“Nina sull’argine”, di Veronica Galletta

“O forse è se stessa che non tollera, il ruolo che adesso si ritrova a interpretare, che la tiene così lontana da tante cose in cui ha sempre creduto, che la costringe a osservare tutte le sfaccettature di una questione, alla ricerca di una impossibile sintesi, in cui tutti sono liberi, tranne lei.”

Caterina Formica è ingegnere, specializzata in idraulica fluviale e dipendente di un ente pubblico. Finalmente, dopo mesi di anticamera, attese e demansionamenti, ottiene il primo contratto importante: si occuperà della costruzione dell’argine di Spina, piccola frazione di Fulchré, nella pianura padana. Equità, merito e competenza tuttavia c’entrano poco: l’argine di Spina, banalmente, è parte di quel mazzo di commesse riassegnate d’ufficio ai pochi professionisti rimasti estranei al processo per tangenti che ha visto coinvolti diversi colleghi di Caterina, dirigente incluso.

Il mondo in cui Caterina si muove è quello dell’edilizia e dei cantieri: luoghi prettamente maschili, sovente assoggettati a meccanismi di tipo clientelare, all’interno dei quali le relazioni spesso obbediscono a rigidi criteri di norme non scritte e l’ingegnere, sulle carte progettuali responsabile del processo decisionale, si trova di fatto a scontrarsi e dipendere da impedimenti di ogni tipo. Dalla gestione della manodopera in subappalto irregolare alla resistenza passiva del comitato ambientalista, dalle maldicenze dei colleghi invidiosi alle lungaggini e omissioni, casuali o volute, di quel pachiderma iperparcellizzato che è la pubblica amministrazione, ecco che le giornate in cantiere, già complicate per via del carattere stesso del mestiere, diventano una serie infinita di ore alienate e alienanti – sotto il sole impietoso dell’agosto in pianura, nel tormento delle punture d’insetto, coi piedi gelati a mollo nella neve e il vento dicembrino che sferza le orecchie.

“Costruire un argine è una cosa complessa. Bisogna calibrare bene la quantità di terra fin dall’inizio, evitare le corde molli, prevenire i dilavamenti. Perché se si forma una breccia, puoi anche riparare, ma qualcosa rimane. Perché non basta ridipingere la casa e spostare tutti i mobili. Chiudere le fotografie di prima in un cassetto. Anche con la casa tinta e bianca come la sua vita adesso. Pulita, ordinata, lineare. Una traccia rimane. L’argine lo sa. La memoria rimane.”

“Nina sull’argine”, insomma, si inserisce perfettamente all’interno della tradizione italiana della narrativa industriale, della quale riprende in forma convenzionale ma anche nuova tutti gli argomenti. Ci si accomoda proprio, in quel solco che, segnato dai “Tre operai” di Bernari (1934) e passando da Ottieri, Bianciardi, Volponi ma anche Calvino o Sereni e infine Rea (che nel 2002 con “La dismissione” definisce il confine ultimo del genere), arriva fino a Pennacchi, Avallone, Prunetti, Raspi e tanti altri, e che per tutto il nostro Novecento e oltre ha reso testimonianza e trasfigurato in forma letteraria il mondo della fabbrica sia in chiave critica denunciando le contraddizioni, i limiti e la psicopatia del capitalismo industriale, sia interpretando l’officina industriale come uno strumento di autodeterminazione, emancipazione sociale e lotta di classe.

“È un uomo di mezz’età, una caratteristica comune per lo Stato, che fa un concorso ogni quindici anni, e che considera lei sempre giovane. Rappresenta quella parte della macchina che vive di vita propria, con un’inerzia tenace e proterva. Caterina vive sempre questo doppio sentimento. Da una parte la voglia di mettersi di traverso, in un mondo in cui non sa mai bene come collocarsi. Poco esperta, eccessivamente qualificata, ha studiato troppo, e le cose sbagliate. Dall’altra la voglia di ritirarsi, di nascondersi. Come se ci fossero sempre due Caterina. Una parla e l’altra la prega di stare zitta. Chiude gli occhi, li riapre. SI sente soffocare dentro i cattivi pensieri.”

Gli argomenti che Veronica Galletta affronta con “Nina sull’argine” si possono raccogliere in tre macro aree: il topos del cantiere, l’alienazione individuale e la denuncia sociale.

Nel primo gruppo rientrano le riflessioni sul tema della professionalità. La strenua e orgogliosa difesa del proprio saper fare un mestiere – non scevra comunque da un’autocritica invasiva, ma lo vedremo più avanti – passa in primis dall’uso di un linguaggio tecnico strettissimo (“casseforme, pile, casseri, compattare, piana, cordone morenico, rilevato in sponda sinistra, alveo, golena, linea di sponda…”) che se nelle prime pagine spinge il lettore a una certa, voluta irritazione, successivamente diviene limpido nello scopo che si prefigge, ossia la rivendicazione di un ruolo e di una autorevolezza che sgombra il campo dalla tuttologia e dalla discussione da social (ben rappresentata dal bar del paese, croce e delizia di Caterina tra Luisone di Benniana memoria, i “non sono architetto ma…” dei pensionati brontoloni e le più assurde fake news complottiste) per restituire a qualsiasi professione ben imparata e ben esercitata la qualifica di “fatto a regola d’arte“. Di contro, è anche rappresentato l’elemento della perdita di questo ben fare soppiantato da figure professionali inadeguate per causa di ritmi d’usurante precariato all’interno del quale, peraltro, il mancato scambio generazionale preclude la formazione sul campo. I sentimenti di malinconia e di rincrescimento (per l’Antonio, abile operaio anziano costretto al più umile dei demansionamenti per non aver tradito un collega, o per il Mario, il gruista svitato senza il quale il geometra Bertini no, le travi di acciaio appena arrivate col trasporto eccezionale non si sogna di farle posizionare) si fanno quindi anello di congiunzione tra primo e terzo gruppo di argomenti, il più ancorato al nucleo della narrativa industriale: quello della denuncia sociale. Critica che per Galletta si esplica prima di tutto – e sta qui il vero rinnovamento – nella racconto della condizione femminile all’interno del macrocosmo dell’edilizia, spazio chiuso e autoreferenziato in cui le professioniste vengono guardate con malcelato sospetto, sono vittime di battute più o meno volgari o sessiste, sistematicamente diffamate e lasciate in disparte tramite i giochetti più subdoli. Spezzano l’esperienza in cantiere i bei capitoli sulla vita in ufficio che danno spazio anche ad altre sfaccettature tematiche tra cui la stagnazione politica (quella sì, fatta a regola d’arte!), l’organizzazione interna che punta a una sostanziale microvivisezione delle competenze con il dichiarato scopo di rendere nullo qualsiasi processo di attribuzione delle responsabilità individuali, la necessità del compromesso nell’impossibilità di corrispondenza tra i propri ideali e la pratica del quotidiano. Non mancano, specie nei capitoli finali, le riflessioni sul welfare e sulla condizione dei lavoratori irregolari sottomessi alle dinamiche del caporalato.

Il punto che fa di “Nina sull’argine” un compiuto romanzo industriale è il terzo gruppo di argomenti, al quale afferisce la vita privata e interiore della protagonista. Caterina è siciliana, straniera in terra lombarda di paesotti e pettegolezzi che fatica a comprendere ma con cui deve per forza interagire. Sta con Pietro ma la lunga relazione è agli sgoccioli, i genitori sono lontani, di amiche c’è notizia vaga: è il cantiere – che brucia ore, giorni, mesi e anni, che mastica ogni minuto libero, che invade persino i sogni, che fa ammalare, e che sì, a volte uccide. La stanchezza di Caterina (le ore di solitudine in automobile, ferma all’autogrill per l’ennesimo caffè, il ritorno in un appartamento vuoto e freddo, la vita sociale limitata dagli orari durissimi e dalle distanze), l’ansia da prestazione, il timore di fare male – che non può essere condiviso – è di contrappunto a chi davvero in officina ci ha lasciato la vita, tanto che “il morto in cantiere” è proprio l’ombra ricorrente di Caterina (che quando squilla il telefono sempre teme la notifica una disgrazia), o a chi per colpa del cantiere s’è alienato a tal punto da cadere nelle dipendenze o a chi, per seguire il cantiere, ha trascurato la famiglia fino al divorzio.

“Nella polvere del pomeriggio Caterina si incammina verso il fiume per dare un’ultima occhiata alla protezione antierosione. Sono le cinque oramai, e il cado impastato di polvere rende l’aria incerta. Poco distante si intravede il luccichio del fiume che scorre verso valle.”

Eppure il cantiere rappresenta anche, nell’eredità di Calvino, il luogo della rinascita personale. Attraverso l’esperienza sul campo, l’interazione con colleghi e maestranze nella quotidianità di un lavoro di squadra che non ha nulla a che vedere con l’asettico team di un paradigma importato ma ha molto a che spartire con l’idea del conoscere e del condividere, attraverso l’autocritica personale e la capacità di stringere un rapporto intimo ma rispettoso con l’ambiente naturale [nota: che assume in certi punti il carattere di uno spiccato new nature writing che disgrega e poi ricostruisce il panorama della letteratura industriale classica in cui si alternavano impostazioni fortemente neorealistiche e posizioni dicotomiche fabbrica/natura], Caterina in qualche modo recupererà gli argini, non solo del fiume ma anche i propri, ri-definendosi e regalandosi spazi aperti ma anche confini. Perché

“I fiumi sono sempre liberi, pensa Caterina. Basta osservarne le sovrapposizioni del tracciato nei secoli, ed ecco che emergono le costrizioni, gli avanzamenti dell’uomo, le zone in cui il fiume si è allargato di nuovo a forza, piena dopo piena, in un mescolio di colori molto eloquente, per chi ha la pazienza di decifrarlo.”

“Nina sull’argine” è uno di quei libri che sarà bello rileggere, a distanza di tempo e a dispetto del tempo, perché invecchierà bene. Per recuperare i dettagli, cercarne di nuovi – quelle piccole dimenticanze figlie di una lettura vorace che non può abbandonare l’urgenza e la fretta di sapere – ritrovare le ombre.

“Non è facile accettare il cambiamento. Non è semplice accettare che il paesaggio intorno si trasformi (…). Più del cambiamento fa male l’annuncio del cambiamento, il suo diluirsi nel tempo, l’incertezza del procrastinare. Certi errori si fanno una volta, poi si impara.”

La lettura di “Nina sull’argine” è stato un caso fortuito e tale deve rimanere. Qui la storia di come sono arrivata in possesso di queste pagine e qui di come queste pagine, arrivate in sorte, per sorte continueranno a girare.

