“La tentazione”, di Luc Lang (trad. Tommaso Gurrieri)

“Con quella domanda che lo ossessiona: si può perdere la speranza? Nell’idea di potere mette un certo valore morale, a meno che non si tratti della legge, ho il diritto di perdere la speranza?”

Fino a che punto un padre più spendersi per i figli? Esiste un limite, un momento all’interno del quale – frazione di secondo, millimetrica – sia corretto, finanche necessario, prendere la decisione irrevocabile di farsi da parte? Un padre, una madre: smetteranno mai i panni di genitori? Esiste un punto, un momento di fine – pari all’inizio, il primo abbraccio con il neonato – che non venga a coincidere con l’attimo stesso della propria morte?

Siamo nell’Alta Savoia, sugli alpeggi di Lanslebourg Mont-Cenis. Terra di frontiera tra Francia, Svizzera e Italia, campagna fiabesca di natura incontaminata, acque di laghi e torrenti, aspra montagna. Qui il chirurgo cinquantenne François, di stanza a Lione, possiede una grande e lussuosa tenuta di caccia, eredità della famiglia paterna – gloriosa stirpe di rinomati medici condotti. Un buon ritiro che negli anni ha benevolmente adottato chiassose truppe di figli, nipoti e pronipoti e che ora, nel silenzio delle prime nevicate novembrine, accoglie il solitario Francois, pronto per le battute di caccia – attività cui si dedica con eccellenza da più di trent’anni.

“Le riserve di cibo si accumulano in modo ridicolo in un posto in cui non ci sono più figli, cacciatori o cani, dove non c’è più né una moglie né altri parenti. L’edificio è sontuoso ma il regno è in rovina, soltanto gli esseri che lo abitano ne consacrano la magnificenza.”

Lang ci trasporta nel microcosmo dorato dell’alta borghesia lionese, un’enclave particolarissima all’interno della quale sobrietà di costumi e silenziosa compostezza rendono ancora più evidente lo scarto tra chi il denaro lo possiede da sempre e chi invece s’adopera per una babelica ostentazione di uno sfarzo d’arricchito. A questa seconda categoria appartiene, con profondo sconcerto paterno, il primogenito Mathieu che dopo aver abbandonato la facoltà di medicina ha trovato successo come operatore finanziario presso una società di investimento londinese dalla clientela internazionale, selezionatissima, e cifre a otto zeri. Mathilde invece, la secondogenita, è specializzanda in ginecologia ma la condizione economica privilegiata la rende insicura e svogliata mentre una certa fragilità emotiva la riduce facile preda di relazioni sentimentali nocive. Anche Maria, moglie sensualissima e svagata, lunatica e imprevedibile, da tempo non frequenta più gli ampi saloni della tenuta: apolide e disconnessa, attraversa lo spazio-tempo con la borsa da viaggio: in Italia dalla sorella, a Londra e New York per far visita al figlio oppure ospite di conventi e monasteri per settimane di spiritualità e meditazione. Ovviamente niente è come sembra: gli entusiasmi mistici di Maria nascondono non il tedio di una ricca dama annoiata ma gravissime turbe psichiche; Mathieu, vittima dell’affetto ossessivo e morboso della madre, vive nel lusso precario e criminale degli investimenti ad altissimo rischio e Mathilde, quando si degna di comparire tra le mura domestiche, ha il viso scavato della ragazza interrotta.

“Non poter distogliere sua figlia dal loro mondo è più di una disfatta, è un fallimento. Il suo mondo non è più abbastanza vasto da contenerla, da consentirle di starci bene. Del resto non è un problema di geografia, né di estensione né di superficie. Per Mathieu vale lo stesso. Non capisce ciò che li smuove, ciò che li anima, ciò che capta la loro attenzione e la loro energia, non ha la sensazione che suo figlio e sua figlia abbiano accesso a una felicità meglio configurata, più intensa.”

Il punto di svolta – o meglio, la tragedia – si capisce, è dietro l’angolo. Solo questo, qui, si può dire: saranno i figli ad aprire la porta al buio, con quel misto di ingenuità, entusiasmo, buonafede, sindrome di onnipotenza, svalutazione del pericolo propri di certa giovane età adulta. E toccherà a François, dottore all’antica che del ruolo di genitore e di chirurgo ha fatto religione, giuramento di Ippocrate compreso, farsi carico di questa tenebra spaventosa.

“(…) è come una separazione di mondi, quello del padre pesantemente appoggiato su un passato che lo guida, quello del figlio ampiamente aperto su un futuro che lo rende privo di limiti e probabilmente lo esalta. François dubita che possano ancora coesistere nella stessa storia.”

