“La casa sull’estuario”, di Daphne du Maurier (trad. di Maria Napolitano Martone) #EstateconADC

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The House on the Strand” è uno dei miei libri del cuore. Il perché sia tornato a casa solo ora, e dopo tanti anni, è uno di quei misteri che riguardano le mie letture: inutile credere di poterne venire a capo.

Se proprio volessimo approfondire, potrei dirvi che lo lessi nella primavera dei miei 12 anni. Ci spesi sopra due pomeriggi che trascorsi in soggiorno, spiaggiata sul nostro rigido e scomodissimo divano color castagna; intanto, fuori dalla finestra, la fine di aprile era incarognita da una pioggia insistente e fredda.

Di quei due giorni mi ricordo il momento in cui scovai quel volume ancora intonso nella libreria dei miei genitori, tra i tanti che facevano parte di una selezione del “Club degli editori” a cui ci si era abbonati all’epoca. E l’insindacabile bruttezza della copertina spingeva a guardarci dentro, per paradosso e puro atto di ribellione preadolescenziale.

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Mi ricordo che la camera da letto dei miei genitori era luminosa ma poco accogliente, perché i termosifoni erano già spenti ma la temperatura non certo primaverile; e che la sveglia sul comodino di mia mamma, un parallelepipedo tozzo, simile a un grosso sapone di cioccolato con le lancette fosforescenti (ebbene sì, in casa mia era tutto marrone, ne avevamo di ogni nuance, purtroppo), segnava le due e trentacinque del pomeriggio. Mi ricordo che quando cominciai a leggere, piantata nel corridoio che faceva da anticamera alle stanze da letto, fui assalita da un terrore così assurdo e potente che l’unica cosa che riuscii a pensare fu che quel libro lo dovevo finire il più in fretta possibile e poi rimetterlo lì, da dove era venuto. Di lasciarlo da parte a priori, ovviamente, nemmeno a discuterne.

La casa sull’estuario” – di Daphne du Maurier, pubblicato nel 1969 – ebbe su di me l’effetto dirompente di un primo contatto: fu il mio primo viaggio nel tempo, il mio primo incontro con un certo modo di scrivere di Natura e di wilderness. Un primo, piccolissimo passo verso il mistero del new-weird. La consapevolezza, per la prima volta, che certi libri inevitabilmente si leggono e poi si perdono, specie se ci sono di mezzo tre traslochi, due città e un matrimonio.

“Le prime cose che notai furono l’aria cristallina e il verde netto della campagna, senza mezze tinte o sfumature morbide. Invece di fondersi col cielo, le colline lontane si stagliavano come rocce, così vicine da poterle quasi toccare, dandomi quel senso di sorpresa e meraviglia che prova un bambino guardando per la prima volta in un telescopio. Anche più da vicino tutto aveva la stessa durezza quasi metallica: l’erba si divideva in singoli steli scaturendo da un suolo più giovane e aspro di quello che conoscevo” (pag.9)

“La marea era bassa, il canale stretto, e ai due lati del nastro azzurro dell’acqua si stendevano strisce di sabbia affollate da ogni sorta di uccelli acquatici che s’immergevano o saltellavano intorno alle pozzanghere lasciate dalla marea che si era ritirata” (pag.130)

“Nevicava. I fiocchi morbidi mi piovevano sulla testa e le mani, e tutt’intorno a me il mondo era diventato a un tratto bianco, senza più erbe estive rigogliose e verdi, e filari di alberi. (…) Faceva un freddo aspro, non la tormenta rapida, tagliente, che spazza le cime, ma il freddo stagnante e umido di una valle dove nell’inverno non penetravano sole o venti purificatori” (pag.235)

Però poi, all’improvviso, ne trovo in libreria l’edizione appena pubblicata da Neri Pozza – Beat: la meraviglia che può venire dalle parole scritte non smette mai di appassionarmi.

Cornovaglia, estate, anni ’60.

Dick Young è un quarantenne insoddisfatto. Si è appena licenziato dalla prestigiosa casa editrice londinese presso cui lavorava da più di vent’anni perché stanco di certi ritmi lavorativi, delle grosse responsabilità che gli vengono affidate e dell’ambiente editoriale.

La moglie Vita tuttavia, (americana ambiziosa, vedova in seconde nozze, due figli ormai grandicelli – nomen omen), vorrebbe convincerlo ad accettare l’impiego offerto dal di lei fratello: lavorare nella parimenti prestigiosa impresa editoriale di famiglia, così da trasferirsi tutti felicemente a New York.

“Lei si girò per affrontarmi nella posa classica della moglie oltraggiata, con una mano sul fianco, una sigaretta nell’altra, stringendo gli occhi nel viso gelido” (pag.139)

Dick prende tempo: il trasferimento non lo entusiasma ma il colpo di testa è stato fatto e ora le alternative non sono molte. Braccato dalla pressioni che sta ricevendo in famiglia, accetta l’invito del suo amico storico dei tempi dell’università, Magnus Lane, diventato nel frattempo uno stimato professore e ricercatore di biofisica, per trascorrere qualche settimana estiva nel cottage della famiglia Lane in Cornovaglia, dalle parti del borgo di Kilmarth.

Peccato che l’invito non sia del tutto disinteressato. Il professor Lane infatti, personaggio di indubbio carisma e di pari furbizia, utilizza il proprio ascendente su Dick per convincerlo a portare avanti alcuni esperimenti nel laboratorio sotterraneo alla cascina. Tra teste di scimmia in formaldeide, alambicchi, cadaveri di animali utilizzati come cavie e boccette di erbe magiche, Dick dovrà testare su se stesso una pozione misteriosa, quasi una droga, che ha la capacità di aprire varchi temporali sul passato medioevale della zona, in special modo sulle vicende delle famiglie di proprietari terrieri Champernoune, Carminowe e Bodrugan.

E lo dovrà fare prima che Vita e i ragazzi raggiungano il cottage per trascorrere insieme il resto delle vacanze. Ma non tutto, ovviamente, andrà come previsto.

“Scesi questa scala e girai la chiave della porta. Il laboratorio non aveva affatto un aspetto clinico. Accanto al vecchio lavandino, sempre al suo posto sul lastricato di pietra, sotto una finestrella a grata, c’era un camino, con uno di quei forni d’argilla che si usavano anticamente per cuocere il pane, contenuto nello spessore del muro. Dal soffitto coperto di ragnatele pendevano ancora gli uncini arrugginiti ai quali venivano probabilmente attaccati una volta carni salate e prosciutti. Magnus aveva disposto i suoi strani esemplari sugli scaffali fissati al muro. Alcuni erano scheletri, altri erano ancora intatti, conservati in una soluzione chimica che li aveva sbiancati.. Non riuscii a decidere che cosa fossero esattamente, se embrioni di gatti o topi. I due soli esemplari che riconobbi, erano la testa di scimmia, dal teschio lucido, perfettamente conservato, simile al cranio calvo di un minuscolo feto umano, cogli occhi chiusi, e accanto un’altra testa di scimmia, da cui era stato asportato il cervello e che si trovava in un barattolo di vetro scurito dalla soluzioni salina in cui era immerso. In altri barattoli e bottiglie c’erano funghi, piante ed erbe con tentacoli mostruosi e foglie sottili e ricurve come lingue” (pag.29)

Discutere sul fascino della scrittura di Daphne Du Maurier sarebbe ridondante. Basti sapere che “La casa sull’estuario” ha in sé tutte le caratteristiche tecniche e tematiche che contraddistinguono le opere di questa poliedrica autrice. L’accuratezza per un’ambientazione coeva affascinante, l’estremo acume con cui vengono tratteggiate le figure femminili (una su tutte, la femme fatale Vita, intelligenza vigile e scattante, agghindata con gonne a tubo, guanti da viaggio, rossetti scarlatti, fumo di sigaretta e generosi bicchieri di gin-tonic), il gusto per la rappresentazione gotica e non ultimo l’interesse per il rapporto tra l’Uomo e la Natura (che di certo all’uomo non è sempre favorevole, basti pensare a “The Birds“, ovviamente).

Prendetevi del tempo per leggere “La casa sull’estuario”. Luglio è il momento perfetto. Non sarà una lettura facile per il semplice fatto che ormai non siamo più abituati a un certo tipo di scrittura che ha tutto tranne che un’impronta cinematografica. Le pagine scorrono lente, in un continuo alternarsi di salti temporali ricchi di personaggi, note, riferimenti.

Ma Daphne du Maurier ha il dono di penetrare nelle cose, come se riuscisse sempre a scattare fotografie in cui una lievissima sovraesposizione riesce a evidenziare dettagli altrimenti invisibili. E poi c’è la paura più pura, quella che viene dal noir e certe atmosfere gotiche che la du Maurier riesce a evocare, a tirar fuori a forza da un passato inglese profondissimo. Quasi come se, in quel passato, lei stessa ci avesse messo piede, in un modo o nell’altro.

Buona lettura 🙂

Nota: in un mondo in cui ultimamente tutti si propongono come “traduttori” basta che abbiano fatto il linguistico e vissuto per un paio di anni in un qualunque paese anglosassone, vi invito a dare un’occhiata alla biografia di Maria Napolitano Martone.

“Borne”, di Jeff VanDerMeer (trad. di Vincenzo Latronico)

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“Avvicinandomi fui investita da un fiotto di odore salmastro e per un attimo sparì la città in rovine tutt’intorno a me, sparì la ricerca incessante di acqua e di cibo, sparirono le bande di razziatori e le creature modificate evase da chissà dove, con chissà quale intenzione. Sparirono i cadaveri mutili e combusti impiccati ai lampioni spezzati. Per un rischiosissimo istante, invece, sentii che quella cosa che avevo trovato veniva dalle calette sabbiose della mia infanzia, così tanto tempo prima che arrivassi in città. Distinguevo la nota di fiori essiccati nel profumo di sale, avvertivo la brezza, riconoscevo il fresco dell’acqua che si increspava a ogni passo. Le ore interminabili a raccogliere conchiglie, la voce roca di mio padre, la cantilena squillante di mia madre” (pag.5)

La verità è che “Borne” è una storia più tradizionale di quello che potremmo pensare. E se la considerassimo soltanto una fiction di fantascienza faremmo un grave errore.

