"Scompartimento n.6", di Rosa Liksom

Nata nel 1958 nel villaggio lappone di Ylitornio e figlia di un allevatore di renne, Anni Ylävaara studia antropologia a Helsinki e poi a metà degli anni ’70 si trasferisce nella vicinissima URSS, terra di cui ha sempre subito il fascino, e si specializza in scienze sociali all’Università di Mosca. Spinta dalla passione che ha fin da ragazza per i viaggi e la cultura di strada girovaga per l’Europa, aderisce alla cultura punk, vive in comuni autogestite (tra cui quella di Christiania a Copenhagen) e per mantenersi svolge i lavori più umili. Nel 1986 all’età di 28 anni, a un anno di distanza dal suo esordio letterario col nom de plume di Rosa Liksom (una raccolta di racconti: “Stazioni di transito”, che vince il premio J.H. Erkko), torna in Russia e da Mosca arriva fino a Ulan Bator – in treno, naturalmente.


Hytti nro 6”, un racconto lungo in cui l’autrice mette per iscritto questa sua esperienza sulla leggendaria Transiberiana, vince il Premio Finlandia 2011, il più alto riconoscimento letterario nazionale, è finalista al Premio del Consiglio Nordico e al Prix Médicis e ottiene un ampio successo di critica e pubblico: il tutto nonostante l’iniziale scetticismo dell’editore che lo aveva dato alle stampe addirittura in formato economico, certo di una sicura debacle visto l’argomento trattato e lo stile ermetico e malgrado la fama già consolidata dell’autrice, che da anni è ormai una delle figure più in vista del panorama culturale finnico: scrittrice, pittrice, artista e regista di cortometraggi (questo il suo website, bianco neve, minimal, molto chic e molto nordico). 

L’esperienza autobiografica, come l’autrice spesso sottolinea, è parte fondamentale della sua produzione artistica:

“Non scrivo di niente che non abbia vissuto” 

“Ogni anno di distanza che ho preso da quel viaggio era necessario. Da lontano si vede meglio”  


ribatte la scrittrice a chi le domanda come mai abbia impiegato quasi vent’anni per scrivere della Transiberiana; proprio per questo non bisogna cadere nel tranello di considerare “Scompartimento n.6” alla stregua di uno dei tanti documenti di viaggio a testimonianza di questa mitica traversata. 
In realtà questo è uno degli ultimi documenti vòlti ad attestare quella Russia (anzi, l’URSS) che fu, lì proprio a principio dello sgretolamento, in equilibrio sul precipizio, ed è prezioso per due motivi: perché nonostante sia stato redatto da una scrittrice di nazionalità non sovietica è un racconto che possiede l’accuratezza di una testimonianza da insider, grazie alla profonda dimestichezza dell’autrice con l’ambiente e la popolazione descritta; parimenti questo distacco inevitabile dalle vicende narrate, perché non proprie, dona alla narrazione un’onestà intellettuale e di intento che garantisce una visione certamente super partes
A far da sfondo la straordinaria Transiberiana che lo sguardo della Liksom scarnifica di qualsiasi facile mistificazione e che da mero pretesto per inscenare una finzione letteraria si trasforma nell’unico mezzo utileper penetrare il mondo sovietico, grazie alla versatilità di contesti che per definizione offre la letteratura di viaggio.
Mosca, 1986. Una ragazza finlandese (di cui non sapremo mai il nome perché non verrà mai pronunciato) sale sul treno che la condurrà fino in Mongolia. Si sistema in una delle cuccette dello scompartimento numero 6 (e sì, il titolo è voluto omaggio alla novella di Čechov ambientata nella corsia di un manicomio) è una studentessa di antropologia e il suo intento dichiarato è quello di arrivare fino a Ulan Bator per visionare alcune iscrizioni rupestri. 

A condividere con lei lo spazio angusto sarà un carpentiere cinquantenne, Vadim Nikolaevic Ivanov, russo fino al midollo, che durante la stagione estiva si guadagna da vivere nei nuovi cantieri alla periferia di Ulan Bator. Tanto è silenziosa e poetica lei, coi suoi pensieri delicati e sconnessi e mai espressi ad alta voce, quanto chiassoso lui nelle sue esternazioni: odori di cibo e di quotidianità, risate grasse e pianti incontrollati, canzoni, volgarità sessuali, parolacce ma anche citazioni dai classici e brevi quanto fulminanti aforismi di vita vissuta:


“Qui soffriamo senza alcun motivo e senza protestare. Ci possono fare di tutto e noi accettiamo umilmente tutto”(pag.70) 

“Quante volte ho maledetto questo paese! Eppure cosa sarei senza la Russia? Io amo questa terra” (pag.108)


Anche qui non si cada nell’errore di pensare a Vadim come a una macchietta stereotipata del personaggio-Russia; il falegname avvezzo ai campi di correzione e imbevuto, oltre che di vodka, della propaganda sciovinista di cui faceva uso il PCUS per l’educazione di massa, non è che una delle tante declinazioni dell’animo sovietico in tutte le sue passioni, idiosincrasie e contraddizioni, come l’autrice ben testimonia attraverso l’utilizzo della narrazione di viaggio grazie alla quale può mettere in scena, in una esperienza letteraria che deriva dalla conoscenza reale e concreta dei fatti, una commedia di protagonisti e di comparse che va dalla babushka al militare dell’Armata Rossa. 


Sono molte le tracce attraverso cui leggere l’opera, al di là della semplice narrazione di viaggio. Uno su tutti naturalmente l’interesse dell’autrice per i temi politici e sociali. Fondamentale la fascinazione della scrittrice per tutto ciò che all’epoca ancora traspariva, nonostante lo sfacelo, della millenaria cultura sovietica e asiatica in generale: dalle tradizioni culinarie alla passione per la musica (onnipresente) passando per la proverbiale ospitalità della steppa e gli ultimi scenari naturali mozzafiato sopravvissuti allo sciacallaggio della cementificazione.

Non è un caso che l’autrice abbia scelto – seguendo quel criterio di verosimiglianza di cui sopra – di ambientare l’opera in primavera: la coltre di neve che nell’immaginario collettivo caratterizza la steppa russa e le dona un fascino atemporale è qui prossima a sciogliersi rivelando, col ritiro dei ghiacci, panorami millenari rovinati dall’inquinamento atmosferico e delle acque, l’orrore dell’abuso edilizio, l’estrema povertà rurale, le aree suburbane vittime dell’incuria e del degrado.


