“Miraggio 1938”, di Kjell Westö (Trad. Laura Cangemi)

miraggio

“Nella stanza cominciava a fare freddo, così prese un po’ di legna, aprì gli sportelli della stufa e riaccese il fuoco. Fuori dalla finestra regnava la nebbia, fitta e stillante umidità. Kaserntoget era deserta, un silenzioso mondo subacqueo: i coni di luce dai contorni indistinti dei lampioni somigliavano a pallide meduse. Si sentiva un cretino.” (p37)

Come lettura da fine settimana vorrei consigliarvi il romanzo #Miraggio1938 dello scrittore e giornalista finlandese (madrelingua svedese però, questione non di poco conto) Kjell Westo. Che è indubbiamente lettura perfetta se avete bisogno di fiction, perché si tratta di noir dai toni intensissimi, ma che contando su una iper-contestualizzazione gestita con rigore e senza cedere a inutili piaceri voyeuristici regala al lettore un affresco sapiente di un periodo prebellico, quello ugro-finnico, che pochi conoscono e che viceversa dovrebbe godere di maggiore divulgazione. In realtà è proprio con questo intento che Westo da anni ha orientato la sua carriera di scrittore verso una fiction ambientata nella Finlandia (in specie Helsinki) del XX secolo, grazie alla quale ha saputo coniugare con successo la vocazione al romanzo di invenzione con la necessità intima di raccontare la storia, la politica e la società del proprio Paese.

Dal punto di vista narrativo Westo mette in scena il più classico dei triangoli noir (come dire, la fine è nota): lei, lui e l’altro. Dove lei è una competente e silenziosissima segretarietta di provincia (ça va sans dire, ecco svelato il perché del mio interesse personale), innamorata dei divi del cinema e della manicure perfetta, abbandonata dal marito in circostanze misteriose e vittima di un passato non proprio lindo. Lui invece è un avvocato competente, un uomo buono che torna a Helsinki dopo una carriera diplomatica di scarso successo. Poco passionale e un po’ agée, più di testa che di fisico, mite e di famiglia benestante, si trova a fare i conti con un divorzio tardivo e inaspettato richiesto da una moglie bellissima e fedifraga – nonché autrice di romanzetti porno-soft di cui pubblico e librai vanno ghiotti – invaghitasi (classico nel classico) del di lui migliore amico, psichiatra di fama nazionale. Dell’altro… spiace, ma dell’altro nulla si può dire.

“Forse era colpa della nebbia e dell’umidità, ma il suo unico desiderio era starsene seduto davanti a un fuocherello caldo a leggere romanzi. (…). Lei indossava un soprabito autunnale grigio perla e aveva in testa un cappellino di velluto rosso a forma di basco. Portava eleganti scarpe a tacco alto – sia il cappello che le scarpe apparivano assurdamente estivi nella foschia novembrina – e quando si sfilò il guanto per salutarlo Thune vide che aveva le unghie laccate di fresco. Mentre si stringevano la mano le guardò le ciocche bionde sfuggite dal basco” (p382-383)

E già ci sarebbe da aprire dei bei paragrafi relativi alla notevole capacità dell’autore di creare atmosfere e caratterizzare i personaggi: da Gabriella “Gabi” Linde, la femme fatale dall’alter ego erotico prorompente, a Robert Lindemark, stimatissimo medico specializzato nel trattamento e nella cura di pazienti schizofrenici, fino alla Signora Matilda Wiik, inappuntabile assistente, tailleur a buon mercato, orfana di guerra, sorella di un musicista alcolizzato e violento a cui versa ogni mese metà del proprio stipendio. (Ma… e dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

E le cose si complicano ancora – difatti, direte voi, che ci azzecca la politica con tutto questo? Sì, c’entra.

“Con la mente sarebbe volata lontano, a Brent-wood e Beverly Hills, a ville da venti stanze e lussuose decapottabili e piscine, a un mondo di giardini curati con palme e acacie e bouganville, con autisti in livrea fino alle caviglie e prosperose domestiche negre dalla battuta pronta ma consolatoria. Un mondo diverso dal suo ingrato, crudele e grigio” (p14-15)

Perché la Signora Wiik altro non è se non una delle centinaia di vittime della guerra civile finlandese del 1918, scoppiata a seguito della Rivoluzione d’Ottobre. Decine e decine di finlandesi sradicati dai propri villaggi, separati dal resto della famiglia, deportati nei campi di prigionia comandati dai “Bianchi”, la milizia paramilitare finlandese conservatrice e nazionalista appoggiata da Germania e Svezia, che ebbe la meglio sulla fazione dei “Rossi”, filo-bolscevichi. Migliaia di persone tra cui anche la Signorina Milja (ndr: no, non ho sbagliato, ho scritto proprio Milja) Wiik. (Uhm).