“La fiaba nucleare dell’uomo bambino”, di Hamid Ismailov (trad. Nadia Cicognini)

“Šaken discuteva spesso con nonno Daulet della Terza guerra mondiale, a cui si preparava con grande zelo nel suo posto di sorveglianza. Forse fu a causa di quell’ultima visione della città morta, che Eržan, da allora, cominciò a sognare la Terza guerra mondiale. Di solito il sogno cominciava da una cielo azzurro e sereno in cui si materializzavano all’improvviso dei piccoli aeroplani che attaccavano un cacciabombardiere americano, mentre le stelle si disperdevano rapidamente nel cielo notturno. Questi sogni si concludevano spesso con l’immagine di una cielo plumbeo, il boato di un’esplosione, seguito dai lamenti del bestiame che si levavano dal suolo, e un improvviso bagliore che si accendeva nell’aria mentre un gigantesco fungo velenoso si stagliava sopra la terra come un jinn.”

Il treno attraversa l’immensità della steppa kazaka. A ogni fermata, le carrozze vengono circondate dai venditori: di lana di cammello, bevande, pesce secco. Sono passati quattro giorni dalla partenza quando, appena lasciata l’ennesima, minuscola stazione, lo scompartimento viene invaso da una musica divina: un ragazzino poco più che dodicenne impugna il violino e con gran talento attacca non le solite melodie della tradizione locale ma le Danze ungheresi di Brahms. Rapiti sono i passeggeri, che aprono le porte delle cuccette e si riversano in corridoio, rapito è il narratore di questa storia, che si avvicina al ragazzino e lo incalza sull’origine di quella vocazione maestosa. Inizia così il racconto della storia di Eržan il Wunderkinder, “Вундеркинд Ержан” – il bambino delle meraviglie. Il bambino che non cresce. Sì perché Eržan, passaporto alla mano e aria da scugnizzo spazientito, fa ben notare che lui di anni ne ha ventisette, non dodici, malgrado le fattezze infantili.

Durante la Guerra Fredda l’Unione Sovietica prese a incrementare la costruzione degli ZATO, complessi abitativo-industriali chiusi, sovente nemmeno segnalati sulle mappe, che venivano utilizzati in specie per scopi militari. Si parla di una quarantina di località, per un totale di più di un milione di abitanti, di cui diverse ancora attive. Semipalatinks-21, nell’attuale Kazakistan, era uno di questi insediamenti; si trattava di un poligono di circa 20mila chilometri quadrati costruito dai prigionieri dei gulag, all’interno del quale dal 1949 al 1989 furono effettuati qualcosa come 459 test nucleari tramite esplosioni in atmosfera e al suolo. Benché la steppa circostante fosse territorio non urbanizzato, si stima che almeno duecentomila persone, per lo più gli ignari abitanti degli agglomerati rurali sparsi lungo le direttrici principali e la ferrovia, furono vittime del fallout nucleare. Il piccolo Eržan è parte di questa ruralità semicontadina: abita ai bordi della ferrovia, all’interno di un casello che conta due casupole: la sua – quella in cui vive col nonno Daulet, addetto al movimento degli scambi, la nonna Ulbarsyn, la mamma Kanysat e lo zio Kepek – e quella dell’anziana Šolpan con il figlio Šaken, impiegato presso il poligono e forte sostenitore del dovere categorico “di metter[si] al passo con gli americani, e perfino sorpassarli”, la nuora cittadina Bajčiček e la figlioletta Ajsulu, cui Eržan in tenera età ha mordicchiato un orecchio, decidendo così di farla sua sposa.

“La fiaba nucleare dell’uomo bambino” è il racconto dell’infanzia di Eržan, tra la nuova urbanizzazione stanziale e un nomadismo ancora radicato nelle abitudini familiari (quell’istinto al viaggio e alla scoperta che tanta parte avrà nelle vicende del ragazzo), tra le melodie della donga, suonata dal nonno nelle lunghe notti invernali, e lo swing dell’Elvis Rosso che esce dalla televisione portata a casa dall’indottrinato Šaken, tra la medicina moderna che Ajsulu vuole studiare da grande e le credenze sciamaniche della vecchia del villaggio, che scudiscia le gambe gonfie della nonna brandendo cosci di montone appena sgozzato. È Il racconto, privo di rimpianto, di un mondo rustico in cui la libertà degli spazi aperti si paga con povertà di risorse e malattie, con l’isolamento sociale e politico, con l’analfabetismo, le botte in famiglia, l’alcolismo, lo stupro. Ed è anche un romanzo di profonda rivoluzione strutturale.

“Nella sua storia non c’era spazio per l’amara nostalgia dei ricordi di cui solitamente si è preda sui vecchi treni, dove il fumo acre, che soffia dalla locomotiva, invade anche gli ultimi vagoni.”

Hamid Ismailov (1954), traduttore e mediatore culturale, è cresciuto in Uzbekistan, terra che appena adulto dovette abbandonare per via delle persecuzioni del regime. Giornalista alla BBC per più di vent’anni, è autore prolifico sia in russo sia in uzbeko; si occupa anche della traduzione in inglese dei testi della letteratura uzbeka e studia da anni il rapporto che intercorre tra musica e poesia popolare. Le sue opere sono bandite in patria.

“Tengri mandò sulla terra Gesar in regno della steppa senza alcun sovrano. (…) Per non correre il rischio di essere riconosciuto, Gesar giunse sulla terra sotto le sembianze di un orribile piccolo moccioso come te! (…). Solo Kara-Coton, che era suo zio, come Kepek lo è per te, aveva intuito che Gesar non era un bambino come tutti gli altri, che aveva un’origine divina, e allora cominciò a perseguitare il nipote con l’intenzione di ucciderlo prima che diventasse grande.”

Il verso formulare costituisce “la cellula elementare della dizione omerica”, scriveva Dario Del Corno. Già nel 1928 Milman Parry in una campagna di rilevamenti in Iugoslavia “accertò che i cantori popolari serbo-croati sono tuttora in grado di improvvisare canti eroici (…) ricorrendo a un patrimonio formulare tramandato mnemonicamente“. In sostanza l’aedo omerico, “attingendo a un materiale precostituito da una lunga tradizione, improvvisa la propria poesia nell’atto stesso in cui la recita” rendendo così di fatto indistinti i momenti rappresentati dall’atto della creazione, della trasmissione e dell’esecuzione, così come diviene irrilevante l’esistenza del “poeta sovrano”. “La fiaba nucleare dell’uomo bambino” (il cui titolo originale è proprio il Wunderkind Yerzhan a cui fanno riferimento le nonne) è strutturata proprio come un poema tradizionale, all’interno del quale l’aedo, rappresentato in questo caso dal viaggiatore anonimo, si fa narratore al ritmo non della bacchetta che il recitante professionista picchiava a terra per contare l’esametro ma delle ruote del treno sui binari. La storia di Eržan quindi si sovrappone all’epos e alle fiabe della tradizione popolare kazaka – di cui acquisisce anche la forma, che nella parte finale passa dalla prosa a un flusso di coscienza vicino alla dimensione poetica. Perfino la nascita del piccolo bambino prodigio – “buldur kimdir“, uno che la sa lunga – , rimane nell’ombra (la madre, chiusa da anni in un rigido mutismo selettivo, pare fosse stata violentata mentre giaceva inerme in un campo, traumatizzata dall’ennesima esplosione nucleare che aveva squassato la campagna), assumendo già dal principio i contorni di una leggenda che per importanza e gravità viene sovrapposta dalle anziane nonne a quella del favoloso regno di Ling, ancora oggi cantato dai bardi della “cintura di Gesar” in Cina (ndr: sì, parliamo proprio del nostro Caesar/Καῖσαρ, di origine turca); un corpus fittissimo di racconti epici a tradizione orale, vivi anche in forma di performance artistica dall’Asia centrale e meridionale sino al Tibet da dove pare derivi.

“La fiaba nucleare dell’uomo bambino” è il racconto di un’esistenza individuale che di fatto incarna quella di una tragedia collettiva, letta attraverso l’unico sguardo che Ismailov ritiene utile e necessario per raccontare simili avvenimenti: la narrazione epico/mitica, ossia quella che sin dalla notte dei tempi trasforma, tramite lo strumento dell’oralità e dell’occasione condivisa, le vicende umane da piccole e particolari a eventi universali. Come ogni epica che si rispetti, essa segue il medesimo percorso di iniziazione: la storia particolare viene disancorata e collocata in una dimensione a-temporale e per certi versi decontestualizzata; al protagonista, tramutato in eroe, è assegnata una missione (l’uccisione rituale dell’antagonista, che per Eržan è identificato con la Zona, la porzione di steppa altamente radioattiva al centro del quale, tra carcasse di automobili e acciaio fuso, ombre nere di alberi proiettati su muri scarniti e crateri profondi come quelli lunari, giace un occhio di blu purissimo, pesante, che conserva il segreto delle ossa irrigidite di Eržan), gli vengono forniti armi e attrezzi magici (un violino e un fucile) e gli viene promessa la sposa tanto desiderata.

“Mi sentivo anch’io smarrito come quella volpe nella steppa aperta, incapace di capire dove finisse la verità e dove cominciasse la finzione. Dov’era il confine tra il fluire ineludibile dell’esistenza e l’eternità indecifrabile?”

La narrazione mitica ed epica, di fatto, è il modo in cui l’essere umano usava spiegare a se stesso e ai propri figli gli eventi naturali e le tragedie causate da altri uomini, come le guerre. Che i narratori conoscessero o meno la realtà dei fatti, poco importa. Lo scarto del pensiero sta tutto qui. La storia di Eržan comincia su un treno, nel momento in cui un ragazzino in tutto e per tutto sano, reale, concreto mostra a uno scrittore un documento di identità – non sapremo mai se vero o falso. Non a caso la terza parte del racconto si intitola “Il sale del mito“: perché col passare del tempo l’acqua di quel blu straordinario – la storia vera – evapora e svanisce, facendone sedimentare le scorie – il sale – di una narrazione che diventa sempre meno aderente al vero (alla fine importa se le nonne di Eržan conoscessero o meno la causa dei loro malanni, delle improvvise tempeste, del latrato dei cani durante la notte?), per acquisire un significato universale. La storia di Eržan farà la fine di tutte le altre storie perse nel tempo, quei racconti che ognuno tira insieme un po’ come vuole, durante le notti d’inverno, e alla fine, dopo tanti anni, nessuno saprà più se siano vere o finte, sciocchezze raccontante dai vecchi o accadimenti reali e documentati. Chi ha dimestichezza col mito, però, è consapevole del fatto che nel cuore nero di ogni leggenda, specialmente in quelle più antiche, resiste sempre un nodo di verità profonda. La storia di Eržan non fa eccezione, fatto salvo un punto: che quel qualcosa di vero noi lo conosciamo bene.