“Quando il treno si mosse, il quartetto l’archi numero otto di Sostakovic proruppe improvviso dagli altoparlanti di plastica dello scompartimento e del corridoio” (pag.12)

Gli altoparlanti riversavano il dolce-amaro canto dell’ospite vichingo di Rimskij-Korsalov” (pag.46) 

“Prese dalla borsa un grosso pezzo di formaggio Rossijskij, un’interna pagnotta di segale, una bottigkia di kefir e un vasetto di panna acida. Per finire, sfilò dalla tanca laterale della borsa un sacchetto di cetrioli che perdeva salamoia, e cominciò a rimpinzarsi di pane con una mano e di cetrioli con l’altra” (pag.15) 

“Versò l’acqua nel samovar e l’accese, dosò con un cucchiaino le foglie di tè e le mise nella teiera smaltata. Non restava che aspettare che l’acqua bollisse e che linfuso riposasse quel che serviva per versarlo nei bicchieri” (pag.48)

La tensione narrativa è garantita non dall’azione ma dalle vicende personali dei due protagonisti che affiorano a tratti, ben studiati, con la tecnica del flashback (la vita sentimentale della ragazza che svelerà il vero significato del suo volontario allontanamento da Mosca) e del racconto aneddotico (gli eventi della vita passata del carpentiere Vadim che scava nella memoria della Russia comunista post-bellica) in un crescendo di tensione e curiosità da parte del lettore che però viene abilmente frenato:

“La fretta uccide, ricordatelo” (pag.58) 

raccomanda Vadim alla ragazza invitandola ancora una volta a servirsi del cibo che lui, incessantemente, le propone; medesimo atteggiamento dell’autrice, che tra il serio e il faceto strizza l’occhio allo spettatore impaziente e si serve ancora una volta dello strumento letterario (un treno che arranca verso la meta e più si avvicina, più va lento e a singhiozzo) per mostrare uno dei caratteri peculiari dell’animo russo:

“Molti concittadini che hanno voluto lanciarsi a precorrere il loro tempo, hanno poi dovuto aspettarlo in un luogo spaventoso. Bando alle fretta, quindi, e godiamoci la reciproca compagnia e questo istante!” (pag.92)

L’effetto ritmico e quasi ipnotico della trama che alterna il fermarsi e il ripartire, il dialogo e il silenzio, il sonno e la veglia, la sobrietà e l’ubriachezza, il digiuno e il nutrimento, il giorno e la notte (e che all’avvicinarsi della meta si accavallano l’uno sull’altro in un ritmo percettivo alterato, sempre più personale e meno oggettivo) è amplificato dalla struttura che in diverse parti assume i toni dell’epos narrativo fatto di ripetitività di azione, contesto e sintassi:

Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nuvole, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri” (pagg.14-64-165 etc)

L’edizione italiana di “Hytti nro 6” era stata presentata da Iperborea a Maggio scorso durante Caffè Helsinki, il festival della cultura finlandese a Milano. 

Cristina Gerosa di @IperboreaLibri descrive il testo a #BCM14, all’interno del panel “La scelta editoriale ai tempi del #selfpublishing” e oltre che identificarne il carattere: “Claustrofobia e intimità condivise da Mosca a Ulan Bator” parla dell’autrice e soprattutto di come si è arrivati a scoprire questo testo e della genesi della traduzione, ad opera di Delfina Sanna che firma anche la meravigliosa postfazione.


Qui i post condivisi: grazie a tutti per l’interesse e i retwitt.

Buona lettura 🙂

"Lacci", di Domenico Starnone

Napoli, 1962. Aldo e Vanda, vent’anni, si sposano: giovanissimi, come vuole la convenzione. Nel 1965 nasce il primogenito Sandro, tre anni dopo viene Anna.
Vanda si dedica alla casa e ai figli, mette le pezze alle attenzioni svagate di un uomo non ancora adulto che arranca nel lavoro e che coi bambini ha un rapporto sconnesso:
“Finché ero vissuto con loro ero stato un padre distratto che per riconoscerli non sentiva il bisogno di conoscerli” (pag.80)  

racconta Aldo, ormai anziano.

“Ero giovane, mi sentivo attratta, non sapevo quanto è casuale l’attrazione. Per anni non sono stata felice, ma nemmeno infelice. Ho capito tardi che mi incuriosivano gli altri né più né meno di quanto mi avevi incuriosito tu. (…) Credevo di dover amare solo te per sempre e quindi guardavo da un’altra parte, stavo dietro ai capricci dei bambini. Che stupidaggine. Ammesso che io ti abbia mai amato – e oggi non se sono sicura. (…) Sicuramente per me non sei stato niente di unico, niente di intenso. Mi hai solo permesso di considerarmi una donna adulta: vivere in coppia, il sesso, i figli. Quando mi hai lasciata, ho sofferto soprattutto per quello che di me ti avevo inutilmente sacrificato. E quando ti ho riaccolto in casa, l’ho fatto solo per farmi restituire ciò che ti eri preso” (pag.104-105)


così di rimando una Vanda ultra settantenne apostrofa il marito.

La trama è tutta qui, in quest’ultimo capoverso: c’è che il trentenne Aldo all’improvviso se ne va di casa; abbandona moglie e figli e scappa a Roma con Lidia, maggiore età appena superata. Non si fa né vedere né sentire per quattro anni; si dedica all’amore (quello vero, quello mai provato con nessun’altra) e alla carriera professionale di autore televisivo che finalmente riesce ad intraprendere con profitto e riconoscimenti sociali.

“Hai sragionato con tranquillità saccente sui ruoli dentro cui c’eravamo imprigionati sposandoci – il marito, la moglie, il padre, i figli – e ci hai descritti – me, te, i nostri bambini – come ingranaggi di una macchina priva di senso, costretti a ripetere per sempre gli stessi movimenti insulsi” (pag.7)


scriveva Vanda al marito, in una delle tante lettere rabbiose e disperate che gli inviava durante gli anni della separazione, e rincara:
“Tu non stai affatto lottando contro un’istituzione opprimente che riduce le persone a funzioni. (…) Tu vuoi sbarazzarti di Sandro, di Anna, di me proprio in quanto persone. Ci vedi come un ostacolo alla tua felicità” (pag.14) 

“Mi era sembrato piacevolmente avventuroso sposarmi ancora ragazzo, senza aver finito gli studi, senza un lavoro. Avevo avuto l’impressione di tagliar via da me e l’autorità di mio padre e mettermi finalmente a capo della mia esistenza. (…) I primi anni erano stati belli (…). Poi l’avventura si era piano piano trasformata in una consuetudine imposta dai bisogni dei bambini. (…) Essere sposato, avere una propria famiglia in giovanissima età, era diventato non segno di autonomia, ma di arretratezza. A meno di trent’anni mi sentivo vecchio” (pagg.58-59)


Ribatte ora Aldo, a distanza di quarant’anni, chiuso nello studio – un grande e lussuoso appartamento di famiglia affacciato sul Tevere – leggendo quelle lettere che mai all’epoca si era sognato di aprire.

Potremmo continuare all’infinito citando passi interi di questo dialogo a distanza che da una parte riporta il testo delle missive inviate da Vanda ad Aldo negli anni dell’allontanamento e dall’altro ripercorre i pensieri solitari di Aldo ormai anziano nel momento in cui si trova, a causa di un evento drammatico e imprevisto, ad affrontare il proprio passato sepolto sotto decenni di consapevole oblio.

