“Miraggio 1938”, di Kjell Westö (Trad. Laura Cangemi)

miraggio

“Nella stanza cominciava a fare freddo, così prese un po’ di legna, aprì gli sportelli della stufa e riaccese il fuoco. Fuori dalla finestra regnava la nebbia, fitta e stillante umidità. Kaserntoget era deserta, un silenzioso mondo subacqueo: i coni di luce dai contorni indistinti dei lampioni somigliavano a pallide meduse. Si sentiva un cretino.” (p37)

Come lettura da fine settimana vorrei consigliarvi il romanzo #Miraggio1938 dello scrittore e giornalista finlandese (madrelingua svedese però, questione non di poco conto) Kjell Westo. Che è indubbiamente lettura perfetta se avete bisogno di fiction, perché si tratta di noir dai toni intensissimi, ma che contando su una iper-contestualizzazione gestita con rigore e senza cedere a inutili piaceri voyeuristici regala al lettore un affresco sapiente di un periodo prebellico, quello ugro-finnico, che pochi conoscono e che viceversa dovrebbe godere di maggiore divulgazione. In realtà è proprio con questo intento che Westo da anni ha orientato la sua carriera di scrittore verso una fiction ambientata nella Finlandia (in specie Helsinki) del XX secolo, grazie alla quale ha saputo coniugare con successo la vocazione al romanzo di invenzione con la necessità intima di raccontare la storia, la politica e la società del proprio Paese.

Dal punto di vista narrativo Westo mette in scena il più classico dei triangoli noir (come dire, la fine è nota): lei, lui e l’altro. Dove lei è una competente e silenziosissima segretarietta di provincia (ça va sans dire, ecco svelato il perché del mio interesse personale), innamorata dei divi del cinema e della manicure perfetta, abbandonata dal marito in circostanze misteriose e vittima di un passato non proprio lindo. Lui invece è un avvocato competente, un uomo buono che torna a Helsinki dopo una carriera diplomatica di scarso successo. Poco passionale e un po’ agée, più di testa che di fisico, mite e di famiglia benestante, si trova a fare i conti con un divorzio tardivo e inaspettato richiesto da una moglie bellissima e fedifraga – nonché autrice di romanzetti porno-soft di cui pubblico e librai vanno ghiotti – invaghitasi (classico nel classico) del di lui migliore amico, psichiatra di fama nazionale. Dell’altro… spiace, ma dell’altro nulla si può dire.

“Forse era colpa della nebbia e dell’umidità, ma il suo unico desiderio era starsene seduto davanti a un fuocherello caldo a leggere romanzi. (…). Lei indossava un soprabito autunnale grigio perla e aveva in testa un cappellino di velluto rosso a forma di basco. Portava eleganti scarpe a tacco alto – sia il cappello che le scarpe apparivano assurdamente estivi nella foschia novembrina – e quando si sfilò il guanto per salutarlo Thune vide che aveva le unghie laccate di fresco. Mentre si stringevano la mano le guardò le ciocche bionde sfuggite dal basco” (p382-383)

E già ci sarebbe da aprire dei bei paragrafi relativi alla notevole capacità dell’autore di creare atmosfere e caratterizzare i personaggi: da Gabriella “Gabi” Linde, la femme fatale dall’alter ego erotico prorompente, a Robert Lindemark, stimatissimo medico specializzato nel trattamento e nella cura di pazienti schizofrenici, fino alla Signora Matilda Wiik, inappuntabile assistente, tailleur a buon mercato, orfana di guerra, sorella di un musicista alcolizzato e violento a cui versa ogni mese metà del proprio stipendio. (Ma… e dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

E le cose si complicano ancora – difatti, direte voi, che ci azzecca la politica con tutto questo? Sì, c’entra.

“Con la mente sarebbe volata lontano, a Brent-wood e Beverly Hills, a ville da venti stanze e lussuose decapottabili e piscine, a un mondo di giardini curati con palme e acacie e bouganville, con autisti in livrea fino alle caviglie e prosperose domestiche negre dalla battuta pronta ma consolatoria. Un mondo diverso dal suo ingrato, crudele e grigio” (p14-15)

Perché la Signora Wiik altro non è se non una delle centinaia di vittime della guerra civile finlandese del 1918, scoppiata a seguito della Rivoluzione d’Ottobre. Decine e decine di finlandesi sradicati dai propri villaggi, separati dal resto della famiglia, deportati nei campi di prigionia comandati dai “Bianchi”, la milizia paramilitare finlandese conservatrice e nazionalista appoggiata da Germania e Svezia, che ebbe la meglio sulla fazione dei “Rossi”, filo-bolscevichi. Migliaia di persone tra cui anche la Signorina Milja (ndr: no, non ho sbagliato, ho scritto proprio Milja) Wiik. (Uhm).

Perché Claes Thune non è solo un mite avvocato ma anche un opinionista rispettato, umanista liberale, che comincia a farsi nemici a destra e a manca – pestaggi notturni compresi – quando inizia a pubblicare sui più influenti quotidiani alcuni editoriali di certo non favorevoli nei riguardi di quel tedesco tanto caro, l’astro nascente della politica germanica, maniere un po’ spicce eh, ma d’altra parte… , che di nome fa Adolf.

Perché il rispettabile Dottor Robert Lindemark, punta di diamante della moderna psichiatria finlandese, si trova a dover fare i conti con il serpeggiante dilagare di certe teorie di selezione della razza che, così gli suggeriscono gentilmente dall’alto, sarebbe il caso di approfondire.

E sì c’entra perché, infine, il “circolo degli amici” – una sorta di salotto maschile e altoborghese capeggiato da Thune, uso a riunirsi all’incirca una volta al mese tra sigari, buona musica, tanto alcool, discussioni eterogenee e sodalizi che si giurano eterni – è composto, oltre che dall’avvocato stesso e dall’ex amico Robert, dal giornalista impegnato Guido Roman, dal poeta e attore (ebreo) Joachim “Jogi” Jary – depresso, maniaco ossessivo-compulsivo, ridotto alla povertà e paziente pro-bono del dottor Lindemark – dallo spregiudicato uomo d’affari Leopold Gronroos e dal medico Lorens “Zorro” Arelius. (E dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

“Lunghe cascate di parole da una manciata di uomini che avevano un’alta opinione di sé. Toni magniloquenti, a volte tali da farli sembrare pessimi attori che declamavano su un palcoscenico. Nessuna umiltà, battute rozze e volgari, senza eccezioni. Thune era stato il più taciturno e meno vanaglorioso degli altri. La sua voce si era sentita abbastanza poco e suonava distratta e poco interessata. Gli altri, invece! Come facevano a non capire che per diventare saggi bisogna saper ascoltare e non blaterare, innamorati della propria voce, ripetendo le stesse opinioni già espresse chissà quante volte?” (p50)

“Era così che si esprimevano gli uomini come il Capitano e Thune. Usavano parole che costringevano le persone normali a investire del tempo per scoprire cosa significassero e in questo modo si procuravano – o si illudevano di procurarsi – un vantaggio. Quello che non sapevano, o che forse sapevano infischiandosene, era che la gente normale rideva di loro” (p282)

Capite che ce n’è per tutti, la deflagrazione sarà dirompente e il ritorno alla quotidianità ovviamente impossibile.

“Era quella malinconica settimana in cui con il bel tempo il cielo notturno è ancora chiaro ma l’estate si prepara a cambiare aspetto e si avvia a passi da gigante verso il buio e l’autunno” (p239)

Che dire. A me sono piaciute le atmosfere scurissime e l’utilizzo di un linguaggio volutamente retrò*, ben reso in traduzione. E’ innegabile la capacità dell’autore nell’introspezione e nella caratterizzazione dei personaggi: in specie il delicato equilibrio tra l’avvocato Thune e la Signora Wiik, che è reso in tutta la sua fragile ed elastica tensione, scandagliato in ogni suo interstizio.

“La signora Wiik aveva di nuovo oltrepassato il confine invisibile. Questa volta non lo aveva interrotto, ma aveva fatto una domanda che contravveniva alle convenzioni vigenti tra datore di lavoro e impiegata, tra principale e dipendente. Aveva trasgredito le regole non scritte che prescrivevano chi potesse dire cosa a chi” (pag251).

“…la compassione l’aveva indotta a pensare che in altre circostanze, in una vita diversa, lei e Thune avrebbero potuto avvicinarsi di più. Forse avrebbe addirittura potuto consolarlo. Ma considerata la situazione, non aveva importanza. Ormai era troppo tardi per l’amicizia” (pag388)

Non è da sottovalutare il ruolo della psicanalisi all’interno del testo, ruolo che qui non può essere indagato pena lo smascheramento della trama, e l’analisi puntuale dei traumi psicologici, spesso sottovalutati, derivati dall’esposizione prolungata a situazioni gravissime.

Anche il passaggio da un punto di vista interno all’altro risulta convincente, in particolar modo nell’accentuazione del divario sociale, economico ed esperienziale dei protagonisti, allo stesso modo della tensione narrativa, con la vicenda che si risolve soltanto all’ultima pagina (sì, quindi non leggetela in anticipo come faccio io di solito, qui mi sono salvata giusto per divina provvidenza).

Buon week-end e buona lettura.

