"Viaggio a Itaca", di Anita Desai – parte terza

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Eccoci a voi con la terza parte del libro, che porterà Sophie e il lettore a riflettere sul senso della famiglia, delle convinzioni profonde e della fede radicata nell’animo di ciascuno.

La vita di Laila è un continuo viaggio. Nata ad Alessandria d’Egitto da padre egiziano e madre francese, comincia a manifestare i primi segni di inquietudine fin da bambina: rimane fuori fino a tardi girovagando per la città, rifiuta gli studi, ha una passione viscerale per la danza e il ballo.
Le similitudini con la vita di Matteo sono evidenti. Mandata a studiare in Francia da alcuni parenti della madre, la ragazza, anziché fare amicizia con le cugine (da notare i provocatori nomi delle due: Yvette e Claudette – del tutto simili, indaffarate a condividere oltre che la medesima stanza, anche le medesime aspirazioni di vita, i medesimi studi, i medesimi svaghi di ragazze facoltose e ben educate, tali e quali alla sorella maggiore di Matteo) utilizza il denaro inviatogli non per gli studi ma per frequentare una scuola di danza.
In uno dei suoi lunghi viaggi di esplorazione attraverso Parigi, scopre per caso un negozio di articoli indiani, e la compagnia di ballo del maestro Krishna. E’ un’illuminazione. Scappa di casa (i genitori e i parenti, a quanto sembra, non avranno più notizie di lei) e impara l’arte del ballo. Viaggerà fino in Italia, dove conoscerà le più influenti dame dell’alta società veneziana. Si spingerà addirittura fino a New York, per approdare alla fine a Bombay. Arrivata in India, lascia Krishna e la compagnia di danza, alla ricerca della vera illuminazione.

La strada percorsa da Laila è molto simile a quella di Matteo. La ragazza, di intelligenza acuta e inquieta, si lascia trasportare completamente dal viaggio, abbandonando il suo passato e il suo presente, incurante delle conseguenze. Alla fine, dopo molte peripezie, dopo aver incontrato saggi veri e fasulli, ecco la sua verità, l’incontro con il maestro maestro Sri Aurobindo.

A noi rimane l’arduo compito di stabilire se Laila e Matteo abbiano incontrato davvero l’illuminazione che cercavano, o se abbiano visto soltanto ciò che con la più drammatica intensità desideravano vedere.

Vorremmo soffermarci da ultimo sul ruolo di Giacomo e Isabel. Già dalle prime pagine capiamo come i due ragazzini siano minati nel profondo dalla vita peregrina a cui sono stati costretti, un continuo errare tra luoghi e affetti. I bambini non hanno punti di riferimento: il padre non è mai vissuto insieme a loro, la madre è in viaggio da tempo.
Isabel cerca di sembrare più grande della sua età, ma allo stesso tempo chiede l’affetto di chi le sta vicino, e si comporta con Giacomo in maniera ambivalente: da una parte, cerca di proteggerlo assumendo il ruolo della madre assente, dall’altra è dispettosa e a tratti crudele, come spesso lo sono i bambini più irrequieti. Isabel è Matteo, e la nonna ne è consapevole. Inquieta e curiosa, irriverente e passionale, non esita a gloriarsi della sua nascita e della sua educazione indiana.
Giacomo invece sembra più tranquillo, ma ribolle nel profondo. Anche se, come Isabel, soffre la vita a casa dei nonni e la loro presenza, è taciturno e sottomesso, introverso e sensibile. Lo troviamo, la prima volta in cui ci viene presentato, seduto in giardino, intento a ricamare un girasole di lana su un cartoncino.
Senza inoltrarsi nei particolari della raffinata analisi psicologica dei due bambini, è evidente come l’autrice si sforzi di indicarli al lettore come le uniche, vere e tangibili conseguenze delle scelte di Matteo e Sophie, che risultano così ancora più colpevoli.
Itaca è Ulisse che torna a casa, è la famiglia di Sophie e di Matteo, sono i loro due bambini. Ma né Matteo né Sophie saranno abbastanza saggi da capire ciò che Itaca vuole significare (pag. 1, la poesia di Constantinos Kavafis che dà il titolo al libro).

L’opera richiede una lettura lenta e accurata, per gustare appieno le dettagliate e complesse sfumature psicologiche sottese ai personaggi descritti. Malgrado le descrizioni particolareggiate che superano in numero i dialoghi, l’attenzione del lettore è sempre viva e il libro scorre fluido. Da leggere con calma e in maniera continuativa, per non rischiare di smarrirsi tra le vicende di Laila, Isabel e Giacomo, Matteo e Sophie, visti gli scarti temporali che le separano. 

"Viaggio a Itaca", di Anita Desai – parte seconda

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Seconda parte: India.

Una pomeriggio di primavera, a un pranzo di famiglia Matteo incontra Sophie, figlia unica di una facoltosa famiglia di banchieri d’oltralpe; i due ragazzi si innamorano a prima vista, e poco dopo, più per compiacere i genitori che per intima scelta, ufficializzano la loro relazione con il matrimonio.