A me pare che l’avventura della cercarifiuti Rachel, che a un certo punto si imbatte nel trovatello e neonato Borne, sia prima di tutto una riflessione sulla famiglia e sul ruolo che hanno i genitori all’interno delle dinamiche comunicative della famiglia stessa; e anche sulla responsabilità educativa che ciascuno di noi, in qualità di adulto, ha il dovere di prendere su di sé nel caso in cui si trovi ad avere a che fare con chi – figlio proprio oppure no – del mondo dell’infanzia fa ancora parte.

Abbiamo già parlato di come la fantascienza contemporanea stia cercando di riguardagnare un po’ di quello spazio che aveva perduto. Jeff VanDerMeer è uno degli esponenti di questo rinnovamento che se da una parte si impegna a recuperare il passato distopico pre-hitech da Silicon Valley (della questione ne ha parlato ad esempio Christian Raimo, qui) dall’altra non abbandona di certo la tensione verso la critica sociale che da sempre ha caratterizzato questo sotto-genere della fantascienza – ma rileggendone i canoni e riadattandoli alla realtà attuale.

“Erano quelle le ciminiere che avevano sterminato questa parte di mondo. Erano state quelle le catene di montaggio che ci avevano ingozzati di prodotti inutili che eravamo addestrati a bramare” (pag.99)

Credo che quindi non occorra stupirsi troppo del fatto che questa nuova prova di Jeff VanDerMeer, autoconclusiva stavolta (e ricordiamoci ciò che dicevamo recentemente sul declino della scifi seriale) non si focalizzi sulla dinamica extraterrestre come accaduto per la “Southern Reach Trilogy” ma sulle realtà alternative di cui l’essere umano è l’unico artefice, con riguardo particolare a tutto quello che concerne la manipolazione genetica e la creazione di nuove forme di vita bio-tec. Le quali poi, inevitabilmente, riescono a sfuggire al controllo del loro creatore.

Le realtà in cui Jeff VanDerMeer ci ha abituato non sono costituite da mondi lontani a cui arrivare attraverso l’esplorazione dello spazio profondo. Non è la distanza siderale, a interessarlo, non lo è mai stata, quanto al contrario il concetto di prossimità, l’assoluta permeabilità delle dimensioni (malgrado i nostri sforzi per mantenerle nettamente divise). E se nella “Southern Reach Trilogy” questa incapacità di limitare i confini si esemplificava nella assoluta impossibilità di individuare le “porte di accesso” (e di uscita) di un fenomeno altro, in continua espansione (esterna e interna), in “Borne” essa è rappresentata dalla presenza ossessiva, sempre in background, dell’elemento distopico delle “vasche di contenimento“, una sorta di brodo primordiale creato artificialmente dall’uomo (“La Compagnia”) che nel progetto iniziale avrebbe dovuto funzionare da elemento isolante per i risultati degli esperimenti di biotecnologia svolti all’interno della struttura di cui fanno parte.

Ovviamente, ça va sans dire, niente andrà come deve e tutto devierà verso l'(in)immaginabile.

“Pinne morte e branchie tremolanti, vibrazioni disincarnate, sguazzi e fruscii di cose concepite a quattro zampe ma che ne avevano due. Creaturine arricciate come gamberi costrette in piccoli stagni in cui sbocciavano e morivano, sbocciavano e morivano in perpetuo, sempre il medesimo organismo che procreava se stesso. Tossico. Un circuito chiuso. Un brandello di materiale genetico che girava in tondo, che moriva costantemente ma mai del tutto, ma neppure viveva, in fondo. (…)

Era quella la consistenza delle pozze di contenimento che cingevano sia la sede della Compagnia sia la piana desolata, una salina che non era naturale ma un trito di materie plastiche, vetro e metallo. I rifiuti che non potevano o non volevano incenerire. Componeva anche il fondale delle pozze. Lambiva i margini della sede della Compagnia come il caviale gommoso di un pesce industriale. (…) Da lì veniva il colore dei laghi, era per quello che riflettevano ogni colore immaginabile, benché la combinazione risultasse ai nostri occhi di un verde scuro, sotto una certa luce, e azzurro o rosa altrimenti” (pag.280)

Difatti anche Borne è frutto di un esperimento scappato di mano (ma forse no): un’identità cangiante, come a vedere un celenterato mascherato da pianta carnivora o viceversa un tubero più simile a un calamaro che a una patata.

E’ buffo Borne – non certo il figlio immaginato che noi tutte madri ci aspettiamo. E’ prima una pianta da innaffiare, poi un animaletto da sfamare e infine un piccolo umano – o una cosa prossima all’umano – da crescere e da educare. Un figlio che meno biologicamente nostro non potrebbe essere ma un figlio che, come tutti i figli, ci viene consegnato senza il libretto di istruzioni, né sul montaggio, né sull’utilizzo, né sulla manutenzione … né sul futuro che gli sarà destinato. Un figlio che come tutti i figli cresce troppo in fretta e ci costringe a cambiare continuamente i nostri punti di riferimento per adattarli ai suoi; e che a un certo punto prenderà una strada diversa da quella che ci aspettavamo e da quella che sognavamo per lui ma che in qualche modo, inevitabilmente, sarà la sua strada. Un figlio che tuttavia, nel suo diventare adulto, non dimenticherà mai le proprie origini e chi lo ha cresciuto, nutrito ed educato.

“Stavo cercando di essere una brava madre, una buona amica con Borne, così dissi: – Sì, ogni cosa ha uno scopo. E ogni persona ha uno scopo, o lo trova -. O se non altro trova una ragione. – E io sono una persona? disse Borne, con le antenne tese a dimostrare un’attenzione particolare. Non esitai. – Sì, Borne. Certo che sei una persona”. (pag.70)

Gli elementi della fiction distopica stavolta ci sono tutti, diversamente da quanto era accaduto con la “Trilogia dell’Area X”. Abbiamo l’ambientazione post-apocalittica, in cui la parte fondamentale è rappresentata dall’attenzione per i temi dell’ecologia e del wilderness, prima che su scenari industriali o di discendenza cyber-punk. Ambientazioni in cui l’acqua, declinata in tutte le sue forme di archetipo Ballardiano, presenti o assenti, gioca un ruolo fondamentale quale origine primigenia dell’Uomo ed elemento fondante e imprescindibile per la sopravvivenza del genere umano. Abbiamo la critica verso la società del consumo sfrenato, dell’indifferenza verso l’ambiente, della lotta senza esclusione di colpi per il mantenimento di uno status-quo insostenibile.

Questi scenari sconvolgenti, che forse appartengono al pianeta Terra ma forse anche no (e qui sta uno dei nodi del romanzo, di più non si può dire) e che in parte anticipano come sappiamo il mondo che verrà se non cambiamo i paramenti attraverso cui viviamo l’attuale, fanno da contrappunto alla tenerezza di una madre per caso, che accoglie un figlio (forse atteso, forse no) come lo accolgono tutte le madri del mondo: con dubbio e imperizia.

“Ora avrei cominciato a preoccuparmi per lui. Mi sarei preoccupata della sua incolumità, perché non potevo più controllarlo, ma anche se lo avessi controllato non avrei avuto alcuna garanzia di riuscire a tenerlo al sicuro. Mi sarei preoccupata dell’ingenuità della sua fiducia. Mi sarei preoccupata di ogni mancanza” (pag.161)

Borne, come tutti i figli, non dà risposte perché la sua natura di figlio è solo una: quella di porre domande.

“Devo avere la certezza di aver compreso correttamente quei momenti, di aver fatto le scelte giuste. Ma è una certezza che non potrò avere mai” (pag.192)

Allo stesso modo fa Jeff VanDerMeer con questo romanzo, perché se ne guarda bene dal consegnare al lettore una qualsiasi opinione preconcetta sui temi cardine che si è proposto di affrontare: la manipolazione genetica, i nuclei familiari non convenzionali, i cambiamenti climatici, l’ecologia, il capitalismo. Semplicemente, attraverso quello che sa fare – scrivere bene e scrivere di fiction distopica – non fa nient’altro se non parlare di ciò che ormai, volenti o nolenti, fa parte – questa volta sì – della nostra realtà e non di un mondo soltanto immaginato.

La storia della cercarifiuti Rachel è l’esperienza di tutte noi madri. E Borne non è altro che l’innocenza dell’infanzia e della sua fine, quel momento insieme magico e straziante in cui ogni genitore deve prendere per mano il proprio figlio e poi affidarlo al mondo e al destino.

“La cosa che non avrei mai potuto scordare, è che era davvero bello. Era così incredibilmente bello, e non me ne ero mai accorta prima di allora. Nello strano blu oltremare della sera, il fiume schiumava di lilla, oro e arancio fra gli isolotti rocciosi chiazzati di alberi… ed era incredibile. Con quella luce, la Scogliera risplendeva di un colore profondo che era quasi nero ma non del tutto, quasi blu ma non del tutto, irto di ombre solide e fredde. Borne non sapeva che era tutto letale, velenoso, davvero schifoso. Forse per lui non lo era. Forse sarebbe stato in grado di nuotare in quel fiume senza farsi niente. E forse, me ne rendevo conto solo in quel momento, forse fu allora che cominciai ad amarlo. Perché non vedeva il mondo come lo vedevo io” (pag.61)

… e grande apprezzamento per la traduzione di Vincenzo Latronico. Non deve essere stata impresa facile.

