procrastinazione fu chiamata progresso” (p195)

220px-Robert_Louis_Stevenson_Knox_Series“E’ caratteristico della sua opera (e della rivolta contro la rispettabilità vittoriana in generale) che la sua storia più sensazionale e a tinte più forti sia anche quella che contiene la sua verità più amara e profonda: Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde è un duplice trionfo: combina le emozioni esteriori tipiche di Conan Doyle con quelle interiori tipiche di Henry James. Purtroppo, è altrettanto caratteristico del periodo vittoriano che quasi tutti gli inglesi abbiano apprezzato l’aneddoto, ma che quasi nessuno abbia colto la burla” (p199).

Mentirei se dicessi che la lettura sia stata facile e scorrevole. La scrittura di Chesterton è complicata, ipotattica e segue una rigorosissima passione per la dissertazione logica eredità del mondo latino. Per chi non è pratico di letteratura inglese poi, alcuni riferimenti hanno bisogno di essere approfonditi per forza di cose. E’ un libro per chi come me ama sudarci sopra a forza di matita e note a margine ma, come si diceva all’inizio, è un aggeggio che se preso per il verso giusto ci rivela, forse più di qualsiasi programma tv, di qualsiasi trattato di economia politica, o reportage giornalistico, il perché di una scelta che affonda le radici nella terra scura e grassa di un passato con cui tutti noi abbiamo già cominciato a fare i conti.

Credits delle foto: Wikipedia (+ The Independent per Dickens)

“Le persone sensibili sanno dire di no”, di Rolf Sellin

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Rimango sempre incredibilmente stupita, dei giri strani che percorrono i libri: ce ne sono alcuni che sembrano non aver voglia di farsi leggere e invece altri restano impressi nella memoria cache di uomini e macchine e se ne escono fuori così, nei momenti in cui meno te lo aspetti. Quando qualche giorno fa Giulio Passerini ha domandato via Twitter un consiglio su un manuale “bello” di selfhelp da portare in vacanza, a me è subito venuto in mente uno dei saggi di Rolf Sellin che ho terminato da poco, e gliel’ho suggerito. Solitamente non scrivo di selfhelp sul blog – sia perché non ne sono particolarmente attratta e di conseguenza non ne ho una vasta conoscenza, sia perché mi pareva che la manualistica in generale non fosse uno dei topic più cliccati su ADC. E invece. (- questa volta mi sono sbagliata – ma vedremo perché).

Rolf Sellin (1948), psicoterapeuta specializzato in coaching sistemico e Programmazione Neuro Linguistica, ha fondato a Stoccarda l’HSP (Highly Sensitive Persons) Institut e somministra da anni seminari e consulenze individuali a coloro che necessitano di un aiuto per gestire al meglio la propria ipersensibilità.

In questo volume, che dovrebbe in linea teorica essere letto successivamente a “Le persone sensibili hanno una marcia in più”, Sellin mette in scena una serie di situazioni pratiche incentrate sulla dimensione sociale e il rapporto con l’altro all’interno delle quali capita che gli individui HSP si trovino a disagio: rifiutare un favore impegnativo, mantenere la propria riservatezza di fronte a un amico invadente, tener testa al capoufficio malmostoso per qualcuno è semplice, per altri un po’ meno. Sono appunto le persone così dette ipersensibili, ossia quelle per le quali far valere se stessi, i propri diritti o le proprie necessità di fronte agli altri è talvolta un problema. Ai casi pratici naturalmente fanno seguito i relativi esercizi di coaching e alcuni testi di auto-valutazione.

Ciò che differenzia la metodologia di Sellin da altri approcci selfhelp è la sostanziale attenzione, presente in Sellin, nei riguardi della costruzione di rapporti interpersonali che siano sempre soddisfacenti per entrambe le parti in gioco. Non è una questione scontata, anzi, e penso sia questo il punto – forse sono riuscita a evidenziarlo anche su Twitter scrivendo ingenuamente di “buona educazione” – che ha tanto interessato chi poi mi ha chiesto informazioni. Quello che mi ha colpita e confortata è proprio la distanza che Sellin sembra mettere tra sé e il sistema alla “yes we can” caratteristico di certo selfhelp made in USA particolarmente aggressivo, che vede come scopo ultimo la realizzazione completa della proprio successo – personale e professionale – lasciando spesso intendere che beh, chissenefrega, se a terra si lascia qualche cadavere.

Non ho mai avuto simpatia per la vision tipicamente americana del “se ti impegni riesci” perché l’ho sempre trovata mancante di un punto: quello dell’introspezione. Focalizzata sull’esterno e sulla modifica delle situazioni contingenti, difetta poiché evita l’analisi del concetto di limite, questione che invece Sellin pone al centro del proprio metodo.