“Nulla è più puro della luna, che nella notte alberga, ma il giorno dispare. / Nulla è più puro del sole, che nel giorno alberga, ma la notte dispare. / Il vero islam in nessuno dimora, solo sulla lingua vive, e non nei cuori. / Destino nomade e ricchezze solo ad alcuni sono concessi. / Invano ti affaticherai a cercarli. / E pochi sono i posti che vengono destinati. / (…) Quando il nemico insorge, / se pure di cingerai della sciabola e ti armerai di cinque fucili, / non diverrai un vero guerriero.”

“Fantasmi dello Tsunami”, di Richard L. Parry (trad. Pietro Del Vecchio)

“In giapponese, quando ci si allontana da casa si pronuncia una formula invariata. La persona che esce dice itte kimasu, che significa letteralmente ‘vado e torno’. Coloro che rimangono rispondono con itte rasshai, che significa ‘torna presto’. Sayonara, la parola che si insegna agli stranieri ed è il giapponese per ‘addio’, è un vocabolo troppo definitivo per la maggior parte delle occasioni, implicando una separazione prolungata o indefinita. Itte kimasu contiene una diversa carica emotiva: la promessa di un ritorno.” (pag32)

Ero molto indecisa nei confronti di questo testo. Indecisa sul leggerlo – e alla fine l’ho letto – indecisa sul proporlo qui – e alla fine qui lo propongo, con la cura del raccomandare attenzione perché non sono pagine facili né consolatorie.

“Fantasmi dello Tsunami” è l’edizione italiana di “Ghosts of the Tsunami”, il reportage che Richard Lloyd Parry, corrispondente a Tokyo per il “The Times”, ha realizzato nell’arco dei sei anni successivi al 2011 viaggiando per la regione del Tohoku, quella più colpita dalla catastrofe. Nello specifico, il reporter si concentra sulla disgrazia della scuola elementare di Okawa, in cui morirono ottantasette alunni. Su un totale di più di 18.500 vittime, l’evento di Okawa è stato l’unico ad aver coinvolto direttamente un edificio scolastico causando la morte di così tanti bambini tutti insieme. Si trattò in sostanza di una concatenazione di eventi per la maggior parte causati – ecco spiegata la reticenza dei media nipponici a riguardo – da un’errata valutazione del rischio idrogeologico (la presenza, a sei miglia dalla foce, di un’ansa nel fiume Kitakami, corso d’acqua di vasta portata che da secoli è la risorsa economica primaria per tutte le comunità rurali della zona). La sottostima del rischio portò alla stesura di un piano d’evacuazione anti-tsunami inadeguato, la cui attuazione di fatto spinse tutti i bambini, in fila indiana e divisi per classi, con il loro bell’elmetto bianco calcato in testa, in bocca all’onda di marea che montava dall’oceano e poi si ingolfava nel fiume.

Attraverso interviste agli adulti sopravvissuti, ai genitori dei bambini dispersi, tramite lo studio delle mappe, della geologia del luogo e sentito il parere di esperti, Parry racconta, con l’asciuttezza del cronista sul campo (distacco emotivo che l’autore giustamente rivendica sin dalle prime pagine), la realtà tremenda di un lutto senza fine ed evitabile – forse non del tutto ma sicuramente almeno in parte.

” ‘Personalmente, non credo nell’esistenza degli spiriti, ma non è questo il punto. Se la gente dice di vedere i fantasmi, allora va bene, basta la parola.’ “(pag280) – testimonianza dell’editore Masashi Mijikata, direttore di una piccola casa editrice specializzata in testi sul Tohoku.

La valutazione tecnica impropria, tuttavia, non fu l’unica causa del disastro, che si fonda anche su altri presupposti. Il titolo “Fantasmi dello Tsunami” fa riferimento ai racconti di possessione e ai fenomeni di “esorcismi” che crebbero in maniera esponenziale nei giorni e nelle settimane appena successive alla catastrofe. Donne che raccontavano la visita di bambini infreddoliti e bagnati, un tassista che una sera fece salire un anziano che chiedeva di essere accompagnato a casa – un’abitazione di un villaggio spazzato via dall’onda – salvo poi scoprire che nell’auto non c’era nessuno (ndr: il tassista arrivò comunque sino all’abitazione, aprì la portiera e fece scendere il passeggero). Parry si addentra, con tatto e interesse sincero, libero da qualsiasi pregiudizio, all’interno di tutte quelle credenze e leggende popolari antichissime ancora molto vive all’interno delle comunità rurali giapponesi, per tradizione e geografia sempre rimaste lontane dalla moderna vitalità metropolitana. In special modo Parry si riferisce al culto per gli antenati e al rapporto di grande familiarità nei riguardi dei defunti, un punto fondamentale nel dopo-Tsunami poiché tanti sopravvissuti non furono in grado di prendersi cura dei propri morti per via del fatto che i corpi non furono mai ritrovati o perché l’inondazione aveva portato via gli altari casalinghi – e anche perché con la morte dei propri figli, già adulti o ancora bambini, veniva meno quel patto di cura che è un tratto importantissimo della struttura familiare nipponica (sia in vita sia in morte). Si capisce quindi come mai la tragedia di Okawa sia diventata il simbolo dello sgretolarsi di una millenaria fiducia riposta non solo nell’autorità statale ma anche nei valori stessi del villaggio e della famiglia, incarnati dalle autorità anziane. L’evacuazione dei bambini, infatti, avvenne oltre che in maniera sbagliata anche in estremo ritardo, come appurato dalle testimonianze e dalle inchieste che seguirono, perché alcune autorità anziane e alcuni professori della scuola, forti della loro esperienza di vita (ndr: che non contemplava Tzunami di trentasei metri e mezzo successivi al quarto terremoto più potente nella storia della sismologia) e del loro prestigio sociale, non ritennero opportuno sveltire le procedure né dare credito ai vari allarmi diramati dalle autorità competenti.

Parry scoperchia in qualche modo anche il vaso di Pandora sui rapporti gerarchici e sulla questione femminile all’interno di una società ancora molto tradizionale e vorremmo dire “di paese”, nuclei familiari in cui la parola del suocero – spesso molto anziano e avulso dal contesto moderno – vale più di quella di una giovane madre attenta, informata e inserita nel flusso del presente quotidiano; e lo fa attraverso l’osservazione di una comunità sgretolata in cui accade che una madre appena privata dei figli – ancora dispersi – sia costretta per buona creanza e perseveranza (una delle traduzioni possibili per nintai o gaman, virtù tipicamente assegnata agli abitanti del Tohoku) a passare le giornate cucinando pasti di emergenza per tutta la comunità, pasti serviti da una madre che invece è riuscita a salvare i propri bambini perché, contro il parere dei genitori anziani, si era precipitata a scuola e li aveva ritirati appena in tempo, portandoli in salvo sulla collina a poca distanza.

A riguardo, sono molti i temi affrontati dal reporter: la tendenza al quietismo, per esempio, o l’inveterato vizio di non dar retta ai giovani (come quando due ragazzi più grandi avevano suggerito al maestro di salire sulla collina ma rimasero inascoltati), e ancora lo stigma sociale calato su quei genitori che decisero di intentare una causa e portare le autorità in tribunale, la difficoltà nell’esprimere la propria rabbia e il proprio dolore – atteggiamenti giudicati impropri e inadeguati anche da chi i figli li aveva persi a sua volta – l’incapacità di tornare alla vita di prima, in special modo per quanto riguarda i luoghi di lavoro e quelli di socialità comune all’interno dei quali le diverse parti non furono più in grado di interagire.

Se il racconto del disastro di Fukushima è più immediato da raccontare e in un certo senso più accettabile nella sua prevedibilità, meno lo è il dramma della scuola di Okawa – che tuttavia è in grado di mostrare meglio, ahimè, tutte le crepe che stanno minando dall’interno la struttura delle micro-comunità giapponesi: i modi di vivere, le relazioni interpersonali, il rapporto con la società e la vita pubblica. (Qui i twitt che ho scambiato con l’autore a proposito di questo tema).

Exorma porta in libreria un volume difficile, una sfida editoriale – e di lettura – che a mio parere vale la pena affrontare perché quelle di Parry sono pagine che liberano la mente dai vincoli dell’esotico, da quel kawaii illusorio che spesso occupa i pensieri di chi si rivolge al mondo nipponico.

“Non ci sono occhi né orecchi, naso, lingua / nessun corpo, nessuna mente; nessun colore, suono o profumo; / nessun gusto, nessun tatto, niente; né c’è un regno del vedere, o del pensiero; nessuna ignoranza, nessuna fine / dell’ignoranza; nessuna vecchiaia né morte; nessuna fine della vecchiaia e della morte; nessuna sofferenza, / nessuna causa della sofferenza, né alcuna fine / della sofferenza, nessuna via, nessuna saggezza / e nessun compimento.” (pag.126-127 – Sutra del cuore, traduzione dell’autore)

“Più idioti dei dinosauri”, di Daniele Scaglione

“Se qualcuno mi dice «Ehi, nel 2050 il mondo sarà di 2°C più caldo di adesso!», per educazione rispondo: «Oh, è terribile!». Ma intanto mi chiedo: «E dunque?». Se invece qualcuno mi dice: «Nel 2050 a Milano ci sarà il clima che c’è oggi a Dallas», capisco di cosa stiamo parlando e intuisco cosa significa affermare che c’è uno spostamento delle condizioni climatiche di un migliaio di chilometri a nord.” (pag55)

Alla narrative non fiction siamo ormai avvezzi. Si tratta di quel modo di scrivere saggistica che, prestando attenzione alle crescente necessità di un pubblico non competente ma interessato alla materia, coniuga la perizia – elemento imprescindibile nella stesura di un testo specialistico – a una fluidità d’esposizione esente da eccessivi tecnicismi di sapore accademico. Sistema di scrittura che nello stile e nella disposizione dell’argomento rende l’opera fruibile anche da parte di chi non dispone di competenze tali da poter affrontare in autonomia un testo specialistico di stampo tradizionale. Operazione non semplice, perché non è detto che chi ne sa molto di qualcosa possieda abilità divulgative tali da riuscire a traghettare il contenuto dei propri studi da quello a questo sistema. Non per nulla Amitav Ghosh, con il suo saggio “La grande cecità”, testo ormai di culto nella discussione sul climate change, ha sollevato – per primo – la questione dell’inadeguatezza della letteratura contemporanea nel raccontare, appunto, il cambiamento climatico. Il saggio di Ghosh è del 2016 e nel frattempo, per fortuna, ci siamo un poco attrezzati. Per “attrezzati” intendo l’esser riusciti da una parte a fare in modo che molti studiosi della materia si raccapezzassero tra procedimenti e tecniche di scrittura simili più alla fiction che alla pubblicazione universitaria, dall’altra a coltivare e spingere la discesa in campo di professionisti che, competenti in altri ambiti (quali per esempio la formazione o la comunicazione) ma utilizzando le proprie abilità, siano in grado non tanto di spiegare quanto di accompagnare se stessi – e il lettore – lungo un cammino di scoperta e apprendimento.

