“Pimpernel”, di Paolo Maurensig

Leggere “Pimpernel” significa recuperar contezza di quanto significhi l’avere passione per un romanziere. Succede a Paolo Maurensig con Henry James – il più importante prosatore nordamericano di fine Ottocento, ça va sans dire – riguardo al quale l’autore si prende perfino la libertà della fanfiction, dopo averlo a quanto pare completamente eviscerato attraverso uno studio pluriennale matto e disperatissimo.

Ebbene sì, questo racconto lungo alla maniera maurensighiana è un fittissimo gioco di rimandi, riferimenti, citazioni che prende avvio proprio da un what if; un gioco di scatole cinesi di racconto-nel-racconto che immerge le radici, per struttura, non solo nel profondo della nostra letteratura ma anche nella tradizione orale, antichissima, delle storie-nelle-storie. Si comincia con l’impasse di uno scrittore non altrimenti identificato che, imprigionato nel vicolo cieco di una creatività bloccata e capricciosa, viene a scoprire attraverso il passaparola di fumose conoscenze le pagine slabbrate di un taccuino appartenuto, come sembra, niente meno che a Henry James (di cui lo scrittore, “piccato di fare il regista”, s’era impegnato a trascrivere “Il carteggio Aspern” in forma di sceneggiatura, senza però riuscire né a venderla né a trasformarla in pellicola).

Il fuoco della curiosità brucia lo scrittore che, spinto dalla passione nei confronti del romanziere e non del tutto insensibile alla fama che il ritrovamento di un inedito potrebbe riservare, si dedica anima e corpo alla ricostruzione del testo (recuperato in una misteriosa libreria antiquaria veneziana), operazione per la quale impiegherà anni. Ciò che lo scrittore presenta in “Pimpernel” è proprio “Pimpernel” stesso: il racconto inedito che Henry James inviò in lettura a Constance Woolson, la scrittrice amica del romanziere, morta suicida a Venezia nel gennaio del 1894. Cosa conteneva la scatola di biscuits au chocolat Delacre, all’interno della quale giacevano quelle carte sbiadite dall’acqua? Furono quelle parole a determinare il suicidio della donna che, come tutti sapevano, serbava per il romanziere americano sentimenti fortissimi, al limite dell’ossessivo?

“Non aveva più di vent’anni, di carnagione chiara, già arrossata dal sole, gli occhi di un azzurro limpido e una mascherina di efelidi sulle guance, teneva stretto sotto il braccio un ombrellino di seta, proteggendosi dal vento con una sciarpa di tutte bianco, allacciata alla cupola di un ampio cappello di paglia che non voleva saperne di stare al suo posto” (pag31-32)

Miss Annelien Bruins – la protagonista femminile di “Pimpernel” è una delle iconografie fin de siècle più belle che ho mai incontrato. Chiarissima, morbida nelle sue crinoline mosse dalla brezza primaverile, negli occhi un fondo di mistero insondabile che rimanda al più terribile incubo gotico. La storia d’amore tra questa giovane donna dal viso spruzzato di lentiggini, che lotta contro le convenzioni in nome di un femminismo e di una auto-determinazione appena emergente, e il trentenne americano Paul Temple, scrittore di successo, è breve, intensissima e votata alla disgrazia – come si capisce fin dalle prime pagine.

Il sole della primavera veneziana con i suoi toni accesi, luminosi e implacabili mette a nudo per contrasto le parti più buie delle calli – e dell’animo umano, tra il brulicare dei mendicanti e la decadenza di un grand tour ormai al crepuscolo, spingendo lettore e personaggi alla riflessione su questioni di profondità universale come il significato dell’arte (fruizione d’élite oppure oggetto mainstream?), il soggettivo intrinseco nella Bellezza, l’idea del divino e – al rovescio – quella del maligno, un incessante rimbalzo di opposti complementari tipici dell’arte di Henry James nelle cui opere spesso si avvicendano temi riguardanti la contrapposizione tra epoche, geografie e società.

L’omaggio di Maurensig a Henry James si riversa non solo nel contenuto ma anche nella forma: una maniera descrittiva che si avvale di frasi lunghe e di una ricca – ma mai ridondante – aggettivazione; un’abilità di Maurensig, quest’ultima, che a me piace particolarmente: la capacità che possiede di scegliere, per qualsiasi aggettivo, la forma sinonimica meno banale o più ricercata, sapendone tuttavia trattenere la desiderata sfumatura.

Nota, già condivisa sul Twitter: le amiche che con precisione chirurgica, millimetrica, regalandomi libri riescono a farmi felice fino alla commozione, ecco, quelle amiche sono per me un dono. Grazie. ❤

“The Aspern Papers” (Venezia, 2017) – di Julien Landais. Con Vanessa Redgrave, Jonathan Rhys Meyers e Joely Richardson.

“Nel mondo a venire”, di Ben Lerner (trad. Martina Testa)

“Gli animali impagliati e gli sfondi dipinti dell’Ottocento apparivano al tempo stesso datati e futuristici: datati perché rudimentali nella tecnica e metodologicamente approssimativi e poco rispettosi; futuristici perché postapocalittici; era come se una razza aliena avesse cercato di ricostruire il passato del territorio desolato nel quale si era imbattuta. Mi ricordava il pianeta delle scimmie o altri film degli anni Sessanta e la cui distanza dal presente si percepiva soprattutto nell’estetica antiquata dei futuri che immaginavano; niente al mondo, pensai fra me e me, era così vecchio quanto ciò che era futuristico nel passato.” (pag186)

Faticosamente ho finito Nel mondo a venire. La verità è che non ricordavo nemmeno di averlo – m’è tornato in mente per la curiosità verso il nuovo lavoro di Ben Lerner, Topeka school; insomma questo “10:04” (sì, in originale è proprio così) era rimasto sullo scaffale dei non letti: l’acquistai perché mi pareva curioso, poi ne affrontai dieci pagine (ma avete mai pensato a come possa cambiare la percezione che si ha di uno scritto: qualche anno fa sono andata a sottolineare righe sulle quali rifletterei ancora ma anche altre che oggi non mi spiego il perché io le abbia furiosamente evidenziate spendendoci sopra strisce di mina 6B) e infine, immagino spinta da un certo tipo di sopraffazione, lo abbandonai – al primo giro di capitolo.