Buona lettura 🙂

ps. questa lettura conclude (si fa per dire) quel percorso che ho intrapreso qualche mese fa, forse in maniera un po’ inconscia, di cui ho parlato qui. Di cose da leggere in proposito ce ne sarebbero molte altre ovviamente – ne ho già in mente una di cui parlarvi: spero di riuscire a farlo presto, magari anche su Instagram. Il suo nome è #Loop 🙂

E se volete qualche immagine, di orsi e di astronauti… andate qui: 

https://www.newyorker.com/magazine/2017/04/24/jeff-vandermeer-amends-the-apocalypse

e qui:

http://weirdfictionreview.com/2017/05/interview-jeff-vandermeer-borne/

Di cose dall’Est e comodini pieni

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C’è caso che sul Twitter qualcuno di voi recentemente me ne abbia chiesto ragione, delle mie cose russe.

Per chi non lo sapesse, #LeMieCoseRusse definisce un mucchio eterogeneo di scritti spiaggiati in principal modo sul mio comodino ma anche nei ritagli del mio quaderno – che vanno dalla fiction al reportage; una pigna sempre diversa nella composizione ma sempre identica nelle dimensioni (e questo dovrebbe darvi l’idea del problema. – Cioè potrebbe avvenire anche una roba del genere, tipo “Mamma, sai dove ho messo il disegno/il compito/la verifica/ il libro di flauto?” – “Non lo so tesoro, hai guardato tra le mie cose russe?” Ecco, sì, potrebbe anche accadere, prima o poi, a pensarci).

Insomma un maelstrom di parole composto da testi appena usciti ma anche cose non proprio recenti, da cose che ho comperato e che mi piacerebbe leggere, da cose che ho comperato e che ho già letto, da wishlist di libricini il cui tempo di arrivare non è ancora arrivato e chissà se arriverà mai.

E che hanno tutti in comune l’essere frutto dell’occhio lungo di certi progetti editoriali, avvezzi a mostrare la loro grazia sulle lunghe distanze.

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“I conigli non muoiono mai”, Keller – seconda di copertina e aletta anteriore

Quindi eccole qua, in rigoroso ordine sparso – sì insomma, più o meno tutte. Se avete suggerimenti, se pensate che io abbia dimenticato qualcosa di indimenticabile, bene, attendo Vostre.

  • Savatie Bastovoi (Chisinau 1976), “I conigli non muoiono mai“, Keller 2015 – romanzo. (Prima pubblicazione 2012, trad. dal romeno di Anita Natascia Bernacchia). Ove si racconta degli anni più feroci del comunismo e della quotidianità di vivere sotto il regime, attraverso gli occhi di una bambina di nove anni. Le notizie sull’autore, che vanta una biografia di tutto rispetto (dall’internamento in un ospedale psichiatrico durante l’adolescenza al suo ritiro in un monastero) le trovate qui.
  • Alina Bronsky (Ekaterinburg, 1978), “L’ultimo amore di Baba Dunja“, Keller 2016 – romanzo (trad. dal tedesco di S. Forti). Una fiaba sul potere che hanno certe persone di creare paradisi in terra – in una terra che più infernale non si può, perché di nome fa Cernovo.
  • Saltykov Scedrin (Spas-Ugol 1826, San Pietroburgo 1889), “I signori Golovlev“, Quodlibet 2014 (trad. di Ettore Lo Gatto) – romanzo. Il capolavoro di questo autore classico dell’Ottocento, impiegato presso il ministero della guerra a San Pietroburgo, giornalista di tendenze liberal-progressiste, è il racconto in fiction di quel che accadde a tante famiglie di proprietari terrieri con il crollo della nobiltà di provincia: le lotte per il possesso di quel poco che restava, l’avidità, l’anteporre il mantenimento disperato di uno status quo irrinunciabile ad ogni affetto e ogni sentimento del vivere civile.
  • Venedikt Erofeev (Kola, circolo polare artico, 1938 – Mosca 1990), “Mosca – Petuski poema ferroviario“, Quodlibet 2014. Per non rovinarvi la sorpresa vi dico solo che l’autore, espulso dall’università, ha passato una vita da disoccupato e senza fissa dimora (in Russia, si deve aggiungere), vinto dall’alcolismo, e che il poema, che si svolge “in uno stato di estasi superalcolica tra la stazione di Mosca e quella di Petruski”, circolava clandestinamente dal 1973 e fu ammesso ufficialmente e integralmente solo nel 1990 – riguardo al successo che ebbe, si veda quel che dice di lui Limonov. E che il testo è stato tradotto da Paolo Nori che firma anche l’introduzione al volume.
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“I conigli non muoiono mai”, Keller – terza di copertina e aletta posteriore

  • Christian Garcin (1959), “Le notti di Vladivostok“, edizioni ObarraO, 2014 (trad. di Alessandro Giarda) – romanzo. L’autore è un affermato scrittore di reportage, specie dalle regioni della Siberia. Les nuits de Vladivostok è una commedia dell’equivoco il cui protagonista, un agente letterario di nome Thomas Rawicz, a causa della troppa vodka si confonde, prende il treno sbagliato e finisce in Siberia per poi cadere tra le mani della mafia russa in combutta con una triade cinese. Ovviamente non si parla solo di un thriller di fantasia ma di un vero e proprio viaggio nell’Estremo Oriente russo con tutte le sue contraddizioni.

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  • Jacek Hugo-Bader (Sochaczew 1957), “Febbre bianca – un viaggio nel cuore ghiacciato della Siberia“, Keller 2014 – reportage. Di Hugo-Bader si potrebbe parlare per ore. Qui si dica solo che dal 1991 è corrispondente per il più importante quotidiano polacco, specializzato nei reportage dall’ex Unione Sovietica e Asia Centrale,  e che ha vinto il Pen Award con “I diari della Kolyma“. La mia copia di “Febbre Bianca” – di cui vado fierissima perché è una prima edizione ormai vintage – è così piegata e sottolineata che non si riconosce più ma il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di entrare in possesso della nuova edizione tascabile, che fa ora parte della collana “Razione K” di Keller. Così come gradirei che Babbo Natale arrivasse con “I diari della Kolima – viaggio ai confini della Russia profonda” (trad. dal polacco di Marco Vanchetti, Keller 2018) sottobraccio: lo accoglierei a braccia aperte. Ma temo che fino a Natale non resisterò, dovrò attrezzarmi per averlo prima.

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#wishlist, in #bicblu sul quaderno: “Il confine dell’oblio”, “I diari della Kolima” e “Viaggiare contro vento“, che non si può perdere (ps. se vi piacciono le mirabolanti avventure delle mie #bicblu andate su Stories, sono lì – ogni tanto. @appuntidicartaADC)

Mancano ancora tante cose che ho letto negli anni e che sono già al loro posto in libreria, o sul Kindle: ad esempio le due opere più belle di Jaan Kross (Tallin, Estonia): “La congiura” e “Il pazzo dello Zar“. Ovviamente manca all’appello un post tutto dedicato ad “Anime baltiche” di Jaan Brokken (Iperborea). Anche l’Irene è ormai al suo posto in libreria – ma lei apre un capitolo diverso di questa storia.

Buona lettura 🙂

 

“Non oso dire la gioia”, di Laura Imai Messina

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“Ha vissuto così a lungo nascosta che ora tutto le sembra tempesta. Questo vento che scaraventa, percuote, scuote le spalle, disturba” (“Non oso dire la gioia”, Kindle, pos. 4413)

“Quando ero sola sbarravo porte e finestre, mentre i sospetti mi si incistavano in testa. Avevo nausea per le oscillazioni degli alberi nelle scariche di vento” (“La vita lontana”, pag.44)

“Esperta dei loro umori, m’illudevo di conoscerli alla perfezione” (“La vita lontana”, pag.81)

“A nessuno si augurano errori madornali come a chi non sembra farne” (“Non oso dire la gioia”, Kindle, pos.2897)

Credo poco nelle coincidenze, specie quelle che hanno a che fare con i libri – con quei libri che trasudano lo sforzo che fanno per essere trovati, essere letti. Mi domando se non ci sia un nesso, o meglio una convergenza, che si fa mia, intendo: un percorso di acque carsiche che in qualche modo io stia seguendo, inconsapevole.

Tutto è cominciato con “L’estate muore giovane“, una storia cruda di bambini venuti su troppo in fretta sotto il sole caldissimo di un passato italiano così difficile da vivere, figuriamoci da dimenticare. Ho continuato poi con “La vita lontana“, una specie di confessione intima e urticante scritta da una madre ormai matura, col cuore straziato dai rimorsi e dai rimpianti. E tanto il passaggio da Sabatino a Pecere era stato consapevole e strutturato, dettato dal desiderio di restare ancora per un po’ a camminare nel solco della narrativa contemporanea italiana (ndr: indipendente) e dalla necessità di approfondire ancora gli stessi temi (quali, di preciso, va detto che non sapevo), tanto è stato inconscio e viscerale lo scivolamento verso “Neghentopia“. Che non è altro se non la favola truce di un ragazzino che, per garantirsi la sopravvivenza – fisica e mentale – uccide i propri genitori, in tutti i modi in cui possono essere uccisi e poi dimenticati. Lì, tra le pagine finali di “Neghentopia”, ho intuito per la prima volta che quello che mi interessava davvero non era tanto il soggetto familiare quanto, nel dettaglio, il tema dell’allontanamento dei figli dal nucleo familiare e dall’influenza genitoriale.

“La maternità, lo sente, la sconfigge in ogni forma” (cit. , Kindle, pos.1142)

E poi è arrivato “Non oso dire la gioia“, a confermarmi che ciò di cui ero alla ricerca aveva a che fare con la genitorialità: il modo in cui i figli li si cresce attraverso quello sforzo di continua, incessante e quotidiana correzione di rotta che viene chiamata, pomposamente, “educazione” ma che assomiglia di più a una scalcagnata barchetta lignea in balia dell’oceano, che cerca disperatamente di tenere la rotta verso la terraferma alla mercé di maree, vortici, tempeste e finanche qualche coccodrillo uscito da chissà dove.