Questo è il caso di Daniele Scaglione – formatore e consulente aziendale, oltre che collaboratore di Rai Radio 3 nel programma Wikiradio (nonché presidente della sezione italiana di Amnesty International dal 1997 al 2001) – che con “Più idioti dei dinosauri” costruisce, a partire dalle domande che come padre si pone nei riguardi di quale sarà il futuro riservato al proprio figlio (ma anche dalle domande che i nostri stessi figli ci pongono quotidianamente), un saggio godibile, di tono leggero eppure mai banale né burlesco, che affronta per capitoli i temi cardine legati all’iperoggetto cambiamento climatico.

“Io, invece, mi sento un idiota. Così come intendevano gli antichi Greci, sia chiaro. Loro definivano l’uomo pubblico come una persona colta, esperta e competente e gli contrapponevano l’uomo privato, l’idiòtes, che se ne sta chiuso nel suo piccolo mondo e di conseguenza poco sa e meno capisce.” (pag33)

I nostri figli utilizzeranno ancora l’aeroplano, fra trent’anni? Papà, quando si rompe la nostra auto, ne comprerai una elettrica? Quando sarò vecchio la nostra città sarà così calda che non ci si potrà più abitare? Cosa mangeremo tra cinquant’anni? Dobbiamo diventare tutti vegani? Perché la pasta costa più di prima? Perché c’è il coronavirus? Siamo in troppi, sulla Terra? Moriremo tutti? Da adulto, mio figlio e i miei nipoti soffriranno la fame? Ciascuno dei tredici capitoli di “Più idioti dei dinosauri” come è evidente è dedicato a un singolo aspetto tra quelli più macroscopici che compongono il climate change affaire e che stiamo già vivendo, anche se talvolta fatichiamo ad accorgercene: riscaldamento globale, modifica delle abitudini nell’abitare e conseguenti crisi migratorie, greenwashing a opera delle grandi multinazionali, politiche economiche globali per il settore primario e secondario, la questione non da poco della giustizia ambientale, l’analisi della responsabilità individuale (a volte di fatto ininfluente se non interviene dall’alto chi davvero fa la differenza). Scaglione affronta questi temi col piglio del genitore alla disperata ricerca di informazioni – chè a ‘sti ragazzi bisogna pure contar su qualcosa di sensato o quanto meno provare a farlo – e lo fa interloquendo con chi, di ogni specifico tema, ne sa evidentemente più di lui. Il profilo dei tecnici, dei docenti, di donne e uomini di scienza interpellati da Scaglione è altissimo e si tratta per tanta parte di studiosi italiani: Daniele Pernigotti, Nicola Armaroli, Giulio Betti, Elena Granata, Marina Romanello… (arrivo solo a pag.73: considerate che “Più idioti dei dinosauri” di pagine ne conta 212).

L’autore, attraverso questo sistema domanda-risposta, si impegna proprio a raccontare storie, recuperando da questo strumento di conoscenza universale un’eredità formale fatta di limpidezza di struttura, onestà nelle fonti, accuratezza dei contenuti. E tutte le storie che l’autore ci racconta parlano del mondo – non per quello che è stato ma per quello che verrà. “Più idioti dei dinosauri” rappresenta insomma un modo singolare e nuovo di fare divulgazione scientifica, in cui l’autore smette i panni del docente che si pregia di spiegarci qualcosa e indossa quelli di facilitatore.

“Chi come me oggi ha più di cinquant’anni, alle giovani e ai giovani che denunciano l’emergenza climatica credo dovrebbe dire più o meno queste cose. «Scusateci. Abbiamo fatto un casino senza senso. Un po’ perché non sapevamo quello che facevamo un po’ perché ce ne siamo allegramente sbattuti. Avete ogni ragione di lamentarvi. Da qui in avanti facciamo tutto il possibile per sistemare le cose o, almeno, limitare i danni. Poi, al più presto e senza fare tante storie, vi passiamo le leve del comando.» (pag194)

Note: 1. Dal momento che queste testimonianze sono per lo più tratte da conversazioni, interviste, scambi di email, messaggi diretti tra l’autore e l’interlocutore o da conferenze e interventi in public speaking, in calce al volume è assente la parte bibliografica (nel caso in cui Scaglione si riferisca a delle pubblicazioni, esse sono citate direttamente nel testo) – e non sono nemmeno presenti le note a piè pagina: approccio che personalmente apprezzo molto, perché a mio parere questo sistema da una parte motiva ex silentio l’autorità in materia delle controparti interpellate e dall’altra evita quel fastidioso “vedete quanto ho letto, vedete quanto ne so” che spesso affiora da certe bibliografie, più pretenziose che utili. 2. Il volume è accompagnato dalle belle illustrazioni di Ginevra Rapisardi (che firma anche la copertina) e sull’Instagram dell’autore potete trovare i video, opere di Segheij Dell’Orso, usciti a complemento del libro. 3. Ringrazio Daniele Scaglione per l’invio della copia, una bella lettura che ho potuto condividere anche con i bambini.

“Raccontare la fine del mondo”, di Marco Malvestio

Ho cominciato questo nuovo anno di letture con “Raccontare la fine del mondo”, di Marco Malvestio. Attraverso l’analisi di opere iconiche appartenenti al genere della letteratura distopica e della narrazione post-apocalittica – da pagine che hanno fatto la storia come “La spiaggia terminale” di J.G.Ballard a pellicole blockbuster quali Resident Evil – l’autore (ricercatore presso l’Università di Padova) si impegna a raccontare le modalità e le ragioni in base alle quali queste tipologie di “scritture dell’immaginario” sono state scelte, sin dal 1800, come forma prediletta per – appunto – “raccontare la fine del mondo”.

Il tema cardine intorno a cui ruota questo saggio, scorrevole e adatto anche ai neofiti della materia, è la definizione di Antropocene (“L’intera era geologica caratterizzata dall’impatto delle attività umane sull’ambiente”) e la maniera in cui questa nuova, nostra epoca – che alcuni fanno cominciare dal primo test nucleare della storia (il Trinity test, 15 luglio 1945), altri dalla Rivoluzione Industriale – è declinata, spiegata e (o) interpretata all’interno del contesto letterario e (o) cinematografico della fantascienza.

L’opera si sviluppa in cinque capitoli a tema, ciascuno dei quali affronta la fiction distopico/apocalittica in base all’argomento che essa, di volta in volta, si ritrova a trattare: il nucleare, la pandemia, il cambiamento climatico, il regno vegetale, il regno animale. Il punto di Malvestio non è tanto quello della lettura critica di un catalogo (anche perché – per stessa ammissione dell’autore – le opere e le pellicole citate sono moltissime e varie ma riferiscono quasi tutte alla sfera di influenza nord-americana, o in generale anglosassone, e mancano i rimandi alle nuove forme di fantascienza di matrice asiatica, al sistema multiforme dell’Afrofuturismo, a tutta la galassia Solarpunk) quanto quello del domandarsi per quali ragioni la nostra contemporaneità, pur nella sostanziale durevolezza (perché questo nostro tempo, malgrado la pandemia, è di fatto uno dei periodi più floridi per il genere umano), sia così interessata alle (no, diciamo meglio: ossessionata dalle) fantasie sulla catastrofe.

In questo senso è evidente il merito di “Raccontare la fine del mondo”, che è quello dell’insegnare un linguaggio. Analizzando le motivazioni che stanno alla base di opere quali “La spiaggia terminale” di J.G.Ballard o “L’esercito delle dodici scimmie” di Terry Gilliam, “Contagion” di S. Soderbergh e, ancora, la trilogia dell’ “Area X” di Jeff VanDerMeer o “Il pianeta delle scimmie” di Pierre Baulle, Malvestio introduce al lettore i concetti dipaesaggio sintetico” e di “spazi dell’assenza” e crea familiarità, per esempio, con il pensiero della “medicina positivista” e del “sogno del contenimento igienico” che, nella fantascienza, sono gli strumenti attraverso cui vene fatto emergere il sommerso tutto occidentale delle ansie sinofobiche (post)coloniali, nell’ottica di una “trasformazione” vista come contaminazione verso cui si prova un timore che è “cultural(e) e politic(o) prima che sanitari(o)”. Per non parlare dello nzumbe di origine congolese, che se nella tradizione kikongo significa “il feticco”, nella trasposizione d’oltreoceano rivela, ancora una volta, l’ansia di contaminazione da parte del “suddito coloniale schiavizzato”. Impariamo poi la categoria concettuale degli iperoggetti, all’interno della quale occorre inserire la discussione sul cambiamento climatico inteso come “entità diffusamente distribuita nello spazio e nel tempo” e infine, nei capitoli dedicati al mondo vegetale e a quello animale (inteso come “tutti eccetto l’Uomo”), ci avviciniamo alle nozioni di “agentività vegetale“, plant blindness, “anti-antropomorfismo” ed ecofobia (oltre che alle categorie letterarie del terroir, del weird e dell’eerie).

Ancora una volta, insomma, la tanto vituperata fantascienza si rivela uno tra i pochi strumenti di creazione artistica a nostra disposizione – nella parola scritta, nel fumetto, nella produzione cinematografica – utile a “immaginare un futuro possibile e attraverso questo futuro di ripensare il presente“.

Note: 1) I virgolettati sono citazioni che provengono direttamente da “Raccontare la fine del mondo”. 2) In calce al volume è presente una corposa bibliografia, che per la maggior parte delle voci è costituita da testi (saggi, pubblicazioni universitarie, articoli, long-form) stranieri mai tradotti in italiano: questo fatto la dice lunga sullo stato di queste analisi in Italia. 3) Su ADC ci siamo più volte occupati degli argomenti toccati nel saggio di Malvestio. Qui ai link sotto lascio alcune letture, ordinate per argomento. 4) Sul Twitter, a questo link, citazioni e altri approfondimenti su punti specifici di “Raccontare la fine del mondo”.

La “Trilogia dell’Area X” e “Borne” di Jeff VanderMeer, “Loop” di Simon Stalenhag per capire il new weird e lo “sci-fi vintage” – “Una passeggiata nella Zona” di Markijan Kamyš, “L’altro mondo” di Fabio Deotto, “Qualcosa là fuori” di Bruno Arpaia, “La sesta estinzione” di Elizabeth Kolbert, “La grande cecità” di Amitav Ghosh per parlare di Antropocene e cambiamento climatico – “Neghentopia” di Matteo Meschiari, “La guerra invernale nel Tibet” di Friedrich Dürrenmatt per un tuffo profondissimo nelle distopie post-apocalittiche più buie.

“Côte d’Azur”, di Mary S. Lovell (trad. Maddalena Togliani)

Articolo di media lunghezza; tempo di lettura: 10 minuti.