*che dirvi, d’altra parte io sono una fan di Franzosini…

Del perché su #LinkedIn non ci sono i video coi gatti. @Unimib

Kitten cat in backyard scene.

Più di 10 milioni di Italiani hanno un profilo LinkedIn, lo sapevate? Ma quanti, di questi diecimilioni, LinkedIn lo sanno usare davvero? Non tutti in realtà, e ci sono ampi margini di miglioramento. A rivelarlo sono i numeri – #TheEconomicGraph* non mente mai – che ci parlano di #summary creati e poi lasciati lì a vegetare soli soletti per mesi (anni, nei casi più drammatici) e di foto profilo scattate a bordo piscina, durante il matrimonio del cugino di secondo grado. Ma questi, va detto, sono peccati veniali che capitano un po’ a chiunque. Quello su cui occorre riflettere davvero è piuttosto la nostra (scarsa) propensione all’utilizzo del professional network all’americana per lo sviluppo della nostra carriera lavorativa: una metodologia di gestione della propria professionalità basata – off line così come sulla rete – sulla condivisione verticale delle informazioni e sulla capacità di creare legami cross-funzionali, superando in molti casi le barriere gerarchiche dettate dall’anzianità (di età e ruolo) alla ricerca costante non tanto di nuove opportunità di carriera quanto di mentori e referenze (da cui poi derivano anche le opportunità di carriera).

Di queste e di altre bellezze offerte da LinkedIn ci ha parlato giovedì scorso Luca Bozzato, Lead LinkedIn Certified Trainer (a oggi l’unico in Italia) in una giornata di workshop @Unimib alla quale ho partecipato anche io – come ormai tutti sapete dato l’entusiasmo con cui ne ho parato su Twitter. Otto ore di formazione mirate a gestire la propria presenza su LinkedIn secondo un criterio di credibilità e condivisione delle informazioni solo all’apparenza semplice e banale, che presuppone in primis la risposta a una fondamentale domanda: ma se è vero (e fidatevi, è vero) che soltanto il 25% (venticinquepercento) degli utenti di LinkedIn è attivo nella ricerca di nuove opportunità professionali, l’altro 75% cosa diamine fa, di preciso, su LinkedIn? Posta foto di gattini? Spiace, ma no. Ecco cosa fa, o cosa dovrebbe fare, secondo Reid Hoffman: “creare opportunità economiche per ciascun membro della forza lavoro globale”

“Create economic opportunity for every member of the global workforce”

Vale a dire: circa il 70% della gente che sta su LinkedIn (nel modo giusto) non cerca lavoro, ma è disposto a parlare di opportunità professionali con selezionatori e cacciatori di teste. Non cerca lavoro, ma ha piacere di conversare di opportunità di affari con la propria cerchia di contatti. Non cerca lavoro, ma espande il proprio #network, si aggiorna, si autopromuove (#personalbranding / #selfmarketing). Insomma usa LinkedIn per un unico scopo, che poi è quello per cui è stato creato: “Incontrare persone fuori da LinkedIn, che mai, senza LinkedIn, avremmo potuto incontrare” (per dirla, virgolettata, come l’ha detta Luca Bozzato). La ratio del workshop viene quindi di conseguenza: come creare un profilo che sia prima di tutto credibile (si va dalla foto di cui sopra alla questione molto più spinosa dell’ “effetto LinkedIn” sui jobtitle auto/etero referenziati, dalla gestione dei profili in lingue diverse alla personalizzazione del pubblico di riferimento), come organizzare un network adeguato (#IndustrySpecific e #RoleSpecific, ad esempio) e infine come far fruttare al meglio uno degli strumenti cardine dell’esperienza su LinkedIn: la pubblicazione di contenuti professionali di qualità.

“LinkedIn è uno strumento a cui non piace fare sconti – dice Luca Bozzato – non ci sono scorciatoie, occorre lavorare per creare fiducia e relazioni”. Ciò significa evitare di focalizzarsi soltanto sul proprio profilo e dare adeguato spazio alle attività di pubblicazione di contenuti e di interazione con i contenuti pubblicati dagli altri utenti. Da una parte abbiamo la necessità di una comunicazione aperta, costante, sobria e “non polarizzata”, dall’altra il dovere della divulgazione di materiale altrui rispettosa e sempre accompagnata da un commento pertinente e portatore di plus-valore.

Luca Bozzato ha, a mio parere, un merito particolare: la capacità di integrare la vision improntata sulle tecniche di networking d’oltreoceano, come è giusto che sia, con la consapevolezza nei riguardi delle dinamiche di rapporto interpersonale di matrice tipicamente europea, molto differenti da quelle americane; ecco spiegata l’attenzione che durante il workshop ha dedicato ai concetti di like in rapporto al “consiglia”, alla differenza tra “contatto” e “following“, alle modalità di fruizione di LinkedIn riservate al giornalismo e alle Pubbliche Amministrazioni.

LinkedIn fonda la propria credibilità su un’abilità che l’utente attivo deve acquisire al più presto: quella particolare esperienza che permette a ognuno di essere in grado di rintracciare i rumori di fondo selezionando al meglio i propri contatti, le proprie aree di intervento ed eliminando i feed indesiderati; ecco perché, se siete davvero bravi, sulla vostra time-line non troverete mai foto di gattini, ma soltanto persone interessanti che pubblicano contenuti interessanti, innovativi, di qualità.

Nota: non smetterò di sostenere che se necessitate di formazione specifica su certi argomenti è sempre meglio riferirsi a enti che la formazione la sanno fare e/o si servono di professionisti certificati che di formazione ne sanno indiscutibilmente qualcosa. L’Università degli Studi di Milano Bicocca è a mio parere uno di questi. Potete trovare tutte le informazioni sul piano formativo extracurricolare qui.

*il nome dell’algoritmo che sta alla base del social creato 14 anni fa da Mr. Reid Hoffman, un informatico 35enne, ex-Apple, laureato in Scienze Cognitive all’università di Stanford…

Laboratorio Formentini: “leggere”, la sfida di Rosellina Archinto

Vorrei spendere poche parole per consigliarvi l’esposizione inaugurata ieri sera al Laboratorio Formentini. Si tratta di un eccezionale excursus vòlto a celebrare la storia della rivista “leggere“, il mensile di attualità letteraria fondato nel 1988 da Rosellina Archinto, che per dieci anni e 90 numeri ha “cercato soprattutto di riflettere su che cosa è la lettura e come si deve leggere” (Rosellina Archinto, “La sfida di leggere“, pag3).

20170920_175616

Per chi, come me, ha scoperto “leggere” sui banchi del liceo (grazie a professori lungimiranti) questa mostra è l’occasione per ripercorrere in maniera più matura e consapevole un momento molto particolare della storia della cultura italiana, dall’editoria al design. Per i più giovani, invece, è un’opportunità unica per approfondire la conoscenza di una delle figure di spicco dell’editoria italiana (Archinto, Emme Edizioni, Babalibri) avvicinandosi ai suoi metodi di lavoro e alla sua passione per “la polifonia di idee, riflettendo su ogni aspetto della realtà, della letteratura, dell’arte, di ogni forma di espressione” (Rosellina Archinto, “La sfida di leggere“, pag3).

Consiglio caldamente di recuperare presso il Laboratorio, se ancora disponibile, il fascicolo distribuito ieri sera, che raccoglie l’introduzione a firma Rosellina Archinto che ho citato sopra, il contributo di Andrea Aveto (Letteratura Italiana contemporanea, Università di Genova) e quello Giovanni Baule (Design, Politecnico di Milano), oltre alla schedatura della rivista.

20170920_185849

Nota al catalogo: il catalogo completo è disponibile sul sito della Fondazione Mondadori (presso cui la collezione leggere è depositata) e consultabile tramite un OPAC dedicato. Esso comprende le schede bibliografiche relative ai novanta fascicoli pubblicati da maggio 1988 a settembre 1997.

Sul Twitter di ADC trovate il racconto della serata di ieri – anche con hashtag #covers e #coverstories – e ho pubblicato qualcosa anche su Instagram @appuntidicartaadc (siate veloci, tra poco tutto scompare, perché utilizzo solo le Stories).

L’esposizione sarà aperta fino al prossimo 4 Ottobre, dal lunedì al venerdì con orario 14-19, compatibilmente con le attività del Laboratorio.

leggere è stata davvero un teatro di democrazia che, nell’eccezionale ricchezza di collaboratori illustri – da Isaiah Berlin a Elémire Zolla, da Ceronetti a Starobinski, da Ben Jelloun a Sanguineti, da Malerba a Paz  – ha intonato una polifonia di idee” (Rosellina Archinto, “La sfida di leggere“, pag3)

“L’età vittoriana nella letteratura”, di G.K. Chesterton (trad. Paolo Dilonardo)

196d3910c5b88da514ba6eab16ede400_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy

Libretto illuminante se volete capire qualcosa in più della #Brexit al di là delle solite, oggettive questioni (il divario sociale tra la città e provincia, l’economia in stallo, la disoccupazione giovanile, i vincoli europei troppo stretti eccetera) esso dimostra, con la sua recente pubblicazione, la tesi secondo cui il Demone Celeste dei Libri opera secondo disegni misteriosi. (O che alcuni editori, semplicemente, hanno il naso fino). Ma cosa c’entra un compendio di letteratura (vittoriana, per di più) con l’uscita del mondo UK dall’Europa direte voi. Ebbene, c’entra eccome. 