I pro sono che Ben Lerner – o almeno, il suo alter ego romanzato (un momento, forse questo è un contro: stiamo parlando di autofiction?) – di fatto è un tipo brillante. Pur dando soddisfazione a quei cliché che ci sistemano tutti più sollevati (“dormi bene, lettore, ti rimbocco le coperte, leggi queste pagine, non ne uscirai né sconvolto né in lacrime: andrà tutto bene“) perché corrispondono a quell’idea d’oltreoceano che piace tanto a noi esterofili residenti ai confini della provincia dell’impero – colto 30enne, newyorkese d’adozione, trasandato quanto basta, poeta, professore universitario, inserito nei contesti necessari, quel misto d’elettrizzante artistico sperimentale decadente che fa immaginario collettivo – insomma (va bene, respiro) pur con tutto quanto sopra che restando così le cose ne farebbe la bella copia maschile di, che so, Ottessa Moshfegh o Sheila Heti (perché alla fine tutti e tre parlano e s a t t a m e n t e delle stesse questioni: diventare adulti, il rapporto con i genitori, la tradizione, le relazioni sentimentali, la genitorialità, gli psicofarmaci, le ipocondrie eccetera eccetera), Ben Lerner, gli va dato il merito, in qualche modo riesce a creare per sé una voce nuova. Sarà per l’ironia e per il sarcasmo spesso feroce con cui, forse grazie alla sua formazione poetica, riesce a descrivere in pennellate minimamente autoreferenziali (il superego fallocentrico del “guardate come so scrivere bene” non è per lui) se stesso e il mondo che lo circonda, o per il procedimento d’evidenza maieutica attraverso cui è in grado di gestire il lettore, regalandogli una fruizione sempre attiva lontana da quella sensazione di inerzia indolente che è come un coccodrillo preistorico, nascosto in agguato nel pantano melmoso del “racconto di sé”. Sarà per la commistione dei generi – dal dialogo allo stream of consciousness, dall’utilizzo delle immagini alle pagine in poesia; sarà perché riesce a costruire un libro tra i pochi che – per miracolo o per intuito (penso più a questa seconda opzione) – creati nel pre- vanno bene pure nel post- (pandemico/apocalittico). Insomma con tutti questi sarà, la conclusione è che Ben Lerner è bravo davvero. E’ un’anima in subbuglio per i motivi giusti: la precarietà del lavoro universitario, la difficoltà di inserirsi nel mondo delle lettere mantenendo una certa coscienza critica, scavalcando leccaculismi d’ogni ordine e grado, il desiderio di formare una famiglia e di fare pure dei figli – peccato che l’amica del cuore, 37 anni single, gli dice che sì un figlio da lui lo vorrebbe anche, ma senza coito e con la clausola che comunque poi questo figlio lo terrebbe per sé perché deve ancora decidere se sia il caso di condividere il proprio, ipotetico frutto gravidico con l’uomo che ha contribuito a generarlo.

“(…) la grandiosità e la stupidità omicida di quell’organizzazione di tempo, spazio, carburante e forza lavoro diventavano visibili nel prodotto stesso, ora che gli aerei erano fermi sulle piste e le autostrade iniziavano a chiudere. Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso” (pag32-33)

Sicché, dicevo dei contro. A parte il pericolo dell’incursione nell’autofiction (è un mio problema, lo so, considerarla il danno più funesto e micidiale della letteratura americana contemporanea, il parassita tossico che minerà dall’interno quel poco che ancora resta di una narrativa moribonda a cui il “parlo di me” se va avanti ancora un po’ tirerà la mazzata finale), il contro più contro di tutti è stata la noia. Che poi suppongo sia stato il motivo per cui avevo abbandonato la lettura all’epoca (ndr: avevo i bambini ancora piccoli, di tempo da sprecare ne avevo pochissimo). Malgrado la trama per certi versi fulminante, la distopia gestita alla maniera ballardiana – e per intima convinzione, non per furbizia – le capacità tecniche indubbie e il linguaggio attentissimo, specie per le questioni artistiche – insomma su tutto è stata la noia. Il ritmo stupefacente, quello bassissimo della marcia funebre, con cui l’ecco, ci risiamo m’assaliva le tempie . Ecco, ci risiamo: il giovane newyorkese crepuscolare, l’algida 35enne che non riesce a proiettarsi né compagna né madre per via del rapporto conflittuale col padre/patrigno, il mondo dell’arte “d’avanguardia”, gli spinelli, la cocaina, le ubriacature, le ipocondrie alla Woody Allen, gli psicofarmaci, il terapista, le riflessioni sulle ingiustizie sociali “fatte dall’alto del proprio privilegio”, la (ri)scoperta delle piccole cose, la banalità delle riflessioni sulla paternità (“sarei capace? oh mio dio no!” – ma davvero).

Quindi, lo stremo.

E’ un libro da leggere? Sì,

1. se piace un certo tipo di storia, di personaggi e di sistema-romanzo, perché l’autore li rappresenta bene – meglio di tutti gli altri che in questi ultimi tempi ci hanno provato.

2. perché mostra come la qualità di certe scritture possa valicare anche una pandemia interplanetaria.

3. perché Ben Lerner è conscio di appartenere a una certa tradizione e a un ambiente così peculiare tanto da esimersi dal finto naifevitando quindi, in sostanza, di prenderci per scemi.

Sicché leggerò Topeka school? E’ una situa complicata ma penso di sì: al Grande Romanzo Americano o presunto tale, di qualsiasi esperimento si tratti, non si può (ancora) rinunciare.

“Mi sentii un caratterista che tentava di rientrare in un vecchio personaggio” (pag217)

“Se l’acqua ride”, di Paolo Malaguti

“E poi era profumata, di un aroma magnetico e profondo, che prendeva al naso per poi scendere alle viscere. Non era semplice freschìn, il sentore di fossi e canali familiari a chiunque viva nella grande pianura, c’era anche la punta della salsedine, gusto salato di vita rapida e guizzante mescolato in strana alchimia con le note dolciastre e smaganti di alghe morte, di reliquie biancastre di lische e seppie che si puliscono e si consumano nel moto lento dei bagnasciuga limacciosi” (pag55)

Quante domande vengono fuori da “Se l’acqua ride”. Sono proprio andata a cercarle in libreria, le parole chiuse in questo libro, perché sapevo che mi avrebbero riportata indietro, a delle estati lontanissime che ho vissuto ma che ero troppo piccola per capire.

L’Italia è piena di mestieri antichi; per esempio quello del barcaro, l’esperto capitano del burcio – il burchio o barcòn – la barca a fondo piatto impiegata nei fiumi e nei laghi del Nord Italia per il trasporto mercantile.

“Se l’acqua ride” è una storia di nonni, padri e figli, nell’intersecarsi di quelle tre generazioni che a cavallo tra gli anni ’50-’70 hanno scompaginato così nel profondo le carte della società, del lavoro e della politica, fra abbandono della tradizione e spinta verso la modernità. Tra l’estate del 1965 e la primavera del 1967, tra le terre di argini e laguna che dall’Emilia Romagna vanno fino al Friuli passando dal cremonese a Treviso, si snoda il racconto-ricordo di Ganbeto, sempre con un piede di qui e uno di là: la scuola media e la fatica dei mesi estivi sulla Teresina – il burcio del nonno Caronte – i compagni di classe e le ragazze incontrate lungo le rotte, il maestro Gatti Benito Detto Libero (in arte “Oio”) e i cavalanti con le loro epiche storie d’avventura e tragedia, le voci d’osteria e il bianco e nero delle prime televisioni, il bagno col bidet che nessuno sa a cosa serva. Su tutto: Gianni Morandi e la Vespa, i Beatles, l’emigrazione per andare a lavorare in fabbrica, l’aqua granda del ’66.

Di temi l’autore ne tocca parecchi, dall’insegnamento – la scuola non per tutti, difficile, a tratti incomprensibile nonostante la volontà dei maestri e gli scappellotti dei genitori – alla questione femminile, alla riflessione sul destino d’adulto già segnato.

“L’errore più comune dell’ignorante è ritenere che la vita basti a se stessa, che l’istruzione, la cultura, la fatica sui libri siano orpelli inutili” (maestro Gatti Benito Detto Libero, pag50).