“La villa, candida e bassa, era incassata tra le rocce integrandosi perfettamente nel paesaggio circostante, e gli ospiti che guardavano fuori dalle finestre o uscivano sul balcone privato della loro stanza avevano l’impressione che fosse sospesa sul mare blu. La piscina, considerata la più bella della Riviera, si trovava in una vasca che era stata scavata nella roccia con l’esplosivo, ed era dotata di uno scivolo che permetteva ai bagnanti di arrivare giù, nel mare sottostante, e nuotare fino a una piattaforma un po’ più al largo. L’enorme terrazza tra la casa e la piscina era il cuore di quasi tutta la vita sociale, e a ciascuna estremità una scalinata curva di pietra scendeva alla piscina. Furono installate tende parasole avvolgibili, affinchè i tavoli da gioco offrissero agli ospiti una luogo ombreggiato dove bere e giocare a carte – bridge, bazzica a sei mazzi – o backgammon.” (pag86)

La storia dello Château de l’Horizon, meravigliosa villa bianca art déco che negli anni ’30 la celebre attrice Maxine Elliott fece costruire per sé e per i suoi ospiti facoltosi sulla Riviera francese, nel comune di Vallauris, è una biografia corale. Le pagine di questa vita favolosa, raccontata dalla scrittrice e biografa Mary S. Lovell (“Straight On Till Morning: The Life Of Beryl Markham”, “Le sorelle Mitford” – Neri Pozza 2017, e altri ancora) si strutturano per capitoli in ordine cronologico, ciascuno dei quali segue un singolo, un paio o addirittura una famiglia di protagonisti della vita sociale e politica dell’epoca le cui esperienze si sono trovate, per svago o per necessità, a incrociare quelle dello Château.

E così, se nei primi capitoli assistiamo alla fulgida ascesa di Jessie Dermot (Rockland, Maine, 1868) in arte Maxine Elliott – attrice di fama internazionale per via della dedizione al proprio mestiere, la capacità espressiva, la bellezza dello sguardo – che al culmine del successo e guidata da un intuito non comune acquista una porzione di terreno impervio e roccioso a picco sul mare della Riviera per costruire la sua esclusiva residenza estiva, nelle pagine successive vengono raccontati le vite, gli amori e l’impegno politico dei tanti aristocratici inglesi parte dell’entourage di cui la socialite Maxine – sfidando tutte le regole non scritte della nobiltà britannica – era riuscita nell’impresa di circondarsi e che presero parte alla prima guerra mondiale.

La parte centrale della narrazione è quella più corposa forse anche per via della mole, sia quantitativa sia qualitativa, di materiale a cui Lovell è riuscita ad accedere: in questo microcosmo relativamente piccolo ma estremamente autoreferenziale e prolifico di rapporti reciproci assicurati dalla parola scritta, la pratica della biografia, del diario e del memoir crea una fitta e dettagliatissima rete di rimandi. Elencare qui i personaggi raccontati o semplicemente citati dalla Lovell è di fatto impossibile (basti pensare che l’indice dei nomi a fine volume si compone di 10 pagine). Si va dalle amiche più intime Elsie de Wolfe ed Elsa Maxwell, alle socialite e “cortigiane” più discusse (una su tutte Doris Browne Castlerosse, nata Delevigne – prozia di Poppy e Cara), fino agli esponenti della più elitaria politica britannica, come Winston Churchill che fra le stanze soleggiate e ariose dello Château condivise con l’amica Maxine tanta parte della propria dimensione sociale, in specie durante i rovesci professionali, in un arco di tempo lungo decenni.

Alcuni capitoli sono quasi interamente monografici, come quello dedicato appunto a Churchill o alla coppia Wallis-Duca di Windsor (per anni stabili residenti in Riviera), al principe Aly Khan (che acquistò lo Château alla morte della Elliott), a Rita Hayworth. Il testo è una miniera inesauribile di aneddoti e curiosità ma anche uno strumento utile se si desidera approfondire in maniera agile le dinamiche personali, familiari, sociali ed economiche che hanno influenzato, per non dire governato, tanta parte della Storia inglese e americana – ma anche europea – del primo novecento sino alla fine della seconda guerra mondiale.

Quello frequentato da Maxine Elliott era un corpo sociale elitario molto coeso, profondamente snob e classista, al cui interno si consumavano ferocissimi micro-conflitti ad alta e bassa intensità (una scenata tra amanti poteva durare dieci minuti, un bisticcio tra famiglie decadi intere), fra tradimenti reciproci, maldicenze e pettegolezzi, figli illegittimi dati in adozione, cresciuti dalle governanti in luoghi appartati, spediti in collegi svizzeri prestigiosissimi, nel nome della sempiterna lotta tra chi la ricchezza la possedeva grazie al titolo e chi tramite la tanto vituperata attività imprenditoriale.

“(…) Winnaretta Singer, figlia del magnate americano delle macchine da cucire. Lesbica dichiarata e generosa mecenate degli artisti, la “principessa Winnie” (…) nel 1893 sposò per il titolo il principe Edmond de Polignac, anch’egli omosessuale, in un matrimonio di facciata. (…) Conscia di essere considerata un’arrichita dal gratin di Parigi, Winnie aveva però la sicurezza in sé delle persone ricchissime. Quando una duchessa cercò di umiliarla, dicendole con arroganza: “Il mio nome è migliore del vostro”, Winnie ribatté: “Non in calce a un assegno.” (pag74, in nota)

Un corpus sociale falcidiato dalla spiccata bellicosità intestina che tuttavia, come accade a tutte le élite, non esitava a riunirsi sotto la stessa egida nel momento in cui situazioni esterne venivano a minacciare lo status del gruppo inteso, per una volta, come collettività.

Le pagine di “Côte d’Azur” sono molto dense e malgrado l’opera sia presentata come una narrative non fiction adatta alla fruizione di un pubblico ampio, la quantità di informazioni e riferimenti è tale da rendere necessaria una lettura attenta e ponderata anche perché tra titoli nobiliari, nomi d’arte e nomignoli, secondi e terzi cognomi acquisiti o persi in conseguenza di matrimoni, divorzi e nuove unioni, seguire le vicende dei protagonisti diventa effettivamente impegnativo (a ciò bisogna aggiungere anche la lettura delle note sia a piè di pagina, contrassegnate da asterischi, sia per tramite dei rimandi bibliografici numerati in fondo al volume). Sebbene Mary S. Lovell tratti la materia con evidente competenza frutto della sua esperienza pluriennale nell’arte della biografia, l’impronta che tende a dare al volume è, in certi casi, personale – e quindi discutibile. Come per esempio nei punti (confronta Twitter per approfondire) in cui pare negare a bella posta, consapevolmente, le simpatie naziste – che sono ormai da anni un fatto di pubblico dominio e documentato – dei duchi di Windsor, dipingendo Edoardo VIII come un nobiluomo un po’ tontolone, ignaro delle conseguenze a cui avrebbero potuto condurre le visite in Germania, le cene all’ambasciata tedesca a Parigi, il saluto nazista riservato a Wallis e le selezione che la moglie operava nei confronti della servitù di casa (tutti alti, biondi e vestiti di nero*). Medesimo inciampo nella gestione della figura di Churchill: nei capitoli che lo riguardano la Lovell si impegna a presentare un punto di vista non lontano da un certo favoritismo, con una narrazione di alcuni controversi avvenimenti privati** e familiari che, seppure scevra di giudizi morali, è evidentemente inficiata da un sentimento di ammirazione che non consente una completa imparzialità.

In generale, se certe riprovevoli azioni dei protagonisti maschili vengono spesso presentate come coerenti nell’intento o in un certo senso giustificate in nome dei costumi dell’epoca, non così si può dire per le figure femminili, di cui talvolta si tende a sottolineare la spregiudicatezza intesa come scelta consapevole e non come ovvia conseguenza di una sottomissione sistemica e di una dipendenza economica impossibile da eradicare. Non mancano certo le prese di coscienza o gli atti di ribellione da parte di donne coraggiose ma restano casi isolati che per altro vengono presentati come esempi di emancipazione ma che in realtà, a ben guardare, sono frutto del privilegio economico e sociale.

Probabilmente per molti lettori le parti più interessanti restano quelle in cui Lovell racconta la Riviera del dopoguerra e in specie gli avvenimenti tra gli anni ’50 e ’60. Le ville principesche, svuotate dei loro storici ospiti e padroni (per lo più inglesi, che per convinzione politica o più spesso a causa delle avanzare dell’età non avevano fatto ritorno alle proprie residenze estive, per la maggior parte saccheggiate e trasformate in presidio miliare durante il conflitto***) furono affittate o addirittura vendute. Ad acquistarle, quella generazione di nuovi ricchi che comprendeva, tra gli altri, figure del calibro di Onassis, star del cinema Hollywoodiano, loschi faccendieri dell’Est. La diffusione dei rotocalchi e del gossip ha fatto in modo che fosse questa l’età della Riviera a farsi più evidente ai nostri occhi. Rispetto alle vicende di un mondo prettamente aristocratico all’interno del quale nel bene e nel male ogni scandalo veniva ben taciuto e si poteva ancora discutere e fare politica attiva, questa nuova generazione deve la propria fama a uno stile di vita chiassoso, all’interno del quale la ricchezza non era più considerata come uno strumento attraverso cui, in qualche modo – anche maldestro – migliorare se stessi e rendersi utili al proprio Paese ma come strumento tramite il quale assecondare ogni personale capriccio.

(*Fun fact: quando la Hayworth, dopo una visita a casa Wallis, volle (mostrando una certa goffaggine) imporre le medesime divise al personale dello Château, una cameriera si rifiutò di indossarle, e venne licenziata. **Churchill non era famoso solo per la mente acutissima, l’abilità politica e il talento per la pittura ma anche per la frequentazione di ambienti inadatti al suo ruolo e al suo rango, le visite frequenti al Casinò dove sperperava il denaro di famiglia e… le scappatelle – con gran disperazione della moglie Clementine che, pur restandogli a fianco per tutta la vita – più con lo spirito che con la vicinanza fisica, perché per tanta parte dell’anno vivevano separati non volendo lei mischiarsi con l’entourage dello Château – non fa mistero della sofferenza e della preoccupazione nei riguardi dello stile di vita del marito. ***Restaurare dimore di quelle proporzioni non era questione da poco nemmeno per chi di denaro ne possedeva in abbondanza e comunque le condizioni della Francia postbellica non permettevano, a causa della scarseggiare dei beni di consumo, di condurre la medesima vita agiata precedente al ’39.)

“La tentazione”, di Luc Lang (trad. Tommaso Gurrieri)

“Con quella domanda che lo ossessiona: si può perdere la speranza? Nell’idea di potere mette un certo valore morale, a meno che non si tratti della legge, ho il diritto di perdere la speranza?”

Fino a che punto un padre più spendersi per i figli? Esiste un limite, un momento all’interno del quale – frazione di secondo, millimetrica – sia corretto, finanche necessario, prendere la decisione irrevocabile di farsi da parte? Un padre, una madre: smetteranno mai i panni di genitori? Esiste un punto, un momento di fine – pari all’inizio, il primo abbraccio con il neonato – che non venga a coincidere con l’attimo stesso della propria morte?