“Quando alcune persone sentono parlare di limiti e confini, pensano immediatamente che equivalga a erigere mura insormontabili, a rifiutare ogni contatto sociale o a rompere i ponti con il prossimo. Sembrano conoscere solo due alternative: o essere totalmente aperti nei confronti altrui, o chiudersi del tutto” (pag10)

“Pensa in grande – è lo slogan diffuso, che spinge a guardare oltre i propri limiti. Fate largo! – è la parola d’ordine – alle conseguenze si penserà dopo! Sono tante le tentazioni di spingersi oltre, di osare di più. (…) La pubblicità e i mezzi di informazione ci invitano continuamente a spingerci oltre i nostri limiti. Illudersi che non esistano ci fa credere che tutto sia raggiungibile sempre e da chiunque. Questo vale anche in altri settori, come dimostrano le aspettative nei confronti del rendimento e dell’efficienza propri e altri. E se ancora non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi, l’ideologia del no-limits ha subito una spiegazione pronta: non siamo stati sufficientemente determinati! Questo modo di pensare trova una perfetta formula della canzone You can get it, if you really want. (…)

Questa ideologia parte dal concetto che i risultati raggiunti siano illimitati e che esista un’uguaglianza di fondo, vale a dire punti di partenza identici per tutti: le stesse capacità e doti, le stesse condizioni fisiche, sociali e di salute, le stesse opportunità, gli stessi vantaggi e ostacoli. (…) Questa idea di apparente uguaglianza viene poi scaltramente sfruttata per prendere le distanze dalla reale ingiustizia sociale: – se non ce l’hai fatta è solo perché l’hai voluto tu! (pag16-17)

Il fatto che Sellin ponga a fondamento del proprio coaching questa ricerca ha un effetto collaterale notevole: quello di indurre il soggetto a rispettare sempre chi gli sta di fronte. Perché soltanto chi conosce bene i propri punti di forza e di debolezza e i propri “fino a qui e poi basta” – e dopo aver imparato a comunicarlo con onestà e attraverso parole adeguate e coerenti – avrà la capacità non solo di arrivare dove vuole (ops, pardon: dove PUO’) ma anche di rispettare l’altro – con tutte le sue “capacità e doti”, e i suoi limiti – senza esserne necessariamente schiacciato.

“L’animale notturno”, di Andrea Piva – feat. Daniele Rielli, “Storie dal mondo nuovo”

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“Scrittore e sceneggiatore, Andrea Piva a un certo punto della sua vita ha deciso che ne aveva abbastanza del cinema romano e di quel genere di persone per cui un giorno sei una divinità azteca da sfamare a oro e vergini sacrificali per via della tua visionarietà artistica, e il giorno dopo tutto quello che ti offrono di scrivere sono storie di preti, medici e suore eroiche che salvano cani da pastore.

 – L’ultimo ingaggio che mi proposero era un progetto per la tv che si chiamava Morte di un artista. Lo presi come un segno del destino e decisi di cambiare vita.

Solitamente è qualcosa più facile a dirsi che a farsi, come mi spiega una volta seduti ai tavolini di un bar di piazza del Ferrarese, da dove si vede il ristorante delle sequenze iniziali di Mio cognato, di cui Piva ha scritto la sceneggiatura.

 – Tu non ci crederai ma proprio non sapevo cos’altro fare – e qui Andrea Piva (persona d’ingegno e invidiabile cultura, nonché titolare di un’incongrua laurea in Giurisprudenza) mi ha detto testualmente: Allora ho cercato *come fare soldi* su Google. E una delle cose che ho trovato è stata il poker on line”

E così che Daniele Rielli, l’enfant prodige del reportage italiano, introduce al lettore la figura di Andrea Piva nel long-form “L’Anomalia” dedicato appunto al variegato mondo dei professionisti italiani del poker on line. Che non ha tanto a che fare, sia bene inteso, con individui loschi e fumose sale da gioco avvolte dalla penombra della notte quanto con fogli Excel, programmatori indiani, bot e intelligenze artificiali.

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“Andrea abita con la sua ragazza e due gatti in una casa a schiera poco distante dalla litoranea a sud di Bari. Il condominio ha una grande piscina il cui azzurro chiaro contrasta con la terra arsa tutto attorno. Sull’altro lato, a occidente, il sole scende sopra i regionali che sferragliano verso Lecce. In casa, sul soppalco sopra il salotto, oltre a un tavolo con tutti gli strumenti per produrre infinite varianti di sigarette elettroniche, c’è la postazione di lavoro”.

Se Rielli, con la sua inchiesta apparsa per la prima volta su “Internazionale” nell’estate del 2015 e raccolta poi nel volume “Storie dal mondo nuovo” pubblicato da Adelphi l’inverno scorso, offre uno spaccato non-fiction, quanto mai analitico, sul gioco professionistico on line – e in particolare sulla variante americana del classico poker europeo chiamata Texas Hold ‘em, Piva invece, in “L’animale notturno” regala al lettore la versione dell’insider – l’alter ego Vittorio Ferragamo – che del gioco on line ha fatto la propria ragione di vita, con tutte le inevitabili implicazioni.