“La Britannia romana e l’Inghilterra medioevale sono non soltanto ancora vive, ma vitali: il vero sviluppo, infatti, non consiste nel lasciarsi qualcosa alle spalle, come lungo una strada, bensì nell’estrarne la vita, come da una radice. (…) Il progresso, una metafora tratta dalla strada, implica, difatti, che l’uomo si lasci alle spalle la propria casa, mentre il miglioramento comporta che egli innalzi le torri o estenda i giardini della propria dimora. L’antica letteratura inglese (…) come tutte le culture europee, era europea; come tutte le culture europee, era qualcosa di più che europea”. (p15)

“L’Inghilterra, come tutti i Paesi cristiani, assorbì elementi preziosi dalle foreste e dal rude romanticismo del Nord; ma, come tutti i Paesi cristiani, per le libagioni letterarie più prolungate si abbeverò alle fonti classiche degli antichi”. (p16)

29CAMI5-kTEE-U43340324353317G-140x180@Corriere-Web-SezioniProlifico giornalista, famoso scrittore, brillante aforista, attento critico letterario e saggista, anglicano convertito al Cattolicesimo, G.K. Chesterton (Londra 1874, Beaconsfield 1936) – sì, proprio il creatore di Padre Brown – negli anni giovanili era considerato, pensate, di intelligenza scarsa; non finì mai le scuole, non riuscì a prendere la laurea: eppure ne ricevette diverse honoris causae fino a essere candidato al Nobel per la letteratura, nel 1934. Potete leggere la sua biografia completa qui, sul sito dell’Enciclopedia Britannica.

Il suo “L’età vittoriana nella letteratura”, apparso per la prima volta nel 1913, è una carrellata veloce e appassionante sugli autori – e autrici – che hanno fatto grande (…o piccola) la letteratura inglese tra la seconda metà del 1800 e i primi anni del ‘900. Pur strutturando il testo in base alla metodologia classica della linea temporale, Chesterton punta anche sull’impianto tematico poiché si assume il compito di differenziare gli autori presi in esame in base alla loro aderenza, o viceversa ostilità, nei confronti di quello che egli da storico e critico definisce “il compromesso vittoriano“.

“Il fatto fondamentale dell’inizio della storia vittoriana (…) fu proprio la decisione da parte della borghesia di impiegare le sue nuove ricchezze per promuovere una sorta di compromesso aristocratico, anziché insistere (come aveva fatto la borghesia al tempo della Rivoluzione francese) per fare piazza pulita e formulare un chiaro programma democratico”. (p29)

La tesi di Chesterton parte di fatto da un’osservazione squisitamente politica: dal riconoscere il fallimento della “Rivoluzione inglese sull’onda di quella francese” (p19) trasformata, nella sua essenza, in una “vittoria dei ricchi sui poveri”. Questa peculiare situazione politica (“L’Inghilterra finì per diventare una terra di proprietari terrieri piuttosto che di proprietari di terre comuni” – p20) implicò di conseguenza “che dalla metà del Settecento alla metà dell’Ottocento lo spirito di rivolta assumesse una forma del tutto letteraria” (p20).

“La letteratura inglese successiva alla rivoluzione prese le mosse da una sorta di propensione all’indipendenza e all’eccentricità, che negli ingegni più brillanti divenne individualità, e in quelli più spenti Individualismo. (…) La versione più solitaria della libertà fu in Byron e Shelley una sorta di anarchismo aristocratico; me per quanto nel periodo vittoriano essa sfumasse in pregiudizi molto più blandi e in untigli molto più borghesi, l’Inghilterra serbò i quella propensione una bizzarra forma di separatezza e riserbo. Divenne molto più isola di quanto non fosse mai stata. Da allora in poi rinunciò a capire non soltanto la Francia e la Germania, ma anche, e con conseguenze disastrose, durature e tuttora persistenti, l’Irlanda. Non aveva preso parte al tentativo di creare una democrazia europea, né (…) al controtentativo di distruggerla”. (p22-23)

Ma non solo. Ad esempio, tra coloro che reagirono allo spirito vittoriano Chesterton annovera anche il “Movimento di Oxford“, che fu “puramente religioso” (p39):

“Non si trattava tanto di una preferenza per i dogmi cattolici, quanto, più semplicemente, di un appetito per i dogmi. I dogmi, infatti, implicano il serio appagamento della mente. (…) Si trattava, piuttosto, di una rivolta contro lo spirito vittoriano considerato in un suo particolare aspetto, che potremmo sommariamente definire avere la torta, e al tempo stesso mangiarla. Il movimento capì che i solidi e seri vittoriani erano fondamentalmente frivoli, perché fondamentalmente incoerenti” (p39)

Un’istanza che in realtà punta anche sulla “rivendicazione della razionalità (…) contrapposta alla crescente irrazionalità del benessere e del compromesso vittoriano” (p43):

“La sua vera gloria (ndr: quella di Carlyle) sta nell’esser stato il primo a vedere distintamente e a dire con chiarezza la grande verità del nostro tempo: ossia che la ricchezza dello Stato non equivaleva alla prosperità del popolo. (…) Ad arricchirsi non era affatto Manchester, ma soltanto i meno amabili dei suoi abitanti” (p48)

220px-Charlotte_BrontëE così, Charlotte Bronte, “se la si interpreta a partire dai suoi istinti, fu altrettanto grande (ndr: di George Eliot); Jane Austen fu più grande. (…) Lei seppe non perdere la testa, mentre tutte le altre donne venute dopo hanno cercato di ritrovare il cervello. Jane Austen era capace di descrivere un uomo con freddezza; cosa di cui né George Eliot né Charlotte Bronte furono capaci” (p88-89)

“Ella (ndr: Charlotte Bronte) raggiunse il culmine del romanzesco attraverso il realismo più basso. (…) Prese le mosse da se stessa, dai suoi abiti scoloriti, dalla sua fortuita bruttezza, dalla sua famiglia scialba, rozza e provinciale, e con vigore amalgamò questi materiali fangosi trasformandoli in un brioso racconto fiabesco. (…) Scoprì il segreto di dissimulare il sensazionale nell’ordinario, e Jane Eyre resta il suo libro migliore (…) poiché, pur essendo un documento umano scritto con il sangue, racconta una storia poliziesca a forti tinte che è tra le migliori al mondo” (p96)Jane_Austen_coloured_version

“Nell’animo di tutte queste gradi donne vittoriane c’era una sorta di irrequietezza. (..) A cosa fosse dovuta questa guerra dei sessi strana e molto circoscritta (…) La mia ipotesi è che fosse dovuta alla grande rinuncia allo spirito militaresco da parte di maschi vittoriani. La donna sentiva oscuramente che mentre lei continuava a correre il rischio mortale che le era proprio, l’uomo non correva più il suo” (p97)

E così, se Dickens rappresenta per Chesterton “l’assalto più semplice e istintivo, e di conseguenza il più pesante, sferrato a quell’appagamento che che era al centro dell’età vittoriana” (p99), Wilkie Collins è “rappresentativo del suo tempo [perché] benché le sue concezioni morali e religiose fossero meccaniche quanto le cospirazioni fittizie che seppe ordire con tanta cura, queste ultime erano tuttavia pervase da una sorta di misticismo involontario che prendeva in piena considerazione il lato più oscuro dell’anima” (p109)

31-Charles-Dickens-Getty_INDEPENDENT

“Fu questo, infatti, uno dei problemi più caratteristici della mentalità vittoriana. L’idea del sovrannaturale era forse sprofondata al livello più basso che avesse mai raggiunto. (…) Resta il fatto strano che l’unico genere di sovrannaturale che i vittoriani si permisero di immaginare fu il sovrannaturale triste. Potevano accettare le storie di fantasmi ma non quelle dei santi. Potevano baloccarsi con la maledizione o con la spietata profezia di una strega, ma non con il perdono di un prete” (p109)

220px-AnthonyTrollopeAnthony Trollope, ” un realista lucido e assai abile, rappresenta invece un altro aspetto dello spirito di benessere vittoriano: la mancanza di fretta, il gusto per il dettaglio, soprattutto quello domestico; il gusto di seguire i personaggi e i loro familiari di libro in libro e di generazione in generazione” (p110).

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, sia di prosa, sia di poesia, a cui Chesterton dedica la terza parte del trattato: da Tennyson a Browning, da Swinburne a William Morris, fino alla fin de siècle rappresentata da una parte da Oscar Wilde e dall’altra da Henry James, Bernard ShawRudyard Kypling.

James tocca la sua corda più cupa in un racconto terribile, Il giro di vite. Al cuore di quel terrore c’è una verità fatta di pentimento e religiosità, eppure, ancora una volta, è da notare che l’unica corda del sovrannaturale che gli scrittori vittoriani abbiano saputo toccare in modo credibile è quella tragica, quasi demoniaca” (p187-188)

“La posizione fondamentale di Bernard Shaw nei confronti dell’età vittoriana si può riassumere grossomodo nei termini seguenti. Il vittoriano tipico affermava con disinvoltura: – Il nostro sistema non sarà perfetto, ma funziona. Bernard Shaw ribatteva con ancora maggior disinvoltura: – Sarà pure un sistema perfetto, per quel che ne so, ma non funziona” (p181).