Perché Claes Thune non è solo un mite avvocato ma anche un opinionista rispettato, umanista liberale, che comincia a farsi nemici a destra e a manca – pestaggi notturni compresi – quando inizia a pubblicare sui più influenti quotidiani alcuni editoriali di certo non favorevoli nei riguardi di quel tedesco tanto caro, l’astro nascente della politica germanica, maniere un po’ spicce eh, ma d’altra parte… , che di nome fa Adolf.

Perché il rispettabile Dottor Robert Lindemark, punta di diamante della moderna psichiatria finlandese, si trova a dover fare i conti con il serpeggiante dilagare di certe teorie di selezione della razza che, così gli suggeriscono gentilmente dall’alto, sarebbe il caso di approfondire.

E sì c’entra perché, infine, il “circolo degli amici” – una sorta di salotto maschile e altoborghese capeggiato da Thune, uso a riunirsi all’incirca una volta al mese tra sigari, buona musica, tanto alcool, discussioni eterogenee e sodalizi che si giurano eterni – è composto, oltre che dall’avvocato stesso e dall’ex amico Robert, dal giornalista impegnato Guido Roman, dal poeta e attore (ebreo) Joachim “Jogi” Jary – depresso, maniaco ossessivo-compulsivo, ridotto alla povertà e paziente pro-bono del dottor Lindemark – dallo spregiudicato uomo d’affari Leopold Gronroos e dal medico Lorens “Zorro” Arelius. (E dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

“Lunghe cascate di parole da una manciata di uomini che avevano un’alta opinione di sé. Toni magniloquenti, a volte tali da farli sembrare pessimi attori che declamavano su un palcoscenico. Nessuna umiltà, battute rozze e volgari, senza eccezioni. Thune era stato il più taciturno e meno vanaglorioso degli altri. La sua voce si era sentita abbastanza poco e suonava distratta e poco interessata. Gli altri, invece! Come facevano a non capire che per diventare saggi bisogna saper ascoltare e non blaterare, innamorati della propria voce, ripetendo le stesse opinioni già espresse chissà quante volte?” (p50)

“Era così che si esprimevano gli uomini come il Capitano e Thune. Usavano parole che costringevano le persone normali a investire del tempo per scoprire cosa significassero e in questo modo si procuravano – o si illudevano di procurarsi – un vantaggio. Quello che non sapevano, o che forse sapevano infischiandosene, era che la gente normale rideva di loro” (p282)

Capite che ce n’è per tutti, la deflagrazione sarà dirompente e il ritorno alla quotidianità ovviamente impossibile.

“Era quella malinconica settimana in cui con il bel tempo il cielo notturno è ancora chiaro ma l’estate si prepara a cambiare aspetto e si avvia a passi da gigante verso il buio e l’autunno” (p239)

Che dire. A me sono piaciute le atmosfere scurissime e l’utilizzo di un linguaggio volutamente retrò*, ben reso in traduzione. E’ innegabile la capacità dell’autore nell’introspezione e nella caratterizzazione dei personaggi: in specie il delicato equilibrio tra l’avvocato Thune e la Signora Wiik, che è reso in tutta la sua fragile ed elastica tensione, scandagliato in ogni suo interstizio.

“La signora Wiik aveva di nuovo oltrepassato il confine invisibile. Questa volta non lo aveva interrotto, ma aveva fatto una domanda che contravveniva alle convenzioni vigenti tra datore di lavoro e impiegata, tra principale e dipendente. Aveva trasgredito le regole non scritte che prescrivevano chi potesse dire cosa a chi” (pag251).

“…la compassione l’aveva indotta a pensare che in altre circostanze, in una vita diversa, lei e Thune avrebbero potuto avvicinarsi di più. Forse avrebbe addirittura potuto consolarlo. Ma considerata la situazione, non aveva importanza. Ormai era troppo tardi per l’amicizia” (pag388)

Non è da sottovalutare il ruolo della psicanalisi all’interno del testo, ruolo che qui non può essere indagato pena lo smascheramento della trama, e l’analisi puntuale dei traumi psicologici, spesso sottovalutati, derivati dall’esposizione prolungata a situazioni gravissime.

Anche il passaggio da un punto di vista interno all’altro risulta convincente, in particolar modo nell’accentuazione del divario sociale, economico ed esperienziale dei protagonisti, allo stesso modo della tensione narrativa, con la vicenda che si risolve soltanto all’ultima pagina (sì, quindi non leggetela in anticipo come faccio io di solito, qui mi sono salvata giusto per divina provvidenza).

Buon week-end e buona lettura.

*che dirvi, d’altra parte io sono una fan di Franzosini…

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