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“Perché la violenza è un contagio. E la famiglia ha maglie larghissime, così che l’odio, e l’amore, e la viltà, e ogni emozione che germoglia nella madre, e poi nel padre, passa ai figli, e vi si insedia senza antidoto né soluzione” (cit. , Kindle, pos.1024)

Si dice spesso che per un romanziere la seconda prova sia la più difficile. Non so se Laura Imai Messina l’abbia percepito così, questo suo secondo romanzo, o se abbia prevalso il senso della creazione in sé dell’opera, un parto intellettuale che ha accompagnato la fisicità della gravidanza e della maternità. Ho la presunzione di pensare che sia stato un po’ così – ma solo per via del fatto che, nel caso, mi troverei a condividerne l’esperienza. Il voler fissare per iscritto non una storia qualsiasi ma come fosse un pezzo della propria, come un diario, quasi che la scrittura, cesellata e limata negli spigoli e per questo fattasi così tagliente, sia il modo attraverso cui rendere espliciti i timori e le inquietudini che riempiono le future madri durante il periodo dell’attesa (Sarà sano? Sarò ancora bella dopo il parto? Sarò in grado di occuparmene? Perché ho desiderato tanto questo figlio, eppure sento quasi il bisogno di tornare indietro e riavvolgere il nastro? Crescerà bene? E se qualcosa non andrà come deve, durante il parto? Stanotte ho sognato di essere al mare, sulla spiaggia. Era bel tempo, ma poi all’improvviso si è sollevata una grande onda di acqua, una massa gigantesca di materia densa e trasparente, che voleva ingoiarmi).

“Nutriva il costante timore che Marcel si ferisse, che qualcuno lo rapisse, che un incidente banale lo uccidesse. Era dalla vita che lo voleva tenere lontano, quella cosa da cui lei stessa non conosceva protezione. Quanto poco doveva esserselo goduta da bambino, quanto affanno doveva aver provato fino a che non s’era fatto adulto e indipendente” (cit. , Kindle, pos.3413)

Attraverso le storie di quattro personaggi a cavallo dei trent’anni – storie che si intersecano l’una con l’altra in un modo di cui qui non si può dire – l’autrice affronta il tema dell’essere genitore, che in sé ne contiene molti altri, dalla scelta di diventarlo sino a cosa capita quando invece questa libertà di preferenza è preclusa, in un modo o nell’altro. Passando per tutti i “rimpiantivi” che inevitabilmente ogni sistema educativo porta con sé.

“Piange per quanto è perduto, per la nostalgia di quando la responsabilità era sempre di altri, per la poca fiducia che sta concedendo all’uomo di cui è innamorata, per il pericolo che ogni inganno porta con sé” (cit. , Kindle, pos.2865)

Credo che il nucleo fondamentale di “Non oso dire la gioia” sia proprio il desiderio dell’autrice di “rimettere tutto a posto“; di figurarsi un mondo in cui, nonostante tutto, si possa ricominciare e all’interno del quale ogni errore sia se non rimediabile, almeno accettabile. D’altra parte, il “bambino immaginato” non è cosa nuova (Silvia Vegetti Finzi lo chiama “il bambino della notte“, in un testo diventato ormai celebre) e parte del tempo della gravidanza – quell’ultima parte di “attesa” spesso tanto vituperata (Perché non resti al lavoro anche l’ottavo mese? Tanto l’alternativa è stare in casa a non far niente) – ho sempre avuto la convinzione che fosse in qualche modo biologicamente destinata a far germogliare non solo il feto ma anche l’intelletto.

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“Se uno può decidere cosa far ereditare al proprio figlio, la scelta è scontata. Le cose negative è sempre meglio tenersele per sé, anche a costo di mentire” (cit. , Kindle, pos.2186)

“Non oso dire la gioia” forse fa anche di più. Perché se l’autrice riesce da una parte nell’intento di rendere esplicita la dimensione genitoriale in tutte le sue forme e le sue paure, dal pre-nascita sino alla vecchiezza del genitore, dall’altra è in grado di creare una struttura narrativa e soprattutto stilistica che garantisce l’assoluta imparzialità di giudizio, attraverso la guida di un punto di vista esterno, collocato sempre “altrove“.  E’ questo, più che il proporre personaggi e situazioni culturalmente ibride date dalla dislocazione (e dicotomia) geografica occidente / oriente, a rendere l’autrice una scrittrice che appartiene a due mondi. E non è un caso che il senso del nonostante tutto di Pecere (la vita lontana in qualche modo, nella sua propria forma, diviene salvifica, nonostante il passato) si trovi a un certo punto a convergere e fondersi con quello di Laura Imai Messina (la vita futura in qualche modo, nella sua propria forma, andrà avanti, nonostante le cicatrici che si porterà inevitabilmente dietro): entrambi, guarda la coincidenza, hanno l’occhio rivolto lontano, là in fondo, in mezzo all’oceano. E ci vedono bene: forse davvero hanno tracciato la rotta per evitare le onde più grosse, i mostri marini e i coccodrilli.

“Senza saperlo si trovano a pensare la stessa cosa, ovvero che famiglia è forse allora la mancanza di confini, il non essere più in grado di stabilire con chiarezza l’inizio e la fine delle cose in una casa. Tutto piomba nel caos, nell’eliminazione sistematica della reciproca distanza, di quella sola cosa che sa separare e nella stessa misura avvicinare le persone. A star troppo vicini ci si fa male, a star lontani si soffre” (cit. , Kindle, pos.3765)

Buona lettura 🙂

ps. la questione “genitorialità”, ahimè per voi non è finita qui. Arriverà presto un nuovo (e forse conclusivo – almeno per il momento) capitolo.

“Neghentopia”, di Matteo Meschiari – con illustrazioni di Rocco Lombardi

 

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“Siamo in un lago salato di origine oceanica. E’ asciutto da quarant’anni (prima rumore di vento, poi musica, qualcosa come A una rosa di Ernst Reijseger). Navi arenate come gusci di aragoste. I carapaci piegati su un fianco. O dritti e leggermente impennati. Sono decine. Fermi in un’onda interrotta. Contratti nel bollore salino. Non vive più nessuno da queste parti. Solo i trafugatori di rottami” (pag.15)

Il debito di “Neghentopia” nei confronti di certa narrativa distopica – uno tra tutti “La guerra invernale nel Tibet” di Friedrich Dürrenmatt – è enorme. Eppure il risultato a cui l’antopologo Andrea Meschiari riesce ad arrivare è molto lontano da qualsiasi esperimento di semplice emulazione.

Si tratta piuttosto di convergenze evolutive. “Neghentopia” infatti è la prova tangibile di quanto il genere distopico (se ben pensato e ben scritto) abbia ancora da dire al proprio pubblico nonostante si trovi a gestire un’eredità di tutto rispetto, qualche volta ingombrante. E questo miracolo accade quando, scrivendo distopie, si punta alla conservazione dell’essenziale e all’eliminazione del superfluo, in tutte le sue forme.

Diciamocelo. A molti è già venuto il dubbio che il declino della fiction seriale (fantasy e distopica) sia alle porte. Prova ne è la quantità di progetti a spiccata vocazione seriale che le case editrici continuano a sospendere dopo un certo numero di uscite (se non ci credete, cliccate qui). Ci ha provato Jeff VanDerMeer a recuperare il concetto di narrazione seriale, costruendo un prodotto (la Trilogia dell’Area X) composto da tre volumi in pubblicazione ravvicinata; ma come ben sappiamo, la Trilogia dell’Area X è un’opera a sé che dei canoni distopici se ne appropria per così dire in background, senza aderirci totalmente.

La trilogia dell’Area X in verità possiede un altro pregio che ci viene in aiuto per “Neghentopia”: la quantità minima di personaggi in azione (sarà un caso che nel film  tratto da “Annientamento” il regista abbia sentito il bisogno di aggiungerne uno in più, di fantasia…) e la presenza di un’ambientazione contestualizzata ma indistinta, dato che uno dei punti cardine del #NewWeird proposto da Jeff VanDerMeer è proprio la rappresentazione dell’incapacità umana di esprimere se stessa e il mondo circostante attraverso il linguaggio. Difatti non è una novità nemmeno il declino – certo, sarà un processo lungo – di una certa abitudine alla contestualizzazione massima, che nella sua ipertrofia ha portato inevitabilmente a testi complessi, dalle digressioni ridondanti o ricolmi di incomprensibili tecnicismi, popolati da una serie quasi infinita di protagonisti e comprimari le cui avventure – o backstories – possono prendere addirittura l’aspetto di veri e propri spin-off (provate un po’ a leggere “The Passage” di Justin Cronin e poi mi direte. By the way, anche questo fermato, da Mondadori, alla fine del secondo tomo, pubblicato più di due anni dopo il primo. Nota a margine: il terzo volume, “The city of Mirrors”, è ancora inedito in Italia: l’edizione in lingua originale, annunciata per il 2014, uscì solo tre anni più tardi…).

Ci troviamo quindi di fronte a una nuova generazione di testi distopici che puntano sulla linearità della trama e sull’autoconclusione (o sulla pubblicazione ravvicinata), ma anche – altro punto – sulla fruizione cross- mediale. (L’ha fatto ad esempio Simon Stålenhag con Loop, di cui vi parlerò presto in un post dedicato, anche su IG). Ciò però non significa creare delle storie semplici, di facile lettura, cinematograficamente adattabili ma modificare in sé l’esperienza della lettura distopica, senza snaturarla ma arricchendola attraverso A) l’eliminazione del superfluo e del ridondante (con un effetto ben preciso, lo vedremo poi, se avrete pazienza di arrivare fino alla fine) e B) l’introduzione di elementi visivi – e uditivi – nuovi.

Questo è il lavoro che sta sotto “Neghentopia”, una bed-time story post-apocalittica, dai toni lugubri e poetici – ancora più truce perché ha per protagonista un ragazzino neanche adolescente, il cui testo si fonde con l’arte dell’illustrazione e della sensazione uditiva data dai suggerimenti all’ascolto che l’autore consiglia a mezzo di parentesi e Italic Font.

Ciò che colpisce è l’essenziale equilibrio fra le tre forme espressive, nessuna delle quali prevarica l’altra.