L’esperienza di vita raccontata nel libro, fatta di manualità tramandata da padre in figlio, per paradosso non mostra soltanto quanto l’istruzione sia necessaria per svincolarsi da un destino altrimenti segnato alla nascita (lezione, questa, con cui Ganbeto fa pratica soltanto alla fine del percorso scolastico) ma anche come, attraverso l’emancipazione stessa, diventi inevitabile la perdita di tradizioni e memoria. “Se l’acqua ride” ha il pregio di portare alla luce anche un’altro argomento spinoso: il mondo novecentesco, cosiddetto patriarcale (in cui, va detto, nemmeno i maschi se la passano granché bene, come s’è visto di recente anche in un altro testo, “Sud” di Mario Fortunato), espone in realtà sfaccettature e sottocategorie che oggi rischiano la semplificazione. Se è vero che nel romanzo di Malaguti la donna si mostra relegata in casa, dietro a fornelli e bambini, o mandata a bottega a dodici anni in attesa di maritarsi, è vero anche che la figura femminile conserva in sé un’autorità decisionale unica all’interno del nucleo familiare, depositaria di intelligenza, saggezza e senso morale, oggetto di profondo rispetto. Se è vero che il maschio è rappresentato all’apice del suo ruolo di indiscusso pater, d’altra parte è pur reale e concreta la tenerezza nei riguardi dei figli o l’impegno con cui s’adopera per offrire alla famiglia un futuro libero dalle ristrettezze. È un discorso importantissimo che il libro estrae a forza da noi stessi e con cui in un modo o nell’altro occorre fare i conti.

“Il padre di Ganbeto osservò suo figlio come se guardasse per la prima volta una strana bestia emersa dai fondali della laguna” (pag63)

Da più parti, mi sembra, si sta cercando di riprendere il contatto con le nostre strutture formali passate. Pur con tutti i limiti che il realismo in letteratura ha sperimentato, l’esigenza di raccogliere l’eredità del passato è viva. Lo sguardo del ragazzino-senza-nome (identificato sempre per quel che fa), in bilico tra la paura e l’emozione che provoca la bellezza del mai visto, avvicina il testo a quella narrativa post-bellica che ha il suo centro proprio nel punto di vista “straniato di chi è attore o vittima” (cfr. “La letteratura italiana” dir. Cecchi/Sapegno). Il peso di quest’eredità letteraria non è da sottovalutare per via delle linee ideologiche che da sempre attraversano questo tipo di scritti: il patrimonio del realismo recuperato da Malaguti, insomma, va trattato con cautela. Senza entrare nei dettagli di una riflessione sull’antinovecentismo, mi piace pensare che al di là del ripudio (che è un processo non nuovo, con buona pace di chi pensa alla modernità della cancel culture), questo momento sia quello giusto – proprio per via del presente che stiamo vivendo – per dimostrare che le forme di espressione novecentesche possono essere ricontestualizzate dall’interno, alla luce di un modo nuovo di guardare la Storia. Un recupero teso a mostrare non la conoscenza narcisistica di certi temi ma il tentativo di riappropriarsi di una memoria letteraria condivisa, e da ri-condividere, all’interno di una nuova “sensibilità tematica” (op. cit.).

Non c’è ombra di patetismo nel racconto di Paolo Malaguti e nemmeno di quel guilty pleasure della retronostalgia instagrammabile, del mostrar malinconia per un passato mai vissuto. Semplicemente il cerchio si chiude proprio col ganbeto, il ferro ricurvo che occorre per unire due anelli oppure la catena all’ancora. Ganbeto è uno che con la scuola ci azzecca poco; privo di particolari talenti a parte la curiosità verso il mondo e l’immaginazione, vive alla giornata confidando nei familiari e in un futuro che seppur limitatissimo sembra certo. È un ragazzino come tanti, che s’arrangia come può, affascinato dall’uniche due forma di cultura e modernità accessibile, i racconti biblici e il cinema, e come tale sufficientemente decontestualizzato da apparire per certi versi a noi coevo. Questa connessione crea come un ponte tra passato e presente anche nella forma, che spinge più verso una continuità che verso una rottura a tutti i costi, espressa nell’utilizzo del dialetto (in questo caso, quello della bassa padovana). Nessuna novità, nemmeno la sua funzione quasi “crepuscolare” (op. cit.), eppure questa storia del dialetto apre questioni molto attuali: l’espressione di chi certe vite le vive è necessaria ma la mancanza di strumenti con cui farlo pone il problema del sostituirsi nella parola, specie scritta. Chi ha le parole difetta dell’esperienza ma chi possiede l’esperienza spesso non ha le parole, relegate nella loro essenza fortissima nel dialetto o in una lingua madre di cui si perde l’uso. Sicché ci si pone la domanda, quanto sia lecito sostituire il soggetto della narrazione, specie in una lingua come la nostra che, spesso, è fatta di letteratura regionale.

“Rientrando a casa ha pensato anche di farsi dare l’indirizzo per scrivergli, ma poi la cosa l’ha fatto quasi ridere. Scrivere a Scaia. E cosa, poi. E soprattutto in che lingua? Non in quella imparata a scuola, che in fin dei conti era l’unica in cui sapesse più o meno scrivere… Non c’entrava niente con lui e Scaia.” (pag156)

E se proprio vogliamo trovare una parvenza di lirisimo, che non punta al sentimentale ma al poetico, possiamo recuperarla nella descrizione della natura – quel modo del nature writing che, di nuovo, lega il passato del racconto alla modernità della narrazione.

“Ma d’estate, quando il sole decide di piantarsi in mezzo al cielo, e non scende mai da lì, cucinando per ore, forse per giorni interi la campagna come un bambino che tortura un formicaio, allora la faccenda diventa qualcosa di pi del sudore sulla pelle, del sale che fa prudere le ciglia, del respiro che quasi duole perché a ogni fiato incameri vetro fuso nei polmoni. IN quella dimensione allucinata, senza ombre, ovunque ti trovi loro arrivano, i fantasmi, che si tratti di colpa, di rancore, di rammarico” (pag140)

Ci sarebbe ancora molto di cui parlare ma lo spazio a disposizione era già abbondantemente finito almeno tre paragrafi più sopra. Sul Twitter trovate altri fili, su altre questioni – tante delle quali ho potuto condividere con l’editore: è bello quando le pagine fanno incontrare chi i libri li legge e chi li produce.

“Magari è il mestiere di barcaro a renderti un po’ cantastorie, perché passi la vita ad ascoltare il lento e sommesso chiacchiericcio dell’acqua che scivola via lungo le fiancate di larice del burcio” (pag107)

“La linea del colore”, di Igiaba Scego

“Lo spagnolo Quevedo – in quel 1887 appena iniziato Lafanu Brown stava scoprendo la prosa del Seicento spagnolo – nei suoi sonetti scriveva con il suo solito sarcasmo: “In Roma cerchi Roma, o pellegrino. E proprio in Roma Roma non ritrovi”, ma era in quel cercare Roma, proprio in quel non trovarla, che alla fine lei, la pellegrina Lafanu Brown, si era imbattuta improvvisamente in se stessa. Ma questo Hillary non lo poteva capire, era bianca, tutto le era dovuto, gli onori, le bellezze, persino le stravaganze. Lei era Hillary in America ed era Hillary a Roma. Ma Lafanu poteva essere Lafanu solo a Roma, e nemmeno sempre. In America era solo una negra, un incrocio bastardo tra una nativa americana Chippewa e un haitiano dalle strane idee sovversive” (pag26)

Ho domandato a Bompiani “La linea del colore” per capire meglio certe questioni.

Avevo iniziato tempo fa, con quello sta’ in silenzio e ascolta che mi è sempre parso, sin da tempi non sospetti, l’unica maniera d’imparar qualcosa; sicché avevo letto articoli, visitato il web, seguito alcuni profili su Twitter – insomma, come si dice, ho cercato di informarmi. Il fatto è che a un certo punto ho cominciato a non trovarmi più a mio agio con forme d’espressione che percepivo come specialistiche e talvolta anche polarizzate, finanche escludenti. Lo so, il problema è mio o, dicendola in altro modo, “sono io a essere parte del problema”. Tant’è; e mi parrebbe ipocrita omettere pure che il mio è anche un problema di linguaggio: guardo troppo alla forma, sono poco incline a uscire dalla mia zona di conforto letterario, ho un cattivo rapporto con tante parole nuove tra cui, per esempio, privilegio o rieducazione, perché per me – per il mondo antichissimo da cui provengo – non sono affatto parte di un “nuovo lessico”, anzi.

