"La moglie di don Giovanni" – "Jezabel" – "Il calore del sangue", di Irene Némirovsky

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More about JezabelCosa dire. L’Irene, quando leggerla, te lo dice lei. Non è che puoi decidere tu, consapevolmente, ok, non ho altro da fare, mi leggo un’Irene. No. L’Irene ti capita tra le mani quando vuole lei. Al contrario, ti metti in testa di affrontare, con raziocinio e dedizione, che so, Suite Francese, e dopo due mesi sei ancora lì, a combatterci con tutte le tue forze, fermo e fisso a pagina 46.
L’Irene è l’arte del detto e del sottinteso, l’arte della pittura dalla pennellata veloce. L’Irene è quella che ti fa capire che se non osservi LE realtà che ti stanno intorno, se non le sperimenti, se non ne fai tesoro; se non ti documenti, se non te la sudi a studiare giorno e notte tutti coloro che sono venuti prima di te, ecco, scrittore non lo diventerai mai. Non che l’esperienza e l’applicazione salvino dalla mediocrità, comunque. Questa signorina vestita di chiffon rosa te lo rammenta, verrebbe da pensare – un sorrisetto malizioso e perfido sulle labbra – ogni volta che, santocielo, prende in mano una penna. Fastidioso.
Eppure utile, perché al di là delle tematiche (complesse) contingenti, viene da riflettere sul ruolo della Scrittura e dell’analisi interiore, sul valore dell’osservazione e della riflessione intima.
Ci dà l’impressione – tutta personale, ovviamente, e degna di qualsivoglia confutazione – che parte della letteratura contemporanea, soprattutto quella degli ultimi anni, si sia espressa favorendo, consapevolmente o no, una certa, come dire, ottica di globalizzazione. Personaggi più da film che da libro, tendenti di volta in volta alla caricatura o allo stereotipo; situazioni decontestualizzate, di facile montaggio, smontaggio e riposizionamento. L’adolescente inquieta, il giornalista tutto d’un pezzo, la donna in carriera. Figure evanescenti, pur nei loro (minimi) tratti peculiari, personaggi volutamente poco caratterizzati che potrebbero, con una certa facilità, poche modifiche e scarso impegno, essere estrapolati dal contesto originario e riposizionati, in un solo gesto, tra le righe di un qualcosa di completamente diverso.
La micro-caratterizzazione dei personaggi ha molteplici cause e qualche vantaggio di non poco conto. tra i vantaggi, una più vasta possibilità di immedesimazione. Molto più facile per un’adolescente confrontarsi con, poniamo, una Isabella Swan – per carità, nulla da dire, solo che Mrs Cullen è soltanto l’ultima delle tante ad incarnare il topos della ragazzina acqua e sapone (location non ben definita, potrebbe essere una cittadina qualsiasi della sterminata provincia americana come della molto meno sterminata bassa padana), carina ma non troppo, timidina ma forse no, abilità ginniche pari a zero, pochi amici, studiosa, elenco hobbies, gusti musicali, opinioni politiche… tutto non pervenuto – piuttosto che con i profili così complicati delle figure femminili descritte dall’Irene.
Donne giovani ma già adulte. Donne mai avulse dal contesto, al contrario inserite a pieno regime all’interno del proprio microcosmo, che è, e rimane, particolarissimo: l’alta società parigina del decennio ’30-’40, la Russia anteguerra, e che non potrebbe essere modificato in alcun modo. Donne dal carattere forte, indomito, alle prese con difficoltà che vanno bel oltre quelle di alcune “eroine” moderne: realtà sociali e politiche, il matrimonio, i figli, la guerra, la miseria, la deportazione, la fame, il lutto.
Il problema è che l’immedesimazione, talvolta, porta conforto, ma allo stesso tempo limita – e perdonate il gioco di parole – il confronto costruttivo e la visione di insieme.
Le donne dell’Irene sono creature dalla pelle candida e dagli occhi febbricitanti; tormentate, inquiete, passionali, vivide, reali. Nei loro balli, nei loro vestiti, nei loro gioielli. Nella grazia e nella rudezza dei discorsi, negli atteggiamenti, negli sguardi. Ognuna con il proprio carattere, fatto di luci e ombre, nessuna sovrapponibile all’altra. L’omologazione è improponibile. 
Dalla negazione del tutto, verso un io primario, definibile, indivisibile, nasce tuttavia, inaspettatamente, un altro tipo di immedesimazione, quella della pluralità: il modello, che non è univoco, lo diviene, cancellando in un soffio il pericolo dell’immedesimazione passiva in un singolo modello.
Le mille donne dell’Irene ne compongono una sola, che vive non soltanto nelle pagine di un romanzo, ma nella realtà e attraverso i secoli: una donna dalla femminilità fortissima, dalla grande identità personale, formata e plasmata dalle gioie ma anche – e forse soprattutto – dalle sofferenze e dalle difficoltà  della vita, ciascuna così diversa e personale, ma tutte così simili, nei tempi e nei modi.

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