I due ragazzi, come tutti i giovani dell’epoca, si considerano più viaggiatori che turisti: abbandonano il viaggio “all’occidentale” e si addentrano sempre più nel sub-continente, rinunciando a ogni rapporto con l’Europa e i suoi lussi.
Matteo, spinto da un sincero bisogno di ascetismo e di preghiera, e attirato dalle filosofie mistiche e dai guru (veri o presunti tali) che popolano l’India multicolore, ben presto trascina Sophie in un viaggio che ha sempre meno i contorni della scoperta geografica e culturale ma che acquista i connotati di una ricerca spasmodica dell’illuminazione spirituale.
Sophie, dapprima entusiasta del viaggio e desiderosa quanto il marito di evadere (ma solo per un poco, ecco la differenza tra lei e Matteo) dalla realtà asfissiante della famiglia di origine, diviene a mano a mano sempre più scettica sulle scelte intraprese dal coniuge. Ragazza di mentalità pratica e schietta, per lei l’essenza del vivere deve essere cercata nel reale e nel mondo che ci circonda, non in mistiche favoleggianti e desideri irrealizzabili di perfezione interiore. E’ lei che ci descrive, critica e disincantata, (e attraverso di lei vediamo l’autrice, ironica e pungente) la miriade di giovani di buona famiglia arrivati in India: spinti da un bisogno più o meno vago di mistico e di esotico, guidati da un desiderio di ribellione spesso stereotipato, questi ragazzi il più delle volte pongono fine al loro viaggio pochi mesi più tardi, le tasche vuote, i risparmi sperperati nelle droghe più varie, costretti ad elemosinare un biglietto aereo proprio alla famiglia da cui, tempo prima, erano scappati a gambe levate.

Sophie è tanto più scettica quanto più il marito, sempre più distante e perso nella sua ricerca, la costringe a seguire improbabili santoni e loro adepti in ashram di volta in volta sempre più fatiscenti e ai limiti della civiltà. La situazione si complica poi ulteriormente: la prima gravidanza la coglie impreparata e debole, proprio nel momento in cui Matteo incontra “La Madre”.

Personaggio enigmatico e per stessa ammissione dell’autrice ispirato alla figura storica di Mirra Alfassa, la donna, che ci viene presentata ormai anziana, è fondatrice, insieme al maestro Sri Aurobindo, deceduto da anni, di un ashram che conta diverse decine di adepti. Matteo viene accolto con entusiasmo, e le giornate sono scandite dal lavoro nei campi, dall’attività nella stamperia, ove vengono pubblicati i testi divulgativi del pensiero della Madre, e la meditazione serale. La donna inizia a occupare ben presto una parte consistente nella vita di Matteo – che viene addirittura nominato suo assistente personale e allontanato piano piano, con una tecnica subdola e inquietante, dalla moglie e dalla bambina appena nata.
La vita con Sophie – tornata dopo una lunga degenza in ospedale – e la bambina è ormai persa. Dopo la nascita del secondo figlio, concepito in uno dei pochissimi attimi di tenerezza, Sophie, che non ha mai condiviso la vita della comunità, con grande pena e dispiacere decide di tornare in patria, per assicurare ai bambini un futuro concreto.

Le riflessioni su questa seconda parte sono molteplici: una su tutte, il contrasto tra la comunità scelta da Matteo come sua nuova famiglia e il nucleo familiare di appartenenza.
Il bisogno di ricerca e di introspezione di Matteo è indubbiamente reale e genuino – forse molto più autentico di quello della moglie, che vede questo viaggio in India solo come un periodo sabbatico pianificato, terminato il quale potrà tranquillamente riprendere a vivere nel mondo da cui proviene.
Sono i presupposti ad essere sbagliati. Matteo legge Hesse, ha notizie vaghe, si tuffa a capofitto in un’esperienza che non può fare sua, tanto da essere aspramente rimproverato da un medico dal quale era stato visitato per una delle numerose infezioni contratte (l’India non si impara sui libri).
Indubbiamente la famiglia di Matteo ha delle lacune. La mancanza di naturalezza a cui Matteo fa riferimento non è altro che la patina di formalismi e convenzioni che la madre e il padre sono stati abituati a seguire. Ci si domanda quanto la scelta di Matteo, sia il frutto di una decisione consapevole, o piuttosto, un’avventatezza, segnata da uno stato di disagio generale che il giovane forse avrebbe fatto meglio a risolvere a casa (evitando pesanti conseguenze a se stesso e alle persone intorno a lui, in primo luogo Sophie)? Anita Desai ci lascia con questa domanda.
Sophie torna a casa, e con pena e angoscia cerca di ricostruire il suo mondo e quello dei bambini, seppure con scarso successo. L’esperienza indiana l’ha cambiata radicalmente: soffocata dai familiari e dalla vita di Francoforte, si trasferisce con i figli dalla nonna paterna: i bambini sembrano trovare pace, Sophie trascorre mesi inquieti, in preda all’inquietudine e alla violenta nostalgia per Matteo.
Dopo qualche tempo, riceve un telegramma da alcuni adepti dell’ashram: La Madre è morta, i giorni dell’ashram sono ormai un ricordo e Matteo è gravemente malato. Decisa a riportarlo a casa e a dimostrargli di come tutta questa ricerca sia stata vana e inconcludente, la donna si rimette in viaggio.
Paziente e attenta, ricostruisce attraverso diari e testimonianze la vita della Madre, Laila, visitando i luoghi da lei toccati nel corso delle sue peregrinazioni: l’Egitto della fanciullezza, l’Europa e l’America attraversate con una famosa compagnia di ballo indù alla quale si era unita, scappando da casa; l’arrivo in India. 

"Viaggio a Itaca", di Anita Desai – parte prima

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Attenzione: l’analisi che segue non è propedeutica alla lettura. 
Tornate da noi dopo aver letto il libro.

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Occorre analizzare il libro unendo la sinossi all’analisi del testo, visto che l’apparato della trama risulta spesso inestricabile dall’analisi dei personaggi e delle ambientazioni.

Primi Anni Ottanta. Siamo con Isabel e Giacomo, due bambini irrequieti che vivono con i nonni paterni in una grande villa sul lago di Como, circondata da un meraviglioso giardino; veniamo a sapere che i genitori dei due piccoli, Matteo e Sophie, sono assenti da diverso tempo. Nel corso delle prime pagine, la vicenda esposta nel prologo si chiarisce: Sophie è tornata in India per convincere il marito a tornare a casa.
I due infatti, diversi anni prima, al termine degli studi e appena sposati, sull’onda degli incipienti anni ’70 avevano intrapreso un viaggio in India, luogo da cui Matteo non aveva più voluto far ritorno, dopo aver conosciuto la fondatrice di una comunità spirituale presso cui poi aveva deciso di stabilirsi. Matteo ha rinnegato il suo passato, la moglie, i figli e la sua famiglia. Ora però, giace, ammalato e prostrato, in un letto di un ospedale ai confini con la civiltà.