Possibile che non si fosse già pensato – mi chiedevo – a come rendere evidenti certe questioni attraverso una tecnica espressiva disgiunta da un particolare tipo di narrazione, magari per mezzo di un sistema codificato, già in uso, in maniera da creare come un ponte, un ancoraggio tra il passato e il presente? Creare cioè una familiarità stilistica che producesse empatia, e non respingimento, senza tuttavia eliminare la realtà dei fatti, né edulcorarla, né separare il linguaggio dalle persone che quel tipo di linguaggio dovrebbero essere le uniche ad avere il diritto di maneggiarlo?

Ebbene, il linguaggio giusto io l’ho trovato nella tradizione del romanzo vittoriano. Stupefacente, forse, ma anche una conferma del fatto che il nostro passato letterario riesce sempre, per il solo fatto di esistere, a passarci qualcosa di buono. Con “La linea del colore” Igiaba Scego conclude la sua “trilogia della violenza coloniale” (“Oltre Babilonia” – 2008 e “Adua” – 2016), un romanzo storico che affonda le radici nello stile di Dickens, Goethe, Wharton, James e tanti altri (Forster, Stendhal, Byron, M. Shelley: tutti citati dall’autrice nella parte finale del libro). Lo fa mettendo in scena le vicende di Lafanu Brown, pittrice vissuta nella seconda metà dell’ottocento: figlia di una chippewa e di un haitiano, Lafanu viene adottata, poco più che bambina, da una mecenate abolizionista che ne fa la sua protetta curandone – non senza una gran parte di autocelebrazione e autocompiacimento – istruzione e inserimento in società; a causa di episodi di razzismo e violenza di cui è vittima, la giovane donna viene mandata in Inghilterra, sempre in qualità di protégé, e poi in Italia, dove finalmente riuscirà a seguire la vocazione di artista. La figura di Lafanu Brown è finzionale ma strettamente ispirata a due donne realmente esistite: Sarah Parker Remond (morta a Roma nel 1894), l’ostetrica nera, attivista e femminista, in servizio presso l’ospedale di Sant’Antonio, e l’artista statunitense Edmonia Lewis (1844-1907), divenuta una grande scultrice dopo una vita in equilibrio tra il desiderio di indipendenza artistica e la necessità di sottostare ai precetti del mecenatismo.

La storia di Lafanu è un racconto di crinoline e miseria, di nebbie e salotti fumosi, di boccoli, forcine, abiti sontuosi; di serve, analfabetismi, violenze, stupri; di passioni struggenti e infelicità profonde come l’oceano su cui Lafanu si troverà a navigare e nelle cui onde getterà le ciocche dei capelli dei figli di coloro che in quelle onde persero la vita, durante le traversate di morte e catene a cui erano sottoposti. A riportare Lafanu nel nostro presente – attraverso lettere, testimonianze, taccuini – è Leila, giovane romana di origine italo-somala, attiva nel mondo dell’arte, che una volta venuta a conoscenza delle vicende di Lafanu si propone di esporre i lavori della pittrice alla Biennale di Venezia. Grazie a questo espediente letterario, Igiaba Scego riesce a creare, come Lafanu con le sue tele, uno sfondo che accoglie e rende evidente, proprio perché costruito attraverso la pittura, la più immediata delle arti, i temi fondanti del libro: dalla questione sulle migrazioni alla necessità di una riflessione post-coloniale che prima di tutto sviluppi una sguardo libero dall’eurocentrismo, fino al dibattito politico-artistico che si compone di due parti fondamentali, il rapporto con il nostro passato e quella spinta verso la cancel culture che non è possibile ignorare. Come non è possibile ignorare la domanda che già covava nascosta dietro le beneficenze delle mecenati di Lafanu: quanto si mettono in discussione le persone bianche quando parlano di razzismo?

Nelle pagine finali del libro Igiaga Scego racconta la genesi di questo suo romanzo e definisce un’altra questione secondo me importantissima – ed è proprio questo punto ad avermi spinto alla lettura: “Anche se parlo di una donna afroamericana – scrive l’autrice – questo non è un romanzo afroamericano. Non scimmiotto l’America. Il mio intento è stato fin da subito costruire una storia che parlava di Italia, una storia quindi afroitaliana. (…) Non si tratta di appropriazione di cultura, ma della costruzione di un personaggio-ponte”. Ecco, qui per me sta il punto: io credo, forse a torto, che non sia possibile, o quantomeno non utile, utilizzare i medesimi costrutti per lo studio di fenomeni che, di fatto, hanno interessato e interessano aree geografiche e contesti storici molto differenti tra loro. Ciò non significa affatto che non sia necessario attenersi a linee guida comuni: al contrario, la mappa deve esistere. Allo stesso tempo però penso che occorra costruire un sistema fluido – forse …intersezionale? – all’interno del quale sia possibile modulare gli interventi in modo da evitare la generalizzazione nei riguardi di realtà diversamente complesse.

Avrei ancora molto da scrivere, per esempio sull’approccio profondamente pedagogico che percorre tutto il libro, un intento spinto sempre all’apertura – che ho amato moltissimo (“Fu allora che il futuro mi apparve chiaro. In quel momento decisi, ma ne fui consapevole solo nei giorni seguenti, che avrei aiutato le persone a guardare meglio. Ad andare oltre la superficie, a decodificare i dipinti, i bassorilievi, le statue che avevano attorno” – pag62); oppure sulla capacità che ha l’autrice di dipingere senza ipocrisie un panorama femminile vastissimo. Ma come si sa, un blog a certi testi molto lunghi non si presta volentieri.

NB: l’apparato iconografico citato dall’autrice è immenso e tutto da scoprire. Vi invito a tenere sotto mano internet per recuperare via via tutte quelle immagini di dipinti, affreschi, architetture, che rendono “La linea del colore” oltre che un romanzo appassionante ricco di spunti di riflessione anche un puntualissimo trattato d’arte. Le pagine finali del volume sono dedicate inoltre al progetto “NOI NELLA PIETRA”, con le fotografie di Rino Bianchi che immortalano alcuni dei luoghi e delle architetture più importanti citate nel libro.

Dispacci da lontano. #ADCchina

Da qualche tempo andavo in giro a segnarmi titoli di riflessioni dall’oriente: era nel pre-virus, m’interessava capirne di più di geopolitica. Ora siamo tutti diversi – per certe questioni è più una mia speranza che una realtà oggettiva a dire il vero – e il dibattito si è acceso: dall’economia spregiudicata ai nuovi ricchi, dal problema dell’approccio culturale alle derive sempre presenti di censura e propaganda, l’analisi sul potere asiatico si rivela in tutta la sua complessità. In questo articolo aperto lascio alcuni degli ultimi titoli che mi hanno incuriosita: è come al solito benvenuto ogni altro suggerimento.

Nella testa del Dragone. Identità e ambizioni della nuova Cina“, Giada Messetti – ed. Mondadori (marzo 2020). Una voce secondo me fresca e al tempo stesso autorevole che penso possa riuscire a chiarire quel che la Cina in sostanza è: un crocevia di tante realtà – e identità diverse – che inevitabilmente sfuggono alla maggior parte dei nostri sforzi tassonomici.

