"Tiratori scelti", di Emmanuele Bianco

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Del perché per un libricino di 255 pagine ci abbiamo messo tanto (a parte la pioggia, che non consente la fruizione on the road mentre si aspetta il tram). Ora, occorre dire, in primis, che l’abbiamo proprio sbagliata, la lettura. Abbiamo spezzato i capitoli in tante microletture che non ci hanno consentito di apprezzare né la forma, né le macroaree di contenuto.
Quindi, come reminder, attenzione all’approccio.

Ci abbiamo messo un po’ perché si vede e si sente di aver tra le mani una novità Holden (non per nulla pubblicata da Fandango), e occorre studiarsela a fondo.
(A parte che ad annusarlo, questo libretto, ci siamo ritrovati a pensare con un po’ di nostalgia alle sale col parquet che scricchiola, alle riviste sparse sul bancone della reception, a quell’odore di carta vecchia e nuova, di cappotti di lana e di pioggia d’autunno… ma vabè, ricordi di gioventù).

Insomma, ci sta lo stream of consciousness, queste pagine e pagine di puro pensiero con sprazzi di luce affidati a microscopici haiku. Perle di saggezza di popolo, deliri alla cocaina, visioni metafisiche date dall’alcool e dalla marijuana, riflessioni postmoderne del pensiero alla deriva durante una rissa di strada.

Perché – e qui ce n’è un altro, di perché – se non si conoscono, quelle realtà parallele di mondi nascosti, non è che te lo leggi fino in fondo e lo apprezzi pure, questo libretto. Se mentre leggi non riesci ad immaginarti le sedie di plastica bianca del bar, sparse sul marciapiede ad intralciare il cammino, il rumore che fanno quando le sposti e le gambette malferme grattano sull’asfalto grigio e ricoperto di cicche marmorizzate, allora non sai di cosa si stia parlando. Se non riesci a visualizzare la confusione di parabole sui balconi, le serrande sgangherate delle finestre, la biancheria firmata stesa ad asciugare, allora, di narrazione, te ne sei persa una gran parte.

E soprattutto, te la perdi se non senti il profumo di questi ragazzi. Le loro Acque di Giò mischiate al fumo delle sigarette e dello spinello, le camicie di marca, stirate alla perfezione, la brillantina sui capelli. Il modo che hanno, di andare in motorino, a 13 anni come se ci fossero nati.
I giubbotti di jeans imbottito e quelli di pelle, dei fratelli maggiori, appesi nell’anticamera buia, sopra al tavolino dei ninnoli in finto Swarovsky.
E quel guardare strano, di lato, come se, con una parte infinitesimale di se stessi, non fossero lì con te, e non potessero esserci mai; sempre vigili, sempre attenti a ciò che passa per la strada, sempre all’erta.

Come dire, per una scelta consapevole: o Bianco, o Moccia. A voi i raffronti.


2 pensieri su “"Tiratori scelti", di Emmanuele Bianco

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