Per finire con H.G. Wells, che ebbe il merito di aver scritto “grandi storie di avventura ambientate nel nuovo mondo scoperto dagli scienziati” (p193) e concludere con Stevenson.

“Una maledizione si abbatté sui tardi vittoriani: cominciarono ad attribuire maggior valore al tempo che alla verità. Si sentivano così presi del ruolo di segretario, mentre smistavano la corrispondenza, che non trovarono mai la lettera cercata; (…) e si sentivano così equi, così imparziali a soppesare le prove, che per farli giungere a una qualsivoglia conclusione sarebbe stato necessario corromperli. Fu questa l’ultima nota dei vittoriani: la procrastinazione fu chiamata progresso” (p195)

220px-Robert_Louis_Stevenson_Knox_Series“E’ caratteristico della sua opera (e della rivolta contro la rispettabilità vittoriana in generale) che la sua storia più sensazionale e a tinte più forti sia anche quella che contiene la sua verità più amara e profonda: Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde è un duplice trionfo: combina le emozioni esteriori tipiche di Conan Doyle con quelle interiori tipiche di Henry James. Purtroppo, è altrettanto caratteristico del periodo vittoriano che quasi tutti gli inglesi abbiano apprezzato l’aneddoto, ma che quasi nessuno abbia colto la burla” (p199).

Mentirei se dicessi che la lettura sia stata facile e scorrevole. La scrittura di Chesterton è complicata, ipotattica e segue una rigorosissima passione per la dissertazione logica eredità del mondo latino. Per chi non è pratico di letteratura inglese poi, alcuni riferimenti hanno bisogno di essere approfonditi per forza di cose. E’ un libro per chi come me ama sudarci sopra a forza di matita e note a margine ma, come si diceva all’inizio, è un aggeggio che se preso per il verso giusto ci rivela, forse più di qualsiasi programma tv, di qualsiasi trattato di economia politica, o reportage giornalistico, il perché di una scelta che affonda le radici nella terra scura e grassa di un passato con cui tutti noi abbiamo già cominciato a fare i conti.

Credits delle foto: Wikipedia (+ The Independent per Dickens)

“La grande cecità” di Amitav Ghosh (trad. di Anna Nadotti e Norman Gobetti)

_la_grande_cecita_01

“In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità” (p18)

.1 Intro: di chi parliamo quando parliamo di Amitav Ghosh

Il saggio più recente di Amitav Ghosh, presentato in traduzione italiana il maggio scorso in occasione del Salone del Libro, è tratto da una serie di lezioni che lo scrittore indiano ha tenuto meno di due anni fa alla University of Chicago. Parlare di Amitav Ghosh significa avere a che fare con il più grande scrittore indiano di lingua inglese e con tutti i suoi romanzi, da “Il cerchio della ragione” (Garzanti 1986) a “Il paese delle maree” (Neri Pozza 2005) fino alla “Trilogia della Ibis” (Neri Pozza 2008-2015) – ma anche confrontarsi con un antropologo di formazione internazionale (nato a Calcutta nel 1956, figlio di un diplomatico, laureato in antropologia sociale a Delhi, specializzato poi a Oxford) un professore di scrittura creativa della Columbia University e columnist del New Yorker. Tutto questo insieme.

A parlare di #climatechange Ghosh ci arriva potremmo dire per caso(*), seguendo tuttavia un filo rosso che di casuale, come si vedrà, ha proprio ben poco. “Rifugiato ambientale molto prima che si coniasse tale definizione” (p10 – ndr: i genitori erano originari di un villaggio sulle rive del fiume Padma, nel Bangladesh, che all’improvviso deviò il suo corso e sommerse l’abitato), durante la stesura de “Il paese delle maree” mentre studiava approfonditamente l’ecosistema delle foreste di mangrovie che ricoprono le isole Sundarban, nel delta bengalese, venne a scoprire due fatti: il primo, che le modifiche geologiche a cui la zona era sottoposta stavano diventando sempre più irreversibili – all’interno di un sistema dinamico “che non si limita ad esistere, ma [è] esso stesso protagonista” (p12); il secondo, la sua totale incapacità di “tradurre in forma narrativa queste intuizioni(*)” (p13).

Da qui alla riflessione sul ruolo della letteratura contemporanea nel racconto dei cambiamenti climatici il passo è breve – ma consistente, perché “La grande cecità” non è altro se non la denuncia della più totale e completa disfatta del genere di fronte a quell’impensabile rappresentato oggi dal climate change.

“Sono arrivato a convincermi che le sfide che il cambiamento climatico pone agli scrittori contemporanei, per quanto specifiche sotto certi aspetti, siano anche dovuti a qualcosa di più antico e profondo; e derivino in ultima analisi dalla griglia di forme e convenzioni letterarie che hanno modellato l’immaginario narrativo proprio nel periodo in cui l’accumularsi di anidride carbonica nell’atmosfera stava riscrivendo il destino della terra” (p13)

.2 “La Grande Cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile”

Nella prima parte del saggio, intitolata “Storie”, Ghosh si confronta con il concetto stesso di narrativa contemporanea e in special modo con quello di romanzo partendo da un insindacabile assunto: non esiste alcuna forma letteraria a parte la saggistica e la narrativa di fantascienza che ad oggi abbia affrontato con successo il tema del cambiamento climatico: “(…) se certe forme letterarie sono incapaci di vedersela con simili flutti, significa che hanno fallito, e i loro fallimenti dovranno essere visti come un aspetto del più generale fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi economica” (p14)

Le motivazioni sono endogene e vanno cercate per Ghosh all’interno della struttura stessa del romanzo moderno che a differenza delle narrazioni antiche (dai poemi epici al “Le mille e una notte”) ha via via cessato di “compiacersi dell’inaudito e dell’imprevedibile” (p23) per rifugiarsi nella confortante, borghese presumibilità del quotidiano, “razionalizzandosi” (p26). Però, ahinoi, la verità è un’altra, perché “il romanzo moderno, a differenza della geologia, non è mai stato costretto a fare i conti con la centralità dell’improbabile” (p30). Fino a ora.

“(…) il calcolo delle probabilità è diverso a seconda che lo si faccia all’interno del mondo immaginario di un romanzo o fuori da esso; perciò si usa dire: – se questo accadesse in un romanzo nessuno ci crederebbe. Tra le pagine di un romanzo, un avvenimento non troppo improbabile nella vita reale (…) può apparire del tutto inverosimile, e lo scrittore dovrà mettercela tutta per sembrare convincente. Se ciò vale per i casi fortuiti, si pensi quanto più duramente dovrà impegnarsi lo scrittore per allestire una scena del tutto improbabile anche nella vita reale” (p31)

E che cosa c’è di più improbabile – e spaesante –  ai nostri occhi, del cambiamento climatico? Non per nulla Ghosh fa riferimento esplicito ai limiti che in questo senso ha irrimediabilmente incontrato la “scrittura ecologica“, mettendola di necessità in correlazione con un’altra questione: quella del #NewNatureWriting, e del #NewWeird (ndr: che non nomina mai esplicitamente).

La questione è complessa e interessa anche, ad esempio, la decontestualizzazione spaziale a cui è soggetta tanta parte del romanzo contemporaneo (quando invece “il senso del luogo è notoriamente una delle grandi magie della forma romanzo” – p68) verso cui invece il cambiamento climatico costringe nuovamente lo sguardo:

“A quanto pare, (…) gli eventi spaesanti e improbabili che battono alle nostre porte sembrano aver stimolato una sorta di riconoscimento, la consapevolezza che gli esseri umani non sono mai stati soli, che siamo sempre stati circondati da una molteplicità di creature che condividono con noi capacità che consideravamo precipuamente nostre: volontà, pensiero e conoscenza” (p38). (…) Tutto ciò fa dei cambiamenti climatici un soggetto particolarmente resistente ai consueti schemi che la letteratura applica alla Natura: sono troppo potenti, troppo giganteschi, troppo pericolosi e troppo accusatori per essere descritti in tono lirico, elegiaco o romantico. Anzi, proprio perché non appartengono interamente alla Natura (qualunque cosa essa sia), tali eventi mettono in crisi l’idea stessa di Nature Writing, o scrittura ecologica: sono piuttosto esempi della perturbante intimità della nostra relazione col non-umano” (p40)

“Proprio quando l’attività umana cominciava a modificare l’atmosfera terrestre, l’immaginazione letteraria cominciò a concentrarsi esclusivamente sull’umano. Ammesso che si scrivesse del non-umano, ciò non avveniva nella dimora della letteratura seria, bensì in quegli umili annessi dove la fantascienza e il fantasy erano stati esiliati” (p75)

.3 Climate change e climate fiction: il non-umano che c’è tra noi

E’ innegabile che la fantascienza resti forse il sottogenere “meglio equipaggiato” (p82) per affrontare il cambiamento climatico. “Dopotutto esiste ora un nuovo genere di fantascienza, la climate fiction (comunemente detta cli-fi) o fantaecologia, che però racconta soprattutto storie catastrofiche ambientate nel futuro” (p82) mentre il problema del raccontare il climate change è proprio quello che esso non afferisce né a mondi immaginati, né a tempi o luoghi altri da noi.

