"Questa vita tuttavia mi pesa molto", di Edgardo Franzosini

Il movimento è una delle questioni che più lo ossessionano. 
(Non è il solo in famiglia: il fratello Ettore ha una fissazione per la velocità, cioè per la forma più estesa e più esasperata del fattore movimento, mentre il nonno Giovanni Luigi si è lambiccato il cervello, sin quasi a perdere la ragione, attorno al fenomeno del moto perpetuo, un altro aspetto eccessivo, quasi inverosimile, del movimento).
 
1. da “Picassiette” a Bela Lugosi

La creatività visionaria del “Picasso delle stoviglie” Raymond Isidore, costruttore della cattedrale dei detriti di Chartres; le ultime ore di Béla Blasko (che la leggenda vuole esser spirato in volo di pipistrelli); l’accusa di stregoneria rivolta al Cardinale Giuseppe Ripamonti, famigliare di Federico Borromeo e prima fonte storica di Alessandro Manzoni: la verità è che Edgardo Franzosini ci ha abituati – per non dire incatenati – a un’arte della biografia che fa del fascino per il peculiare, lo strambo, il misterioso e in certi casi anche del grottesco la propria, principale caratteristica. Niente di più lontano, tuttavia (è bene sottolinearlo) da un certo tipo di non-fiction novel a cui le mode del momento cercano di inclinare il gusto del pubblico, solleticandolo attraverso il guilty pleasure della biografia romanzata.

2. “Uno snob, un ragazzino esile e timido, un uomo serio e contegnoso, una malinconica marionetta”
Franzosini, sempre attento alle testimonianze e meticoloso nella ricostruzione, decide di concentrarsi questa volta sull’affascinante figura di Rembrandt Bugatti (Milano 1884 – Parigi 1916), fratello minore del più famoso Ettore – fondatore della casa automobilistica omonima – scegliendo di raccontarne la vita, breve e indiscutibilmente freak, attraverso episodi succinti, sprazzi di luce a illuminare significativamente il buio di una personalità tormentata e soggiogata dall’estro artistico. Pochi, emblematici segnali luminosi contigui nel tempo, inframmezzati ad alcuni flashback dell’infanzia e della gioventù, il tutto strutturato nel tentativo di definire appieno la personalità di questo cosmopolita e raffinatissimo gentlemen, artista solitario e inquieto, contestualizzandola all’interno della cerchia familiare e soprattutto dell’entourage artistico di cui la famiglia Bugatti si circondava da generazioni.

Le difficoltà di salute, lo spettro della guerra, la fascinazione al limite del morboso per la scultura animalista, l’atmosfera decadente dell’ultima Art-Nouveau tra Milano, Parigi e Anversa: tutto collabora alla costruzione di un racconto suggestivo, tanto più attraente quanto più alta è la consapevolezza del lavoro accurato di ricerca e documentazione che lo sostiene e che ne testimonia la veridicità.

3. Materiali

“Le otiti croniche hanno reso Rembrandt quasi sordo. Un anno fa ha iniziato a sentire fitte dolorose, fischi, ronzii e la propria voce che gli risuonava nelle orecchie. I rumori hanno preso ad assomigliare tutti a un brusio. Riesce ancora a distinguere solo i versi degli animali – i barriti, i ruggiti, i nitriti – e al pensiero di questa cosa non può fare a meno di sorridere” (pag.11)

 

“Rembrandt si sente a proprio agio solo in mezzo agli animali, solo a contatto con quella comunità senza parole. Il giardino zoologico è la mia consolazione, ha scritto un giorno al fratello. Quando sono di fronte a loro e li fisso negli occhi, racconta alla madre, mi sembra, non metterti a ridere, di rendermi perfettamente conto delle loro gioie e delle loro pene” (pag.18-19)

 

 

“In compagnia di Albéric Collin e di Oscar Jespers, Rembrandt trascorre spesso il tardo pomeriggio e la sera seduto a un tavolo sulla grande terrazza dell’Hotel Weber. I tre scultori animalisti bevono assenzio, giocano a domino, chiacchierano” (pag69)

 

 

(Wikipedia)

“A sinistra si innalza un palazzo a grandi vetrate sormontato da due cupole: è il Feestpaleis, il Palazzo delle Feste. A destra una limonaia e, poco più avanti, un padiglione di legno circondato da lampioni, sedie e tavolini, sotto la cui tettoia sono disposti in cerchio dei leggii per gli spartiti musicali. Si alza un vento che fa cadere alcuni leggii, e intanto comincia una pioggia fitta e violenta. Rembrandt trascina la valigia sotto le gocce pesanti che gli entrano nel colletto della camicia e raggiunge un edificio dalla facciata vagamente moresca: è il Palazzo delle Scimmie. L’interno ospita alcune gabbie gigantesche in fondo alle quali si distinguono i profili scuri di parecchi primati. Le bestie strillano e si agitano, eccitate dal temporale” (pag.60-61)

“A Milano Bugatti si lascia andare al vuoto e alla noia. In città non c’è uno zoo, ma solo alcune gabbie sparpagliate qua e là per i Giardini Pubblici di corso Venezia, dove sono rinchiusi una giraffa, un leopardo, qualche cervo, una scimmia, alcune vecchie gazzelle” (pag95)

“Non sopporta più Milano. Ha l’impressione che sia questa città che gli impedisce di scuotersi di dosso l’estenuante tristezza e il disgusto che, dentro di lui, hanno sopraffatto qualsiasi altro sentimento” (pag96)

Buona lettura

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