Siamo nell’Alta Savoia, sugli alpeggi di Lanslebourg Mont-Cenis. Terra di frontiera tra Francia, Svizzera e Italia, campagna fiabesca di natura incontaminata, acque di laghi e torrenti, aspra montagna. Qui il chirurgo cinquantenne François, di stanza a Lione, possiede una grande e lussuosa tenuta di caccia, eredità della famiglia paterna – gloriosa stirpe di rinomati medici condotti. Un buon ritiro che negli anni ha benevolmente adottato chiassose truppe di figli, nipoti e pronipoti e che ora, nel silenzio delle prime nevicate novembrine, accoglie il solitario Francois, pronto per le battute di caccia – attività cui si dedica con eccellenza da più di trent’anni.

“Le riserve di cibo si accumulano in modo ridicolo in un posto in cui non ci sono più figli, cacciatori o cani, dove non c’è più né una moglie né altri parenti. L’edificio è sontuoso ma il regno è in rovina, soltanto gli esseri che lo abitano ne consacrano la magnificenza.”

Lang ci trasporta nel microcosmo dorato dell’alta borghesia lionese, un’enclave particolarissima all’interno della quale sobrietà di costumi e silenziosa compostezza rendono ancora più evidente lo scarto tra chi il denaro lo possiede da sempre e chi invece s’adopera per una babelica ostentazione di uno sfarzo d’arricchito. A questa seconda categoria appartiene, con profondo sconcerto paterno, il primogenito Mathieu che dopo aver abbandonato la facoltà di medicina ha trovato successo come operatore finanziario presso una società di investimento londinese dalla clientela internazionale, selezionatissima, e cifre a otto zeri. Mathilde invece, la secondogenita, è specializzanda in ginecologia ma la condizione economica privilegiata la rende insicura e svogliata mentre una certa fragilità emotiva la riduce facile preda di relazioni sentimentali nocive. Anche Maria, moglie sensualissima e svagata, lunatica e imprevedibile, da tempo non frequenta più gli ampi saloni della tenuta: apolide e disconnessa, attraversa lo spazio-tempo con la borsa da viaggio: in Italia dalla sorella, a Londra e New York per far visita al figlio oppure ospite di conventi e monasteri per settimane di spiritualità e meditazione. Ovviamente niente è come sembra: gli entusiasmi mistici di Maria nascondono non il tedio di una ricca dama annoiata ma gravissime turbe psichiche; Mathieu, vittima dell’affetto ossessivo e morboso della madre, vive nel lusso precario e criminale degli investimenti ad altissimo rischio e Mathilde, quando si degna di comparire tra le mura domestiche, ha il viso scavato della ragazza interrotta.

“Non poter distogliere sua figlia dal loro mondo è più di una disfatta, è un fallimento. Il suo mondo non è più abbastanza vasto da contenerla, da consentirle di starci bene. Del resto non è un problema di geografia, né di estensione né di superficie. Per Mathieu vale lo stesso. Non capisce ciò che li smuove, ciò che li anima, ciò che capta la loro attenzione e la loro energia, non ha la sensazione che suo figlio e sua figlia abbiano accesso a una felicità meglio configurata, più intensa.”

Il punto di svolta – o meglio, la tragedia – si capisce, è dietro l’angolo. Solo questo, qui, si può dire: saranno i figli ad aprire la porta al buio, con quel misto di ingenuità, entusiasmo, buonafede, sindrome di onnipotenza, svalutazione del pericolo propri di certa giovane età adulta. E toccherà a François, dottore all’antica che del ruolo di genitore e di chirurgo ha fatto religione, giuramento di Ippocrate compreso, farsi carico di questa tenebra spaventosa.

“(…) è come una separazione di mondi, quello del padre pesantemente appoggiato su un passato che lo guida, quello del figlio ampiamente aperto su un futuro che lo rende privo di limiti e probabilmente lo esalta. François dubita che possano ancora coesistere nella stessa storia.”

È complicato raccontare pagine che per come sono scritte rasentano la perfezione. Non per nulla è proprio con “La tentazione”, romanzo vincitore del prestigioso Prix Médicis 2019, che Luc Lang, professore d’estetica all’École nationale supérieure d’arts de Paris-Cergy e autore di altri undici romanzi, entra di diritto nella lista degli scrittori contemporanei francesi più influenti. Perfezione della struttura prima di tutto, costruita da episodi incatenati l’uno all’altro (l’arco temporale della narrazione è brevissimo, la vicenda occupa unicamente un paio di giornate a cavallo delle festività di inizio Novembre) di cui il successivo approfondisce il precedente. Nei dialoghi sospesi, concreti, spolpati da qualsiasi orpello. Nelle parti descrittive, all’interno delle quali – un new nature writing elegantissimo – lo splendore della montagna, delle sue asprezze autunnali, degli animali magnifici che la abitano è disegnato per mezzo di un linguaggio tecnico la cui accuratezza che non inficia, anzi accresce, lo stupore per terre ancora incontaminate. Nella capacità di penetrazione psicologica che l’autore mostra verso i suoi personaggi, in particolare verso François per il quale Lang sembra nutrire un affetto pieno di compassione.

“L’entrata nel mondo adulto, François lo ha notato, è così netta che segna ogni volta, senza le difficoltà di un’esitazione, la diaspora dei figli. Eppure hanno condiviso giochi e sogni, i legami sembravano saldati per sempre, ma niente resiste all’euforia del sacramento, diventare adulti, diventare, ci si immagina, liberi e potenti, perlomeno il tempo di scontrarsi con i limiti del possibile, facendo allora recuperare l’infanzia in ognuno come un desiderio perduto dei confini in cui si vivevano come reali le avventure più folli.”

Il ribaltamento che Lang opera nei confronti del romanzo familiare è notevole, tanto più perché questo processo di analisi si dimostra profondamente distante dalla concezione che ancora appartiene a una parte consistente della nostra narrativa contemporanea. “La tentazione” infatti non tratta di una redenzione a opera delle nuove generazioni alla maniera, mutuata in parte dal romanzo americano, della drammatica ma gloriosa e consapevole risalita successiva al tragico crollo; al contrario racconta di una discesa agli inferi che aspramente condanna senza appello quelle mollezze generazionali che noi genitori occidentali fingiamo spesso di ignorare. “La tentazione” è cuore di tenebra che ci conduce dritti al crepuscolo del padre nella tragicità del proprio fallimento. La fortuna di queste pagine sta, di fatto, nella terrificante banalità delle domande proposte: cosa potremmo essere ancora in grado di insegnare ai nostri figli, nel momento in cui il patto educativo all’interno della famiglia si spezza, nonostante il patto educativo si sia spezzato? Cosa non ha funzionato nel nostro sistema di trasmissione del sapere? L’insuccesso dei figli è – comunque e sempre – attribuibile e conseguente alla nostra insufficienza?

“Ripercorre la sua vita passata dalla nascita dei figli, cerca di individuare qua e là delle mancanze, degli errori che ha fatto, una scena forte, traumatica, che potrebbe aver dato origine a una traiettoria, l’inizio di una storia che potrebbe ricondurre al presente di Mathilde e Mathieu.”

“La tentazione” – il significato del titolo non si può spiegare, verrà da sé leggendo pagina dopo pagina, e molto in là con la lettura, non per tramite di una una rivelazione né di una spiegazione ma attraverso un processo di presa di coscienza in cui il lettore verrà attivamente coinvolto – è un’opera di gran pregio perché tramite una scrittura affilatissima, fanaticamente spoglia, tipica d’oltralpe (niente di troppo, niente di troppo poco, tutto in equilibrio, un’armonia senza sforzo – solo all’apparenza) è in grado di riferirsi a un ricco substrato contenutistico che caratterizza, di base, il genere noir. Genere che spesso, ormai, si ritrova bistrattato dalla spettacolarizzazione della trama, dalla resa cinematografica del dialogo, dall’ambientazione esotica, da una scansione temporale infelice – e no, di tutte queste violenze, qui, non troverete traccia.

“C’è ovviamente un corpo, un volto, una persona che sta in piedi, ma il padre ha perso il sentiero che conduceva al figlio, di cui nutriva la storia, partecipando con fervore al tempo aperto di un Mathieu incompiuto. Oggi c’è un confronto brutale con un individuo senza un legame speciale.”

“Tre millimetri al giorno”, di Richard Matheson (trad. Eladia Rossetto)

“Il ragno si avventò contro di lui sulla sabbia in ombra, agitando freneticamente le zampe filiformi. Aveva un corpo nero, lucido, a forma d’uovo, che tremolava per la furia dell’assalto e si lasciava dietro sulle dune immobili una scia di graffi che smuovevano rivoletti di sabbia,”

A leggere Matheson la sera, poi di notte si dorme poco. Non che non si sapesse, certo, eppure va sempre ribadito sia mai che qualche incauto tenti la strada della leggerezza alla ma che sarà mai.

Con questa lugubre fiaba della buonanotte Matheson punta a raccontare ben altro oltre alla conturbante storia di un poveretto che, contaminato da una sostanza radioattiva, a un certo punto comincia, inesorabilmente, a rimpicciolirsi. A parte la genialità dell’idea, i temi che l’acutissimo Matheson mette sul piatto con “The Shrinking man” sono parecchi e riguardano due questioni fondamentali: il rapporto dell’uomo con se stesso e nei confronti della collettività.

“Scott pensò all’assicurazione sulla vita, che aveva avuto intenzione di fare. Rientrava nei suoi progetti, quando si erano trasferiti all’Est. Prima il lavoro alle dipendenze del fratello, poi la richiesta di un prestito governativo con la speranza di diventare socio nell’impresa di Marty. Avrebbe avuto l’assicurazione sulla vita, l’assistenza medica, un conto in banca, una macchina decente, bei vestiti, finalmente una casa. Un recinto di sicurezza e di solidità attorno a sé e ai suoi. E ora gli capitava questo guaio, che buttava all’aria tutti i piani, e minacciava di annientarli.”

Scott Carey rappresenta da una parte il tipico self made man americano del boom post-bellico, il wasp duro e puro, il maschio-etero-cis per il quale nulla conta a parte le… dimensioni (della casa, della macchina, del portafogli, del conto in banca e sì, anche di quello). Per far fortuna e ottenere l’agognato upgrade sociale Carey raccoglie baracca e burattini, moglie e figlioletta e si trasferisce “all’Est”, per impiegarsi nella ditta del fratello il quale, apparentemente già arrivato, promette guadagni consistenti e una vita che dovrebbe infine corrispondere all’immaginario collettivo del momento. Peccato che, giusto qualche settimana più tardi, durante una gita in barca Carey venga investito da un’onda anomala pregna di sostanze tossiche che in qualche modo alterano il suo codice genetico.