“Quelli che stento a trovare sono scrittori le cui opere di finzione trasmettano una comprensione più precisa dei cambiamenti in corso nell’ambiente. Fra i romanzieri di lingua inglese me ne viene in mente solo una manciata: JG Ballard, Margaret Atwood, Kurt Vonnegut Jr, Barbara Kingsolver, Doris Lessing, Cormac McCarthy, Ian McEwan e TC Boyle.” (p155)

Ma non solo. Ghosh pone l’accento anche su un’altra questione, ossia la perdita della dimensione collettiva in favore della “psiche individuale”:

“Così oggi, proprio quando si è capito che il surriscaldamento globale è in ogni senso un problema collettivo, l’umanità si trova alla mercé di una cultura dominante che ha estromesso l’idea di collettività dalla politica, dall’economia e anche dalla letteratura” (p91)

“Più la sfera pubblica diventa performativa, a ogni livello, dalle campagne presidenziali alle petizioni on line, più si affievolisce la sua capacità di influenzare il vero esercizio del potere” (p159)

e last but not least anche su quella del linguaggio (ndr: punto nodale anche della trilogia dell’Area X, per esempio), che di necessità deve essere ripensato sia dal punto di vista dell’interazione con il non-umano (“Sarebbe legittimo […dire che] il nostro pianeta è diventato il nostro interlocutore, e che pensa attraverso di noi?” – p94) sia rispetto alla necessità di un apparato linguistico congruo da parte dello scrittore, che torni ad avvalersi di immagini ed elementi pittorici – anch’essi da tempo eliminati dalla storia del libro stampato (e tornati in auge, in parte, attraverso l’exploit della graphic novel).

.3 Storia e Politica

La seconda e la terza parte del testo (“Storia” e “Politica”) affrontano più da vicino gli eventi storici ed economici che hanno fatto del continente asiatico un polo di importanza fondamentale per quel che riguarda il riscaldamento globale, dalle conseguenze del decolonialismo, tra cui l’impennata dell’industrializzazione, alla condanna di una sostanziale eurocentricità nell’analisi delle questioni relative al global warming (tra cui la spinosa applicazione di un’eventuale “giustizia climatica“). Un punto di vista quello di Ghosh interessantissimo proprio perché non proviene dal primo mondo e offre al lettore una visione altra, esterna, che lo caratterizza fin nei minimi particolari e ci costringe a una prospettiva nuova:

“Il fatto che all’interno dell’Anglosfera le idee liberiste siano ancora dominanti è cruciale per la crisi climatica. Smentendo l’idea che il libero perseguimento degli interessi individuali conduca sempre al bene comune, il surriscaldamento globale mette in crisi anche il sistema di credenze su cui si fonda un’identità culturale profondamente radicata. (…) Molta della resistenza alla scienza climatica viene da qui, e qui sta probabilmente il motivo per cui nei paesi dell’Anglosfera il tasso di negazionismo del cambiamento climatico è insolitamente alto” (pp166-167)

Ma parlare di storia e politica, avverte Ghosh, non sia escamotage per il rimpallo delle responsabilità individuali:

“Quando le generazioni future si volgeranno a guardare la Grande Cecità, certo biasimeranno i leader e i politici della nostra epoca per la loro incapacità di affrontare la crisi climatica. Ma potrebbero giudicare altrettanto colpevoli gli artisti e gli scrittori, perché dopotutto non spetta ai politici e ai burocrati immaginare altre possibilità” (p166)

.4 Bibliografia

Un’ultimo paragrafo per qualche osservazione sulle note alle tre sezioni, ricchissime di spunti bibliografici. Ecco qui solo degli esempi:

******

(*) “Quando guardo il mio passato, ho la sensazione che il fiume incroci il mio sguardo e mi fissi negli occhi, quasi a domandare: mi riconosci, dovunque tu sia? Il riconoscimento segna notoriamente il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. Riconoscere, pertanto, non è la stessa cosa che entrare in contatto per la prima volta, né abbisogna di parole: quasi sempre il riconoscimento è muto. E riconoscere non significa in alcun modo capire ciò che incrocia il nostro sguardo: la comprensione non ha alcun ruolo in un atto di riconoscimento. L’aspetto più importante del termine “riconoscimento” sta dunque nella prima sillaba, che rimanda a qualcosa di anteriore, una consapevolezza preesistente che rende possibile il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza: il riconoscimento avviene quando una consapevolezza anteriore balena dinanzi a noi, provocando un repentino mutamento nella comprensione di ciò che si ha davanti. Eppure quel baleno non può darsi spontaneamente; non può divampare se non in presenza del suo altro perduto. La conoscenza che ne risulta è dunque diversa dalla scoperta di qualcosa di nuovo: deriva piuttosto dal prendere coscienza di una potenzialità ancora inespressa” (pp10-11)

“Le persone sensibili sanno dire di no”, di Rolf Sellin

sensibli

Rimango sempre incredibilmente stupita, dei giri strani che percorrono i libri: ce ne sono alcuni che sembrano non aver voglia di farsi leggere e invece altri restano impressi nella memoria cache di uomini e macchine e se ne escono fuori così, nei momenti in cui meno te lo aspetti. Quando qualche giorno fa Giulio Passerini ha domandato via Twitter un consiglio su un manuale “bello” di selfhelp da portare in vacanza, a me è subito venuto in mente uno dei saggi di Rolf Sellin che ho terminato da poco, e gliel’ho suggerito. Solitamente non scrivo di selfhelp sul blog – sia perché non ne sono particolarmente attratta e di conseguenza non ne ho una vasta conoscenza, sia perché mi pareva che la manualistica in generale non fosse uno dei topic più cliccati su ADC. E invece. (- questa volta mi sono sbagliata – ma vedremo perché).

Rolf Sellin (1948), psicoterapeuta specializzato in coaching sistemico e Programmazione Neuro Linguistica, ha fondato a Stoccarda l’HSP (Highly Sensitive Persons) Institut e somministra da anni seminari e consulenze individuali a coloro che necessitano di un aiuto per gestire al meglio la propria ipersensibilità.

In questo volume, che dovrebbe in linea teorica essere letto successivamente a “Le persone sensibili hanno una marcia in più”, Sellin mette in scena una serie di situazioni pratiche incentrate sulla dimensione sociale e il rapporto con l’altro all’interno delle quali capita che gli individui HSP si trovino a disagio: rifiutare un favore impegnativo, mantenere la propria riservatezza di fronte a un amico invadente, tener testa al capoufficio malmostoso per qualcuno è semplice, per altri un po’ meno. Sono appunto le persone così dette ipersensibili, ossia quelle per le quali far valere se stessi, i propri diritti o le proprie necessità di fronte agli altri è talvolta un problema. Ai casi pratici naturalmente fanno seguito i relativi esercizi di coaching e alcuni testi di auto-valutazione.

Ciò che differenzia la metodologia di Sellin da altri approcci selfhelp è la sostanziale attenzione, presente in Sellin, nei riguardi della costruzione di rapporti interpersonali che siano sempre soddisfacenti per entrambe le parti in gioco. Non è una questione scontata, anzi, e penso sia questo il punto – forse sono riuscita a evidenziarlo anche su Twitter scrivendo ingenuamente di “buona educazione” – che ha tanto interessato chi poi mi ha chiesto informazioni. Quello che mi ha colpita e confortata è proprio la distanza che Sellin sembra mettere tra sé e il sistema alla “yes we can” caratteristico di certo selfhelp made in USA particolarmente aggressivo, che vede come scopo ultimo la realizzazione completa della proprio successo – personale e professionale – lasciando spesso intendere che beh, chissenefrega, se a terra si lascia qualche cadavere.

Non ho mai avuto simpatia per la vision tipicamente americana del “se ti impegni riesci” perché l’ho sempre trovata mancante di un punto: quello dell’introspezione. Focalizzata sull’esterno e sulla modifica delle situazioni contingenti, difetta poiché evita l’analisi del concetto di limite, questione che invece Sellin pone al centro del proprio metodo.

“Quando alcune persone sentono parlare di limiti e confini, pensano immediatamente che equivalga a erigere mura insormontabili, a rifiutare ogni contatto sociale o a rompere i ponti con il prossimo. Sembrano conoscere solo due alternative: o essere totalmente aperti nei confronti altrui, o chiudersi del tutto” (pag10)

“Pensa in grande – è lo slogan diffuso, che spinge a guardare oltre i propri limiti. Fate largo! – è la parola d’ordine – alle conseguenze si penserà dopo! Sono tante le tentazioni di spingersi oltre, di osare di più. (…) La pubblicità e i mezzi di informazione ci invitano continuamente a spingerci oltre i nostri limiti. Illudersi che non esistano ci fa credere che tutto sia raggiungibile sempre e da chiunque. Questo vale anche in altri settori, come dimostrano le aspettative nei confronti del rendimento e dell’efficienza propri e altri. E se ancora non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi, l’ideologia del no-limits ha subito una spiegazione pronta: non siamo stati sufficientemente determinati! Questo modo di pensare trova una perfetta formula della canzone You can get it, if you really want. (…)

Questa ideologia parte dal concetto che i risultati raggiunti siano illimitati e che esista un’uguaglianza di fondo, vale a dire punti di partenza identici per tutti: le stesse capacità e doti, le stesse condizioni fisiche, sociali e di salute, le stesse opportunità, gli stessi vantaggi e ostacoli. (…) Questa idea di apparente uguaglianza viene poi scaltramente sfruttata per prendere le distanze dalla reale ingiustizia sociale: – se non ce l’hai fatta è solo perché l’hai voluto tu! (pag16-17)

Il fatto che Sellin ponga a fondamento del proprio coaching questa ricerca ha un effetto collaterale notevole: quello di indurre il soggetto a rispettare sempre chi gli sta di fronte. Perché soltanto chi conosce bene i propri punti di forza e di debolezza e i propri “fino a qui e poi basta” – e dopo aver imparato a comunicarlo con onestà e attraverso parole adeguate e coerenti – avrà la capacità non solo di arrivare dove vuole (ops, pardon: dove PUO’) ma anche di rispettare l’altro – con tutte le sue “capacità e doti”, e i suoi limiti – senza esserne necessariamente schiacciato.

