"Il Ballo" di Irène Némirovsky

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Prendiamo l’Irene a piccole dosi. Malgrado la sopraggiunta “popolarità” dell’autrice, che oramai non si legge più grazie soltanto ad un semplice passaparola, come era qualche tempo fa, ci andiamo cauti.
Cominciamo a sentirci costretti, su questo punto. SAPPIAMO quel che ci si aspetta da noi: dovremmo leggere Suite Francese. Dovremmo leggere (PRIMA) I doni della vita, e poi di seguito Suite Francese; sappiamo che dovremmo comperare la biografia edita da Einaudi. 
Ma non è ancora arrivato il momento, benché la pressione stia salendo in maniera inesorabile. 

Ma resistiamo. Resistiamo perché ci piace fare le cose a pezzettini minuscoli, e poi mettere insieme il tutto soltanto quando siamo estremamente pronti. Per il momento ci limitiamo a piccoli morsichini, anche perché, in questi nostri tempi frenetici, in redazione si sente la necessità di questa letteratura di passo lento, fatta apposta per ricordarCI che, una volta, le storie si leggevano così. Pubblicate a capitoli sulle riviste settimanali oppure negli inserti della domenica dei quotidiani. E occorreva aspettare, e godersele, quelle storie. Occorreva aspettare l’uscita della rivista, oppure toccava stare composti a tavola, buoni e zitti, gli occhi avidi sul giornale che papà non aveva ancora terminato di leggere.

Che cos’è, “Il ballo”.
Noi lo prenderemmo come un folgorante esempio di cattiveria umana – e letteraria. Così, semplicemente.
Prima di tutto letteraria, ché, una persona così, che al suo secondo lavoro riesce a condensare in meno di 100 pagine udito, olfatto, vista, gusto e tatto, se la provi a cercare non la trovi neanche tra mille. L’Irene è fatta per rammentarci quel piccolo grande segreto che molti pseudo-scrittori di oggi si dimenticano: che scrivere non è per tutti.

Ci piacciono le sue descrizioni piantate a mezz’aria, un particolare per l’intero, il tutto percepito attraverso il dettaglio: le braccia nude sul vestito di chiffon color pesca, l’aria fredda della sera, il personale incompetente e poco affezionato ai nuovi padroni, fotografato nell’atto volgare e esemplificativo di tracannarsi lo champagne, tra risa sguaiate, di nascosto in una stanza di servizio. La carne in gelatina esposta sul tavolo di portata, le luci scintillanti moltiplicate dal gioco degli specchi.

Specchi e stoviglie d’argento che riflettono il viso tirato, sconvolto, dai tratti quasi scimmieschi, della madre di Antoinette. Una donna gretta, presuntuosa e prepotente, arricchita grazie alle sostanze di un marito abile negli affari ma poco propenso all’analisi interiore, di sé e degli altri (e qui, non si nega all’Irene una certa qual supponenza di giudizio – davvero giovanile – che la spinge a pensare che forse le “pescivendole” di estrazione proletaria, anche se arricchite e “ripulite”, sempre pescivendole debbano rimanere. Ma forse c’è anche dell’altro).
Che poi, d’altra parte, il viso di Antoinette non è che si discosti molto da quello di sua madre. Il suo sorriso, alla fine, sa più di indulgenza e distacco, commiserazione e disprezzo, piuttosto che intimo compatimento.
Lo scherzo crudele e veramente cattivo di Antoinette svela molto altro, rispetto alla semplice bravata adolescenziale tra le quali lo si vorrebbe, per indulgenza, annoverare. Rivela mancanza di raziocinio, intelletto e maturità, egoismo, rabbia profonda e una buona dose di cinismo che davvero lascia stupefatti. E’ sempre impressionante vedere come una ragazza di buona famiglia come l’Irene, all’apparenza così integrata nel sistema e nella società, potesse covare dentro di sé simili sentimenti autodistruttivi.

Non riusciamo a condannare Antoinette, così vulnerabile, infelice, abbandonata e dimenticata in uno sgabuzzino per le scope, in compagnia di un’istitutrice che di didattico e di realmente morale le insegna ben poco, tranne che l’arte della Pomiciata-con-il-fidanzato, consumata dove capita, dopo aver scaricato la ragazzina dovunque e a chiunque, solo per liberarsene e non averla tra i piedi. Eppure la bambinaia è istruita, e parla inglese. E’ di moda, avere un’istitutrice avvezza alle lingue straniere.

Eppure, per la madre di Antoinette, ci troviamo a non poter spendere una che una parola di conforto. Si potrebbe pensare ad un’infanzia di povertà, alle difficoltà della gioventù, ai tentativi di affrancarsi da una realtà misera e negletta.

Gli specchi della sala da ballo, tuttavia, mostrano anche un’altra immagine, quella dell’adulta Antoinette, a sua volta ricca signora, e forse moglie, e madre. E’ una visione ancora imperfetta e sfocata, appannata dall’incertezza. Eppure c’è.
Quel sorriso creato ad arte, quelle frasi a metà (un flashforward ante litteram) sussurrate al fidanzato – vero o presunto: “quanto ero stupida, che cosa ridicola” fanno già intendere il fine verso il quale l’Irene ha puntato.

La nemesi storica, le colpe dei padri che ricadono sui figli, che vengono corrotti e sfregiati nell’animo, per sempre, da famiglie assenti e da madri “pescivendole” nell’animo.
Un decadimento spirituale che sa anche un po’ di denuncia morale
Madre, sono un mostro, così mi hai creato, come cera nelle tue mani. Da brivido.

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