Scott Carey però è anche un survivor. Reduce dalla guerra – contesto che esplicitamente viene solo accennato ma che è ben presente in tutto il sottotesto – è un individuo che di fatto riesce a re-inserirsi nella società civile soltanto a prezzo del tormento: l’adeguamento a un canone imposto (che alla fine per Matheson è auto-imposto, e il punto sta tutto qui) gli procura un disagio profondo precedente alla “trasformazione”, che viene poi da essa esacerbato, nella continua tensione tra il desiderio spasmodico di tornare al presente e la feroce consapevolezza che quel presente altro non rappresenta se non un passato che il protagonista, per quanti sforzi faccia, non sarà in grado di recuperare. Schiacciato tra il senso di colpa del sopravvissuto, l’incapacità di affrontarlo, il bagaglio culturale di valori e stili di vita che si fanno, più che àncore di salvezza, zaino di sassi a pesar sulla schiena (pietre da cui, ci sussurra Matheson, non sarebbe nemmeno così impossibile liberarsi) il protagonista affronta la realtà del vivere quotidiano armato di strumenti spuntati, inutili allo scopo.

Di tutto questo sono un esempio le difficoltà nei rapporti interpersonali (per esempio con i medici, branco di imbecilli che secondo Carey non si sforzano a sufficienza per comprendere la natura del male che lo affligge, o col fratello – che, diciamolo, si rivela non certo un campione di intelligenza né di altruismo – verso cui occorre mostrarsi in ogni modo deferenti) oppure nella relazione con la moglie “Lou” all’interno di una dinamica matrimoniale in cui i ruoli, spartiti a dovere sino al momento della “contaminazione”, successivamente al fattaccio si trovano a ribaltarsi tragi(comi)camente con un uomo maturo che via via acquista la statura e la voce prima di un trentenne, poi di un boy scout in età di brufoli e infine di un pupazzetto relegato in una casa di bambole acquistata al Toy’s Center e con una donna che deve di necessità dismettere il ruolo di massaia-consorte e vestire i panni di colei che avrà il compito di tirare avanti la casa, la figlia e il conto in banca (spoiler: non ci riuscirà). Matheson dedica spazio, non tanto per la quantità di pagine ma per l’intensità di alcune scene, al rapporto di Carey con la figlioletta, descrivendo in maniera davvero illuminata il meccanismo affettivo-educativo tipico del tempo, basato non su amorevolezza sincera, empatia e contatto fisico ma su un rapporto che si nutre di autoritarismo, rigore, estraneità e che una volta cominciata la “trasformazione” comincia a scricchiolare nella rivelazione del re nudo che perde l’autorevolezza nei riguardi della figlia per il semplice fatto che essa si basava soltanto sulle “dimensioni” intimidatorie della figura paterna.

“Scott si trasferì nella casa giocattolo, ma i mobili non erano progettati per essere comodi, perché alle bambole la comodità non serve.”

A causa del processo di rimpicciolimento Scott Carey si trova ad affrontare due aspetti del quotidiano che nell’epica americana dell’uomo padrone del proprio destino costituivano un tabù: il dover dipendere dagli altri in quanto portatori di handicap e il modo in cui gli adulti interpreta(vano) il microcosmo familiare e il rapporto con i bambini.

” – È per il tuo bene.

Ormai usava quella frase in ogni occasione. La pronunciava con un tono disperatamente paziente, come se non trovasse niente di meglio da dire.”

A parte Lou, che si trasforma da moglie amorevole, devota e francamente asessuata a madre premurosa – e infastidita – a mano a mano che il marito rimpicciolisce, è in alcuni episodi magistrali che Matheson rende esplicita questa interpretazione del reale: quello in cui un Carey, alto poco più di un liceale e rimasto in panne con l’automobile, chiede aiuto a un passante da cui riceve delle molestie e quello in cui, ancora più piccolo di statura, viene bullizzato da un gruppo di teenagers.

Si è parlato di “The shrinking man” come di un libro che, in forma di metafora, critica aspramente il ruolo del maschio americano nel secondo dopoguerra; non mi pare tuttavia che le figure femminili ne escano viceversa al meglio: incapaci di adattarsi ai tempi che cambiano, ancorate alla ricerca di un benessere materiale che, come si vede, alla fin fine non garantisce una serenità duratura e a dei cliché prebellici che vengono utilizzati come parametro di riferimento per la costruzione di un presente che, di fatto, è irrecuperabile. In questo senso “Tre millimetri al giorno” è piuttosto una profetica critica feroce a tutto il sistema-famiglia e a quella struttura economico-sociale che, come abbiamo avuto modo di accorgerci negli ultimi, recenti momenti della storia americana, ha prodotto il collasso della stessa.

In questo senso “Tre millimetri al giorno” porta con sé i segni del tempo, in maniera specifica nella simbologia del maschio che sublima la propria esistenza attraverso la lotta: qui rappresentata dal ragno velenoso che Carey si trova a dover affrontare, chiuso nel seminterrato di casa dal quale ormai, date le dimensioni microscopiche, è impossibile fuggire. Come il più tipico supereroe americano, Scott Carey combatte contro l’alieno: peccato che l’alieno non sia altro che un insignificante e innocuo insetto e che il motivo del combattere sia conseguenza di un errore umano per quanto, probabilmente, frutto in certa misura anche del caso.

Note: non possedevo “The Shrinking man” sicché l’ho acquistato nella nuova edizione Oscar Fantastica di Mondadori con la traduzione di Eladia Rossetto. Si rivela un bell’oggetto nelle dimensioni e nella carta della sovraccoperta. L’illustrazione di copertina è di Andrea Cavallini (aka Dr. Bestia) e possiede un gusto retrò evocativo e affascinante. A livello di editing, qualche controllo in più sui refusi non avrebbe guastato.

“Ritorno dall’universo”, di Stanisław Lem (trad. Pier Francesco Poli)

“(…) gli argomenti della ragione sono impotenti di fronte alle abitudini dominanti.”

“Orfeo andò a cercare Euridice nell’Ade. Otello per amore uccise. La tragicità di Romeo e Giulietta… oggi non esistono più tragedie. Non ne esiste neanche la possibilità. Abbiamo eliminato l’inferno delle passioni, ma nello stesso momento ci siamo accorti che anche il cielo aveva cessato di esistere. Ora tutto è tiepido, Bregg.”

Di Lem (Leopoli 1921 – Cracovia 2006) si celebra quest’anno il centenario della nascita e Sellerio, che già ha a catalogo “Solaris” e “L’invincibile”, per l’occasione propone il romanzo “Ritorno dall’universo”.

Questo classico della fantascienza, scritto nel 1960 e ora presentato in nuova traduzione dal polacco, racconta il ritorno a casa dell’astronauta Hal Bregg, appena rientrato da una missione interstellare: dieci anni a bordo che ne significano centoventisette di tempo terrestre.

Come si può immaginare, il rimpatrio non sarà così facile perché Bregg si scopre alieno a casa propria, sia per causa dell’incredibile sviluppo tecnologico sopraggiunto durante l’assenza (che comprende anche una profonda mutazione del linguaggio, diventato quasi incomprensibile a livello semantico) sia perché l’unico compito degli esseri umani è, a quanto sembra, vivere una vita più comoda, piena e divertente possibile mentre tocca ai robot lavorare, produrre, servire: attività rispetto alle quali gli esseri umani non hanno contezza, limitandosi a un blando ruolo di supervisione.

“Mi fermai, respirando a fatica, vicino alla piscina, stetti sul bordo di cemento e vidi il riflesso delle stelle. Non avevo bisogno di stelle. Ero stato un pazzo, un folle, quando avevo lottato per prender parte alla spedizione, quando mi ero lasciato ridurre a un sacco che schizzava sangue (…), a che mi era servito, perché, perché non sapevo he si deve essere uomini comuni, i più comuni possibile, perché altrimenti è impossibile vivere e neanche vale la pena.”

“Ritorno dall’universo” affonda le radici nell’epica del νόστος omerico; un non a caso su tutti, “Prometeo” e “Ulisse”, le due navicelle su cui Bregg era di equipaggio. Se il riferimento al viaggio di Odisseo viene abbastanza intuitivo, per il ritorno di Prometeo dobbiamo rifarci a una mitologia ancora più antica all’interno della quale il titano, benevolo verso gli uomini, consegna loro il fuoco, il simbolo del progresso “illuministico” che spinge l’umanità all’affrancamento dalla superstizione e che con Bregg assume le forme di una “verità rivelata” scomoda da affrontare; per questo, Prometeo subirà l’ira e la punizione di Zeus, che consiste non nella morte ma nel supplizio fisico eterno e cosciente.

” – Lo sai perché non hanno detto niente del nostro arrivo?

– Qualcosa nel reale mi sembra ci sia stato. Non l’ho visto. Ma me l’ha detto qualcuno.

– Sì, ma moriresti dal ridere se tu lo vedessi. Ieri, nelle prime ore del mattino, è rientrata sulla Terra un’équipe di studiosi dello spazio extraplanetario. I suoi membri stanno bene. Si è cominciato a elaborare i risultati scientifici della spedizione. Fine, punto e basta. “

Lem, di fatto, costruisce un romanzo per episodi all’interno del quale affronta il tema del ritorno a casa del reduce di guerra – condizione che egli stesso ha ben sperimentato, in pari con quella dell’esule. Il senso di spaesamento al momento dell’arrivo viene rappresentato da Lem con la stazione ferroviaria, Babele di luci, scale, ascensori, colori insostenibili per la loro cacofonia. Le difficoltà del re-inserimento sociale sono dipinte raccontando alcuni momenti di tentato divertimento (bar, festa, “reale”), all’interno delle quali le percezioni del protagonista spaziano dalla claustrofobia al crescente senso di colpa nei riguardi della propria identità di sopravvissuto. Suoni e rumori scatenano potentissimi flashback nel ricordo ossessivo dello spazio e delle vicende che hanno portato alla morte dei compagni, un continuo ripercorrere passo dopo passo gli avvenimenti nella speranza-paradosso di riuscire a definirsi colpevole della tragedia. E infine le difficoltà – sublimate nel processo di “betrizzazione” (di cui qui non si può anticipar nulla) – nelle relazioni sentimentali, con la conseguente esplosione di momenti di violenza verso gli altri e verso se stesso a cui fa seguito la ricerca di situazioni di pericolo estremo che in qualche modo tocchino nuovamente le corde intime, sovraccaricate dagli anni in missione.