Il romanzo si compone di tre parti fondamentali.
Nella prima – una sorta di lunga introduzione – ci vengono presentati il giovane Matteo e la sua famiglia: i due coniugi, ricchi imprenditori, la figlia maggiore Carolina, perfettamente compresa nel ruolo di giovane ragazza di buona famiglia, e Matteo, di carattere ombroso e inquieto.

Alcuni appunti.
I due coniugi sembrano fisicamente incapaci di allevare bambini, che talvolta sembrano essere stati procreati soltanto per convenienza sociale. Il marito è impegnato con il lavoro e la carriera, Livia, la moglie, con il ruolo sociale che l’alta posizione le conferisce. Incapace di rapportarsi con una realtà totalmente diversa da quella precostituita che conosce, la donna, pur avendo provato a scalfire la dura corteccia che ricopre l’animo del bambino, si ritrova terrorizzata e inerme di fronte a un figlio che non riconosce e che non rispecchia i canoni attesi.
Il marito, uomo rude e silenzioso e unica figura maschile del romanzo oltre a Matteo, è costantemente impegnato nel suo lavoro e nelle sue attività.
I coniugi tuttavia sembrano due adulti imprigionati nel loro imbarazzo, più che persone di poca umanità. Questo figlio irrequieto e davvero irritante, che scardina tutte le loro sicurezze, chiede a gran voce che gli sia rivelata la verità dell’esistenza. Il ragazzo ha un comportamento che mal si concilia con lo status sociale della famiglia, perché rinnega tutte le convenzioni alle quali – secondo i due genitori – è necessario e naturale sottomettersi. E’ la vittoria dell’incapacità di esprimere se stessi (il marito, un buon uomo preda di un carattere introverso e timido che lo porta a evitare ogni contatto per paura di cadere nell’imbarazzo) e di comprendere gli altri (la moglie, dura donna del dopoguerra, rigida nelle sue convinzioni).

Bisognerebbe sforzarsi di abbandonare la strada tracciata, di seguire questo bambino ribelle nel suo profondo, abbandonando le modalità note e apprese attraverso un imprinting perverso. Ma non possiamo chiedere questo sforzo ai due genitori; per loro, ci sarà soltanto l’incapacità di scostare il velo dei formalismi che continueranno a filtrare i sentimenti e le sensazioni, nonostante gli sforzi.
Matteo passa da un collegio all’altro, fino ad approdare a un precettore privato che tuttavia viene licenziato dalla madre che non approva i metodi di insegnamento forse non convenzionali (e proprio per questo, forse, gli unici che riuscissero in qualche modo a far presa sul ragazzo) e l’insegnamento delle materie umanistiche, e poi ad un vecchio prete, che con pazienza e fatica riesce a colmare le lacune negli studi. Ma il rapporto con i genitori è oramai compromesso.

"il tè nel deserto", di Paul Bowles

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La trama è nota. Port e Kit Moresby, facoltosi New Yorkers poco più che 30enni, insieme all’amico George Tunner intraprendono – un po’ per moda e un po’ per noia – un coraggioso viaggio nell’Africa del nord. Siamo nell’immediato Dopoguerra.

Tra Kit e Port i rapporti sono difficili: dopo dieci anni di matrimonio l’intesa tra i due è perduta, naufragata tra convenzioni sociali da rispettare per necessità e un’intimità poco condivisa. Kit, creatura inquieta e delicata, non nasconde l’irritazione per un viaggio che non condivide e che ritiene privo di significato.
Presto annoiato dalle città asfissianti del Maghreb, desideroso di scoprire a tutti i costi l’esotico e misterioso fascino del deserto in tutta la sua meraviglia e di mostrarlo a Kit, che cerca di riconquistare allontanandola in tutti i modi da Tunner (avversario quanto mai improbabile e innocuo), l’irrequieto Port dà il via ad una vera e propria fuga nell’entroterra, insieme alla moglie, verso il cuore del deserto. Questa corsa a perdifiato alla ricerca del Sahara e di se stessi porterà i due protagonisti alle estreme conseguenze che tutti conosciamo.

Difficilissimo inserire il libro entro precise categorie di lettura. Gotico romanzo sentimentale, studio di caratteri ove la trama non è che secondaria, romanzo introspettivo e psicologico (con un tocco di freudiana memoria).

Credo che una valida chiave di lettura si potrebbe ottenere leggendo il libro seguendone i contrasti stridenti che lo caratterizzano.

Prima di tutto, il titolo. L’originale inglese “The sheltering sky” (intraducibile in italiano) si rivela utilissimo per comprendere i vari livelli di lettura di questo romanzo.
Ecco gli ultimi pensieri di un Port ormai devastato della febbre tifoidea: Aprì gli occhi, li richiuse, vedendo soltanto il cielo sottile che si stendeva in alto a proteggerlo. Lentamente si sarebbe formata una fessura, il cielo si sarebbe ritirato, ed egli avrebbe visto quello che non aveva mai dubitato vi fosse, al di là, avanzare verso di lui con la velocità di un milione di venti. Il suo grido era una cosa separata accanto a lui, nel deserto. Continuava, incessante (pag. 196).
Appare una stella nera, un punto di tenebra nella luminosità del cielo notturno. Punto di tenebra e porta spalancata sulla pace. Protenditi, penetra oltre il tessuto impalpabile della protezione del cielo, trova riposo (pag. 198).
Il cielo di Port protegge dall’infinito che spaventa e come una coperta leggera lo ripara dalle emozioni troppo forti, da ciò che non vogliamo vedere, da ciò da cui ci nascondiamo, dal potere terribile della vita e della morte.
Il cielo di Port nasconde Kit dietro a convenzioni sociali e mancanza di intimità, nasconde la difficoltà di entrambi a interfacciarsi con se stessi e con gli altri e di capire i bisogni reciproci.
(Siamo così sicuri che Kit abbia bisogno di un viaggio estremo, lei, così delicata e fragile, così disperatamente alla ricerca di un senso da dare alla propria vita e a ciò che la circonda? Non è piuttosto Port, a non essere in grado di capire i reali bisogni della moglie, che non è attratta da Tunner spinta da un reale sentimento, quanto piuttosto perché vede in lui ciò che il marito non è: un uomo energico, solare, socievole, rassicurante nella sua semplicità forse banale ma così concreta? La conclusione del viaggio personale di Kit ci darà una risposta).