  • Il testo, a base paratattica, è composto da dialoghi stretti, limati sino all’essenziale e alternati a pause di respiro descrittivo, di carattere naturalistico e contestualizzante, ad argomento wilderness. Il linguaggio è violento, metaforico, ricco di similitudini e analogie.

  • Le illustrazioni, opera di Rocco Lombardi, sono nervose e accuratissime pennellate di inchiostro nero e vivono di dettagli minimi spingendo di contro verso una raffigurazione di insieme che non toglie spazio all’immaginazione del lettore, anzi.

  • La colonna sonora spazia da Johnny Cash a Shoenberg: pezzi che hanno il merito, con le loro sonorità ricercate, di accompagnare il lettore costringendolo a una lettura ponderata.

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Un tipo di struttura molto simile al “trattamento” – la parte più letteraria del processo di scrittura di un film che precede la sceneggiatura vera a propria – che permette, sempre limitandosi all’essenziale, di raccontare la vicenda presente in “scaletta” in maniera narrativa e offrire una prima caratterizzazione dei personaggi fornendo loro anche un contesto e una backstory. Parimenti, nel “trattamento” è approfondita anche la parte dell’ambientazione e non da ultimo è possibile aggiungere commenti personali o valutazioni etiche ed emotive – processo che segue anche l’autore di “Neghentopia” avvalendosi per la narrazione del tempo presente e di un punto di vista interno collettivo, un “noi” che abbraccia tutti gli spettatori e non solo il singolo lettore.

“Una lingua glaciale che scivola dall’entroterra montuoso e si allarga a ventaglio nelle acque di una baia (Verklarte Nach, Op.4 di Schoenberg). Da enorme distanza come se fossimo appesi a un aquilone da guerra cinese vediamo polvere di gabbiani roteare laggiù e tra le acque striate di malachite una mandria di trichechi minuscoli come briciole di sughero abbandonarsi unanime e schiumosa alla rapina di correnti invisibili” (pag.121)

Leggere “Neghentopia” non è semplicemente affrontare una favola distopica che, come tutte le favole distopiche che si rispettino, non contempla il lieto fine. E’ attraversare un’esperienza dei sensi che ha un grande merito: tramite essa, infatti, la narrativa distopica per una volta si riprende di imperio quello che ha ceduto, con gli anni, alla serialità e alla moda dell’iperconstestualizzato, ossia la capacità di sviluppare nel lettore quel processo di immaginazione attiva, intima e individuale, che soltanto la buona lettura ha il potere di generare.

Matteo Meschiari è professore di antropologia e geografia all’Università di Palermo. Con Exorma ha pubblicato, nel 2016, Artico Nero”, una raccolta di sei long-form che documentano in forma di fiction il disastro ambientale e sociale che da anni colpisce l’Artico e la sua popolazione. Vari altri suoi saggi sono apparsi per Sellerio, Liguori e Quodlibet. Si discute ormai molto delle modalità attraverso cui scrivere di ambiente e Natura. Amitav Ghosh (*) Nella sua raccolta di saggi/lezioni universitarie intitolata “La grande cecità” alcuni anni fa si poneva proprio la domanda del perché della limitatezza degli scrittori di narrativa nel parlare di wilderness, di tematiche ambientali e del rapporto complicato tra l’uomo e l’ambiente naturale che lo circonda (o che, ormai, non lo circonda più).

Ecco, sono forse le opere come “Neghentopia” a indicarci quale sia la strada nuova per parlare di spazio naturale e della percezione che di esso ha l’uomo, perché riescono a penetrare la dura cortina di indifferenza e di sovraesposizione a cui il lettore è ormai sottoposto, attraverso l’utilizzo di referenze cross-mediali e di canoni letterari ibridi.

Buona lettura 🙂

(*) Ne approfitto per segnalare che Amitav Ghosh sarà presto in Italia e terrà una conferenza sulle connessioni tra migrazioni e cambiamenti climatici dal titoloThe Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change” presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca il prossimo 30 Maggio. Qui tutte le informazioni. Andate a sentirlo!

Nota: #neghentopia è stato uno dei libri scelti da ADC per il progetto Twitter / IG Stories #leggoinmensa. Come di consueto si ringraziano tutti i lettori sociopatici che di fronte alla domanda del collega: “Andiamo a pranzo?” fingono micidiali coliche renali. Senza di loro, la rubrica #leggoinmensa non avrebbe ragione di esistere.

“La vita lontana”, di Paolo Pecere

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Dora, quanti errori hai commesso? Elio, qual è la tua colpa più grande? Domande che mi hanno tenuta sveglia, prima per finire il libro e poi ancora, a pensarci sopra, scandagliando ogni pagina, con l’urgenza di venire a capo della questione e il terrore di trovarmi all’improvviso di fronte a me stessa, una Dora in carne e ossa, saccente, disconnessa, inconcludente, il cui carattere ho mal sopportato sin dalle prime righe.

La mia immagine allo specchio, fragilità di adulta mal riuscita e di genitore imperfetto.

Dora è lo spettro della madre che nessuna di noi madri vorrebbe diventare. E’ il fantasma della madre nascosta in ognuna di noi, quella con cui tutte noi, prima o poi, dobbiamo venire a patti.

“Esperta dei loro umori, m’illudevo di conoscerli alla perfezione. In realtà ero completamente annebbiata” (pag.81)

Intelligente e colta, Dora è la giovane borghese di provincia che nel tentativo di sfuggire ai retaggi familiari del preconcetto si trasferisce a Roma; lì incontra Elio, giovanotto di buona famiglia, figlio di chiurgo stimato, che non vede l’ora di ribellarsi all’ordine precostituito così com’era tipico per l’epoca. Con lui Dora condivide gli anni intensi della formazione culturale e della militanza politica fino a costituire una coppia “anarchica” e simbiotica, in uno scambio reciproco di conoscenze e attività condivise.

“(…) le uscite insieme trascorse in sezioni di partito, noi due ragazzi infreddoliti sulle sedie di plastica, condividendo un mondo diverso da quello dei nostri amici, con la famiglia sostitutiva di compagne e compagni che fumavano e alzavano le braccia, innamorati delle idee che diventavano Storia nei simboli e nei poster in bianco e nero” (pag.24)

Quanto sei stata cieca, Dora, a non riconoscere l’ego di figlio ricco e viziato che covava sotto la ribellione di Elio – in qualche modo pur sempre legittima, certo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, innamorate come eravamo della giovinezza, di quel flusso ininterrotto di esperienza che ci scorreva intorno e ci attraversava.

Così è la vita lontana, dire addio all’infanzia, alla famiglia e a un destino che sembra già scritto, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, sgargiante di possibilità infinite.

Dalle dinamiche di una certa prassi borghese però è difficile sfuggire, specie se manca l’autocritica. Fidanzamento, matrimonio, ottenimento di uno status economico e sociale: ma non è di fronte a questi vincoli che Dora si schianterà come una barchetta sugli scogli.

Passerà ancora del tempo, perché sarà solo la nascita dei due figli a dare il via alla slavina: Marzio e Livio, gemelli diversi sin da subito, nel carattere e nell’aspetto fisico. Marzio il dio della guerra, vigoroso, trascinatore del gruppo, anticipatore di tappe e successi ma arrogante e prevaricatore; l’intelligentissimo Livio, cagionevole, introverso, il cacasotto sempre un passo indietro, disprezzato dai compagni.

L’accudimento dei due bambini, impegnativo e bisognoso di interventi ad hoc, dà l’inizio a un lento e inesorabile estraniamento. Dopo aver intrapreso con scarso entusiasmo la carriera di insegnante, Dora decide senza troppi rimpianti di ritirarsi in casa per dedicarsi ai bambini, sublimando il ruolo di madre a tempo pieno e cacciando in soffitta le sue aspirazioni, riversandole sui figli.

“La mia maternità non fu una ritirata, ma la prosecuzione di una manovra attendista. Vivevo attaccata a una sponda – che nel mio caso non era la famiglia ma la moltitudine dei libri nella stanza – da cui preparavo scelte che mi si rivelavano già compiute soltanto anni dopo, quando ancora credevo di poterle ponderare” (pag.22)

“Pennelli, tavolozze, colori a olio, erano stati strumenti di un gioco felice, che nel purgatorio successivo alla laurea si era ridotto a una triste sfida alla paura di essere mediocre” (pag.33)

Quanto sei stata sciocca, Dora, a non capire che i bambini prima di tutto hanno bisogno di chiasso, colori, persone, canzoni stupide, giochi scemi. Di sperimentare la loro innata resilienza, l’elasticità della mente e del corpo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, nel nostro delirio ormonale post-parto, nell’angoscia del tentativo che ci prende fin da subito: tornare a quel prima che, già sappiamo, non recupereremo mai più, almeno nella sua forma precedente.

Così è la vita lontana, dire addio agli studi e alle aspettative della giovinezza. Ma così è la vita lontana, dare la vita a creature altre; però poi capiterà che cercheremo di plasmarle a nostra immagine queste vite, chiusi nell’utero protetto di una grande casa silenziosa e accogliente.

Troppa fatica fare la madre lavoratrice, vero Dora? Troppe incognite, Troppo sacrificio, così poco controllo.

E così la vita lontana è anche quella di un padre ben lieto di delegare alla madre le cure parentali e gettarsi a capofitto nell’attività di imprenditore di ecoballe – che manda avanti con discreto successo, va detto, e poi comunque bisogna provvedere al sostentamento economico della famiglia – e nei suoi studi intellettuali che non ha mai voluto abbandonare.

L’ultima scoperta di Elio è la filosofia orientale e la mistica del jainismo, una vita così lontana che più lontana non si potrebbe nemmeno immaginare. Mentre sua moglie è impegnata, lontano, a leggere Kant a due lattanti, evitando qualsiasi contatto con la vita vicina, Elio diventa vegetariano, prende lezioni di meditazione, pratica la castità e studia testi antichi. E poi un giorno, quando i gemelli hanno poco più di cinque anni, torna a casa e annuncia il suo ritiro dal mondo: non ne può più di questa vita occidentale, così vicina; del capitalismo, del consumismo, della pochezza delle relazioni interpersonali. Stiano sereni, il sostentamento della famiglia sarà garantito dai proventi della società e dalla rendite immobiliari, ma Elio farà le valigie. Se ne va di casa, vuol tornare alle origini: seguire una vita ascetica, ritirarsi in un monastero.