Red Mirror“, Simone Pieranni – ed. Laterza (2020). La tecnologia che offre soluzioni a problemi altrimenti ingestibili, la tecnologia invasiva: a che punto siamo? Dalla domotica agli smartphone, dall’AI alla smart city, ce lo spiega la Cina.

“Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina“, Alessandro Aresu – ed. La Nave di Teseo. Che cos’è il geodiritto? “Una guerra giuridica e tecnologica combattuta attraverso sanzioni, uso politico delle istituzioni internazionali, blocchi agli investimenti esteri”.

Il nuovo Mao“, Gennaro Sangiuliano – ed. Mondadori (2019). Una fittissima biografia del leader cinese, ricca di spunti di riflessione non solo sulla figura di quest'”uomo più potente del mondo” (davanti a Putin e Trump – Forbes 2018) ma anche sulla storia della Cina contemporanea.

Mao Zedong è arrabbiato – verità e menzogne dal pianeta Cina”, Yu Hua – ed. Feltrinelli. “Yu Hua è nato nel 1960 a Hangzhou. Figlio di un’infermiera e di un medico, trascorre lunghi pomeriggi dell’infanzia a giocare nei corridoi dell’ospedale. Lì fa il suo apprendistato di scrittore. È considerato uno dei migliori autori della nuova generazione”. Tra censura, propaganda, ricchezze spregiudicate e mal condivise, lotte di classe, una lettura che mi pare indispensabile per l’ironia e la passione che la contraddistingue.

La seconda guerra fredda“, Federico Rampini – ed. Mondadori (novembre 2019). A fine 2019, Rampini firma un libro sullo scontro tra America e Cina: curiosa di capire se le sue osservazioni, fatte appunto nel pre-virus, saranno valide anche nel post, mi incuriosisce l’analisi sul ruolo di chi resta schiacciato in mezzo, ossia noi europei.

Scacco all’Europa“, Danilo Taino, ed. Solferino (marzo 2019). Anche qui, il focus è in parte l’Europa e quel ruolo mondiale eurocentrico ormai in declino. La Belt and Road Initiative avanza inesorabilmente?

Il secolo asiatico?“, Parag Khanna – ed. Fazi (marzo 2019). Questo è uno dei testi che mi interessa di più: mi domando se dentro a quel punto di domanda fosse già conservato, in embrione, parte di un futuro che è diventato il nostro presente.

“I ragazzi della Nickel”, di Colson Whitehead (trad. Silvia Pareschi)

“Sono bloccato qui, ma cercherò di ricavarne qualcosa – si disse – e di uscirne in fretta” (pag67)

E’ passato del tempo da quando Colson Whitehead venne in Italia a promuovere “The Nickel Boys”e incontrò quasi tutti quelli che poi di questo libro parlarono e scrissero. Non così tanto se contiamo giorni e mesi – è questione dell’autunno scorso – ma a sufficienza per creare un’opportunità di riesame, o di lettura ex novo come nel mio caso, alla luce di due fatti accaduti nel mentre. Il primo fatto e è che Colson Whitehead con questo libro ha vinto il Pulitzer nella categoria “book, drama & music” sezione fiction; il secondo fatto è il virus pandemico.

Colson Whitehead non è principiante del Pulitzer – e questo punto è notevole. Era difatti stato premiato nel 2017 per “La ferrovia sotterranea“, ottocentesca epopea antischiavista che, seppur romanzata e dai tratti fantastici, attiene a una delle questioni più difficili della storia a stelle e strisce denunziandone le tragiche brutalità mediante un’enfasi e una cura per i dettagli fuori dal comune.

Con “I ragazzi della Nickel” l’autore ripercorre attraverso una narrazione meno onnisciente e più realistica gli anni sessanta del Novecento, il periodo in cui negli Stati Uniti furono più aspri i fenomeni di segregazione razziale e violenza verso i neri. Il protagonista è Elwood Curtis, un ragazzino tirato su dalla nonna materna nei sobborghi di Frenchtown, il quartiere nero di Tallahassee in Florida, che per un caso sfortunato viene condannato a scontare un periodo di rieducazione alla Nickel Academy, un riformatorio vanto della contea – a leggere la brochure di presentazione – per i campus moderni, le proposte educative, la qualità dell’insegnamento.

La storia di Elwood e del suo amico Turner – tra bullismo, razzismo, corruzione, abusi fisici e psicologici, prigionia e torture – è opera di fantasia ma strettamente ispirata alle vicende realmente accadute presso la Dozier School for boys (1900-2011) di Marianna – FL, oggetto d’indagine del dipartimento della giustizia USA sin dal 2000. “I ragazzi della Nickel” insomma, pur conservando la struttura del romanzo, con tanto di flashback e tensione narrativa, si prende di diritto il merito di rappresentare uno strumento imprescindibile per una denuncia sociale e politica che tocca uno dei nervi scoperti di tutta l’amministrazione americana: quella dell’infanzia ai margini, dei modi ipocriti e inefficaci della scolarizzazione, della violenza domestica.

La famiglia è tema caro agli americani di questi tempi e la mole di testi sull’argomento denota per lo meno il tentativo di un’autoanalisi percepita necessaria. Non è un caso che gli altri due finalisti al Pulitzer fossero Ann Patchett (l’autrice di “Commonwealth” – “Il bene comune”) con “The Dutch House“, saga dinastica lunga 50anni, ambientata nei sobborghi postbellici di Philadelphia, e il romanzo “The Topeka School” di Ben Lerner, una storia di famiglia nel Midwest americano degli anni novanta. Sono chiare d’altra parte le motivazioni che hanno spinto alla scelta del vincitore dal momento che innegabilmente “The Nickel Boys” è “a spare and devastating exploration of abuse at a reform school in Jim Crow-era Florida that is ultimately a powerful tale of human perseverance, dignity and redemption” e soprattutto solleva questioni di responsabilità morale che non è più il tempo di lasciar correre – specie perché portate alla luce da uno scrittore che si posiziona in maniera particolare all’interno della società newyorkese da cui proviene (afroamericano, genitori di successo, scuole d’elite, incarichi universitari prestigiosi).

L’altro punto, dicevamo. Sono convinta che occorra pensare alle letture del passato, del prima – perché ormai è chiaro, anche nella lettura ci sarà un prima e un dopo – in questo modo: libri che potrebbero aiutare a dare un senso al poi e libri che potrebbero aiutare a dimenticarsene almeno per un po’, di questo dopo. “I ragazzi della Nickel” per me fa parte del primo gruppo, non tanto per via del confinamento (certo c’è pure quello, ben descritto in tutti i particolari più raccapriccianti di fronte ai quali il nostro Netflix-e-divano miseramente scompare inabissandosi in un oceano di vergogna, com’è giusto) quanto per quella volontà di resilienza, per quello spirito pervicace d’immaginazione e riso ostinato che ha sempre fatto parte del mondo dei bambini, accada quel che accada. E’ questo che muove di “The Nickel boys”, quel che più stringe l’animo del lettore: l’idea dell’infanzia spezzata – il momento in cui noi adulti dobbiamo dirci vedi, occorre un po’ di quel coraggio, nell’adattarci senza lagne, nell’impegnarci a consegnare ai nostri figli un mondo migliore di quello in cui siamo vissuti.

[Nota sulla lingua: non lasciatevi ingannare dall’esiguità del numero di pagine. A me i romanzi brevi piacciono perché significa che sono focalizzati su un modesto numero di personaggi ma brevità delle pagine non sempre significa rapidità di lettura. “I ragazzi della Nickel” va letto preferibilmente tutto insieme o comunque a larghe fette, dedicandogli del tempo: la lingua di Colson Whitehead (sia in originale sia nella precisa e dinamica traduzione di S. Pareschi) è tagliente, asciuttissima e possiede tanti strati di significato e riferimenti che una lettura veloce non sarebbe in grado di recuperare. Date tempo alle parole ma non così tanto da lasciarle andare – sì lo so: equilibrio precario, ma vale.]