Il cielo del deserto, tuttavia, non è un cielo che protegge. Il sole abbacinante e violento e il vento arido e sabbioso non fanno altro che togliere veli e spalancare porte nascoste. Scopre i desideri nascosti e anestetizzati da anni, sradica comportamenti dati per acquisiti, riapre vecchie ferite che eravamo riusciti a nascondere così bene, a noi stessi e agli altri.
Kit e Port, entrambi alla ricerca di una rivelazione, cadono vittime del loro eccesso e della loro incapacità di affrontare il deserto esteriore e quello interiore.

Port, disincantato e scettico, ma nel profondo così desideroso di nuove esperienze, così impaziente di sperimentare nuove sensazioni – al punto di rifiutare di sottoporsi alle vaccinazioni preventive richieste per il viaggio – non vedrà nulla e non sentirà nulla. Per una crudele legge del contrappasso, il Port sano e vigoroso non riuscirà a godere delle meraviglie del deserto, pur volendolo strenuamente. E nel momento in cui arriverà a toccare la verità ultima del suo viaggio, cadrà malato e inerme, e terminerà la sua avventura non sotto il cielo del Sahara, ma in una stanza angusta dell’ultimo avamposto occidentale ai confini con le sabbie. Sua moglie, da sola e pagando un prezzo altissimo, arriverà nel cuore del deserto e di se stessa, luoghi a lui definitivamente preclusi.

Kit infatti, la persona meno interessata al viaggio e alla scoperta, sarà alla fine l’unica dei tre viaggiatori a raggiungere il cuore del deserto e le sue verità nascoste. Kit che non ha mai fatto mistero della sua avversione per il viaggio intrapreso, che non ha mai negato il suo disagio e la sua irritazione di fronte alla scelta estrema del marito che ha preferito il Magreb a un tranquillo soggiorno in Italia, meta indiscussa del più classico dei Grand Tour.

Le verità raggiunte da Kit – quelle verità a cui il marito voleva arrivare tenendola per mano – sono realtà non mediate dalle convenzioni occidentali, lontane da tutti i luoghi in cui vengono ricreate alla perfezione minuscole e fragili imitazioni dell’Inghilterra post bellica: tranquille signore dai baschetti di sughero color caki e dai colletti bianchi inamidati, tazze di tè pomeridiane, distinti viaggiatori equipaggiati di occhiali da lettura, giacca, bastone e cappello.
Il viaggio all’interno del deserto voluto da Port trascina Kit, la spoglia degli alberghi in stile europeo, dei compagni di viaggio occidentali, dei mezzi di trasporto a motore importati dall’Europa, e infine dei suoi vestiti a lei così cari.
Le stanze in cui Kit si ritrova a nascondersi, trascinando con sé un Port sempre più vittima del delirio, perdono via via le loro caratteristiche europee per assumere sempre più la fisionomia magrebina. Per attraversare il deserto, Kit cavalcherà cammelli, indosserà le stoffe Tuareg, si coprirà i capelli con un turbante, si travestirà addirittura da uomo per non attirare attenzione all’interno di un suq. La sua pelle, lattea come quella di tutte le ragazze di buona famiglia dell’epoca, diventerà scura e abbronzata. I suoi rossetti Helena Rubinstein resteranno inutilizzati nella pochette, che si terrà stretta al cuore, salvagente alla deriva. Indosserà collane e parteciperà a rituali e cerimonie che nulla più avranno a che fare con la sua terra di origine.

L’unico viaggiatore privo di aspettative di alcun genere, Tunner, uomo concreto, aperto ad ogni esperienza e curioso, è transitato dal deserto indenne; deserto che, in verità, ha soltanto intravisto, così come non è stato capace di conoscere nel profondo l’animo di Port e i desideri di Kit.

"La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo", di Audrey Niffenegger

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Con avventatezza lo inseriamo qui tra i “libri di viaggio”, perché in realtà il viaggio, benché questa volta si parli di viaggi nel tempo e non nello spazio, è il vero protagonista di questa morbida e raffinata storia d’amore che si dipana dagli anni 60 ai giorni nostri.

Curioso come l’attenzione del lettore sia focalizzata per una volta non tanto su chi viaggia ma su chi resta, spettatore del viaggio che altri intraprendono.

Clare, artista e scultrice di talento, è la moglie di Henry, il primo uomo affetto da “cronoalterazione”, una disfunzione genetica che costringe chi ne è affetto a svanire dal presente, nei momenti più impensati e in maniera del tutto imprevedibile, per catapultarsi nel passato o nel futuro e lì rimanere, per minuti, ore o giorni, confrontandosi con la propria vita futura e passata.
Nel corso dei suoi viaggi, Henry incontra una Clare ancora bambina, si misura con avvenimenti ancora in là da venire, con persone già viste e di cui vorrebbe poter modificare le sorti. Attraversa luoghi diversi, visita persone che dal suo presente sono ormai assenti e altre che dovranno ancora nascere.