“Lacci” è la storia di un matrimonio come tanti, luminoso di nuovi inizi ed entusiasmi e poi via via sempre più spento e infine devastato dagli accadimenti brutti della vita, un po’ fortuiti, un po’ cercati; la storia di tutto quel disastro che la mancanza di sentimento porta con sé trascinando nel gorgo chiunque capiti a tiro, bambini compresi.

Di questo sfacelo coniugale si vorrebbe dare la colpa a qualcuno. Poi, a pensarci, vien fatto di non sapere da chi iniziare. Aldo, marito adultero e padre degenere. Eppure…

“Mi allontanai da mia moglie e dai miei figli andando dietro a ciò che mi appassionava. (…) Una nebbia secca copriva il passato in cui mi ero sentito lento e inconcludente” (pag.74)


E che dire di Vanda: casalinga frustrata, isterica scribacchina di lettere minatorie, che ora – agiata ottuagenaria – si prende il lusso, inacidita, di una vendetta tardiva fatta di musi lunghi e labbra strette. Sì, ma di che vendetta stiamo parlando?

“Ora che sono vicina agli ottant’anni posso dire che della mia vita non mi piace niente. Non mi piaci tu, non mi piacciono loro (NdR: i due figli), non mi piaccio io stessa” (pag.106)

L’amante Lidia, che muta e bellissima attraversa tutta la narrazione, prima presenza viva e poi, ancor peggio, ricordo soffuso di dolce nostalgia? Lei che non ha avuto rimorsi a prendersi un uomo più vecchio, sposato, e nemmeno un ripensamento poi nel mollarlo, dopo anni, quando lui accenna a un ricongiungimento coi figli. Ecco però cosa pensa Anna, di Lidia:

“In quell’occasione io guardai quella ragazza attentamente (…). Pensai: com’è bella, com’è colorata, da grande voglio essere identica a lei” (pag.130)

Sandro e Anna, appunto. Di cui sappiamo poco o nulla, riflessi nello specchio deformante dello sguardo genitoriale.

“Hanno faticato a trovare lavoro, lo perdono di continuo, si rivolgono a noi per i soldi, hanno vite disordinate” (pag.89)


Quante domande. Andiamo oltre, per il momento.

Leggere Starnone è tuffarsi nella lingua italiana, utilizzata in tutta la sua versatilità. Lessicale, prima di tutto, attraverso la varietà puntuale dell’aggettivazione. Nella struttura della sintassi modulata a misura del personaggio, una paratassi scarna e limpida a illuminare la praticità schietta di Vanda, un via vai di subordinate serpeggianti nel pensiero di Aldo. Mediante la poliedricità degli stili narrativi utilizzati: epistola, monologo, dialogo serrato.

L’unica debolezza dell’opera sta forse nelle parti in cui l’autore dà voce ai due figli ormai adulti. Se gli anziani coniugi vengono descritti accuratamente complice anche il sistema a flashback che dona alle immagini una piena tridimensionalità, i due figli sembrano cristallizzati nel momento presente e poco definiti.
Su Sandro l’autore si sofferma un po’ di più (forse grazie al fatto che comunque si tratta di un soggetto maschile, cosa che rende più facile il meccanismo di identificazione) offrendo un dipinto parziale ma abbastanza convincente, per deduzione: un bell’uomo di mezza età, colto, istruito ma poco incisivo nella vita professionale e ancor meno in quella sentimentale, costellata da numerose relazioni e altrettante paternità vissute a singhiozzo.
Con Anna, Starnone è invece più sfuggente: non sappiamo nulla di più se non quanto ci riporta lei stessa ma è un quadro distorto dai cattivi sentimenti che la donna prova verso di sé. Si vede brutta, sciupata, in sovrappeso:
“Sono grassa, mi si moltiplicano le rughe e i capelli bianchi” (pag.122)

Attribuisce gran parte delle esperienze negative della propria vita alla situazione famigliare, in un crescendo di recriminazioni che – onestamente – rivelano non tanto le mancanze dei genitori ma una particolare immaturità di pensiero. Un po’ banali e forse poco credibili perché tese all’esasperazione anche le riflessioni di Anna nei riguardi della decisione di evitare matrimonio e maternità: una scelta lecita, certo, che tuttavia ci si aspetterebbe un po’ più motivata, specie da una donna di più di 40 anni.

La totale assenza di pars construensriferita ai due figli adulti è ciò che più di tutto genera il pessimismo di fondo che pare insito nell’opera: non solo i genitori non si sono salvati dal disastro coniugale ma neppure i figli riusciranno a staccarsi dal proprio passato liberandosi dall’ereditarietà della colpa.
A questo punto occorre quindi da parte del lettore una decisione personale; se eleggere l’opera a paradigma assoluto di un esperienza drammatica di per sé atemporaleo se storicizzarla: i due giovanissimi sposi hanno vissuto il loro dramma personale e di coppia in un’epoca turbata da profondi cambiamenti sociali (la liberalizzazione sessuale, l’istituzione del divorzio, il crollo dei valori della famiglia italiana tradizionale) e per certi versi non avevano a disposizione il bagaglio culturale ed esperienziale volto a sostenere uno tzunami emotivo di queste dimensioni; forse non così si può dire per Sandro e Anna che dalla loro parte avrebbero l’esperienza e le conoscenze con le quali affrontare se stessi.

Occorre quindi decidere se considerare la situazione di Sandro e Anna come una condizione imposta e immutabile oppure, semplicemente, una scelta di vita (inconscia, di pigrizia, per comodo etc). Bisognerebbe domandarlo a Starnone.


Buona lettura 🙂

Del perché nessuno stronca i libri brutti – riflessione di Giovanni Turi

Nei giorni scorsi si è aperto un dibattito interessante a seguito del post di Giovanni Turi (@Vitadaeditor) “Perché nessuno stronca i libri brutti?”. Un quesito importante, che porta con sé molteplici riflessioni come ben documentato nella pagina di Nazione Indiana che l’ha subito ripreso (qui anche il link alla pagina Facebook dell’autore).