È complicato raccontare pagine che per come sono scritte rasentano la perfezione. Non per nulla è proprio con “La tentazione”, romanzo vincitore del prestigioso Prix Médicis 2019, che Luc Lang, professore d’estetica all’École nationale supérieure d’arts de Paris-Cergy e autore di altri undici romanzi, entra di diritto nella lista degli scrittori contemporanei francesi più influenti. Perfezione della struttura prima di tutto, costruita da episodi incatenati l’uno all’altro (l’arco temporale della narrazione è brevissimo, la vicenda occupa unicamente un paio di giornate a cavallo delle festività di inizio Novembre) di cui il successivo approfondisce il precedente. Nei dialoghi sospesi, concreti, spolpati da qualsiasi orpello. Nelle parti descrittive, all’interno delle quali – un new nature writing elegantissimo – lo splendore della montagna, delle sue asprezze autunnali, degli animali magnifici che la abitano è disegnato per mezzo di un linguaggio tecnico la cui accuratezza che non inficia, anzi accresce, lo stupore per terre ancora incontaminate. Nella capacità di penetrazione psicologica che l’autore mostra verso i suoi personaggi, in particolare verso François per il quale Lang sembra nutrire un affetto pieno di compassione.

“L’entrata nel mondo adulto, François lo ha notato, è così netta che segna ogni volta, senza le difficoltà di un’esitazione, la diaspora dei figli. Eppure hanno condiviso giochi e sogni, i legami sembravano saldati per sempre, ma niente resiste all’euforia del sacramento, diventare adulti, diventare, ci si immagina, liberi e potenti, perlomeno il tempo di scontrarsi con i limiti del possibile, facendo allora recuperare l’infanzia in ognuno come un desiderio perduto dei confini in cui si vivevano come reali le avventure più folli.”

Il ribaltamento che Lang opera nei confronti del romanzo familiare è notevole, tanto più perché questo processo di analisi si dimostra profondamente distante dalla concezione che ancora appartiene a una parte consistente della nostra narrativa contemporanea. “La tentazione” infatti non tratta di una redenzione a opera delle nuove generazioni alla maniera, mutuata in parte dal romanzo americano, della drammatica ma gloriosa e consapevole risalita successiva al tragico crollo; al contrario racconta di una discesa agli inferi che aspramente condanna senza appello quelle mollezze generazionali che noi genitori occidentali fingiamo spesso di ignorare. “La tentazione” è cuore di tenebra che ci conduce dritti al crepuscolo del padre nella tragicità del proprio fallimento. La fortuna di queste pagine sta, di fatto, nella terrificante banalità delle domande proposte: cosa potremmo essere ancora in grado di insegnare ai nostri figli, nel momento in cui il patto educativo all’interno della famiglia si spezza, nonostante il patto educativo si sia spezzato? Cosa non ha funzionato nel nostro sistema di trasmissione del sapere? L’insuccesso dei figli è – comunque e sempre – attribuibile e conseguente alla nostra insufficienza?

“Ripercorre la sua vita passata dalla nascita dei figli, cerca di individuare qua e là delle mancanze, degli errori che ha fatto, una scena forte, traumatica, che potrebbe aver dato origine a una traiettoria, l’inizio di una storia che potrebbe ricondurre al presente di Mathilde e Mathieu.”

“La tentazione” – il significato del titolo non si può spiegare, verrà da sé leggendo pagina dopo pagina, e molto in là con la lettura, non per tramite di una una rivelazione né di una spiegazione ma attraverso un processo di presa di coscienza in cui il lettore verrà attivamente coinvolto – è un’opera di gran pregio perché tramite una scrittura affilatissima, fanaticamente spoglia, tipica d’oltralpe (niente di troppo, niente di troppo poco, tutto in equilibrio, un’armonia senza sforzo – solo all’apparenza) è in grado di riferirsi a un ricco substrato contenutistico che caratterizza, di base, il genere noir. Genere che spesso, ormai, si ritrova bistrattato dalla spettacolarizzazione della trama, dalla resa cinematografica del dialogo, dall’ambientazione esotica, da una scansione temporale infelice – e no, di tutte queste violenze, qui, non troverete traccia.

“C’è ovviamente un corpo, un volto, una persona che sta in piedi, ma il padre ha perso il sentiero che conduceva al figlio, di cui nutriva la storia, partecipando con fervore al tempo aperto di un Mathieu incompiuto. Oggi c’è un confronto brutale con un individuo senza un legame speciale.”

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