Lasciamo da parte ogni analisi tecnica sui viaggi nel tempo – non pensiamo sia intento dell’autrice definire con precisione le problematiche sottese a questa tematica tanto cara alla fantascienza – per analizzare i veri protagonisti del romanzo: Clare, e il tempo che passa.

Il viaggio è in sé movimento, scoperta, invenzione, rivelazione, anche drammatica. Lo abbiamo visto nei due libri precedenti.
Per Clare, invece, il viaggio non è altro che stasi. E’ attesa, è analisi introspettiva, è ansia per un futuro che ha ancora da compiersi e che non sappiamo se si compirà mai. Un ritorno sempre atteso, ma mai annunciato, senza data e senza coscienza. La partenza è improvvisa, incontrollabile, e avviene anche nei momenti più importanti, quelli in cui non vorremmo mai essere lasciati soli.

Da qui, l’importanza dei gesti e delle piccole cose di tutti i giorni. Le piccole cose che aspettano il ritorno insieme a noi e alle quali ci si ancora per combattere la solitudine, l’abbandono, la nostalgia. Il tempo che non passa mai.

Il consiglio è quello di soffermarsi sulle descrizioni, soprattutto delle stagioni e del tempo che cambia, visti attraverso gli occhi di Clare.
L’inverno di Chicago, con la neve e il vento, fatto di divani caldi, tazze di cioccolata, tisane, coperte pesanti e pomeriggi della domenica passati a leggere davanti alla finestra. L’estate torrida della campagna, dei prati e degli insetti. L’autunno dei disegni dei bambini: il cielo dalle sfumature color arancione, gli uccelli migratori, il vento trasparente e freddo del pomeriggio inoltrato, le ombre scure della sera che annunciano il freddo in arrivo.

Tutti i particolari delle descrizioni più riuscite, puntuali ma mai ridondanti, hanno come oggetto ciò di cui si può godere nella propria intimità, in contrapposizione con un esterno “altro”: una bella lettura accompagnata da un disco di qualità, una cena con gli amici più cari, una stanza calda e accogliente a cui si può ritornare. Lo studio di Clare, disseminato di strumenti da disegno, pennelli e colori.
Tutto quello che a Henry è in un certo senso precluso, visto che in maniera del tutto casuale e non prevedibile viene trasportato, nudo e traumatizzato, nei luoghi più impensabili (un vicolo di periferia in una sera freddissima d’inverno, una cantina sotterranea senza uscite di sicurezza, un rifugio di vagabondi da cui Henry viene malmenato), senza la possibilità di portare con sé nulla che lo faccia sentire protetto e a casa – un vestito, gli occhiali, una foto. Neppure l’otturazione inserita in un dente, che sistematicamente viene perduta chissà dove.

Clare è la depositaria di questo segreto, il segreto di poter vivere queste piccole felicità senza interruzione, la capacità di trovare un riparo dall’esterno.

La storia d’amore di Clare e Henry è tutta qui, è la bellezza struggente di vivere le piccole cose di ogni giorno e il silenzio terribile che acquista anche la stanza più bella, dopo che la persona che amiamo l’ha lasciata.

Mai però che Clare si dia per vinta. E’ una donna forte che difende la vita, le sue bellezze e le sue scoperte. Henry è uomo ironico, pungente, a tratti esilarante. Le sue battute taglienti spezzano con cura i momenti di maggior lirismo, evitando che il libro si trasformi in una tragedia cruenta da trasposizione cinematografica.

Un ultima nota: vi invitiamo a seguire i consigli per la lettura (e per l’ascolto musicale) disseminati qua e là.
Libro da lettura medio-veloce, facilitata dall’inusuale sistema di scrittura, che si avvale di un costante punto di vista multiplo graficamente sottolineato nello scorrere dei brevi paragrafi.
Siccome si tratta di una narrazione sviluppata lungo il corso degli anni, l’attenzione è focalizzata sugli eventi (separati anche mesi o anni tra loro, come fotografie). Ogni evento è proposto dal punto di vista di Clare o di Henry (CLARE: o HENRY: a livello grafico) e non mancano i casi in cui sia visto da entrambi, separatamente.
E’ necessario inoltre prestare attenzione alle date: ogni sezione di capitolo, infatti, è evidenziata da una data – e dagli anni che Henry e Clare hanno al momento dell’episodio. Il sistema sembra a prima vista un po’ macchinoso e difficile da seguire, ma così non è. Ci si abitua subito e si rivelerà molto utile per capire le varie connessioni tra il presente, il passato e il futuro dei due protagonisti.

"La moglie di don Giovanni" – "Jezabel" – "Il calore del sangue", di Irene Némirovsky