“Orizzonte perduto”, di James Hilton (trad. Simona Modica)

“Ho trovato proprio dei bei libri [scrisse]. Tutti di seconda mano, perciò forse li hai letti anche tu. Romanzi: Orizzonte perduto di James Hilton, che parla del Tibet” (“I Cazalet – Confusione”*)

“Ebbene, anche in questo caso, vi sono due modi differenti di vedere le cose. Perbacco, ma pensi a tutti coloro che darebbero quanto possiedono pur di trovarsi in un luogo come questo ed essere fuori dai pasticci, e invece non possono uscirne! … Siamo in prigione noi o loro?” (“Orizzonte perduto”, pag184)

Se le letture fantastiche e fantascientifiche continuano a sedurvi nonostante il periodo, credo potreste apprezzare una bella favola dal sapore antico. E’ “Lost Horizon” dello scrittore e sceneggiatore James Hilton (Leigh, 1900 – Long Beach 1954), un romanzo d’avventura che per ambientazione e temi appartiene al ricco sottogenere del “mondo perduto”.

L’opera è del 1935, epoca d’oro per questo tipo di narrativa – dal suo capostipite Arthur Conan Doyle fino ovviamente a Verne, Haggard, Lovercraft e altri ancora – e narra attraverso un appassionante gioco di racconto-nel-racconto il caso di quattro persone – molto diverse tra loro – che per un curioso scarto del destino giungono al monastero di Shangri-La, leggendaria e misteriosa località nascosta tra le valli delle altissime montagne tibetane.

Ho amato molto questo libro. (Ndr: me l’ha fatto scoprire Clari* – anche lei, sì, l’amerò per sempre: oh Clari, che meraviglia gli anni Trenta, l’ombra di caminetti accesi, sigari profumatissimi, tazze di tè dall’aroma misterioso e inebriante, treni dalle destinazioni sconosciute, eserciti, divise militari, servitori di Sua Maestà, il Siam, Shangai, l’archeologia dell’esotico). Prima di tutto per la dinamicità della traduzione, di sapore retrò, mosso e policromo. Poi per gli incastri perfetti, un continuo gioco di piani temporali diversi all’interno dei quali, attraverso un racconto a più voci, la verità si fa ricordo, poi storia – e infine leggenda. Tanta parte ha fatto anche questo Tibet d’impressione coloniale che tuttavia mantiene accanto all’esotico che inevitabilmente lo contraddistingue anche quella maestosa impenetrabilità che l’occidentale non può in alcun modo violare. E’ proprio bravo Hilton a recuperare questo aspetto, affiancando l’imprescindibile fascino dell’Oriente estremo, di cui l’autore mostra una conoscenza estremamente accurata, a un rispetto colmo di umiltà e gratitudine nei confronti di una cultura millenaria, nel nome di una visione lontanissima dallo stereotipo – e se vogliamo molto più moderna di quella attuale.

“I picchi mandavano un riflesso gelido: maestosi e remoti, pur senza nome, avevano una dignità particolare. Inferiori in altezza ai più noti colossi, forse appunto per quelle poche centinaia di metri in meno si salvavano per sempre da esplorazioni alpinistiche, perché offrivano un minore allettamento agli ostinati superatori di record. (…) La passione occidentale per i superlativi gli pareva di cattivo gusto” (pag49-50)

A proposito di attualità dei temi, accanto alle critiche sociali presenti nel testo, caratteristica di tanta parte della narrazione distopica (tra cui per esempio la condanna della guerra quale elemento distruttivo prima di tutto della psiche, dell’arricchimento a qualsiasi costo e di certi vissuti coevi, dal colonialismo alle abitudini aristocratiche), mi occorre segnalare altri due argomenti, perché se è vero che i libri hanno le loro questioni di cui parlare, è vero anche che spesso ci parlano di questioni che vogliamo sentire.

“Non era possibile invece che non loro, le razze orientali, fossero particolarmente lente, ma piuttosto fossero gli inglesi e gli americani a galoppare per il mondo in un continuo e assurdo stato febbrile? (pag89)

Da una parte difatti c’è il superuomo occidentale, con l’ascesa dei totalitarismi e il successo del sé, a far da ombra gigante e nerissima dietro alle montagne, a cui fa da riscontro il disperdersi dell’io nella contemplazione del Buddha (bellissime le pagine di new nature writing con la descrizione di un mondo potentissimo, aguzzo, respingente che tuttavia accoglie in un abbraccio d’impermanenza colui che è pronto ad accettare, nella reverenza della compassione); dall’altra il senso della solitudine e della reclusione, e della capacità di contenere un destino non scelto, accostandosi al nuovo che arriva benché del vecchio, inevitabilmente, porterà nostalgia.

Sarà l’uragano, figlio mio, come il mondo non ne ha mai visti. Invano si chiederà sicurezza alle armi, appoggio all’autorità, aiuto alla scienza. L’uragano infurierà finché ogni fiore di bellezza sia calpestato, e tutte le cose umane siano livellate in un caos immenso” (pag199)

Nota: questo è stato l’ultimo libro cartaceo entrato qui in casa, a fine febbraio. L’avevo ordinato alla mia libraia della Feltrinelli dopo averne letto nei Cazalet, con le mie amiche – che mi mancano così tanto. E’ bello per me, sempre commovente, come i libri conservino la loro strada, il loro significato, indipendentemente dalle tempeste che gli girano intorno.

Un ebook non ci salverà, ma forse sì. 2: #Microgrammi

#IlRiccioNellaNebbia è la fiaba preferita di mio marito. Racconta la storia di un piccolo riccio che, all’imbrunire, col suo barattolo di marmellata attraversa il bosco per andare dal suo amico orso a bere il tè. Capita però che una sera finisca per perdersi nella nebbia – e il bosco si popola di creature di tenebra in un sogno di ombre, fruscii, animali misteriosi.

Con questo racconto, uno tra i più noti a tutti i bambini della Russia, mio marito ha cresciuto i suoi figli – e per questo è una delle nostre storie del cuore. L’autore di questa fiaba delicatissima che parla di immaginazione, paure e natura, è Jurij Norštejn (1941) indiscusso maestro dell’animazione russa e personaggio sregolato: un genio controverso, nato poverissimo da una famiglia ebrea (vivevano a Mosca, in una kommunalka, condividendo l’appartamento con altre quattro famiglie), costretto a dedicarsi all’animazione e non all’arte pura, come aveva sempre desiderato, per via delle decisioni del partito. A tutt’oggi si aspetta l’uscita del suo cortometraggio tratto dal “Cappotto” di Gogol – a cui Norštejn lavora da tutta la vita senz’averlo ancora concluso.

Verrà il lupetto grigio” è il racconto in breve della vita di Norštejn. Lo scrive Brian Phillips, giornalista americano che nel suo avvicinarsi al personaggio-Norštejn mi ha ricordato per tanti aspetti Edgardo Franzosini: quella stessa maniera, di rispetto e fedeltà alle fonti, nell’accostarsi a una figura enigmatica, quel medesimo interesse per i sottilissimi coni di luce che occorrono a illuminare ciò che, per il resto, resterà immerso nel buio.

