"L’imperfetta meraviglia", di Andrea De Carlo

“Hanno una minima idea di chi sia davvero, al di là del personaggio che recita in pubblico? Almeno i più devoti e perseveranti tra loro, quelli che lo seguono da decenni, che hanno ascoltato tutte le sue canzoni, letto tutto quello che hanno scritto su di lui, visto tutte le foto e tutti i video?”

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Intro
Con i primi romanzi (1980-90) il trentenne De Carlo aveva scelto di dedicarsi al racconto delle esperienze giovanili, attingendo a piene mani dal proprio vissuto: i viaggi in America, le vacanze on the road, i rapporti di amicizia post-adolescenziali, le prime relazioni amorose, il confronto con l’età adulta.
In queste opere, da “Treno di panna” a “Uto”, sono presenti con qualche eccezione (ad esempio “Yucatan”, che ripercorre il viaggio in Messico fatto con Federico Fellini) tutti i temi cari al De Carlo degli inizi, condivisi da gran parte della sua generazione: dalla critica nei confronti di un sistema scolastico obsoleto ai primi approcci con una globalizzazione agli inizi, fino alla sperimentazione di nuovi stili di vita vòlti a coniugare il progresso incipiente con il pesante lascito della cultura hippie ormai trascorsa.
Ciò che caratterizza tutta l’opera di De Carlo è in effetti il processo di estrema contestualizzazione a cui vengono sottoposte le trame: un espediente attraverso cui l’autore è riuscito – consapevolmente o meno – nell’impresa di far crescere il proprio mestiere di scrittore all’interno di una precisa nicchia di pubblico, specie per quanto riguarda le prime opere  nelle quali i lettori di De Carlo si riconoscevano pienamente (temi che oggi, va detto, non presentano il medesimo appeal per un target coevo).
Abbandonato il filone delle esperienze giovanili – che per definizione prima o poi sono destinate a concludersi – a cavallo del millennio De Carlo pubblica una serie di romanzi dall’aria più rarefatta e meno coesa. Momenti di sperimentazione, forse gli anni in cui il lettore decarliano arranca di più, sforzandosi a seguire l’autore tra linee narrative non sempre facili da identificare ed esperimenti crossmediali (basti pensare a “Pura vita” e “I veri nomi”, gli unici due testi pubblicati con Mondadori).
Sono le opere degli ultimi anni, a mio parere, ad aver riacquistato una certa corposità e ad aver recuperato i temi degli inizi che però De Carlo è riuscito a rimodellare e quasi a liberare dagli stereotipi che negli ultimi tempi avevano in parte caratterizzato la sua scrittura, affievolendola forse un poco.
E’ innegabile che la platea di De Carlo sia cambiata nel tempo (vedasi la varietà di pubblico che affolla ogni sua presentazione e le critiche spesso discordi che accompagnano ogni nuova pubblicazione) ma è importante osservare che le modifiche di target non sono tanto il frutto di una decisione a tavolino (figurarsi!) quanto la conseguenza di una delle caratteristiche intrinseche della scrittura decarliana, ossia l’aderenza tematica all’esperienziale. Se a ciò si aggiunge anche la questione dello scarto generazionale si capisce bene perché talvolta si ha l’impressione che più si va avanti e più De Carlo diventi uno di quegli autori che se lo segui dagli inizi lo capisci, altrimenti anche no.
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“Sì, ma il senso di continuare a farlo? Le cosiddette ragioni? Quanto convincenti possono essere ancora canzoni come Hard Hard Hard o One Push Too Far o On The Brink, ascoltate da qualcuno che non sia preventivamente conquistato alla causa? Tutte quelle rappresentazioni di stati d’animo adolescenziali, in una gamma che va dalla frustrazione sessuale all’insofferenza sociale alla lamentela puerile, non sono ridicole in bocca a un uomo maturo, più che ricompensato da una società contro cui agli inizi si scagliava con rabbia iconoclasta? Come fanno una diciottenne o un diciottenne di oggi a prendere per buone le sue critiche – generiche – allo stato delle cose e i suoi inviti – altrettanto generici – alla rivolta?”
 
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“L’imperfetta meraviglia”
E’ il caso de “L’imperfetta meraviglia”, a cui De Carlo passa il testimone direttamente da “Villa Metaphora” e da “Cuore Primitivo“.
Milena Migliari, un’artista del gelato artigianale più vicina ai quaranta che ai trenta, incontra del tutto casualmente lo scozzese Nick Cruickshank, attempato frontman del famosissimo e alternativo gruppo dei Bebonkers. L’azione si svolge ai giorni nostri in una Provenza novembrina svuotata dei turisti; nell’arco di un fine settimana sia il cantautore, stanco del proprio successo e dell’entourage che lo circonda, sia la gelataia proprietaria de La Merveille Imparfaite, dovranno prendere decisioni importanti e irreversibili: Nick si sposerà – il suo terzo matrimonio – con l’algida e iperattiva Aileen, fidanzata e socia in affari, e Milena comincerà le procedure per sottoporsi alla fecondazione assistita, spinta non da un desiderio intimo di maternità, che anzi rifiuta, quanto dalla caparbietà e dall’entusiasmo della compagna Viviane, da cui si è lasciata convincere. Una relazione omosessuale inaspettata, cominciata quattro anni prima a seguito di una serie di delusioni sentimentali.
Entrambi i protagonisti, trascinati alla deriva da una serie di eventi e decisioni concatenate tra loro, prese forse con eccessiva avventatezza, si troveranno a confrontarsi l’uno con l’altra, terrorizzati di fronte alle strade senza ritorno che stanno per intraprendere.
Solo all’apparenza di uno sguardo da neofita la trama potrebbe dirsi minimale e abbastanza ricorrente (la dinamica della coppia “scoppiata”); invece, tutto si può dire tranne che De Carlo pecchi di codardia o di mancanza di originalità.
A far la differenza ancora una volta l’attenzione al concreto e all’attualità che costituisce l’ossatura del testo. In “Cuore primitivo” essa era rappresentata dall’analisi dei rapporti tra classi sociali diverse, nonché dal tema dell’ecologia e dell’utilizzo consapevole del territorio, mentre in “Villa Metaphora” l’autore si era focalizzato sul mondo della politica e dello show-business. Ne “L’imperfetta meraviglia” l’attenzione di De Carlo si concentra su alcuni temi a dir poco scottanti.
Spiccano ad esempio le riflessioni sulla necessità imprescindibile di una trasmissione etica del sapere (che deve riguardare qualsiasi forma di espressione artistica dalla scrittura alla musica fino al lavoro artigianale) a cui segue un’ironica ma non meno feroce autocritica:

“Non prova pena e imbarazzo per i suoi colleghi che recitano all’infinito la parte che si erano inventati agli inizi, anche se non corrisponde più per nulla al loro attuale ruolo nel mondo?” (pag102)

“L’integrità artistica è quasi sempre un atteggiamento, quando non un alibi per falliti” (pag104)

“Ci sarà di sicuro chi dirà che i Bebonkers sono meravigliosi perché suonano ogni pezzo come sempre, chi dirà che sono patetici perché si ostinano a farlo; chi dirà che sono una leggenda vivente, chi dirà che sono dei dinosauri. Ci sarà anche un esercito di veri e propri detestatori, fan rinnegati o gente che non li ha mai amati davvero, ansiosa solo di avere conferme del fatto che i Bebonkers sono diventati un prodotto commerciale come la Coca-Cola, un gruppo di porci milionari a cui non gliene frega più niente dello spirito originario della loro musica, alla faccia dell’immagine ribelle che ancora cercano di proiettare. Già può immaginarsi le accuse lanciate a vanvera, e stratificate nel gigantesco immondezzaio di internet: il sound standardizzato, lo Zeitgeist perduto, gli ideali traditi, il calcolo dietro la buona causa” (pag.123-124)

Ma non solo: le dinamiche di coppia per la prima volta sono analizzate facendo riferimento anche a una relazione omosessuale (“E’ inevitabile che prima o poi tra due persone che stanno insieme nasca un conflitto di aspirazioni e richieste, indipendentemente dal sesso delle due persone?” – pag96)  e assistiamo alla presa di posizione nei confronti di una certa tipologia di procreazione assistita che in nome di una perentoria medicalizzazione, considerata salvifica, sembra quasi arrivare a ledere alcuni dei diritti fondamentali dell’essere umano sottoposto alla procedura, social egg freezing incluso (“In realtà l’idea di dover prestare il suo utero – e il resto del corpo collegato all’utero – a un ovocita non suo fecondato dallo spermatozoo di chissà chi non le piace proprio per niente. L’ha detto chiaramente a Viviane più di una volta: chi ci mette l’ovocita deve metterci anche l’utero. D’altra parte ce li hanno tutti e due; e oltretutto lo dice anche la legge. Al che Viviane le ha risposto – come sempre – che è lei la maggiore contributrice al bilancio domestico, e che non potrebbe certo fare i suoi massaggi posturali con una pancia grossa così” – pag155).
Indubbiamente De Carlo offre il suo meglio quando si confronta con i rapporti di coppia tradizionali – questa volta incentrati sull’età matura – attraverso il collaudato sistema del punto di vista interno multiplo che mette in luce le criticità di un confronto all’interno del quale i due interlocutori possono liberamente esprimere le proprie necessità e le altrui mancanze. E così, da una parte abbiamo la quarantenne dalla “figura elegante e nervosa, caricata a molla” (pag311), che nel compagno di vita cerca supporto e comprensione ma non può fare a meno di temere le conseguenze che una tale invadenza possa portare (“…non sono il tuo prevaricatore, …non sono il tuo limitatore di sogni. Non sono il tuo impositore di ruoli” – pag341) dall’altra c’è l’uomo anagraficamente maturo ma emotivamente irrisolto (“Aveva fatto a meno così volentieri delle dichiarazioni di forza alternate a dimostrazioni di vigliaccheria, dell’egocentrismo divorante che cede a crolli di fiducia, della saccenteria che dà luogo allo sgomento, degli sfoggi nozionistici seguiti da ammissioni di ignoranza, della razionalità che nasconde incapacità sentimentale” – pag195) incapace di scelte radicali e definitive.
Il passaggio da Bompiani a Giunti sembra aver fatto bene a De Carlo che consegna nelle mani del lettore un testo molto ben curato per quanto riguarda lo stile, più preciso e acuto del solito e capace di sostenere l’urgenza della narrazione che tende a comprimere frasi e periodi.
La scelta tematica del finale aperto, ormai una consuetudine a cui l’autore si sta abituando, regala un’opera matura, di significato imprevisto e completo.
“La fine della stagione dei gelati è un luogo comune, e come tutti i luoghi comuni serve solo a rassicurare le persone prive di immaginazione”
 
Buona lettura

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