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More about JezabelCosa dire. L’Irene, quando leggerla, te lo dice lei. Non è che puoi decidere tu, consapevolmente, ok, non ho altro da fare, mi leggo un’Irene. No. L’Irene ti capita tra le mani quando vuole lei. Al contrario, ti metti in testa di affrontare, con raziocinio e dedizione, che so, Suite Francese, e dopo due mesi sei ancora lì, a combatterci con tutte le tue forze, fermo e fisso a pagina 46.
L’Irene è l’arte del detto e del sottinteso, l’arte della pittura dalla pennellata veloce. L’Irene è quella che ti fa capire che se non osservi LE realtà che ti stanno intorno, se non le sperimenti, se non ne fai tesoro; se non ti documenti, se non te la sudi a studiare giorno e notte tutti coloro che sono venuti prima di te, ecco, scrittore non lo diventerai mai. Non che l’esperienza e l’applicazione salvino dalla mediocrità, comunque. Questa signorina vestita di chiffon rosa te lo rammenta, verrebbe da pensare – un sorrisetto malizioso e perfido sulle labbra – ogni volta che, santocielo, prende in mano una penna. Fastidioso.
Eppure utile, perché al di là delle tematiche (complesse) contingenti, viene da riflettere sul ruolo della Scrittura e dell’analisi interiore, sul valore dell’osservazione e della riflessione intima.
Ci dà l’impressione – tutta personale, ovviamente, e degna di qualsivoglia confutazione – che parte della letteratura contemporanea, soprattutto quella degli ultimi anni, si sia espressa favorendo, consapevolmente o no, una certa, come dire, ottica di globalizzazione. Personaggi più da film che da libro, tendenti di volta in volta alla caricatura o allo stereotipo; situazioni decontestualizzate, di facile montaggio, smontaggio e riposizionamento. L’adolescente inquieta, il giornalista tutto d’un pezzo, la donna in carriera. Figure evanescenti, pur nei loro (minimi) tratti peculiari, personaggi volutamente poco caratterizzati che potrebbero, con una certa facilità, poche modifiche e scarso impegno, essere estrapolati dal contesto originario e riposizionati, in un solo gesto, tra le righe di un qualcosa di completamente diverso.
La micro-caratterizzazione dei personaggi ha molteplici cause e qualche vantaggio di non poco conto. tra i vantaggi, una più vasta possibilità di immedesimazione. Molto più facile per un’adolescente confrontarsi con, poniamo, una Isabella Swan – per carità, nulla da dire, solo che Mrs Cullen è soltanto l’ultima delle tante ad incarnare il topos della ragazzina acqua e sapone (location non ben definita, potrebbe essere una cittadina qualsiasi della sterminata provincia americana come della molto meno sterminata bassa padana), carina ma non troppo, timidina ma forse no, abilità ginniche pari a zero, pochi amici, studiosa, elenco hobbies, gusti musicali, opinioni politiche… tutto non pervenuto – piuttosto che con i profili così complicati delle figure femminili descritte dall’Irene.
Donne giovani ma già adulte. Donne mai avulse dal contesto, al contrario inserite a pieno regime all’interno del proprio microcosmo, che è, e rimane, particolarissimo: l’alta società parigina del decennio ’30-’40, la Russia anteguerra, e che non potrebbe essere modificato in alcun modo. Donne dal carattere forte, indomito, alle prese con difficoltà che vanno bel oltre quelle di alcune “eroine” moderne: realtà sociali e politiche, il matrimonio, i figli, la guerra, la miseria, la deportazione, la fame, il lutto.
Il problema è che l’immedesimazione, talvolta, porta conforto, ma allo stesso tempo limita – e perdonate il gioco di parole – il confronto costruttivo e la visione di insieme.
Le donne dell’Irene sono creature dalla pelle candida e dagli occhi febbricitanti; tormentate, inquiete, passionali, vivide, reali. Nei loro balli, nei loro vestiti, nei loro gioielli. Nella grazia e nella rudezza dei discorsi, negli atteggiamenti, negli sguardi. Ognuna con il proprio carattere, fatto di luci e ombre, nessuna sovrapponibile all’altra. L’omologazione è improponibile. 
Dalla negazione del tutto, verso un io primario, definibile, indivisibile, nasce tuttavia, inaspettatamente, un altro tipo di immedesimazione, quella della pluralità: il modello, che non è univoco, lo diviene, cancellando in un soffio il pericolo dell’immedesimazione passiva in un singolo modello.
Le mille donne dell’Irene ne compongono una sola, che vive non soltanto nelle pagine di un romanzo, ma nella realtà e attraverso i secoli: una donna dalla femminilità fortissima, dalla grande identità personale, formata e plasmata dalle gioie ma anche – e forse soprattutto – dalle sofferenze e dalle difficoltà  della vita, ciascuna così diversa e personale, ma tutte così simili, nei tempi e nei modi.

"Tiratori scelti", di Emmanuele Bianco

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Del perché per un libricino di 255 pagine ci abbiamo messo tanto (a parte la pioggia, che non consente la fruizione on the road mentre si aspetta il tram). Ora, occorre dire, in primis, che l’abbiamo proprio sbagliata, la lettura. Abbiamo spezzato i capitoli in tante microletture che non ci hanno consentito di apprezzare né la forma, né le macroaree di contenuto.
Quindi, come reminder, attenzione all’approccio.

Ci abbiamo messo un po’ perché si vede e si sente di aver tra le mani una novità Holden (non per nulla pubblicata da Fandango), e occorre studiarsela a fondo.
(A parte che ad annusarlo, questo libretto, ci siamo ritrovati a pensare con un po’ di nostalgia alle sale col parquet che scricchiola, alle riviste sparse sul bancone della reception, a quell’odore di carta vecchia e nuova, di cappotti di lana e di pioggia d’autunno… ma vabè, ricordi di gioventù).

Insomma, ci sta lo stream of consciousness, queste pagine e pagine di puro pensiero con sprazzi di luce affidati a microscopici haiku. Perle di saggezza di popolo, deliri alla cocaina, visioni metafisiche date dall’alcool e dalla marijuana, riflessioni postmoderne del pensiero alla deriva durante una rissa di strada.

Perché – e qui ce n’è un altro, di perché – se non si conoscono, quelle realtà parallele di mondi nascosti, non è che te lo leggi fino in fondo e lo apprezzi pure, questo libretto. Se mentre leggi non riesci ad immaginarti le sedie di plastica bianca del bar, sparse sul marciapiede ad intralciare il cammino, il rumore che fanno quando le sposti e le gambette malferme grattano sull’asfalto grigio e ricoperto di cicche marmorizzate, allora non sai di cosa si stia parlando. Se non riesci a visualizzare la confusione di parabole sui balconi, le serrande sgangherate delle finestre, la biancheria firmata stesa ad asciugare, allora, di narrazione, te ne sei persa una gran parte.