#VerràIlLupettoGrigio fa parte di #Microgrammi, la nuova collana digitale di Adelphi: si tratta di narrazioni brevi o di estratti (a cui comunque si cerca di dare la forma del libro autonomo) da volumi che la casa editrice aveva in programma di pubblicare a breve e che al momento, per ovvie ragioni, restano in sospeso sino a data da destinarsi. Di nuovo, l’ebook non salverà l’editoria, non gli è neppure richiesto; eppure, in qualche modo che per me ha dello stupefacente, conserva in sé al di là della forma il significato profondo del libro: quel collegamento che c’è tra chi immagina e chi di quell’immaginazione si nutre.

“Risorgere”, di Paolo Pecere

Dunque se da una parte non si può far dire ai libri quel che non hanno in progetto di dire, dall’altra è indubbio che i libri ci parlano. A loro modo, s’intende, coi loro linguaggi, mescolati a quello di chi quei libri li scrive, al momento in cui li si legge, a quello che il lettore ha in testa. Sicché, raccogliere le idee in questo momento su un libro che per titolo fa “Risorgere” e che si occupa della Cina post Tienanmen potrebbe sembrare da parte mia un eccesso di sarcasmo mal riuscito – ma che dire, ho i miei motivi, speriamo siano buoni.

“Risorgere” è molte cose, e l’ansia di cui parlavo (sul Twitter) con Paolo Pecere viene da qui, dalla convinzione che le mie parole non saranno in grado di contenerlo tutto. Tant’è, eppure mi occorre provarci per cercare di mettere un punto, a questo libro che continua a corrermi in testa.

Per dirla in breve c’è Marco, antropologo scapestrato, berlinese d’adozione (“Disadattarsi, quando tutto è compromesso, è il male minore” pag24), innamorato di Gloria – violoncellista italotedesca di padre cinese – che un po’ per amore un po’ per disperazione finisce ad accompagnarla in Cina alla ricerca del padre Cheng, ricchissimo imprenditore che la ragazza non vede da tempo e che pare svanito nel nulla – forse s’è rifugiato in Tibet, racconta qualcuno, per cercare il Buddha. Poi c’è Liang, vecchio amico e amante di Cheng: lo cerca pure lui, febbrilmente, braccato com’è da Gloria e dai fantasmi del passato (mica troppo fantasmi per altro, dato che è il Partito a dargli la caccia visti suoi trascorsi non proprio fedelissimi). E ci sono anche la cugina di Cheng, un po’ innamorata pure lei (ma non è nemmeno questo, il punto – semmai, la politica), che a dirla facile vuol mettere i bastoni tra le ruote un po’ a tutti gli altri; e Raffaella, la madre di Gloria – colei che subì il gran rifiuto, l’abbandonata e tradita, cantante lirica caduta in disgrazia che tra i fumi dell’alcool e una demenza incipiente vuol solo confondere nel silenzio dell’oblio i ricordi dolorosi.

Ma c’è anche il fantasma di una donna misteriosa, troppo presto perduta; c’è la giovinezza sulle barricate, culminata nella rivolta di piazza Tienanmen e ci sono anche i mostri di un’infanzia di regime che scappano fuori da sotto il letto non appena si cerca, invano, di abbassare le palpebre.

“Risorgere” è un libro complicato e leggendolo mi sono chiesta spesso quanto noi si sia pronti ad affrontarlo. Non per niente è stato proposto per lo Strega (ndr: da Fulvio Abbate): perché complessità e molteplicità di chiavi di lettura regnano sovrane in questo testo che di temi e luoghi ne affronta parecchi, attraverso una struttura a flashback che occorre impegnarsi a seguire, badando bene a non perdere il ritmo. Le storie di Marco-e-Gloria e di Liang procedono su binari paralleli, ciascuna col proprio carico di ricordi e ritorni al presente. Da una Berlino priva di passionalità, fredda nel suo accogliere studenti ormai svogliati e privi di qualsiasi spirito d’iniziativa, a Roma capitale, bruciata nel sole di un agosto torrido che ne esalta la decadenza e il marciume, Marco e Gloria, abbandonato ormai qualsiasi progetto lavorativo che non sia precario e dequalificante, partono per l’Asia. Anche Liang parte dai propri luoghi – con Shangri-La nel mezzo (ah, il demone celeste dei libri), il che non è un caso ovviamente – spinto dall’urgenza di recuperare non solo l’uomo a cui per anni si è sentito legato ma anche la propria storia personale.

E tutto diventa un viaggio che ha del ballardiano, un cuore di tenebra contemporaneo in cui l’allontanarsi da casa – qualsiasi estensione questa parola voglia e possa prendere – viene a significare un distacco: dal sé di prima, dal mondo dell’infanzia, da un passato ingombrante e da un futuro che sembra già eletto verso un luogo in cui “la morte delle certezze è condizione di una rinascita”, mi scriveva Paolo Pecere.

“Il mese scorso mi ha portato a visitare la frontiera con il Laos. Se qui in Yunnan il caldo è sempre più pesante, là è letale. L’umidità ti pesa addosso come un mantello di foglie bagnate. Ragionare è arduo, parlare è impossibile. Fermentano frangipani, ibischi, zenzeri rossi. Sui rami pendono frutti gonfi, festoni d’infiorescenze, pistilli dai colori pesanti. Mi hai portato in tanti santuari, tutti uguali e strapieni di costruzioni di dubbio gusto: girotondi di statue d’animali, draghi domati a grandezza naturale, coni bianchi di pagode, simboli del loto che cancella dolore e bruttezza” (pag32)

Paolo Pecere mi raccontava che modello per Chang è stato in un primo tempo il caro, vecchio Kurtz con cui condivide ovviamente il tema della fuga e del rigetto della predestinazione. Chang però va oltre, “come la Cina”, mi scriveva P. Pecere. Ho riflettuto tanto su questo punto e penso di aver capito che se da una parte il fine ultimo di Kurtz è la ricerca di un sistema all’interno del quale essere di nuovo protagonista – attraverso mezzi e linguaggi propri, soverchianti il resto – dall’altra al contrario Chen sparisce nel non detto, nel non testimoniabile: se teniamo per vero che Chen sia andato alla ricerca di quel che si racconta, sarà di fatto impossibile trovarlo dato che, com’è noto, attraverso il Dahmmapada s’arriva solo fino a un certo punto. La sparizione è coerente e Kurtz resta indietro, così come resta indietro la nostra comprensione del sistema-Cina. Questione non meno importante questa, esemplificata dall’impegno continuo che l’autore ripone nell’evitare l’occidentalizzazione del pensiero filosofico e iconografico, in specie con riguardo al Buddha. Dell’occidentalizzazione del Buddha ne avevamo già parlato, per Hervé Clerc; per “Risorgere” si tratta, nello specifico, dell’impegno a mantenere l’impatto emotivo di certe scene e di certi luoghi che nella trasposizione all’occidentale sono privati della loro intrinseca ferocia, spesso confusa con la violenza, in nome di una ricontestualizzazione nell’*armonia* occidentale.

Vorrei parlare di tantissimi altri temi. Per esempio dell’importanza del punto di vista, che è sia nodo interno a ciascun personaggio sia come dire esterno, tra il lettore e la materia di cui è fatto il testo. Oppure del viaggio e dell’identità. C’è anche la questione di quando il linguaggio porta con sé la propria dissoluzione, l’impraticabilità di certi codici e la necessità di ricorrere a strumenti alternativi. Si potrebbe parlare dell’importanza della musica e di Mahler, oppure degli echi che arrivano da Dürrenmatt o ancora del modo in cui fare antropofiction, o dello stile che si fa in certi punti flusso di coscienza e verso poetico, o di quella particolare sensibilità che spinge a considerare il paesaggio naturale, in specie quello montuoso, alla stregua di un organismo vivente di fronte al quale l’essere umano impallidisce.