“E solo per constatare che quella lava si consolida in quelle grandi, maledette vesciche, abbiamo vomitato per dieci anni e siamo tornati qui, per diventare oggetto di ludibrio, mostri da museo delle cere; mi vuoi dire per che diavolo di motivo siamo finiti lassù? A che ci è servito?…”

Il fatto che lo scrittore ambienti nel futuro il νόστος del ritorno dimostra come la letteratura sia composta da due tipi di autori: chi la sa fare e chi no e chi anche parlando di se stesso riesce a parlare agli altri – e chi no. Lem non ha la pretesa di un intento didascalico né documentaristico e questa scelta, di per sé, è un merito: perché da una parte conferma le infinite possibilità narrative della fantascienza che, se scritta con contezza, diventa strumento attraverso cui raccontare non tanto il futuribile quanto il presente e le sue trasformazioni, e dall’altra chiarisce che di alcuni temi occorre parlare sempre, in qualsiasi modo possibile, data la vastità della loro portata.

Lo spazio profondo del cosmo assunto a teatro di guerra non è solo una metafora ma proprio una traslitterazione, una scelta consapevole data dalla profonda conoscenza di Lem della materia fantascientifica. Attraverso questo sistema-racconto, che per l’autore non è espediente ma strumento unico e indispensabile, Lem ha modo – come forse nessun altro è più riuscito a fare – di portare all’attenzione di un pubblico trasversale due questioni: l’assoluta estraneità della società civile nei riguardi della guerra trascorsa e l’assoluto disinteresse della pubblica amministrazione nei riguardi dei reduci.

“La nostra casetta era una delle ultime. Un piccolo giardino, con cespugli resi grigiastri dalle stratificazioni saline, portava evidenti le tracce di un recente fortunale. Le onde avevano evidentemente raggiunto il basso recinto: qua e là erano sparse delle conchiglie. “

Se volessimo tentare un riferimento cross-mediale, potremmo pensare – oltre che all’iconico episodio di Apollo13 in cui gli astronauti Lowell, Mattingly e Haise, in collegamento con la Terra, restano all’oscuro del fatto che nessuna rete televisiva si è offerta di trasmettere la diretta – alla serie noir “Quarry” (2016), trasposizione delle opere delle scrittore Max Allan Collins (Iowa, 1948) basate sul νόστος del veterano Mac Conway, reduce dal Vietnam. Serie che a “Ritorno dall’universo” riporta anche per le atmosfere; prova in più della genialità di Lem che, a dispetto della propria vita appartata e del momento storico in cui scrive, certo non favorevole a scambi e condivisione di informazioni, riesce a calare il ritorno di Hal Bregg all’interno di una dimensione dai precisissimi tratti Bay Area: crepuscolare e notturna, fatta di luci al neon e iper-divertimento che via via lasciano il posto a un paesaggio californiano di ville scalcinate e piscine di acqua verde, silenzi di insetti e voce dell’Oceano, in una discesa agli inferi conradiana che non può non rimandarci alla giungla di Kurtz.

“La vita anteriore”, di Mirko Sabatino

“(…) esistono energie e tensioni che aiutano gli eventi a combinarsi tra loro alla perfezione, sì, e si dà il caso che queste forze non abbiano nome; e non c’è bisogno di scomodare parole grosse come ‘destino’ per spiegarle. Hanno l’aspetto delle coincidenze: ma non sono coincidenze, e non sono destino. Io le chiamo armonie: traiettorie poetiche che danno ordine e forma, per un tratto, al caos della vita.”

Nella loro disperata bellezza di ragazzi, Ettore, Bruno e Irene hanno il merito d’avermi riappacificata col romanzo familiare. O almeno con quella parte del romanzo familiare che si adopera per scrivere di famiglia tralasciando i cliché dei grumi di angosce, delle incomprensioni politico-generazionali, degli scandali a lungo taciuti; quella parte, insomma, che continua a occupare una posizione di nicchia rispetto ai grandi drammoni di casa nostra (che tendo ad affrontare con fatica sempre più improba).

In realtà, nessuno dei tre protagonisti una famiglia ce l’ha per davvero, in senso stretto; sicché, verrebbe da dire, “La vita anteriore” è un romanzo familiare fondato sull’assenza (che spesso è più voluminosa della presenza) e pure, al contrario, sulla fantasmagoria dei legami familiari allargati.

Ettore Maggio vive con la madre Marina, una pletora di zie non maritate, la nonna Anita e il nonno Ottavio dal momento che il padre – riguardo al quale nessuno degli adulti prova un granché di rancore o sentimento vendicativo – ha fatto perdere le proprie tracce a pochi minuti dal parto. Bruno Basanisi da quando era piccolo sta con gli zii perché i genitori sono morti in un gravissimo incidente stradale. Pure Irene Favelli, malgrado sia l’unica dei tre che anagraficamente possiede una madre un padre e perfino un fratello, ha le sue gatte da pelare: il padre manca presto, la madre si rifugia nei sonniferi e nell’alcool e a Irene tocca prendersi cura del fratello “ritardato”. “La vita anteriore”, quindi, non è soltanto un romanzo che racconta le vicende di queste tre famiglie radicate al Sud, tra il boom degli anni ’50 e i giorni nostri ma è il racconto di un’amicizia, di quelle che nascono e crescono seguendo strade misteriose e armonie imperscrutabili agli occhi dell’osservatore (perché proprio l’instabile e ombroso Bruno, baciato dal talento per il pianoforte, viene ad accompagnarsi a Ettore, figlio e nipote prediletto, l’indifferente, l’insofferente, lo scrittore bello e dannato? Perché gli occhi azzurrissimi di Irene nel mezzo e quel suo rimaner costretta nello spazio angusto del diventare adulta prima del tempo?).

“La vita anteriore” scappa via da ogni rischio di sbavatura grazie a un sostanziale equilibrio tra le parti che tiene a freno la materia dove necessario: i temi della famiglia non soverchiano quelli amorosi che tuttavia, a loro volta, non sono mai spinti a prendere il sopravvento su una narrazione che si vorrebbe definire, in certi punti, addirittura “corale”. A far da adesivo è quell’elemento fiabesco, intuito e mai spiegato, quel senso di accettazione dell’ignoto, mai messo in discussione, quelle minime distorsioni temporali che fondano il nucleo intimo del realismo magico.

“Esiste anche ciò che non si vede e non si sente, -”

Quella parte di realismo magico che qui si infila, fra i tratti postmoderni di una narrazione che senza tanto clamore riesce a mettere in evidenza le criticità di un particolare, altro approccio al sistema-romanzo, non è mai espediente per scavalcare nessi logici altrimenti ingiustificabili ma al contrario strumento attraverso cui rendere manifeste tante connessioni altrimenti perdute, perché invisibili agli occhi. La stramba, intermittente preveggenza di nonno Maggio, il talento musicale di Guido, esploso dopo la morte dei genitori, la bellezza azzurra di Irene, incantamento di serpente, le scelte di vita che paiono consapevoli ma che alla fine si risolvono su sentieri già definiti in partenza – tutta questa interpretazione del sussistente affonda le radici nella consapevolezza che alcuni doni e alcune sventure (sì, perfino la morte e di morte dentro a queste pagine ce n’è, come giusto che sia) accadono per via di certe coincidenze e che contro queste coincidenze non si può nulla, a parte l’accettarle.

“‘Quando si va via, facci caso, si va sempre al Nord,’ spiegò sua madre. ‘Uno, quando le cose vanno male, prende e se ne va al Nord. E quando invece le cose vanno male e sei già al Nord, che fai? Sali ancora più a nord. Come se scendendo più giù non ci fosse più terra, come se scendendo più giù, non ci fosse niente’. Lo guardò. ‘Ma chi l’ha detto che dev’essere così? Non lo sarà per me. Io non salgo. Io scendo‘.”

Questa maniera di affrontare il reale arriva direttamente dalla nostra antichità, dal mito e dal divino come parte del contesto naturale. E quale luogo mai può essere più indicato per rappresentarla, del nostro Sud più profondo? Con “L’estate muore giovane” Mirko Sabatino ci aveva già abituati alle atmosfere fiabesche che qui si fanno, mi pare, più fini e curate: ombre profonde e freschissime negli androni di vecchi palazzi cittadini, tocco di un vento arrivato da chissà dove a scostare una tenda pesante e preziosa, porte socchiuse a mostrare stanze il cui accesso resta proibito. Su tutto regna indiscussa la campagna pugliese, del caldo che prende alla gola, della buganvillea e del fico d’india aggrappati a muri bianchissimi e roventi, della polvere che si deposita sui mobili e sugli oggetti. Oggetti che nella loro inutile necessità vengono a sostenere, come in una narrazione di fiaba, il ruolo di talismani: la cravatta del nonno appesa al pomo del letto, uno spartito di Chopin dimenticato tra le carte di una casa in affitto, una fototessera sbiadita; oggetti la cui funzione viene tenuta segreta, come nelle migliori avventure, sino a che dello strumento se ne rivela la necessità; oggetto che poi si perde, distrutto o sparito.

“- e centosei anni di vita non sono ancora sufficienti per capire che l’uomo non è la misura di ciò che gli accade intorno.”

Ettore, Bruno e Irene sono ragazzi della nostra generazione – quella mia e dell’autore. Quella che secondo la narrazione mainstream dovrebbe sentirsi tradita nelle aspettative, schiacciata dalla crisi economica, dal disastro delle torri gemelle, dalla penuria di prospettive. Sabatino trova il coraggio di ribaltare la prospettiva affidando all’istinto dell’esploratore, di cui forse noi della generazione X siamo gli ultimi custodi, il compito di riabilitarci.

L’abitudine all’accettazione, quel modo che possediamo sin dall’infanzia di abbracciare ciò che non è stato costruito né da noi né per noi ma con canoni e per i comodi di qualcun altro, ci vien utile ora nel mostrare che alla fine nessun luogo è indegno, che ogni mestiere, perfino il più umile, è necessario e sufficiente alla nostra permanenza in vita e che, di fatto, questa nostra sopravvivenza dipende sempre e comunque da altro; da una famiglia che non si fa mai monade, per esempio, o dalla capacità che abbiamo di adoperare i nostri “tempi interstiziali” (noi, ultima generazione cresciuta senza strumenti elettronici e in molti casi senza neppure il telefono o la televisione), oppure ancora dalla nostra consapevolezza, venuta dall’esperienza di bambini, che per tante questioni occorre tempo, nel nome di un principio di lentezza che siamo l’ultima generazione ad aver toccato con mano, liberi dalla necessità di una retronostalgia posticcia. Questo – quello di Ettore, Bruno e Irene – è il nostro privilegio. Godiamocelo.

Amo moltissimo il Sud dipinto da Mirko Sabatino perché è quello della mia infanzia, di luoghi interrotti nei quali camminavo da bambina, in cui mai mi sono sentita sola o in pericolo. Luoghi pieni di cose e di vento: cocci di un passato glorioso, sabbia portata dal mare lontano, odori di rosmarino e di materia cotta dal caldo feroce; testimonianza di un passaggio umano che soltanto raramente si faceva presenza ai miei occhi eppure impossibile, pur nell’ombra dell’assenza, da ignorare.