E soprattutto, te la perdi se non senti il profumo di questi ragazzi. Le loro Acque di Giò mischiate al fumo delle sigarette e dello spinello, le camicie di marca, stirate alla perfezione, la brillantina sui capelli. Il modo che hanno, di andare in motorino, a 13 anni come se ci fossero nati.
I giubbotti di jeans imbottito e quelli di pelle, dei fratelli maggiori, appesi nell’anticamera buia, sopra al tavolino dei ninnoli in finto Swarovsky.
E quel guardare strano, di lato, come se, con una parte infinitesimale di se stessi, non fossero lì con te, e non potessero esserci mai; sempre vigili, sempre attenti a ciò che passa per la strada, sempre all’erta.

Come dire, per una scelta consapevole: o Bianco, o Moccia. A voi i raffronti.


"Le perfezioni provvisorie", di Gianrico Carofiglio

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Cioè. E’ un Carofiglio-Guerrieri, non è che ci si possa aspettare niente di diverso. E’ così. Vuoi una spy-story con azione, inseguimenti, spargimento di sangue? Va bene, allora NON leggere di Guerrieri. Vuoi ambientazioni esotiche, viaggi avventurosi, paesi misteriosi e lontani? Bene, e qui siamo giunti, di nuovo: NON leggere di Guerrieri.

Perché Guerrieri è uno come noi. E’ uno che il suo mestiere lo sa fare (o meglio, Carofiglio, lo sa fare), ma è pure un po’ italiano. Pasticcione, incasinato nella testa, incapace di scindere fino in fondo ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è GIUSTO difendere e ciò che SAREBBE sbagliato continuare a sostenere; insomma, uno che oscilla tra mente e cuore, tra ragione e sentimento, tra passione e razionalità. Come tanti di noi. E’ vero, Guerrieri è uno che è pure un po’ via di testa: ora, sfidiamo CHIUNQUE a pensare a una qualsiasi delle proprie giornate e a dire: “Occhei, oggi mi sono occupato soltanto di quella cosa lì, e ho lasciato fuori tutto il resto”. Inverosimile. Così come lo sono tanti personaggi delle fiction di oggi, tutti d’un pezzo, tutti dediti alla causa, tutti concentrati.

Carofiglio descrive scartamenti perché è così che percepisce la SUA realtà.

Una realtà di un mondo – anche interiore – che cambia, che per certi versi crolla di fronte a una visione che non è più quella di un trentenne agile, energetico, sicuro di , ma quella di un uomo di più di quarant’anni ormai consapevole del proprio passato e del futuro che lo aspetta; visione che poi viene, attraverso le vicende della vita, ricostruita a fatica, pezzo dopo pezzo. 

Ecco perché l’infatuazione per la giovane sciocchina acquista la sapidità dello stereotipo. Perché così deve essere, perché è COSI’ che Carofiglio-Guerrieri interpretano la realtà: la giovinezza che ha acquistato la sostanza – e le forme – di un banale cliché (la biondina procace, furbetta, smaliziata, come se fosse, che so, un “ultimo bacio”, il colpo di coda del guerriero ormai prossimo alla svolta epocale), la maturità che invece – vedi Nadia & Pino – offre la complessa trama delle prime rughe e quella, tanto più difficile da intendere, delle ferite degli animi.

Ci viene da ricordare un altro Sellerio, “Delitto imperfetto” della Teresa Solana (guarda qui, cosa ne viene fuori, un parallelismo inquietante tra titoli). Eduard e Borja hanno molto in comune con Guerrieri: la camaleontica capacità di partecipare alle tante realtà che compongono il nostro mondo, l’avventatezza tipica degli impulsivi mediterranei, le mille derivazioni del pensiero. E non si dimentichi pure il nostro caro Adamsberg (di cui speriamo di raccontarvi a breve), se proprio vogliamo continuare a parlare di “spalatori di nuvole”.

"Il Ballo" di Irène Némirovsky

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Prendiamo l’Irene a piccole dosi. Malgrado la sopraggiunta “popolarità” dell’autrice, che oramai non si legge più grazie soltanto ad un semplice passaparola, come era qualche tempo fa, ci andiamo cauti.
Cominciamo a sentirci costretti, su questo punto. SAPPIAMO quel che ci si aspetta da noi: dovremmo leggere Suite Francese. Dovremmo leggere (PRIMA) I doni della vita, e poi di seguito Suite Francese; sappiamo che dovremmo comperare la biografia edita da Einaudi. 
Ma non è ancora arrivato il momento, benché la pressione stia salendo in maniera inesorabile. 

Ma resistiamo. Resistiamo perché ci piace fare le cose a pezzettini minuscoli, e poi mettere insieme il tutto soltanto quando siamo estremamente pronti. Per il momento ci limitiamo a piccoli morsichini, anche perché, in questi nostri tempi frenetici, in redazione si sente la necessità di questa letteratura di passo lento, fatta apposta per ricordarCI che, una volta, le storie si leggevano così. Pubblicate a capitoli sulle riviste settimanali oppure negli inserti della domenica dei quotidiani. E occorreva aspettare, e godersele, quelle storie. Occorreva aspettare l’uscita della rivista, oppure toccava stare composti a tavola, buoni e zitti, gli occhi avidi sul giornale che papà non aveva ancora terminato di leggere.

Che cos’è, “Il ballo”.
Noi lo prenderemmo come un folgorante esempio di cattiveria umana – e letteraria. Così, semplicemente.
Prima di tutto letteraria, ché, una persona così, che al suo secondo lavoro riesce a condensare in meno di 100 pagine udito, olfatto, vista, gusto e tatto, se la provi a cercare non la trovi neanche tra mille. L’Irene è fatta per rammentarci quel piccolo grande segreto che molti pseudo-scrittori di oggi si dimenticano: che scrivere non è per tutti.

Ci piacciono le sue descrizioni piantate a mezz’aria, un particolare per l’intero, il tutto percepito attraverso il dettaglio: le braccia nude sul vestito di chiffon color pesca, l’aria fredda della sera, il personale incompetente e poco affezionato ai nuovi padroni, fotografato nell’atto volgare e esemplificativo di tracannarsi lo champagne, tra risa sguaiate, di nascosto in una stanza di servizio. La carne in gelatina esposta sul tavolo di portata, le luci scintillanti moltiplicate dal gioco degli specchi.