Io non posso fare altro che ringraziare Paolo Pecere per la pazienza con cui mi ha accompagnata nella lettura: le sue osservazioni accorte – il modo in cui mi ha spinta a “lasciar parlare” il libro – sono state per me un regalo preziosissimo.

“Negli ultimi tempi fantasticava scenari di sventura: solo uno schianto del sistema economico ci avrebbe svegliato, prima che il pianeta annullasse l’esperimento umano. Immagino i vostri amplessi come quelli di due dei della morte tibetani. Tu attorcigliata con le cosce sui suoi fianchi. Il suo bel corpo è una masse deforme di carne blu, i tuo denti perfetti sono luride zanne. Gl’inoculi idee in corpo come un virus. Trent’anni di incubazione, in cui tutto sembrava andare per il meglio, poi hai cominciato a impadronirti di lui” (pag258)

“Doggerland”, di Élisabeth Filhol (trad. Giovanni Bogliolo)

“- Come te lo immagini il nostro futuro? (…)

– Non vedo che cosa possa sbloccare la situazione

– Una rivoluzione dei costumi, un cataclisma planetario?

– Basterebbe un evento straordinario. Con un reale costo umano e finanziario (…)

– Un evento capace di farci rivalutare il rapporto rischi benefici”

Difficile dire quanto questo libro sia adatto al presente che stiamo vivendo; difficile dire quanto la lettura sia impegnativa – per via del modo in cui Filhol affronta il momento dello scrivere: pagine densissime, senza pause, nemmeno un capoverso di respiro. Filhol scrive così – e credo che, per molti motivi, “Doggerland” sia l’opera della sua maturità stilistica.

L’amore ai tempi del petrolio, si potrebbe pensare. La verità è che “Doggerland” si inserisce per tanti temi all’interno di una narrazione fiction ben precisa. Altri esempi recenti, ciascuno con le proprie particolarità, sono “Turbine” di Juli Zeh e “L’America sottosopra” di Jennifer Haigh. In “America sottosopra” l’autrice, originaria della Pennsylvania, racconta la storia (vera) di una comunità rurale proprio della Pennsylvania devastata dallo sfruttamento del sottosuolo effettuato attraverso il contestatissimo metodo del fracking. In “Turbine” invece Juli Zeh (scrittrice tedesca, laureata in legge, specializzata in diritto internazionale) descrive le conseguenze che la costruzione di un parco eolico produce all’interno di una comunità di provincia, fuori Berlino. Filhol non è nuova a queste tematiche. Io incontrai le sue storie nel 2011, quando in Italia uscì “La centrale” che racconta, attraverso le parole di un personaggio di finzione, la vita precaria degli operai interinali che lavorano negli impianti nucleari francesi. In “Doggerland” avviene il medesimo processo: attraverso la storia di Marc e Margaret, lui ingegnere impegnato nell’avanguardia della tecnologia di estrazione off shore, lei geologa e ricercatrice universitaria, Filhol porta all’attenzione anche dei non addetti ai lavori la lotta di potere che da anni tiene in scacco gran parte del Mare del Nord. Uno dei luoghi del pianeta in cui è più aspra la competizione per il controllo del sottosuolo, ricchissimo di idrocarburi, ma anche un ambiente naturale unico, all’interno del quale è possibile recuperare le tracce di un mondo rigoglioso e popolatissimo, travolto da un cataclisma naturale più di ottomila anni fa.

Gli argomenti che un tema del genere può sollevare sono evidenti: la climatologia, la geologia, l’economia petrolifera, la deregulation neoliberista di matrice Tatcheriana, le politiche ambientali. Ma anche il ruolo dei media nella percezione della realtà, l’approccio contemporaneo del tutto subito, lo sviluppo ipertrofico della tecnologia, l’incapacità dell’essere umano di percepire e valutare il rischio.

Filhol li affronta tutti, con grande competenza e capacità di sintesi e approfondimento. La narrazione di carattere finzionale è abilmente intrecciata alle parti più divulgative all’interno delle quali l’autrice, con l’escamotage del punto di vista multiplo, di volta in volta si sofferma ad analizzare le ragioni dell’uno e dell’altro fronte: da una parte la necessità di approvvigionamento di un bene il cui prezzo, più di ogni altro, influenza ogni minuto dell’economia globale, dall’altra il bisogno di recuperare l’eredità di un passato drammatico che potrebbe aiutarci a comprendere il futuro – e il perché di tanti fenomeni antropologici e climatici.

” (…) allo stesso modo oggi molti scienziati o semplici cittadini suonano il campanello d’allarme, lucidi, chiaroveggenti di fronte a ciò che si prepara, ma senza mezzi per agire né un vero ascolto, dato che quelli che hanno le redini in mano si tutelano, perché sono in gioco interessi colossali e non hanno nessuna voglia che la macchina si fermi e neppure rallenti”

La scrittura della Filhol è strutturata e preziosa, un fiume in piena che travolge; bisogna solo accettarla, farsi trasportare. E’ sempre presente questo senso di urgenza nel suo raccontare in tensione continua con la necessità di frenarsi per la tecnica, tutto un respiro che si deve imparare ma che poi, una volta preso, ci viene naturale: difficile poi abbandonarlo, amare qualcos’altro. Diventa benchmark, punto di confronto. Colpisce di Filhol l’assoluta sincerità: la capacità di buttare in faccia al lettore tutte quelle verità sgradevoli che si tende sempre a ignorare o seppellire. Quello che cerca Filhol è un lettore attivo, capace di ragionare sopra le parole; rifugge il rapporto di pancia: non ha come scopo lo scuoterlo, il prenderlo a pugni, il sensazionalismo a tutti i costi, il devastante. Filhol, semplicemente, racconta. Sarà il lettore a decidere sui propri sentimenti: è lasciato libero ma proprio per questo non potrà fare a meno di tenere in considerazione ciò che Filhol suggerisce, garantendole un’autorità nello scritto singolare – e antica.

“(…) la sua maniera di procedere, non progredendo semplicemente dal particolare al generale con una giustapposizione di impressioni, ma creando una cornice unificatrice in grado di accoglierle e poi di affinare, di alimentare e di riempire la cornice con un viavai, come nel calcolo per dicotomia, di avvicinarsi alla verità ora da sopra e ora da sotto, riducendo l’intervallo, e così elaborare passo dopo passo una sintesi, mettendo in concordanza i dettagli per creare qualcosa di globale; e questa visione globale poi farla muovere, emendarla, correggerla se necessario”

Penso che Neri Pozza abbia avuto ardimento a pubblicare “Doggerland”: sono pagine di flusso di coscienza, con una forma che trovo accuratissima, una paratassi continua che crea associazioni di idee, stimola il pensiero, lontano da effetti di stupore superficiale.

“Doggerland” è una storia di distanze, geografiche e dell’anima, su quel che divide: gli anni, il tempo che passa, il lavoro, la scelta degli affetti. Trovo in quest’opera un significato profondo – ed è forse proprio questo significato, che lo rende per me così adatto a questo nostro tempo: il senso del romanzo che interagisce con il reale, che non è nulla senza contestualizzazione, che vibra di conoscenza e impegno, desiderio di condivisione.

Note: Sul mio Twitter trovate altre riflessioni che non possono essere riportate qui sul blog per ovvi motivi di spazio. Non posso fare altro che ringraziare l’editore per l’invio della copia, che avevo richiesto. Perché di Filhol sono sempre stata innamorata, del suo modo di scrivere, delle realtà che non ha pudore di mostrare.