A proposito dei “blogger”, ecco quanto scrive GTuri:

“Insomma, sulla presunta critica ufficiale non si può fare affidamento e sui blogger, allora? Ancor meno. Tralasciamo coloro i cui “articoli” sarebbero imbarazzanti anche su un giornalino scolastico e concentriamoci sui recensori più o meno in grado di stabilire il valore di un’opera (al di là di quelli che possono essere i propri gusti) e di argomentare a riguardo con proposizioni di senso compiuto. Ebbene, anche costoro difficilmente stroncano un libro pur se pessimo o mediocre, tendono ad accentuarne gli aspetti originali e interessanti piuttosto che le debolezze, al massimo si astengono dallo scriverne. Tutto ciò per diverse ragioni:

  1. In molti casi, anche loro hanno un qualche rapporto con un editore (o ambiscono ad averlo)
  2. Se hanno richiesto alla casa editrice un’opera (o meglio ancora gli è stata spedita per iniziativa dell’ufficio stampa) e poi la denigrano, quando lo stesso marchio pubblicherà un volume di loro interesse gli toccherà comprarlo e, si sa, in tempo di crisi… 
  3. Qualsiasi blogger ha tra i suoi obbiettivi primari quello di raggiungere un numero di lettori sempre più ampio e la maggior parte delle visite ai siti internet arriva tramite i social network: a condividere una stroncatura sarà presumibilmente soltanto lui (anche i sodali e coloro che ne apprezzano il giudizio al più si limiteranno a un like); una recensione positiva verrà invece per lo meno linkata anche sui profili social della casa editrice, che contano migliaia di followers, e – se in vita e al passo coi tempi – anche dall’autore del volume in oggetto e di conseguenza dai suoi fans
  4. Tutti gli scrittori hanno le proprie conventicole, pronte a screditare-bannare-spammare chiunque osi mettere in discussione il valore assoluto della produzione del loro protetto e la realtà virtuale permette tempi e modi di reazione punitivi e immediati” 

Avevo piacere a riportare su ADC anche il mio maldestro intervento, che fa seguito a quello, ben più felice, di altri. Non che io ami l’autocitazione: è che mi preme ancora una volta sottolineare le linee guida che animano questo spazio web (le trovate comunque qui – e se ne era parlato anche qui) e ringrazio Giovanni Turi per l’opportunità che mi ha offerto.
“In molti casi, anche loro (ndr: i bloggers) hanno un qualche rapporto con un editore (o ambiscono ad averlo)” 

Risposta: Punto uno: uhm no, non sono uno di quei casi. (Punto due, il tra parentesi: Mah, Ni. Che tipo di “rapporto professionale” con l’editore? Non è che “ambisco” a tutto e pure indiscriminatamente, arrivata ad una certa età anagrafica e professionale, e in merito tengo fede a un mio preciso codice deontologico)

“Se hanno richiesto alla casa editrice un’opera (o meglio ancora gli è stata spedita per iniziativa dell’ufficio stampa) e poi la denigrano, quando lo stesso marchio pubblicherà un volume di loro interesse gli toccherà comprarlo e, si sa, in tempo di crisi…” 

Risposta: mai chiesto nulla a nessuno. E’ capitato che agli albori del blog mi mandassero qualcosa (ADC è nato alla fine del 2009). Ci ho provato un paio di volte, ho scoperto che non faceva per me. Ho smesso. Quello che mi interessa lo compero o lo prendo a prestito in biblioteca. Mai domandato “pass stampa” per alcuna kermesse letteraria e gli ingressi a tutto ciò a cui voglio assistere me li pago da sola. 

“Qualsiasi blogger ha tra i suoi obbiettivi primari quello di raggiungere un numero di lettori sempre più ampio e la maggior parte delle visite ai siti internet arriva tramite i social network (…)” 

Risposta: Ni. Mi fa piacere sapere che tante persone seguono il mio account ma non sto lì a conteggiare i followers. Se qualcuno mi segue, spero sia perché trova interessante quello che dico. Non arriverò mai a cifre esagerate? Pazienza: continuerò a dare il meglio per i fedelissimi e continuerò a imparare, per migliorarmi. (E poi non sono così convinta che se scrivessi qualcosa di negativo – ben fatto – avrei per forza e sempre pochi “like”… ) 

“Tutti gli scrittori hanno le proprie conventicole, pronte a screditare-bannare-spammare (…)” 

Risposta: se lo dice Lei, ci credo. E me ne farò una ragione.

Ma la verità è solo una, piccola, banale e priva di qualsiasi dietrologia: siccome il mio blog è nato per diletto, e deve rimanere tale, allora credo sia più produttivo per me e per le persone che mi seguono occuparsi, in quel poco tempo libero consentito dalla vita adulta, delle cose che piacciono o che sono piaciute piuttosto che spendere energie a rimuginare su quel che di scarsamente interessante c’è attorno a noi. 

Se devo pensare al blog letterario come a un incubatore di cultura, preferisco alimentare il senso critico dei “miei lettori” attraverso un processo di rinforzo positivo. Poi ognuno svilupperà il proprio senso critico e si farà la propria idea. A me nessuno ha mai imposto il diktat della non-lettura e comunque, da diversi anni ormai, non mi capita più di comperare libri brutti. Se per caso, cominciandone uno, mi rendo conto dell’errore, sa cosa faccio? Esercito uno dei diritti fondamentali del lettore: lo chiudo e non lo apro più (sempre per la solita questione: la vita è una, perdere tempo dietro a certe questioni è sostanzialmente improduttivo, e pure di una noia mortale, a volte)


A tal proposito mi permetto di sottolineare il post di UnaLettrice che spiega bene, da addetta ai lavori qual è, il meccanismo di selezione nella scelta dell’opera da proporre sul blog (citando anche, tra le varie motivazioni, le impressionanti cifre relative all’editoria italiana – leggere per credere).


Nota a margine, chi frequenta ADC sa che di vere e proprie recensioni, sul blog, ce ne sono poche. Si tratta più che altro di schede di lettura, come scritto tempo fa. Le opere consigliate sono meritevoli di essere lette – chiaro, a personalissimo giudizio – ma non è detto che siano “libri belli” tout court , e spesso i difetti non sono taciuti (si veda il post su “Il Cardellino” di Donna Tartt, per esempio, solo per citarne uno tra gli ultimi pubblicati).


Grazie ancora per l’attenzione.

"Hollow City", di Ransom Riggs

La vera, singolare peculiaritàdei bambini Speciali di Miss Peregrine è alla fine forse una sola: l’autenticità del mondo infantile che li permea, caratterizzandoli.

Un manifesto programmatico e una presa di posizione netta a ri-definire i canoni letterari dell’infanzia che rivendica se stessa e la propria genuinità; una brusca virata di rotta per un genere, quello del fantasy paranormale(Rowling a parte, ovviamente, lei di fanciullezza ne sa qualcosa), che spesso oramai ambisce unicamente a identificarsi – al fine di accattivare il sempre più esigente pubblico young-adult – nella celebrazione di piccoli eroi salvamondo tutti coraggio e spirito di abnegazione e di sedicenti signorine che, appena adolescenti, sciorinano una serie invereconda di consapevolezze e granitici convincimenti da far invidia a una quarantenne.

“Non c’è niente di male ad avere paura” (pag.121)


dichiarano con orgoglio i bambini speciali di Miss Peregrine. Eh sì perché i bambini dell’Anello di paura ne hanno eccome. Tremano, di paura. Sragionano, per colpa della paura. Balbettano e piagnucolano e cercano rifugio tra le gambe di mamma e papà (o di chi ne fa le veci), quando hanno paura. Conservano in sé tutto quel che distingue l’infanzia dall’età adulta e ne fanno tesoro: la prevalenza dell’istinto sulla ragione, l’attitudine al gioco, la serenità che viene e va, figlia di un momento, tale e quale al capriccio improvviso; il moccio al naso, il pianto incontrollato in un momento di stanchezza, il desiderio di affidarsi, anima e corpo, alle braccia forti di un adulto che li guidi e li protegga e li rassereni con una favola della buonanotte.