“L’animale notturno”, di Andrea Piva – feat. Daniele Rielli, “Storie dal mondo nuovo”

animale

“Scrittore e sceneggiatore, Andrea Piva a un certo punto della sua vita ha deciso che ne aveva abbastanza del cinema romano e di quel genere di persone per cui un giorno sei una divinità azteca da sfamare a oro e vergini sacrificali per via della tua visionarietà artistica, e il giorno dopo tutto quello che ti offrono di scrivere sono storie di preti, medici e suore eroiche che salvano cani da pastore.

 – L’ultimo ingaggio che mi proposero era un progetto per la tv che si chiamava Morte di un artista. Lo presi come un segno del destino e decisi di cambiare vita.

Solitamente è qualcosa più facile a dirsi che a farsi, come mi spiega una volta seduti ai tavolini di un bar di piazza del Ferrarese, da dove si vede il ristorante delle sequenze iniziali di Mio cognato, di cui Piva ha scritto la sceneggiatura.

 – Tu non ci crederai ma proprio non sapevo cos’altro fare – e qui Andrea Piva (persona d’ingegno e invidiabile cultura, nonché titolare di un’incongrua laurea in Giurisprudenza) mi ha detto testualmente: Allora ho cercato *come fare soldi* su Google. E una delle cose che ho trovato è stata il poker on line”

E così che Daniele Rielli, l’enfant prodige del reportage italiano, introduce al lettore la figura di Andrea Piva nel long-form “L’Anomalia” dedicato appunto al variegato mondo dei professionisti italiani del poker on line. Che non ha tanto a che fare, sia bene inteso, con individui loschi e fumose sale da gioco avvolte dalla penombra della notte quanto con fogli Excel, programmatori indiani, bot e intelligenze artificiali.

by_burned_2560

“Andrea abita con la sua ragazza e due gatti in una casa a schiera poco distante dalla litoranea a sud di Bari. Il condominio ha una grande piscina il cui azzurro chiaro contrasta con la terra arsa tutto attorno. Sull’altro lato, a occidente, il sole scende sopra i regionali che sferragliano verso Lecce. In casa, sul soppalco sopra il salotto, oltre a un tavolo con tutti gli strumenti per produrre infinite varianti di sigarette elettroniche, c’è la postazione di lavoro”.

Se Rielli, con la sua inchiesta apparsa per la prima volta su “Internazionale” nell’estate del 2015 e raccolta poi nel volume “Storie dal mondo nuovo” pubblicato da Adelphi l’inverno scorso, offre uno spaccato non-fiction, quanto mai analitico, sul gioco professionistico on line – e in particolare sulla variante americana del classico poker europeo chiamata Texas Hold ‘em, Piva invece, in “L’animale notturno” regala al lettore la versione dell’insider – l’alter ego Vittorio Ferragamo – che del gioco on line ha fatto la propria ragione di vita, con tutte le inevitabili implicazioni.

“E’ solo quando chiudo il client, spengo il computer e mi accendo un’altra sigaretta, è solo quando nella mia stanza cala il silenzio della notte invernale, coi gabbiani a dirsi sui tetti le loro cose sguaiate, è solo adesso che l’onda d’urto dell’esplosione mi raggiunge davvero, e mi rendo conto sul serio di cosa sono stato capace. Di colpo è come se mi avessero pestato per ore. Il mio corpo pesa il doppio del normale. Mi sembra di avere un busto di ferro a stringermi il petto, sento una specie di fischio continuo nelle orecchie, respiro a fatica, forse sto per avere un attacco di panico, non riesco a muovermi, a pensare, a fare niente. Resto imbambolato alla scrivania davanti al computer spento per un tempo lunghissimo, finché non mi arrivano i primi chiarori dell’alba, momento in cui, se possibile, inizio a stare anche peggio. Ancora oggi quando ci penso mi viene da vomitare, proprio sto male fisicamente, fino nel profondo. E’ una sensazione di morte irreparabile e violenta. In questo momento io sono la persona più stupida del mondo, amico lettore. Sono le cinque di mattina e ho appena capito di avere di nuovo rovinato la mia vita”  (pag328)

Si tratta di due testi che ho voluto leggere in parallelo proprio per la loro capacità intrinseca di essere l’uno il complemento dell’altro perché se da una parte Piva, con uno stile lucido ma naturalmente segnato dalla scelta stilistica del romanzo di formazione, punta più sulla storia di vita personale e meno sul trattato scientifico, dall’altra Rielli attraverso il piglio del giornalista d’inchiesta riesce a svelare quel che Piva per necessità si trova a dover tralasciare: ciò che si nasconde davvero dietro al lucroso mondo delle poker room virtuali e dei grandi portali di giochi on line.

by_warmachines1_2560

“Una sedia comoda, due computer, tre schermi e un impianto audio con un subwooder che diffonde musica retrofuture a volume alto, costante e sferico. Produttori dai suoni cupi e ambientali come Perturbator, Lazerhawk e Stellar Dreams accompagnano l’andamento regolare, quasi altrettanto ritmico del gioco sui tavoli virtuali. Andrea può giocare contemporaneamente anche su quattordici tavoli se in cash game, venti se in tornei. I tavoli si illuminano a turno quando è il momento di prendere una decisione (una ogni pochi secondi) e sono tutti sullo schermo centrale. Su quello a destra scorrono le statistiche complessive delle partite in corso, su quello di sinistra girano i video YouTube delle canzoni. Quando tutto è in funzione, il soppalco è come un mondo a parte, e ben presto il giocatore sembra perdersi nel flow di un processo decisionale la cui cadenza è dettata dalla macchina, in un’unione quasi mistica fra tecnologia e uomo, come nei dipinti di Simon Stalenhag che occupano i suoi desktop”

Tra nick-name fantasiosi (da MoneyMaker a LeSbarbine) e improbabili doppie vite – dall’insospettabile padre di famiglia alla whale (ndr: in gergo, il fish con molti soldi che sostanzialmente sceglie di perderli) Guy Laliberté, amministratore delegato del Cirque du Soleil che pare abbia perso in un anno oltre 17 milioni di dollari soltanto per il gusto di sedersi al tavolo virtuale coi migliori giocatori al mondo e “farsi mungere” – Piva e Rielli, percorrendo ognuno la propria strada, ciascuno con il proprio stile – delicato, evocativo e poetico, smaliziato e cronachistico – riescono a dimostrare l’assoluta verità e concretezza di quel tormentone a cui Lady Gaga ci aveva assuefatti anni fa, agli albori della sua carriera:

“I wanna hold ‘em like they do in Texas plays / No he can’t read my poker face”

d917753137bce79d7812525e81268d2e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy

Nota a parte per “Storie dal mondo nuovo”, che va letto tutto, da capo a piedi, non solo per “l’Anomalia”. Si va dall’ironico e disincantato “Il retroscena del retroscena del retroscena” (che contiene uno dei pezzi più incredibili a mio parere mai scritti su Bruno Vespa) fino all’inedito “La fine della linea”, una lunga cavalcata sulla linea Q fino a Brighton Beach, “o Little Odessa, il quartiere di South Brooklyn dove le scritte in inglese, quando ci sono, vengono sempre sotto a quelle in cirillico”, passando per la versione integrale del reportage sull’Albania post-comunista pubblicato in forma ridotta sul Venerdì di Repubblica nel Novembre 2015.

 

NB: per gli appassionati, ecco qualche notizia in più sui dipinti “sci-fi” – distopici di Simon Stålenhag su Il Post e Collateral. Su Twitter invece, all’#LAnimaleNotturno potete trovare consuete citazioni e qualche dipinto a tema (dai “Bari” di Caravaggio ai cagnolini pokeristi di C. Coolidge).

 

“La guerra invernale nel Tibet”, di Friedrich Dürrenmatt (trad. di Donata Berra)

la guerra invernale

Intro. Va detto, occorre chiudere subito il cerchio e ringraziare gli amici della Libreria Minimum Fax, che qualche settimana fa tra un twitt e l’altro hanno avuto l’idea di consigliare “La guerra invernale nel Tibet” dello scrittore svizzero-tedesco Friedrich Dürrenmatt (Berna 1921 – Neuchatel 1990). Il racconto, uscito poche settimane fa per Adelphi, in realtà è datato 1981 ed è uno degli ultimi scritti di questo poliedrico artista elvetico, di cui nel 2015(*) sono stati ricordati i 25 anni dalla morte.