Sempre più lontano: Italia, Europa, India: biglietto di sola andata.

“Ci fu questo lento sbiadire su grotteschi sfondi di statuette e bastoncini d’incenso” (pag.65)

Quanto sei stata presuntuosa e immatura Dora, a immolarti sull’altare della madre anticonformista, a soccombere al tuo ruolo di vestale del focolare domestico sacrificando la tua relazione con Elio. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, così prese come siamo da questo nuovo ruolo di madri e da come la società ce lo impone, sempre più chiuse in un micromondo di affetti all’interno del quale condividere l’educazione dei figli con mariti, madri, sorelle, cognate e suocere non viene più considerato una risorsa inestimabile perché arricchente per tutti ma un’orribile ammissione di incapacità mentale e fisica.

La vita lontana è questo, il concentrarsi sui figli nella decontestualizzazione di un universo parallelo all’interno del quale luoghi e tempi sono importantissimi, eppure allo stesso tempo completamente insignificanti; la vita lontana è il bozzolo dell’ambiente domestico quando accade che da luogo di ritorno e di crescita si trasformi prima in un alibi e e poi in un asfissiante sgabuzzino di mediocrità fasulle, speranze malriposte, errate interpretazioni. All’ombra del proprio passato e di quello, parimenti importante, di un marito e di un padre troppo lontano dalla vita quotidiana ma troppo vicino a quella interiore.

“Di notte si rivelavano le mie doti telepatiche. Vedevo i loro sogni. Aprivo gli occhi poco prima che si svegliassero. Rimuginavo su dettagli apparentemente irrilevanti. Cantavo a memoria ninnenanne venute da chissà dove. Mi trovavo in una penombra poetica, in una vita lontana” (pag.32)

La vita lontana” di Paolo Pecere, alla sua prima opera come romanziere (Roma, 1975 – laurea in Estetica, dottorato di ricerca in Logica ed epistemologia, dal 2005 ricercatore di Storia della Filosofia presso l’Università di Cassino), è uno stream of consciousness potente e doloroso, scritto in prima persona da una madre che nei ricordi di una vita intera procede a sbalzi, seguendo gli avvenimenti né per l’ordine temporale in cui sono avvenuti, né secondo l’importanza che andrebbe detta oggettiva, ma in base alle ferite e alle cicatrici che certi fatti – spesso non quelli che ci aspetteremmo – lasciano su di lei e sui bambini.

Dora non può risultare simpatica o attraente. Anzi, è un personaggio così ben riuscito proprio perché totalmente repulsivo. Non si può provare pena per lei, perché tutto le rema contro: un abbandono coniugale al quale ha preso parte, estraniandosi dal contesto di coppia; una solitudine non condivisibile, perché autoimposta per saccenteria ed egoismo; gli errori nei confronti dei figli, interpretati alla luce di categorie proprie e auto-proiezioni completamente dissociate dalla realtà dei fatti. Una cecità di spirito che partorisce il seme che genererà danni irreparabili.

Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, degli errori che stavamo commettendo coi nostri figli?

E’ su questo concetto del danno al figlio che Pecere si sofferma in particolare, condensandolo in un neologismo fulminante: il “rimpiantivo”. Perché condannare Dora sarebbe come condannare tutte noi madri e perché la vita lontana, alla fine, di sorprese ce ne riserverà parecchie.

Buona lettura

-> Nota a parte per il progetto grafico, che a mio parere è uno dei più belli visti in giro quest’anno.

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#LaVitaLontana è stato uno dei volumi scelti sul Twitt di ADC per la rubrica #leggoinmensa. Ringrazio per le menzioni e la partecipazione tutti i lettori sociopatici che fingono power point improrogabili e phone calls imperdibili, tutto per evitare di andare a pranzo con i colleghi: senza di voi #leggoinmensa non potrebbe esistere.

“L’estate muore giovane”, di Mirko Sabatino

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“L’estate muore giovane” racconta una storia che mi sta a cuore. Ho avuto notizia della pubblicazione quasi per caso e ciò rafforza in me, ancora una volta, la convinzione che spesso sia il libro a scegliere il proprio lettore e a trovare da solo la strada per raggiungerlo.

La verità è che questo romanzo breve racchiude in poco meno di trecento pagine svelte, e la trattiene in sé senza lasciarsela scappare nemmeno per un istante, tutta la ferocia di quell’estate garganica che conosco bene, segnata dal sole di campagna cattivo e cocente, così lontano dalla frescura della brezza marina, che ha accompagnato per anni i miei pomeriggi di luglio. Un sole polveroso e fragrante di oleandro che ha marchiato, tatuando sulla mia pelle le esperienze di quegli anni, la modalità attraverso cui ancora oggi mi trovo a percepire la stagione estiva, o la sua assenza.

scogliera

“La macchia mediterranea premeva da tutti i lati, e noi ragazzi camminavamo a passo medio e deciso, come viandanti medievali in rotta verso un luogo sacro. Non parlavamo mai durante il tragitto, e dialogavamo, in silenzio, con gli arbusti e la vegetazione che si sparpagliava disordinata tutt’intorno. Mimmo spezzò un rametto da una pianta di rosmarino e ne sniffò l’esistenza; me lo passò e io feci lo stesso. (…) Poi gli arbusti infoltivano per un ultimo tratto e all’improvviso si ritraevano, e solo i nostri passi proseguivano fino al limitare della scogliera: e ogni volta era una vertigine nuova sbilanciare la testa in avanti e affacciarsi sul blu profondo del mare” (pagg.104-105)

Mirko Sabatino, originario di Foggia, classe 1978, parla di quel che sa. Parla di tre ragazzini cresciuti tra i vicoli di un paese incastrato tra le colline e la scogliera, un microcosmo universale che nemmeno la modernità del boom economico può scalfire nelle sue dinamiche essenziali. Racconta di riti antichi, tempi dilatati, del colore della terra e del grano, della polvere dentro i sandali e le giornate lunghe da tirar sera, quando ancora non si parlava di videogames e la televisione si poteva guardare solo al bar o a casa del sindaco e del farmacista.

Ma parla anche di molto altro. Di un mondo arcaico all’interno del quale ogni protagonista ha l’obbligo di muoversi seguendo percorsi prestabiliti e dettati dalla consuetudine e dalla tradizione, ogni deviazione dai quali viene considerata devianza, insubordinazione, finanche scandalo e onta; e all’interno del quale la minima, involontaria distrazione può rappresentare il drammatico punto di inizio di una serie di eventi dalle conseguenze inconvertibili.

panni

“La vita è ciò che ti capita tra la nascita e la morte. Tu scegli poco. Le persone e gli avvenimenti ti si impigliano addosso, ciechi, tenaci, e durante il percorso qualcosa resta, qualcosa si aggiunge, molto si perde, poi tutto” (pag.27).                                                                                                              Noi dimentichiamo le persone, completamente, spietatamente, dopo averle sentite per telefono, o incontrate per una visita o un’uscita, o averci pensato. Siamo con le persone solo quando ci troviamo con loro nella stessa stanza, o ci pensiamo. Poi scompaiono, anche quelle che amiamo di più, e nel tempo lungo dell’assenza non esistono” (pag.102-103)

Una società ancora prettamente patriarcale dalla quale il maschio di famiglia viene esautorato – per mano della collettività stessa o della Natura – nel momento stesso in cui pare ribellarsi alle regole comuni e non scritte che, pur nella loro paradossalità, garantiscono il mantenimento dello status quo all’interno del gruppo. Una società che richiede ai figli di crescere alla svelta e in autonomia, malgrado la presenza forte di un elemento femminile, che lungi dall’essere in grado di gestire al meglio la transizione dall’infanzia all’età adulta della propria progenie ondeggia, indeciso, a metà strada tra il ruolo defilato e sottomesso che però non si addice più alla modernità dei tempi e l’urgenza di un rinnovamento di condotta che tuttavia porterebbe con sé un affrancamento considerato inopportuno.

Alla base sta la riflessione di Sabatino sull’imposizione fiduciosa e ingenua di schemi precostituiti, proposti confidando acriticamente in una tradizione che, sempre apparsa come salvifica nei confronti del mondo esterno, si trova invece a determinare la rovina di quel costrutto di base rappresentato, allora come oggi, dal nucleo famigliare.

E’ un libro duro e dolente, ma vero e concreto perché non si attarda mai dove non dovrebbe e concede pochissimo spazio alla spettacolarizzazione di un’epoca e di un dolore che ben poco ha di nostalgicamente invidiabile. Il valore del testo, indipendentemente dalle sensazioni individuali, sta proprio nella forma mai scontata, mai banale, attraverso cui l’autore riesce a consegnare al lettore una orribile favola moderna che affonda sì le radici nella terra grassa di un meridione antico e bigotto, ma che assume ben presto una validità e una contemporaneità che travalica qualsiasi collocazione geografica e temporale.

peschici

“Una piazza, una chiesa, una drogheria, una macelleria, un bar, un forno, una scuola elementare, una scuola media, un’edicola, un ambulatorio medico, un ambulatorio veterinario, un negozio di vestiti e calzature a buon mercato, le case bianche e basse. E i vicoli. Dove le madri nei pomeriggi sonnolenti richiamavano i figli con voci lente e cantilenanti, e le vecchie di sera se ne stavano sedute sulle sedie, sulla soglia delle loro case, a sventolarsi pigramente col ventaglio, mentre i loro mariti passeggiavano con le mani incrociate dietro la schiena, ostinatamente, obsoletamente eleganti nel loro unico vestito, le facce serie e dure incise dal sole” (pag.12-13)

Si parla spesso di New Nature Writing declinato all’italiana. Ho la sensazione che “L’estate muore giovane” potrebbe esserne un buon esempio, perché mi pare che sia uno dei pochi testi che al momento comprende tanta parte di quello che si deve considerare  necessario quando si parla di NNW:

  • l’dea di una Natura sostanzialmente estranea, insensibile alle questioni umane, che tenta in ogni modo di riappropriarsi dei propri spazi, spesso utilizzando la violenza degli elementi che la compongono (o la forza della malattia, della contaminazione);
  • il topos del viaggio del protagonista che attraversa l’elemento naturale, estremamente contestualizzato, per giungere tuttavia non a una destinazione precisa ma a un non-luogo che crea percezioni alterate del sé e della realtà circostante;
  • l’archetipo dell’isola, dell’acqua (anche benedetta…) e di tutto quanto in essa nasce, cresce, vive e muore;
  • la presenza di un forte misticismo religioso (e qui non si può dire di più);
  • la riflessione sul linguaggio e sull’incomunicabilità verbale, sostituita da un sistema di relazioni che oltrepassa la razionalità e affonda nel mistero.