Specchi e stoviglie d’argento che riflettono il viso tirato, sconvolto, dai tratti quasi scimmieschi, della madre di Antoinette. Una donna gretta, presuntuosa e prepotente, arricchita grazie alle sostanze di un marito abile negli affari ma poco propenso all’analisi interiore, di sé e degli altri (e qui, non si nega all’Irene una certa qual supponenza di giudizio – davvero giovanile – che la spinge a pensare che forse le “pescivendole” di estrazione proletaria, anche se arricchite e “ripulite”, sempre pescivendole debbano rimanere. Ma forse c’è anche dell’altro).
Che poi, d’altra parte, il viso di Antoinette non è che si discosti molto da quello di sua madre. Il suo sorriso, alla fine, sa più di indulgenza e distacco, commiserazione e disprezzo, piuttosto che intimo compatimento.
Lo scherzo crudele e veramente cattivo di Antoinette svela molto altro, rispetto alla semplice bravata adolescenziale tra le quali lo si vorrebbe, per indulgenza, annoverare. Rivela mancanza di raziocinio, intelletto e maturità, egoismo, rabbia profonda e una buona dose di cinismo che davvero lascia stupefatti. E’ sempre impressionante vedere come una ragazza di buona famiglia come l’Irene, all’apparenza così integrata nel sistema e nella società, potesse covare dentro di sé simili sentimenti autodistruttivi.

Non riusciamo a condannare Antoinette, così vulnerabile, infelice, abbandonata e dimenticata in uno sgabuzzino per le scope, in compagnia di un’istitutrice che di didattico e di realmente morale le insegna ben poco, tranne che l’arte della Pomiciata-con-il-fidanzato, consumata dove capita, dopo aver scaricato la ragazzina dovunque e a chiunque, solo per liberarsene e non averla tra i piedi. Eppure la bambinaia è istruita, e parla inglese. E’ di moda, avere un’istitutrice avvezza alle lingue straniere.

Eppure, per la madre di Antoinette, ci troviamo a non poter spendere una che una parola di conforto. Si potrebbe pensare ad un’infanzia di povertà, alle difficoltà della gioventù, ai tentativi di affrancarsi da una realtà misera e negletta.

Gli specchi della sala da ballo, tuttavia, mostrano anche un’altra immagine, quella dell’adulta Antoinette, a sua volta ricca signora, e forse moglie, e madre. E’ una visione ancora imperfetta e sfocata, appannata dall’incertezza. Eppure c’è.
Quel sorriso creato ad arte, quelle frasi a metà (un flashforward ante litteram) sussurrate al fidanzato – vero o presunto: “quanto ero stupida, che cosa ridicola” fanno già intendere il fine verso il quale l’Irene ha puntato.

La nemesi storica, le colpe dei padri che ricadono sui figli, che vengono corrotti e sfregiati nell’animo, per sempre, da famiglie assenti e da madri “pescivendole” nell’animo.
Un decadimento spirituale che sa anche un po’ di denuncia morale
Madre, sono un mostro, così mi hai creato, come cera nelle tue mani. Da brivido.

"Quello che le mamme non dicono", di C. Cecilia Santamaria

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La “prima” sapeva di venerdì sera, di Milano d’estate, di sole al tramonto sulle guglie del Duomo e, naturalmente, di spritz – S/L
Perché consigliamo la Chiara, anzi (ci perdoni), la Wonder, ché chiamarla con il suo nome di battesimo oramai, dopo quasi due anni e una quantità inestimabile di post, ci risulta un tantino difficile. A dire la verità, il perché, ce l’ha spiegato con dovizia di particolari la nostra collaboratrice S/L – autrice della chiosa di cui sopra. Venerdì sera, al telefono, dopo la presentazione milanese del libro. 
Perché la Wonder, la realtà te la racconta così com’è. 
E questo vale per il contenuto ma anche per la forma. 
Uno stile fresco e schietto, un rimescolio frizzante, quella capacità tutta italiana di portarsi dietro (e dentro) la lingua dello studio e dell’apprendimento (l’italiano nazionale), insieme a quella, più radicata e antica, del dialetto, della terra, della famiglia, delle origini.
E’ grazie a questa freschezza di stile “alla romana” che le narrazioni di Wonder acquistano quel sapore di vita e realtà che le fanno così particolari.
Come se l’argomento non fosse sufficiente. “Quello che le mamme non dicono” è tutto ciò che ogni mamma nasconde di sera sotto al cuscino, come un fazzoletto ben ripiegato; tra le pareti domestiche, nell’intimo del cuore. Ombre profondissime nascoste nell’animo di ogni donna. Ombre a cui le mamme di oggi, forse, non sono più disposte ad accondiscendere in nome di un tabù sociale sempre vivo e presente.
Il successo del blog da cui è stato tratto il libro fa riflettere. Potremmo pensare ad una operazione di marketing ben riuscita e osservare il tutto con distaccata diffidenza, ma poi dovremmo fare i conti con una delle fondamentali leggi della pubblicità: il marketing c’è dove c’è pubblico, potenziale o acquisito. 
Ciò sta a significare che il mondo delle mamme-spritz forse è più vasto di quel che si pensa: è un luogo sotterraneo, ancora in sperimentazione, perché le mamme di oggi conoscono alla perfezione (e anche troppo) il luogo da cui partono ma non conoscono assolutamente nulla del punto di arrivo, che non è neppure, lontanamente, immaginabile. 
E’ una realtà parallela, di sprazzi di luce incantevole. Una femminilità intima e auspicata, un’identità da conservare e coltivare con costanza, fatica, impegno e, perché no, anche con la leggerezza di una sana risata.