“I bambini Speciali faticavano a rispondere alle domande degli adulti Normali” (pag.171)


Eh già. Diciamocelo: i bambini Speciali, come tutti i bambini, sono spesso molesti agli occhi dei grandi. Pongono domande scomode e non rispondono quasi mai se interrogati; si infilano le dita nel naso senza vergogna, fanno le bizze, si ammalano sotto le feste o alla vigilia della partenza per le ferie; fanno e dicono cose all’apparenza prive di alcun senso logico. Di verità in tasca ne hanno poche, per non parlar dello spirito di abnegazione. E poi hanno bisogno di noi, sempre: è questo, talvolta, a spaventarci.
“Hollow City” è una speculative fiction che strizza l’occhio alla gotic novel e all’horror, più che al tradizionale fantasy a cui invece verrebbe naturale riferirsi, data la presenza dell’elemento soprannaturale e mitico. Se a ciò si aggiunge un’ambientazione da folle circo steampunk, tra alambicchi, mostruosità e aberrazioni, il tutto condito dal nero pece dei bombardamenti su Londra nel momento più buio della Seconda Guerra Mondiale, il gioco è presto fatto. 

Anche in questo volume, seconda parte di un progetto che ormai ha assunto a quanto pare i caratteri di una trilogia, il senso di disagio che il lettore si trova ad affrontare e che deriva da tutta quella serie di paure ancestrali che l’horror stimola per definizione (dal terrore per la morte e la sofferenza fisica al disgusto per il grottesco e il ripugnante) è amplificato dalle foto d’epoca da cui l’autore sostiene di aver tratto ispirazione. 

Punto di forza e insieme di debolezzadell’impianto narrativo, verrebbe da dire, perché se da una parte la ricerca iconografica ha il merito di aver dato vita ad un’opera di fiction che stimola il lettore non soltanto attraverso la parola scritta ma anche attraverso l’immagine (e attraverso il progetto grafico sotteso, che ad esse riporta), dall’altra capita in un paio di occasioni che la narrazione – specie in questo secondo volume che riveste chiaramente il ruolo di testo di raccordo – risenta un po’ di questa organizzazione a episodi, concatenati tra loro in maniera un po’ meccanica.
Peccato meritevole di indulgenza, sia perché il risultato è comunque omogeneo e ben calibrato, sia perché questo approccio è reso evidente dall’autore stesso in partenza; tanti sono i testi che presuppongono una narrazione evidentemente costruita solo su episodi ma che celano questo canovaccio nell’ombra: ben venga quindi una prospettiva di questo tipo che riveli già in partenza l’intento sperimentale dell’autore. 

Progetto, questo dei Bambini Speciali, che ha il pregio di non scivolare mai nel facile tranello dell’adattamento cinematografico grazie prima di tutto alla presenza di svariate ambientazioni estremamente contestualizzate e alle decine di personaggi minori, ciascuno con una propria caratterizzazione ben definita; completano il quadro lo stile denso e ricco di aggettivazione sempre pertinente, la cura dei dettagli destinata alle parti di dialogo, limitate allo stretto necessario, attinenti al contesto, intervallate da lunghe descrizioni, e la meticolosità nella gestione della trama, che si prende il tempo necessario per il proprio sviluppo evitando improbabili accelerazioni da “colpo di scena”.

Buona lettura 🙂

"L’uomo di Marte", di Andy Weir

Il signore dall’aria simpatica che vedete nella foto qui sotto si chiama Andy Weir. Californiano di nascita, fin da ragazzo ha sempre lavorato come software engineer per marchi noti, come AOL o Blizzard; figlio di un fisico delle particelle, è cresciuto cibandosi di 1960s science fiction e, come recita la sua biografia on line:
 
He is also a lifelong space nerd and a devoted hobbyist of subjects like relativistic physics, orbital mechanics, and the history of manned spaceflight.
 
Dunque accade che due anni fa Weir, stanco di proporre il proprio manoscritto – una science fiction ambientata su Marte, che aveva iniziato a scrivere nel 2009 e che gli aveva richiesto tre anni di lavoro – a case editrici e agenti letterari da cui sistematicamente veniva rimbalzato (poi capiremo il perché),  piuttosto che continuare nel tentativo attraverso l’editoria tradizionale decide di divulgarlo on line e gratuitamente sul proprio sito web, seguendo un format seriale a capitoli.
 

Poi, su consiglio di alcuni fans che desideravano avere a disposizione una versione off-line per ereader, Weir si risolve a pubblicare “The Martian” su Amazon al costo di 99cent, il prezzo più basso offerto dal colosso di Seattle. Risultato: “The Martian” scala le classifiche di vendita posizionandosi ai primi posti tra i bestsellers di genere science-fiction e Amazon ne vende 35mila copie in tre mesi. Il resto è presto detto: Weir firma un contratto con un agente letterario e l’opera esce in cartaceo per Crown Publishing nel Febbraio di quest’anno. A metà Marzo, “The Martian” figura tra i primi 15 hardcover bestsellers nella classifica del NYTimeCome si sa, i diritti cinematografici sono stati opzionati da Twentieth Century Fox che pare aver già ingaggiato come screenwriter addirittura Drew Goddard (sì, proprio quello di “Cloverfierld”).

 
Sicché parliamo di #selfpublishing, di quelli puri per altro, che – come regola vuole – sono figli di generi letterari ben precisi tra cui quello principe della science-fiction. E il perché di un successo così dirompente lo spiega bene la stampa americana che nelle pagine culturali e di entertainment si è occupata della faccenda:

Contemporary science fiction is so full of aliens, zombies and apocalypses, the science sometimes gets lost amid the fiction — which may help to explain why Andy Weir’s “The Martian” stands out in the crowd. Weir’s novel, a gripping tale of survival in space, harkens back to the early days of science fiction by masters such as Robert Heinlein, Isaac Asimov and Arthur C. Clarke – authors Weir has revered since he was a young reader. (Georgia Rowe, MercuryNews, 10/03/2014)

La missione Ares3, terza spedizione della NASA su Marte, non è andata come da protocollo. Nei giorni successivi all’atterraggio il campo base è devastato da una terribile tempesta di sabbia con venti a oltre 170km orari: i danni strutturali sono ingenti, Huston dà ordine di abortire e l’equipaggio è costretto a ritirarsi in direzione della navicella “Hermes” per rientrare precipitosamente sulla Terra. Durante questo breve tragitto, l’astronauta Mark Watney, ingegnere e botanico, viene colpito da alcuni detriti ed è scaraventato a decine di metri di distanza dal gruppo. I compagni lo cercano per qualche minuto ma a causa delle condizioni atmosferiche proibitive devono desistere e lasciare il pianeta. Mark Watney è dichiarato disperso, e poi morto. 
Inizia così l’avventura di questo novello Robinson Crusoe – chiaramente Watney morto non è – che deve impiegare tutte le energie e le proprie conoscenze scientifiche in questa curiosa e avvincente lotta per la sopravvivenza, unico abitante di un pianeta sconfinato. Nessun deus ex-machina quindi, preparatevi: niente omini verdi, niente catastrofi postatomiche, niente virus assassini. Soltanto un Uomo che, in solitaria, si misura con se stesso, con le proprie paure e le proprie risorse. Di più, sulla trama, non si può anticipare.
 