Buona lettura 🙂

In calce, un messaggio per l’autore – e per chi sa di cosa parlo. Ho avuto la fortuna di passarle tutte a nuoto, quelle insenature di cui parla Mirko Sabatino. Con le infradito chiuse dentro un sacchetto di plastica che legavo sulla schiena, ancorato alle spalline del costume. C’erano pesci piccolissimi che ci solleticavano le gambe abbronzate, c’erano le onde corte di scoglio, il rumore della risacca e una volta soltanto, di notte, il canto dei delfini. Quando non esistevano i barconi delle gite organizzate, quando ai ristoranti sui trabucchi ci potevi arrivare solo a piedi e mangiavi quel che ti veniva servito senza tanti complimenti, all’ora in cui voleva il padrone, non quella a cui volevi tu, e le mietitrebbia riposavano ancora in fondo al mare, adagiate sulla sabbia.

Photo credits: ADC, #nofilter.

 

“Gli autunnali”, di Luca Ricci

autunnali

1.

De “Gli Autunnali” ormai ne hanno parlato in tanti; e parla che ti riparla, leggi che ti rileggi, è arrivata pure la nomination allo Strega. Evviva. 

Vanni Santoni su Minima et Moralia lo definisce “un libro molto novecentesco”:

Sembra quasi di tornare alle atmosfere dei nostri grandi romanzieri borghesi – anche il titolo va in questa direzione – ma anche di un certo cinema”

Un approccio di forma e contenuto che per stessa ammissione dell’autore deve molto alla novellistica del secolo scorso da Maupassant a Moravia e che si rivela carta vincente perché da esso scaturisce un testo contemporaneo, solidissimo nell’eredità culturale che si porta dietro, dal risultato sempre credibile e mai eccessivo.

foglie autunno

“~ L’inverno a Roma e solo un autunno rigido, perciò qui più che altrove l’autunno non passa mai completamente. ~ L’autunno no, ma il tempo sì – mi gelò, prima di accodarsi dietro il feretro. ~ Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento” (“Gli autunnali”, pag.163)

2.

Nella Roma da cartolina di oggi (o meglio, dell’autunno scorso) si aggira un uomo senza nome.

Non dare il nome al protagonista: un lusso da scrittore di racconti” (cit. sempre dall’intervista di Vanni Santoni)

E’ uno scrittore di mezza età, raffinato ed elegante: ha raggiunto quel successo di critica e di pubblico che gli garantisce una vita oziosa e piena di agi condivisi con la moglie Sandra, donna colta e di bellezza matura, ma non più amata. Lo scrittore senza nome frequenta i migliori salotti letterari della capitale, si incontra con personaggi influenti e ha tanto tempo, forse troppo, per annoiarsi. Un giorno, andando a zonzo per un mercatino dell’usato, si imbatte in una foto di Jeanne “noix de coco” Hébuterne, la compagna suicida di Amedeo Modigliani, e se ne innamora perdutamente.

E’ iniziato come un omaggio a Maupassant e all’ossessione amorosa. In realtà mano a mano che procedevo mi sono reso conto che stavo scrivendo una storia molto contemporanea. Il protagonista si innamora di una donna di cui ha solo una foto, una situazione non troppo diversa da una relazione che nasce su Instagram” (cit.)

Già. Peccato che, come tutte le ossessioni che si rispetti, anche quella dello scrittore-senza-nome per Jeanne dovrà fare i conti col mondo reale.

Vacanze_romane_(film)

“Negli Autunnali c’è una Roma arcinota e da cartolina, ovvero una Roma inconsueta. Sembra un paradosso, ma in realtà le narrazioni della capitale negli ultimi anni – anche a causa delle serie tv –  hanno raccontato le borgate e le loro storie di malavita. Nel mio romanzo invece c’è l’aspetto potenzialmente delinquenziale delle persone perbene, c’è l’anima nera dei quartieri abbienti” (Minima & Moralia, cit.).                                                                                                                                       “Ci infilammo i caschi, poi lei si mise dietro e alla prima accelerazione mi poggiò le mani sulle spalle. Il nostro vecchio giro in scooter non era niente di speciale. Appena sposati, quando bastava poco a risolvere le serate (e, soprattutto, le serate erano ancora risolvibili)m andavamo su e giù per il lungotevere: Castel Sant’Angelo, Santo Spirito, Regina Coeli, Trastevere, Tempio di Vesta, Anagrafe, Sinagoga, Museo Napoleonico, e poi daccapo” (“Gli autunnali” pag.77)

3.

Se da una parte leggendo “Gli autunnali” abbiamo a che fare con un racconto lungo che del sentimento amoroso riesce a parlare, tra il serio e il faceto, ai lettori di tutte le età, e qui sta uno dei suoi innegabili pregi (come a dire che sì, di amore si può parlare con cognizione di causa durante il corso di tutta la propria esistenza, e che sì, sebbene i giovani siano l’inequivocabile emblema dello struggimento della passione, pure gli agée sanno difendersi bene, quando vogliono) dall’altra è anche una riflessione profonda su concetti che parevano un po’ desueti ma che sotto le braci ardono ancora e sui quali non è mai ridondante questionare un pochetto.

Scrive dalle pagine dell’Huffington Post Stefania Massari:

Leggendo “Gli Autunnali” ci s’imbatte, dunque, in un romanzo dalla trama complessa e per nulla ordinaria, che affonda le sue radici nel movimento filosofico dell’esistenzialismo (…). Quest’uomo che si aggira per la città, con aria inquieta, incarna le caratteristiche delineate nel manifesto esistenzialista che può essere riassunto in pochi punti esaustivi: valore dell’individuo inteso come essere precario e finito, vuoto che caratterizza la condizione dell’uomo moderno, solitudine di fronte alla morte e mondo percepito come completamente estraneo e ostile, nel quale si cerca di coglierne il senso, dominandolo attraverso gli strumenti della razionalità”

Il tema dell’ossessione amorosa si riversa dentro e fuori dal testo, scivolando liquido attraverso il lettore e per mezzo di esso in un continuo gioco di rimandi interni ed esterni alla pagina scritta. Così come lo scrittore-senza-nome è assillato dallo sguardo magnetico di Jeanne, così il lettore non può fare a meno di condividere con il protagonista del racconto l’esperienza dell’autunno, la cui partecipazione diventa una condizione necessaria attraverso cui giungere alla piena comprensione del testo. Esperienza che, nel più puro spirito estetico, non deve essere per forza vissuta direttamente ma può valere anche – e forse di più – quand’anche solo vagheggiata (ecco perché “Gli autunnali”, in barba titolo, argomento e a qual si voglia altro raziocinio, esce a metà inverno? Probabile).

Così come lo scrittore-senza-nome diviene folle nel tentativo di codificare il sentimento che lo pervade (e a ciò lo spinge l’autore, obbligandolo a sottostare alle regole ferree di un linguaggio poliedrico, multiforme e multigenere, pensato e cesellato fino allo stremo delle forze), così il lettore non può fare a meno di cedere all’ossessione di sottolinearne e condividerne interi brani. Se esistesse un “Most Underlined Book of the Year Award” penso che “Gli autunnali” entrerebbe almeno nella prima cinquina perché non è possibile trattenersi dal citare e mandarne a memoria pagine su pagine, sia per il gusto di recuperare, attraverso l’esercizio della riscrittura, il senso profondo di un testo così composito, sia per l’urgenza tutta moderna di condividerne delle estrapolazioni che tuttavia – altro indiscutibile pregio – non perdono né di senso né dì efficacia quand’anche decontestualizzate (E si veda in proposito #leggoinmensa su Twitter).

autunno

“Gli invernali erano persone solide, coerenti con le loro scelte, affidabili, egoisti ma non narcisi, in grado di offrire sicurezza e riparo; i primaverili erano incrollabilmente ottimisti, attratti dalla vita come sinonimo di festa, talvolta un po’ superficiali, nella migliore delle ipotesi edonisti, nella peggiore modaioli; gli estivi erano gli ignoranti e i rozzi, con un evidente attaccamento all’esistenza senza troppe complicazioni, folleggiavano senza follia, e non gli importava di concretizzare sogni e desideri. ~ E gli autunnali? Come sono gli autunnali? chiese Gittani, impaziente” (pag.100).

Buona lettura 🙂

“Il morso della reclusa”, di Fred Vargas (trad. di Margherita Botto)

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“La garbure è un piatto tradizionale dei Pirenei, e probabilmente bisogna esserci cresciuti insieme per apprezzare quella zuppa di cavolo, avanzi dell’orto e, se possibile, stinco di maiale. Alla Garbure vi aggiungevano confit de canarad” (pag.65-66)

“Ma che stupido sono! Marie-Hélène mi ha portato una tartre tatin alla cannella! E sono le quattro! Quella donna è un dono del cielo” (pag.149)

“Mercadet e Froissy avevano dato un’occhiata alla zuppiera portata per Adamsberg e Veyrenc e, dopo quell’esame, avevano optato per la “gallina farcita alla Enrico IV”” (pag.221)

” – Bel fuoco – apprezzò. – Quel che conta, di un fuoco, è la sua armonia. L’efficacia è una conseguenza. Veyrenc sistemò sui tizzoni una grossa griglia, dispose cotolette e salsicce, accese il camping gas per riscaldare i fagioli in scatola. (…) Adamsberg provò una completa soddisfazione nell’aspirare il profumo della carne arrosto. (…).