Recuperare l’opera omnia di questo filosofo, sceneggiatore, pittore, autore di radiodrammi scomodo e turbolento – i problemi di alcool cominciarono già dall’infanzia, per dire – in traduzione italiana è un po’ complicato: si va infatti dagli Einaudi di “La valle del caos” (2009) e “La visita della vecchia signora” (2007) agli Adelphi di “Giustizia” (2014) e “L’ultimo boia” (2015) passando per parecchi MarcosYMarcos (“Il Minotauro”, 1997 con testo tedesco a fronte, “Un angelo a Babilonia”, 2014), diversi Feltrinelli (“La promessa”, 2009) e altre curatele (es. Casagrande Edizioni). A parte la difficoltà nel recupero e nella scelta del materiale, è innegabile che questa dispersione non aiuti il neofita nell’identificare il punto da cui partire. E capite come questa non sia questione di poco conto, trattandosi di uno scrittore di racconti brevi, testi teatrali, romanzi a trame investigative estremamente prolifico. Questo per dirvi che io ho iniziato da qui, da “La guerra invernale nel Tibet”, solo ed esclusivamente per ragioni intuitive e personali, che poi vi spiegherò e che hanno ben poco a che fare con un ipotetico intento di avvicinamento e comprensione – metodologicamente strutturata – della vita e dell’opera di Friedrich Dürrenmatt.

neuchatel

“Vista sul lago di Neuchatel” – Guache su cartone 1966

“La guerra invernale nel Tibet”. Sottotitolo: il mito della caverna, Platone e le distopie apocalittiche.

“La produzione letteraria di Dürrenmatt ha come sfondo un mondo dominato da misteriose entità che si divertono a trasformare la storia in caos, la città in labirinto, la vita in avventura insensata e grottesca”

“La visione sconsolata dello Scrittore raggiunge il maximum in “La guerra invernale nel Tibet”. In questo macabro racconto egli descrive un mondo totalmente corrotto, anzi imbestiato, da una terza guerra mondiale di dimensioni apocalittiche. Si combatte in campi sotterranei e labirintici, senza sapere perché né contro chi.  

– I mercenari non sanno perché combattono, perché muoiono, amputati in primitivi lazzaretti da campo, rispediti al fronte invernale con rozze protesi, taluni con ganci e viti al posto delle mani, alcuni ciechi, la faccia ridotta a una massa di carne cruda: a un fronte che è ovunque. Sanno solo che combattono contro il nemico. (p.1091).

Così ridotto – a strumento di morte, a robot micidiale, senz’anima  – l’uomo non ha più nulla da perdere.

– Questa è la mia forza. Sono diventato invincibile. Ho risolto l’enigma della guerra invernale. (p1139) Il requiem all’uomo del ventesimo secondo non poteva avere note più acute”

Uno dei testi che mi hanno aiutato nell’approccio ai temi durenmattiani è forse un po’ agée ma è tra quelli che ho considerato più immediati, forse perché parte da un presupposto – quello dell’analisi sul divino – che permea tutta l’opera di Dürrenmatt, laico convinto. Si tratta del saggio di F. Castelli “La mia vita è una discesa nel nulla: Friedrich Dürrenmatt” apparso sul quindicinale “La Civiltà Cattolica” del 19 ottobre 1996 e che potete trovare su Google Books (menzione a parte merita lo sforzo sovrumano della digitalizzazione degli archivi della Civiltà Cattolica, questione di cui se volete potete leggere qui). Seguendo questo testo, che attraverso l’analisi cronologica delle opere Durenmattiane esplora i vari soggetti affrontati dall’autore nel corso della sua lunga vita artistica, spiccano le caratteristiche fondanti del racconto breve “La guerra invernale nel Tibet” che racchiude in sé quasi tutti i riferimenti stilistici e tematici cari all’autore. In primis, il gusto per la rappresentazione drammatica, macabra e perfino grottesca che permea quasi tutte le opere dell’autore, attraverso la quale Dürrenmatt tende a smascherare i difetti della società contemporanea e i perbenismi tipici del proprio contesto mitteleuropeo. In secondo luogo, l’utilizzo sapiente della più classica distopia post-apocalittica (la catastrofe atomica a seguito di un non ben definito conflitto mondiale), che lungi dall’indugiare in uno sterile esercizio di stile diviene il cuore pulsante di una narrazione che porta in primo piano – rispettando i dettami precisi di questo sottogenere letterario – la critica feroce nei confronti della società contemporanea.

ascensione nera

“Ascensione nera” – Gouache su cartone 1983 (*) Il 2015 – l’”Anno di Dürrenmatt – ha visto il lancio di numerose manifestazioni volte alla commemorazione del 25esimo anniversario della morte dello scrittore. I suoi manoscritti sono conservati presso l’Archivio Svizzero di Letteratura di Berna mentre i suoi lavori artistici (circa mille tra dipinti, incisioni e disegni) dal 2000 sono depositati presso il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel (CDN), creato appositamente dalla vedova dello scrittore ed edificato dall’architetto Mario Botta accanto alla casa dell’artista.

Centoeotto pagine da leggere e di necessità da rileggere per essere in grado di cogliere appieno tutti i diversi livelli di lettura di cui l’opera è composta e che assalgono il lettori tutti insieme, destabilizzanti. Si  va dalla sospensione del giudizio nell’accettazione del visionario distopico:

“Si spostò barcollando verso il centro della caverna e schiacciò sul ventre del mercenario appeso la punta rovente del sigaro. (…) Qui sotto soffoco. Devo tornare al fronte. Cambiammo parecchi ascensori. Il primo era sontuoso. Ci stravaccammo su un divano, alla parete di fronte era appeso un quadro: una giovane ragazza nuda a pancia in giù su un divano” (p19)

“L’annuncio secondo cui gli alleati e le armate nemiche avevano capitolato raggiunse il comandante all’Hotel delle Terme nella Bassa Engadina. Ci trovavamo nel grande salone dell’albergo, seduti in comode poltrone, attorno a noi lo stato maggiore al completo. L’alcool scorreva a fiumi. Un’atmosfera scoppiettante. Il comandante si abbandonò alla sua passione per la musica. Un quartetto suonava La morte e la fanciulla di Schubert. (…) Avevano messo a sacco St. Moritz, gli hotel di lusso bruciavano avvolti in grandi lingue di fuoco” (p53-54)

“Mentre costeggiavo la navata una gargolla si schiantò dietro di me sul lastricato (…). Intorno al fonte battesimale c’erano tre sedie, e nella vasca un piatto con una fetta di torta2 (p64-65)

all’attenzione che occorre porre come nei riguardi di un trattato filosofico, un manuale di fisica, un eserciziario di chimica:

 

“Le leggi a cui è sottoposta la società umana arrivo a intenderle soltanto come leggi di natura. Le leggi che il materialismo dialettico pretende di aver scoperto sono, a mio avviso, un’idiozia: come se fosse possibile descrivere una qualunque legge di natura con la logica hegeliana” (p28).

“Il moto di un singolo atomo è imprevedibile, prevedibili sono invece le stelle, in quanto istituzioni di atomi. Tali istituzioni sono sottoposte a leggi che di necessità deformano gli atomi. Allo stesso modo le istituzioni degli uomini deformano gli uomini, Lo Stato è un’istituzione degli uomini. Di conseguenza, quando rifletto sulle stelle, sprofondato nelle viscere dell’Himalaya, rifletto sugli Stati. Soltanto così, vista la mia situazione, mi è ancora possibile ragionare sugli uomini” (p30).

“Ma intendo confutare l’assunto secondo cui la terza guerra mondiale sarebbe dovuta alla mancanza di un’amministrazione in grado di impedirla. In realtà la guerra è scoppiata perché un’amministrazione non poteva ancora esistere” (p31)

“Non esiste un imperativo della coscienza, bensì un imperativo del pensiero. Coscienza e pensiero. Coscienza e pensiero sono una cosa sola” (89)

Gli echi letterari riguardo la condizione del soldato nascosto nelle profondità della montagna, in attesa dell’arrivo del nemico, sono naturalmente parecchi. Primo fra tutti il mito platonico della caverna, a cui Dürrenmatt si riferisce direttamente:

“La via che porta alla conoscenza è difficile da seguire, più difficile ancora del cammino che ho percorso da quando, in una piccola città nepalese, nudo, sono precipitato giù da una scala sdrucciolevole. Se non ci si assume il rischio dell’immaginazione, la strada verso la conoscenza è impraticabile. Così io, immerso in un buio totale, mi figuro una luce; non la luce assoluta, ma una luce che corrisponda alla mia situazione: mi rappresento dunque degli esseri umani in una caverna, fin da giovani stretti in catene per le gambe e per il collo, così che siedano immobili e possano soltanto guardare la parete che hanno di fronte. Imbracciano un mitra. Sopra di loro brilla un fuoco” (p100)

E poi cosa dire. A parte l’inequivocabile corrispondenza con il sottotenente Giovanni Drogo e la sindrome della Fortezza Bastiani – rivisitata alla luce della violenza e della modernità della guerra atomica:

“All’improvviso compresi che cosa mi mancava, da quando avevo ucciso Edinger. Il nemico – dissi lentamente. Non ho più un nemico” (p92)

a me ha colpito in particolare la questione delle scritte nella caverna. Il soldato durenmattiano, mutilato, senza gambe – uncini e armi al posto delle mani – incide e graffia la roccia nel buio del sottosuolo raccontando il lucido delirio in cui è precipitata la società post-bellica. Parole scritte l’una sull’altra che non possono non ricordare, chissà quanto coincidenza, chissà quanto convergenza evolutiva, le frasi incise all’interno della torre (e/o faro  e/o cunicolo sotterraneo) da parte del guardiano Saul Evans ormai interamente posseduto dall’entità aliena, uno dei protagonisti della trilogia dell’Area X di Jeff Vandermeer.

