"Hollow City", di Ransom Riggs

La vera, singolare peculiaritàdei bambini Speciali di Miss Peregrine è alla fine forse una sola: l’autenticità del mondo infantile che li permea, caratterizzandoli.

Un manifesto programmatico e una presa di posizione netta a ri-definire i canoni letterari dell’infanzia che rivendica se stessa e la propria genuinità; una brusca virata di rotta per un genere, quello del fantasy paranormale(Rowling a parte, ovviamente, lei di fanciullezza ne sa qualcosa), che spesso oramai ambisce unicamente a identificarsi – al fine di accattivare il sempre più esigente pubblico young-adult – nella celebrazione di piccoli eroi salvamondo tutti coraggio e spirito di abnegazione e di sedicenti signorine che, appena adolescenti, sciorinano una serie invereconda di consapevolezze e granitici convincimenti da far invidia a una quarantenne.

“Non c’è niente di male ad avere paura” (pag.121)


dichiarano con orgoglio i bambini speciali di Miss Peregrine. Eh sì perché i bambini dell’Anello di paura ne hanno eccome. Tremano, di paura. Sragionano, per colpa della paura. Balbettano e piagnucolano e cercano rifugio tra le gambe di mamma e papà (o di chi ne fa le veci), quando hanno paura. Conservano in sé tutto quel che distingue l’infanzia dall’età adulta e ne fanno tesoro: la prevalenza dell’istinto sulla ragione, l’attitudine al gioco, la serenità che viene e va, figlia di un momento, tale e quale al capriccio improvviso; il moccio al naso, il pianto incontrollato in un momento di stanchezza, il desiderio di affidarsi, anima e corpo, alle braccia forti di un adulto che li guidi e li protegga e li rassereni con una favola della buonanotte.

“I bambini Speciali faticavano a rispondere alle domande degli adulti Normali” (pag.171)


Eh già. Diciamocelo: i bambini Speciali, come tutti i bambini, sono spesso molesti agli occhi dei grandi. Pongono domande scomode e non rispondono quasi mai se interrogati; si infilano le dita nel naso senza vergogna, fanno le bizze, si ammalano sotto le feste o alla vigilia della partenza per le ferie; fanno e dicono cose all’apparenza prive di alcun senso logico. Di verità in tasca ne hanno poche, per non parlar dello spirito di abnegazione. E poi hanno bisogno di noi, sempre: è questo, talvolta, a spaventarci.
“Hollow City” è una speculative fiction che strizza l’occhio alla gotic novel e all’horror, più che al tradizionale fantasy a cui invece verrebbe naturale riferirsi, data la presenza dell’elemento soprannaturale e mitico. Se a ciò si aggiunge un’ambientazione da folle circo steampunk, tra alambicchi, mostruosità e aberrazioni, il tutto condito dal nero pece dei bombardamenti su Londra nel momento più buio della Seconda Guerra Mondiale, il gioco è presto fatto. 

Anche in questo volume, seconda parte di un progetto che ormai ha assunto a quanto pare i caratteri di una trilogia, il senso di disagio che il lettore si trova ad affrontare e che deriva da tutta quella serie di paure ancestrali che l’horror stimola per definizione (dal terrore per la morte e la sofferenza fisica al disgusto per il grottesco e il ripugnante) è amplificato dalle foto d’epoca da cui l’autore sostiene di aver tratto ispirazione. 

Punto di forza e insieme di debolezzadell’impianto narrativo, verrebbe da dire, perché se da una parte la ricerca iconografica ha il merito di aver dato vita ad un’opera di fiction che stimola il lettore non soltanto attraverso la parola scritta ma anche attraverso l’immagine (e attraverso il progetto grafico sotteso, che ad esse riporta), dall’altra capita in un paio di occasioni che la narrazione – specie in questo secondo volume che riveste chiaramente il ruolo di testo di raccordo – risenta un po’ di questa organizzazione a episodi, concatenati tra loro in maniera un po’ meccanica.
Peccato meritevole di indulgenza, sia perché il risultato è comunque omogeneo e ben calibrato, sia perché questo approccio è reso evidente dall’autore stesso in partenza; tanti sono i testi che presuppongono una narrazione evidentemente costruita solo su episodi ma che celano questo canovaccio nell’ombra: ben venga quindi una prospettiva di questo tipo che riveli già in partenza l’intento sperimentale dell’autore. 

Progetto, questo dei Bambini Speciali, che ha il pregio di non scivolare mai nel facile tranello dell’adattamento cinematografico grazie prima di tutto alla presenza di svariate ambientazioni estremamente contestualizzate e alle decine di personaggi minori, ciascuno con una propria caratterizzazione ben definita; completano il quadro lo stile denso e ricco di aggettivazione sempre pertinente, la cura dei dettagli destinata alle parti di dialogo, limitate allo stretto necessario, attinenti al contesto, intervallate da lunghe descrizioni, e la meticolosità nella gestione della trama, che si prende il tempo necessario per il proprio sviluppo evitando improbabili accelerazioni da “colpo di scena”.

Buona lettura 🙂

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