Si diceva, Weir ha impiegato tre anni per completare la stesura: questo perché di scienza, in “The Martian” ce n’è molta, pagine e pagine: da come recuperare l’indispensabile ossigeno al modo in cui garantirsi il quotidiano fabbisogno nutrizionale. Ed è tutto, a quanto pare, assolutamente verosimile (sì, ero scettica; e sì, mi sono documentata). 

“The more I worked on it, the more I realized I had accidentally spent my life researching for this story. Early on, I decided that I would be as scientifically accurate as possible. To a nerd like me, working out all the math and physics for Mark’s problems and solutions was fun”

“The basic structure of the Mars program in the book is very similar to a plan called “Mars Direct” (though I made changes here and there). It’s the most likely way that we will have our first Mars mission in real life. All the facts about Mars are accurate, as well as the physics of space travel the story presents. I even calculated the various orbital paths involved in the story, which required me to write my own software to track constant-thrust trajectories” (http://www.andyweirauthor.com/books/the-martian-hc)

La struttura a diario, con narrazione in prima persona (salvo alcuni punti che non è possibile svelare qui), regge questo tipo di impianto narrativo e permette uno stile divulgativo agile e coinvolgente, sostenuto in primis da una scelta azzeccata e intuitiva: puntare tutto sul temperamento dell’astronauta Watney, che è sì uomo di scienza ma che proprio non rinuncia a ricoprire il ruolo di anima della festa. Caciarone, sboccato quando occorre e quando non esserlo sarebbe stato veramente poco credibile, dotato di un pervicace sense of humor, ci diverte con il suo sarcasmo ai limiti del politically correct mentre affronta le sue sfighe quotidiane da uomo quasi comune. 
 
(Nota a margine: impianto narrativo a diario e personalità del protagonista, ecco spiegato l’interesse delle Major cinematografiche. Per altro, il fatto che il pubblico [US] si sia interessato – differentemente dall’editoria tradizionale – a questo esperimento di fiction scientifico-divulgativa la dice innegabilmente lunga su diversi aspetti relativi a tutta la filiera editoriale e sulle conseguenze che può avere un’analisi solo presunta del target di riferimento).
 
Bell’esempio di lettura di intrattenimento e insindacabile page-turner, ha il merito di stimolare riflessioni interessanti, che arrivano in quantità: su tutte, il rapporto dell’Uomo con la Natura, il Cosmo e quel desiderio di avventura e scoperta che sempre ha caratterizzato la Storia dell’Umanità. Marte veglia sui sonni di Watney: un respiro lungo di sabbie millenarie, ostili ma mai crudeli o vendicative: semplicemente Terre Selvagge, da scoprire, da difendere, da rispettare.
 
Buona lettura 🙂
 
ps. la bibliografia (US) è disponibile su richiesta; vi invito anche a dare un’occhiata alla reader’s guide disponibile sul sito dell’autore. Puro stile US highschool, ma funziona.

#BornToBeWilde party – Il Saggiatore

Dunque.
C’erano anziani signori distinti, in giacca e cravatta, chini a scegliere volumi e leggere sinossi, ed è bello pensare che poi se li sono portati a casa quei libri, comprati a peso sulla bilancia (a fianco, la cassetta blumetallo per le monetine), e magari li hanno anche sfogliati subito, senza neanche aspettare la luce della mattina, nel silenzio delle loro camere da letto. C’erano ragazzi e studenti che a gruppetti ascoltavano musica, scartabellavano pagine e smangiucchiavano mandarini. C’era qualcuno che del mestiere dell’editoria conserva ancora il sapere, la forma, l’idea, il calore. C’era Milano fuori dalle finestre, che fa sempre bene, in forma smagliante con una serata di freddo morbido, come delle volte succede a Dicembre inoltrato.
#BornToBeWilde. Un’opera monumentale,
le pagine che scivolano tra le dita, leggere e solide, consce della loro sostanza.
Capita che certe volte la carta riesca ancora a esprimere il proprio valore:
accade quando un artigiano del libro riesce a seminare nell’animo del lettore una
percezione: quella del presente, del passato e del futuro di una Storia che è intima, personale,
ma anche universale. 

Ferro di cavallo e ruota di bicicletta. E libri.
Automobili. Natale. Milano. E libri.
Le Silerchie. Da comprarle tutte e portarsele via zitti zitti,
fuggendo nella notte. Bastoncini magici per scacciare gli spiriti maligni.
#LaNebbiosa. I cassetti del mio comodino straboccano, di foto così, stropicciate dagli anni,
nomi e cognomi di nonni, zii e pronipoti, giorni e mesi e anni sul retro,
a penna sottile, per non rovinare.
In giro, il profumo dei mandarini appena sbucciati.

Ecco il Claudio Fasoli Samadhi Quartet all’opera.

****
#BornToBeWilde party, @IlSaggiatoreEd – Via Melzo 9, Milano. 18 Dicembre 2014. Soundrack here

"L’arte delle lettere", a cura di Shaun Usher – #BCM14

Al termine del panel #BCM14 La scelta editoriale ai tempi del #selfpublishing” – qui potete trovare lo storify competo – Chiara Valerio, in veste di moderatrice (con il merito di aver disciplinato con garbo e ironia un incontro effervescente e non privo di punti critici), ha domandato ai quattro editor presenti un consiglio di lettura per il pubblico in sala.


Fabio Muzi Falconi, narrativa straniera @FeltrinelliEd, ha quindi presentato in anteprima proprio “L’Arte delle lettere” (trad. Silvia Rota Sperti) affascinante documento di un tempo che fu, quando ancora la missiva, vergata a mano su carta di riso o battuta a macchina in duplice copia, era strumento e testimonianza di uno scambio – privato o istituzionale che fosse – sempre ricco di significato e partecipazione emotiva.  

L’opera comprende sia ampie parti di testo sia numerose testimonianze iconografiche che toccano le sfumature più varie del sentire umano.