Nonostante la mole non indifferente dei temi trattati e il linguaggio metodologicamente affine alla discettazione filosofica, la lettura di “La guerra invernale nel Tibet” scorre veloce, grazie all’impianto distopico e all’inserimento di un punto di vista esterno e onnisciente – di cui qui non si può fare anticipazione – che mantiene alta la tensione narrativa bilanciando in maniera suggestiva e sorprendente fiction e scritto programmatico.

#Tiracconto… gli Anni di Piombo (parte ii)

Mi sto preparando alla serata conclusiva di #Milanoricorda, il ciclo di tre eventi proposti da OcraLab di cui vi avevo parlato qualche settimana fa.

Nel mezzo, il 20 marzo scorso, il secondo incontro – affollatissimo – durante il quale i lettori non solo hanno potuto incontrare Giorgio Fontana e dialogare con lui riguardo la genesi del suo “Dittico sulla giustizia” ma anche ascoltare le testimonianze dei magistrati Gianfrotta e Spataro riguardo i fatti accaduti ai colleghi Guido Galli ed Emilio Alessandrini. Momenti densi di ricordo che hanno coinvolto tutti gli spettatori in sala, anche i più giovani.

A conclusione della serata due allievi della Scuola di Teatro Sergio Tofano (Marco Macchia e Bruno Orlando) hanno portato in scena una delle sezioni più complesse del dittico di Fontana – l’autore stesso ha raccontato al pubblico la difficoltà della stesura – ossia la parte in cui, in “Morte di un uomo felice”, il magistrato Giacomo Colnaghi si confronta con il ventiduenne leader della banda armata responsabile dell’omicidio di un politico democristiano, in un dialogo serrato che riesce a racchiudere in sé tutti i significati, e le mistificazioni, dei cosiddetti Anni di piombo. (Cfr. cap 17, Da pag.184 a pag.199).

Su Twitter la serata è stata seguita e segnalata dall’ #Tiracconto… gli Anni di piombo e #Milanoricorda. Qui il precedente post su ADC e qui le modalità per partecipare all’ultimo incontro, quello dell’11 Aprile prossimo sempre presso il Laboratorio Formentini.

Di blog indipendenti, biblioteche, prestito digitale e SlowReading

20170225_105755

Intro. 65mila nuovi titoli all’anno: regole di sopravvivenza per lettori forti

Diciamolo apertamente, l’ossessione del lettore forte è sempre e soltanto una: recuperare la materia prima. Il lettore forte ci pensa da mattina a sera e pure durante la notte perché, lo capìte bene, di fronte al panorama editoriale italiano fatto di 4608 case editrici (sì, quattromilaseicentootto) e “65mila i nuovi titoli su carta nel 2015, cui si aggiungono 63mila ebook”* c’è da perderci la testa e, siamo onesti, anche il portafogli. Questa bulimia letteraria si sparge ovunque e contagia un po’ tutti: l’editore, il libraio (specie se di catena), il lettore (che si deve destreggiare tra più di 150 uscite al giorno in un contesto in cui non è sempre vero che a prodotto costoso corrisponde libro di qualità) e chi a vario titolo si occupa di editoria.

1. Il “book”-blogger indipendente, un lettore forte molto particolare. Modalità di approvvigionamento: l’alternativa esiste, è il circuito bibliotecario

Dentro a questo ricco minestrone ci mette del suo (tadaà!) anche la figura un po’ stramba del “book”-blogger indipendente, che o è cliente platinum della Gringotts Wizarding Bank oppure per far quadrare i conti** – al netto degli invii omaggio che, come sapete già, per il”book”-blogger indipendente non rappresentano la best option – deve di necessità affidarsi a un buon circuito bibliotecario.

In realtà la questione è più ampia e riguarda proprio la bulimia di cui al capoverso precedente, perché ha a che fare con il mio scarso apprezzamento – personale si intende – verso quel “tutto e subito” a cui ci vuole abituare un certo tipo di compravendita. Senza stare qui a sciorinarvi pipponi non richiesti sulla mia avversione verso l’e-commerce, vi dirò soltanto che a me la biblioteca piace perché c’è caso che, per viverla, sia necessario aspettare e dedicare del tempo non tanto alla lettura in sé ma alla scelta di cosa leggere.

2. Il #ConvegnoStelline 2017: “Tecniche e strategie di condivisione”

Per non parlare del ruolo sociale che le biblioteche hanno sempre ricoperto, e di tutto il lavoro che c’è dietro ai progetti “da spazio pubblico a spazio partecipato” che da anni stanno coinvolgendo il mondo della biblioteconomia.  Settimana scorsa ad esempio si è svolto qui a Milano l’annuale #ConvegnoStelline, due giornate di riflessione sui temi più importanti della biblioteconomia contemporanea. Quest’anno l’attenzione si è focalizzata sul concetto di biblioteca aperta: “trasversale, convergente, inclusiva, capace di utilizzare le opportunità offerte dalla tecnologia per realizzare un progetto culturale dallo straordinario valore sociale”, seguendo un percorso di analisi e riflessioni partite due anni fa con gli studi sulla biblioteca digitale e sull'”architettura dei servizi e dei contenuti professionali”.

3. MLOL: la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale

Tra le iniziative collaterali proposte dal Convegno Stelline c’è stata anche la serie di incontri promossa da MLOL, che è la prima rete di biblioteche pubbliche per il prestito digitale – ed è lo strumento che da un po’ di tempo utilizzo anch’io quando decido di servirmi dei servizi bibliotecari.

Schermata 2017-03-28 alle 14.57.48Non c’è da fare nient’altro se non iscriversi a una delle biblioteche aderenti (al momento più di 5000), e poi tutto funziona come un normale prestito bibliotecario: si consulta gratuitamente l’offerta digitale della struttura di riferimento e si sceglie quello che occorre. Se quel che occorre non è al momento disponibile, si prenota, e poi le notifiche arrivano in email (ndr: per un testo ho aspettato… 1 giorno. Per un altro, molto richiesto e appena uscito, 4). Le opzioni sono molte, dai prodotti per la consultazione a quelli abilitati per il download, fino alle risorse open. Qui trovate tutte le informazioni. ***

4. Conclusioni …e buona lettura

Insomma la verità è che andare in biblioteca non è tanto l’atto pratico del recarsi lì. Andare in biblioteca significa informarsi sulle novità, muoversi per tempo, operare una scrematura, richiedere il testo e forse anche mettersi in lista per averlo. Ah, il tanto vituperato principio dell’attesa.

Mi dà poi l’impressione che la modalità del prestito (ndr: qui da noi è possibile chiedere 6 testi cartecei e 3 digitali al mese) favorisca inoltre la ricalibrazione del processo di lettura: se da una parte limita la quantità del leggibile – Dio, ti ringrazio – dall’altra abitua il lettore (quello debole, soprattutto) a un ben determinato ritmo di lettura – che oggi abbiamo un po’ perso(?) – e che solo con la pratica può diventare il proprio, personale modo di leggere.  Penso che il lettore diventi capace di operare scelte consapevoli nel momento in cui entra in biblioteca – o in libreria – solo quando è pienamente consapevole di quel che è in grado/ha voglia di leggere. In altre parole, dal comodino zeppo di libri intonsi che non leggeremo mai perché “l’ho comperato ma non mi piace”, ci salva soltanto l’esercizio pratico della lettura; e la biblioteca serve proprio a questo, a metterci in gioco come lettori, rendendoci consapevoli dei nostri limiti e dei nostri punti di forza.

Quindi… buona lettura.

____

*Purtroppo non sono cifre campate in aria. Sono i dati AIE 2016, e li trovate qui 

** Per un blog indipendente il problema fondamentale è uno solo: rimanerlo. Insomma navigare nel vasto mare magno della rete (traduzione: “in modo che qualcuno, almeno qualcuno, ti legga”) creando un delicato equilibrio tra quella roba un po’ misteriosa che è la brand reputation e tutte quelle cose da fare che creano la “linea editoriale” del blog stesso (altrimenti detta concept – non so quale dei due termini sia il più brutto, se ne trovate uno migliore fatemelo sapere). In mezzo a tutto questo c’è la delicata questione dell’invio dei prodotti omaggio, che nel nostro caso sono rappresentati dall’oggetto-libro: un prodotto un po’ particolare per via delle implicazioni etiche a presupposto di ogni post-consiglio di lettura- recensione (chiamatelo come vi pare) che il blogger decide di pubblicare sul suo spazio on-line.

***Il prodotto MLOL è affiancato dalle diverse offerte personalizzate tra cui MLOL Scuola e MLOL Plus, catalogo ebook delle biblioteche italiane disponibili al prestito tramite abbonamento e titoli in vendita.