“E’ solo quando chiudo il client, spengo il computer e mi accendo un’altra sigaretta, è solo quando nella mia stanza cala il silenzio della notte invernale, coi gabbiani a dirsi sui tetti le loro cose sguaiate, è solo adesso che l’onda d’urto dell’esplosione mi raggiunge davvero, e mi rendo conto sul serio di cosa sono stato capace. Di colpo è come se mi avessero pestato per ore. Il mio corpo pesa il doppio del normale. Mi sembra di avere un busto di ferro a stringermi il petto, sento una specie di fischio continuo nelle orecchie, respiro a fatica, forse sto per avere un attacco di panico, non riesco a muovermi, a pensare, a fare niente. Resto imbambolato alla scrivania davanti al computer spento per un tempo lunghissimo, finché non mi arrivano i primi chiarori dell’alba, momento in cui, se possibile, inizio a stare anche peggio. Ancora oggi quando ci penso mi viene da vomitare, proprio sto male fisicamente, fino nel profondo. E’ una sensazione di morte irreparabile e violenta. In questo momento io sono la persona più stupida del mondo, amico lettore. Sono le cinque di mattina e ho appena capito di avere di nuovo rovinato la mia vita”  (pag328)

Si tratta di due testi che ho voluto leggere in parallelo proprio per la loro capacità intrinseca di essere l’uno il complemento dell’altro perché se da una parte Piva, con uno stile lucido ma naturalmente segnato dalla scelta stilistica del romanzo di formazione, punta più sulla storia di vita personale e meno sul trattato scientifico, dall’altra Rielli attraverso il piglio del giornalista d’inchiesta riesce a svelare quel che Piva per necessità si trova a dover tralasciare: ciò che si nasconde davvero dietro al lucroso mondo delle poker room virtuali e dei grandi portali di giochi on line.

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“Una sedia comoda, due computer, tre schermi e un impianto audio con un subwooder che diffonde musica retrofuture a volume alto, costante e sferico. Produttori dai suoni cupi e ambientali come Perturbator, Lazerhawk e Stellar Dreams accompagnano l’andamento regolare, quasi altrettanto ritmico del gioco sui tavoli virtuali. Andrea può giocare contemporaneamente anche su quattordici tavoli se in cash game, venti se in tornei. I tavoli si illuminano a turno quando è il momento di prendere una decisione (una ogni pochi secondi) e sono tutti sullo schermo centrale. Su quello a destra scorrono le statistiche complessive delle partite in corso, su quello di sinistra girano i video YouTube delle canzoni. Quando tutto è in funzione, il soppalco è come un mondo a parte, e ben presto il giocatore sembra perdersi nel flow di un processo decisionale la cui cadenza è dettata dalla macchina, in un’unione quasi mistica fra tecnologia e uomo, come nei dipinti di Simon Stalenhag che occupano i suoi desktop”

Tra nick-name fantasiosi (da MoneyMaker a LeSbarbine) e improbabili doppie vite – dall’insospettabile padre di famiglia alla whale (ndr: in gergo, il fish con molti soldi che sostanzialmente sceglie di perderli) Guy Laliberté, amministratore delegato del Cirque du Soleil che pare abbia perso in un anno oltre 17 milioni di dollari soltanto per il gusto di sedersi al tavolo virtuale coi migliori giocatori al mondo e “farsi mungere” – Piva e Rielli, percorrendo ognuno la propria strada, ciascuno con il proprio stile – delicato, evocativo e poetico, smaliziato e cronachistico – riescono a dimostrare l’assoluta verità e concretezza di quel tormentone a cui Lady Gaga ci aveva assuefatti anni fa, agli albori della sua carriera:

“I wanna hold ‘em like they do in Texas plays / No he can’t read my poker face”

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Nota a parte per “Storie dal mondo nuovo”, che va letto tutto, da capo a piedi, non solo per “l’Anomalia”. Si va dall’ironico e disincantato “Il retroscena del retroscena del retroscena” (che contiene uno dei pezzi più incredibili a mio parere mai scritti su Bruno Vespa) fino all’inedito “La fine della linea”, una lunga cavalcata sulla linea Q fino a Brighton Beach, “o Little Odessa, il quartiere di South Brooklyn dove le scritte in inglese, quando ci sono, vengono sempre sotto a quelle in cirillico”, passando per la versione integrale del reportage sull’Albania post-comunista pubblicato in forma ridotta sul Venerdì di Repubblica nel Novembre 2015.

 

NB: per gli appassionati, ecco qualche notizia in più sui dipinti “sci-fi” – distopici di Simon Stålenhag su Il Post e Collateral. Su Twitter invece, all’#LAnimaleNotturno potete trovare consuete citazioni e qualche dipinto a tema (dai “Bari” di Caravaggio ai cagnolini pokeristi di C. Coolidge).