Si va dalla ricetta per gli scones inviata da Sua Maestà Elisabetta II a DDEisenhower (24/01/1960) all’accorato appello di Kurt Vonnegut in difesa di “Mattatoio n.5” (16/11/1973), che Charles McCarthy – preside di una HighSchool del Nord Dakota – aveva dato ordine di bruciare nella fornace della scuola (in 32 esemplari, copie che erano state acquistate dagli studenti su suggerimento del ventiseienne professore di inglese Bruce Severy):

“Se lei e il suo consiglio scolastico ci tenete a dimostrare che in realtà esercitate con saggezza e maturità le vostre facoltà nell’educare i giovani, allora dovreste ammettere che censurare e poi bruciare dei libri – libri che non avete nemmeno letto – è stata una pessima lezione per i giovani di una società libera. Dovreste anche decidere di esporre i vostri figli a ogni genere di opinioni e informazioni così che in futuro siano meglio attrezzati a prendere decisioni e sopravvivere”

Fino al messaggio di commiato del kamikaze Masanobu Kuno ai figli, spedito loro il 23 maggio 1945, poco prima di schiantarsi a Okinawa; non meno toccanti le righe inviate da tutti gli altri militi, ignoti o meno, vittime di guerre antiche e moderne e le brevi note che accompagnavano nella culla i neonati abbandonati alle porte dell’Ospizio dei Trovatelli di NY (1850ca). E vogliamo parlare poi del carteggio tra LBarany della Ugly Publishing Int. e James Cameron (1987) riguardo ad “Aliens”? 

Quindi, che dire: buona lettura 🙂

#BCM14 Di cosa parliamo quando parliamo di libri

“Credevamo che il libro (…) fosse qualcosa di permanente, forse di perenne. Destinato a durare per sempre. Non ci sembrava immaginabile né una vita senza libri né una forma diversa del libro. (…) Ci sembrava soprattutto che il libro – con quella sua aria dimessa e un poco austera, con il suo racchiudere qualcosa sostanzialmente privo di qualità sensibili e, per contrasto, con la sua immensa capacità evocativa – fosse il simbolo, oltre che il tramite concreto, della vita intellettuale e spirituale dell’umanità” (…)

“Con anche tutte le conseguenze negative, è ovvio: la distanza, la separatezza, la difficoltà, infine l’estraneità. E con tutte le pretese mal riposte. Quella di una superiorità etica del libro in primo luogo, facilmente quanto indebitamente estesa a chi i libri li scrive e a chi i libri li legge” (…)

“E invece… e invece le cose non sono andate così” 

Questo il programmatico incipit di “Libro”, autore Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri, 2014), presentato in occasione di #BCM14 nella splendida cornice della Braidense. 

[Nota a margine, i non-milanesi ci perdonino la familiarità a prima vista un po’ irrispettosa dell’amichevole abbreviazione: niente panico, ogni (ex) studente meneghino può assicurare perenne e fedele devozione alla mastodontica austerità dell’istituzione]. 

Durante questo incontro che, merito della location e del clima tempestoso, ha assunto i toni di una lieve chiacchierata da salotto, Gian Arturo Ferrari, Piero Dorfles e Andrea Kerbaker hanno discusso insieme alla giornalista Silvia Truzzi non soltanto delle ultime, personali fatiche letterarie ma del concetto stesso dell’arte del leggere: dal rapporto con i classici all’analisi del mercato editoriale, senza dimenticare l’osservazione storica e sociale sul difficile processo di alfabetizzazione nazionale pre e post-bellico. 

Tre visioni diverse e complementari (l’editore, il giornalista radiofonico e critico letterario, il professore universitario e collezionista di libri) del mondo dell’editoria con un solo scopo: promuovere “il brand della lettura” (AKerbaker).

Qui i volumi presentati durante il panel:

E qui lo storify completo dell’evento:


Buona lettura 🙂 
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#BCM14 Raccontare la città: il libro delle fabbriche

Il seminario di studi psicogeografici tenutosi Giovedì 13/11 presso il polo #UniMi di Sesto San Giovanni è stato uno tra i panel a mio avviso più interessanti di #BCM14.
Si è trattato di una riflessione globale sulla funzione dei grandi complessi industriali (Breda, Magneti Marelli, Ansaldo, Falk – a nominarne soltanto i più noti) edificati tra il 1900 e il 1960 nell’hinterland a nord di Milano e venuti a caratterizzarne indelebilmente la fisionomia, sia nel momento della maggiore attività sia una volta dismessi. 

Spazi Indecisi, autore Elisa Cimatti
Una discussione che ha toccato più punti, dalle scienze della geografia urbana all’economia fino alla letteratura e che ha approfondito grazie alle specifiche competenze di ogni relatore una parte considerevole della Storia d’Italia, offrendo una panoramica storica, politica, economica, letteraria di quella che è stata definita “la seconda rivoluzione industriale nazionale”.

Nella terza e ultima parte, prettamente letteraria, è stato dato spazio a Stefano Valenti, vincitore del premio Campiello Opera Prima 2014. “La fabbrica del panico” (@FeltrinelliEd) è un’accorata testimonianza personale che attraverso i ricordi condivisi dà voce a un’intera generazione di operai italiani.

Ecco i testi presentati durante il seminario (qui di seguito anche il programma, suddiviso in tre macro-aree di analisi):


10.30 – 12.00 Raccontare la città. Il libro delle fabbriche. Con Roberta Garruccio, Dino Gavinelli, Edoardo Marini; modera Nicoletta Vallorani

12.00 – 13.00 Raccontare la città: XS. Il progetto Ex Spazi industriali Sesto. Con Mauro Garofalo, Rita Innocenti, Marco Renati, Francesco Tortori; modera Nicoletta Vallorani. A cura dell’associazione culturale Spazi Indecisi (Forlì)

13.00 – 14.00 Raccontare la città. La fabbrica del panico. Con Mauro Garofalo, Stefano Valenti; modera Nicoletta Vallorani

E qui lo Storify completo:

Ringrazio Matteo di Spazi Indecisi che mi ha gentilmente concesso la pubblicazione di alcuni scatti tra quelli mostrati durante il convegno. Vi invito a consultare direttamente il website per approfondire i concetti di “riuso leggero” e di “riattivazione temporanea“, principii ispiratori delle attività della Associazione.


Buona lettura 🙂
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"I Middlestein", di Jami Attemberg

Jami Attemberg affronta il danno della sovra-alimentazione conscia del proprio talento narrativo forte di una intensa esperienza redazionale.
Nata nel 1971, laureata alla John Hopkins University, ha scritto di “sex, technology, design, books,television, and urban life” per il New York Times e il Wall Street Journal, solo per citare le testate maggiori con cui ha collaborato; è poi autrice di quattro romanzi nei quali ha indagato temi di mai facile approccio quali i rapporti coniugali (“The Melting Season”) e le relazioni familiari complesse, anche all’interno di famiglie disfunzionali e disagiate (“The Kept Men”). “The Middlestein”, pubblicato nel 2012 e tradotto in nove lingue, è stato finalista del L.A. Times Book Prize.

E’ sufficiente qualche dato per comprendere cosa significhi parlare di Eating Disorders negli Stati Uniti. Si considera che in America la popolazione femminile sia interessata dal disturbo anoressico con un rapporto da 0.5 a 3.7%; tra l’1.1 e il 4.2% per il disagio bulimico. Negli USA, i disordini alimentari costituiscono la prima causa di morte per malattia mentale e colpiscono, trasversalmente e senza discriminazione, tutte le etnie e le classi sociali – e pare entrambi i sessi, visto che per esempio il 30% dei -teens vittime dell’anoressia è costituito da maschi*.
D’altra parte l’attenzione verso la provenienza degli ingredienti e verso le modalità del loro consumo è diventata argomento di attualità e oggetto del più sfrenato show-business in tutti quei Paesi in cui l’atto del nutrirsi ha smesso i panni della necessità primaria per trasformarsi in un fenomeno di cultura e costume. Tanto che anche l’Estremo Oriente, terra in cui il cibo viene considerato da centinaia di anni come esperienza non solo fisica ma anche spirituale, comincia a registrare un incremento delle patologie ossessivo-compulsive legate al meccanismo della nutrizione.
In Italia, per esempio, pare soffrire di ortoressia nervosa almeno il 15% di quei 3 milioni di individui soggetti a disturbi del comportamento alimentare**.

Effetto dirompente, un cerino a dar fuoco alla polveriera, se la questione di cui sopra viene denunciata attraverso un’opera di finzione e addirittura presa a pretesto per raccontare (diciamolo pure, si tratta proprio di lavare i panni sporchi in pubblico) le vicende, i drammi, le pruderie e le ossessioni di una famiglia della middle class americana, residente in uno dei più tipici garden suburbs della periferia snob di Chicago. E non è tutto: sacrableu, si tratta pure di un clan di religione devotamente ebraica.

Jami Attenberg costruisce un’opera dal fascino coinvolgente, fatta com’è di ironia e disincanto (l’unico modo in cui si poteva affrontare una trama così complessa da gestire) ma anche di lucida profondità e acuta analisi introspettiva.
Da una parte abbiamo la matriarca della famiglia, Edie Middlestein, brillante avvocato, sessant’anni e centocinquanta chili di grasso: diabete scompensato, bypass, problemi cardiaci e nessuna voglia di salvarsi la vita. Figlia di genitori migranti (leggenda vuole che il nonno venne in America per terra e poi per mare, succhiando per mesi solo la buccia di una patata), mandata all’ingrasso dalla madre fin da bambina perché:

“Il cibo era fatto d’amore, e l’amore era fatto di cibo, e se riusciva a far smettere di piangere un bambino, allora non c’era niente di sbagliato” (kindle, pos.80, trad. di Rosanella Volponi)


Dall’altra, Richard Middlestein, il di lei consorte: farmacista, pilastro della comunità, fondatore della sinagoga di quartiere; marito devoto che un bel giorno, inaspettatamente e dopo quasi quarant’anni di matrimonio, stanco di badare a una moglie malata – a suo giudizio – “solo” di una inguaribile forma di egoistico menefreghismo, chiede il divorzio per rifarsi una vita. Con tempismo perfetto per altro, perché siamo alla vigilia di un intervento vascolare dall’esito incerto a cui Edie deve di necessità sottoporsi e mancano poche settimane al pantagruelico b’nei mitzvah dei nipoti organizzato dalla nuora. Si perché in mezzo stanno pure i due figli della coppia: Robin, trentenne single, introversa, tendenze anaffettive e lieve dipendenza da alcool incluse, e Benny, affermato professionista, un debole per la marijuana, con la moglie Rachelle e i due figli gemelli, gli adolescenti Emily e Josh, concepiti per sbaglio in una toilette, ai tempi del college.
La deflagrazione è inevitabile. Le parti dell’una o dell’altro coniuge sono prese con impeto, la famiglia si scinde, il fiume in piena dello stress supera il livello di guardia e poi tracima in un crescendo di eventi sempre meno controllabili.

Jami Attemberg guarda ai suoi personaggi, creature del suo io più profondo, con tenerezza ed estrema compassione. Li asseconda, accudendoli come una madre amorevole. Ce li fa apprezzare tutti, nessuno escluso, descrivendone con chirurgica e asettica precisione presa in prestito dall’esperienza giornalistica, e attraverso lo strumento narrativo della prospettiva multipla, le manie, i tic, le nevrosi, le contraddizioni (le loro, e le nostre). Senza mai cedere alla facilità stereotipata di un humor da macchietta, senza mai scivolare nella pesantezza dello psicodramma sociale ma utilizzando con cura il meccanismo della convergenza per contrasto che annulla, e ridicolizza, il radicalismodelle parti.

“Le aringhe, i bagels, il salmone affumicato, i vari assortimenti di carne di tipo talvolta incerto. Sottaceti dl color verde brillante, gonfi di aceto e di sale. Le paste alla ciliegia ricoperte da ghirigori di una glassa per metà sciolta” (256) 

“Lei si assicurava che mangiassero, Nessuno lasciava casa sua affamato (…). Mangiava tutto quello che mangiavano gli uomini. Loro fumavano, lei mangiava. Loro bevevano caffè, lei beveva CocaCola. La notte lei mangiava gli avanzi. (…) Sapeva che amava mangiare, che il suo cuore e la sua anima si sentivano pieni quando si sentiva sazia” (263-272)
(Edie)
 

“La sua missione nella vita era mantenere la famiglia sana e felice. (…) Mangiavano salmone, rosa brillante, insipido, e Rachelle teneva d’occhio tutti mentre allungavano la mano per aggiungere un pizzico di sale, qualsiasi cosa per salvare questo pasto, e sussurrava *Non troppo*. Riso integrale. *Bevete più acqua* intimò. Fragole fuori stagione e biscotti senza zucchero che ti toglievano il fiato. Nessuno si sarebbe trastullato col cibo sotto il suo controllo” (613)
(Rachelle)
 

“Pensava che essere un membro che sovvenziona la sua comunità, essere un buon ebreo, sarebbe stato sufficiente a fare prosperare i suoi affari” (1811)
“Lui era totalmente dentro gli schemi. (Cosa c’era di sbagliato negli schemi? Lui aveva agito così per tutta la sua vita)” (2374)
(Richard)
 

“Tirò un’altra boccata dal suo spinello e allora si rese conto che era fatto” (1931)
(Benny)
 

“Qualsiasi cosa era migliore di ciò che veniva servito a casa sua ultimamente, che era soprattutto (davvero, soltanto) fatto di verdure, qualche volta crude, qualche volta al vapore, qualche volta, se erano proprio fortunati, saltate in padella con appena una goccia d’olio, e tutto quel tofu disgustoso che in bocca si sclioglieva come i fiocchi di latte (fiocchi di latte a colazione: uno schifo anche quello), tutti questi pasti designati a mantenerli snelli e in forma e a innalzare il loro livello di salute, e a stare alla larga dal germe del diabete, come se il diabete fosse qualcosa che puoi prendere invece che procurartelo mangiando quintali di cibo spazzatura per anni e anni” (2138)
(Emily)


Buona lettura 🙂

*fonte: Epicentro Iss
**fonte: Corriere della Sera