Condì con sale, pepe, e servì carne e legumi. Mangiarono in silenzio per un bel po’” (pag.382)

Adamsberg torna tra noi, ed è pure in gran forma. O meglio, a esserlo è la sua creatrice, la scrittrice Frédérique Audoin-Rouzeau (in arte Fred Vargas) che dopo un momento di lieve incertezza – diciamocelo, “Tempi glaciali” non era stato uno dei suoi lavori migliori seppure degno d’onore per alcuni interessantissimi spunti descrittivi – consegna al commissario parigino e alla sua scalcagnata truppa di colleghi del XIII Arrondissment un nuovo caso di cronaca nera su cui indagare.

Una nuova indagine che coniuga in sé, mescolati stavolta con sapienza, tutti quegli elementi polar-noir che da sempre hanno contraddistinto i casi del “commissiario tra le nuvole”.

Sembra difatti che Fred Vargas in questo paio di anni ci abbia pensato su: con “Il morso della reclusa” ha infatti trovato il modo – da una parte – di tornare a quegli schemi formali e narrativi che avevano fatto la fortuna del primo Adamsberg e che negli ultimi lavori si erano forse un po’ persi – dall’altra – di rinnovare la struttura della trama grazie all’inserimento di elementi nuovi vòlti a stimolare la curiosità del lettore; rimarcando in questo modo la continuità con le vicende passate e allo stesso tempo creando concrete aspettative per il futuro della serie, questione che ultimamente era stata oggetto di riflessione tra i lettori più affezionati (uno su tutti, il rapporto Adamsberg-Danglard, ma di ciò qui non si può raccontare, come ovvio).

Va detto, l’autrice sembra a prima vista aver giocato un po’ di furbizia, data la scelta di confrontarsi con uno dei temi di cronaca più attuali e più scottanti, che non possono non polarizzare l’opinione pubblica e suscitare l’interesse costante di media e istituzioni: parliamo in questo caso di violenze domestiche.

La verità però è che l’autrice fa centro non tanto perché in qualche modo cerchi di solleticare in maniera opportunistica il guilty pleasure del lettore (e lo escludiamo a priori, perché se avesse puntato su questo cavallo, “Il morso della reclusa” sarebbe a ben guardare un completo fallimento), quanto perché ancora una volta si mostra al proprio pubblico per quello che è: una raffinata indagatrice del quotidiano. Quel quotidiano orrore purtroppo così comune, che spesso si nasconde dietro la porta sprangata dei nostri vicini di casa, dietro la figura di un padre irreprensibile e di una famiglia “un po’ troppo riservata”, dentro lo sguardo serio di bambini eccessivamente taciturni.

Quindi, chi cercasse nelle indagini del commissario Adamsberg le stigma del thriller ad alto tasso di azione e adrenalina resterà deluso di nuovo, perché “Il morso della reclusa” si conferma aver preso le mosse ancora una volta dalla tradizione del classico poliziesco deduttivo che alla resa dei conti finale “one-to-one”, specie se connotata da azione violenta, preferisce un approccio focalizzato sull’indagine investigativa; ma che poi, come di consueto, scivola facilmente e felicemente in un finale aperto – vicino alla tecnica del noir – all’interno del quale l’estrema contestualizzazione e la critica sociale non sono certo elementi accessori.

Indagine investigativa che come una tela di ragno si dipana da un centro unico (lo stalking, la condizione sociale della donna – quella passata e quella contemporanea, che come dimostra la Vargas differiscono purtroppo di poco, nonostante l’impegno profuso da istituzioni e società civile) in una struttura a raggiera che colpisce direttamente e indirettamente i soggetti più disparati e da cui, come ben fa notare l’autrice, nessuno più sentirsi né immune, né al sicuro, né completamente innocente.

Perché in certi casi, come quello della violenza domestica, anche il solo avere il sospetto costituisce – e così prende netta posizione la Vargas – già di per sé la motivazione che deve spingere a fare i conti con la propria coscienza.

“La vita segreta”, di Andrew O’Hagan (trad. di Svevo D’Onofrio)

la vita segreta

“Le persone di cui scrivo tendono a vivere in una realtà che si sono costruite da sé, o che per certi versi è frutto di invenzione, e per rintracciarne la trama occorre addentrarsi nel loro etere e danzare con le loro ombre. Da giovane ho appreso dai libri dei poeti a diffidare della realtà – *La realtà è un cliché da cui fuggiamo la metafora* scrisse Wallace Stevens – e i protagonisti di questo saggio, tutti personaggi reali perlomeno all’inizio della loro storia, devono la loro esistenza e il loro potere nel mondo a un alto tasso di artificialità. E’ un vezzo della nostra epoca sfruttare le assurdità insite in questa situazione e chiamarle cultura” (introduzione, pag6)

Difficile parlare di #LaVitaSegreta senza ripetere quel che di questa raccolta di tre long-form è stato già detto e già scritto – a me sono piaciuti molto, per esempio, gli interventi di Carlo Mazza Galanti su Esquire  e di Cristiano De Majo su Rivista Studio – che tra l’altro ha ospitato O’Hagan a fine novembre, durante la #SIT17 offrendo al pubblico un incontro appassionante e denso di spunti.

Mi limiterò a consigliarvene la lettura, per più motivazioni.

La rapida ascesa del modello della narrative-non fiction declinata nelle modalità del long-form è ormai un fatto accertato (“La crescita della long form potrà colmare il gap attualmente esistente fra contenuti granulari ed ebook?” si chiede Gino Roncaglia dalle pagine dell’ultimo numero della Lettura questa settimana in edicola – pag17) e questi lavori del romanziere-saggista-columnist scozzese O’Hagan ne sono un esempio prezioso, che sarebbe un peccato perdere, sia appunto per l’analisi dell’impianto narrativo sia per i temi che i tre reportage si trovano ad affrontare. Sì perché le “tre storie vere dell’era digitale” sono, nell’ordine, niente di meno che: 1. il resoconto dei mesi che O’Hagan passò fianco a fianco con Julian Assange, da cui era stato contattato e poi incaricato di scriverne l’autobiografia in qualità di ghost writer; 2. i risultati a cui O’Hagan giunse vestendo i panni off e on-line di Ronald “Ronnie” Pinn, un giovane londinese deceduto più di trent’anni prima della cui identità l’autore si appropria, utilizzando il metodo in uso agli agenti infiltrati britannici – tecnica al limite della legalità ancora oggi in uso – e infine 3. il sunto delle settimane trascorse seguendo il coming-out del presunto creatore del bitcoin, l’informatico australiano Craig Steven Wright che, come pare, operò sotto lo pseudonimo, ormai entrato nella leggenda, di Satoshi Nakamoto.

#LaVitaSegreta è un viaggio buio e senza ritorno nei meandri di quella parte dell’internet di cui tutti, diciamo la verità, vorremmo dimenticarci – o meglio, di cui vorremmo sapere il meno possibile. La sensazione del guilty pleasure è la stessa che prende nel momento in cui leggiamo di una vicenda di cronaca nera opportunamente spettacolarizzata, oppure della fine tragica di una promettente starlette. Peccato che qui le cose si complicano, non fosse altro perché:

“Storie come queste non sono particolari, non riguardano soltanto uomini particolari ma tutti noi che utilizziamo il digitale, come mia figlia tredicenne ad esempio” (Andrew O’Hagan a #SIT17, 25/11/2017, intervistato da Daniele Rielli)

e quindi il meccanismo di presa di distanza successiva, spiace ma con queste storie non funziona (“Tutti guidiamo un’auto senza curarci della combustione interna” [pag106]).

E’ degna di nota la capacità di O’Hagan nel mantenere il giusto distacco giornalistico dimostrando allo stesso tempo un’empatia fuori dal comune, che molto probabilmente – più che la fama di scrittore in sé – gli ha permesso di avvicinarsi a due dei personaggi più geniali e controversi del nostro tempo descrivendone tanto le incredibili abilità tecniche, l’intelligenza e lo spirito pionieristico quanto le idiosincrasie e le fragilità emotive che ne hanno segnato la caduta.

“Assange in me cercava un prete, uno psicanalista, un fratello, un migliore amico. Mi chiedeva di non scrivere il libro che insieme avevamo deciso di scrivere”

“Wright mi pregava di non scrivere quello che lui stesso mi aveva appena detto, mi aveva appena mostrato”

(Andrew O’Hagan a #SIT17, 25/11/2017, intervistato da Daniele Rielli)

A quanto pare, malgrado da più parti ci venga suggerita la necessità e l’utilità di unificare le nostre identità, reali e virtuali, internet sta attraversando l’epoca d’oro del doppio… o del triplo, del quadruplo… chi lo sa. Non si tratta soltanto di dark web, blackchain, vita da hacker professionisti

“Per Snowden esprimeva una sorta di irritata ammirazione: *Insomma, quanto bravo è?* domandai. *E’ il numero nove* rispose. *Al mondo? Tra gli hacker? E tu cosa sei?* *Io sono il numero tre*” [pag74-75])

compravendita d’armi o droga, falsificazione di identità a scopi di frode e fondi di investimento come scatole cinesi, ma anche – e soprattutto – di questioni che tocchiamo con mano ogni giorno, come i 68 milioni di identità false che popolano Facebook e con cui appunto ci trastulliamo quotidianamente, noi – e i nostri figli.

“Durante la rivoluzione egiziana del 2011 Hosni Mubarak tentò di spegnere la rete di telefonia mobile del paese, un servizio fornito dalla compagnia telefonica canadese Nortel. Julian e i suoi penetrarono nei server della Nortel e si scontrarono con gli hacker ufficiali di Mubarak per mandarne a monte il tentativo. La rivoluzione proseguì e Julian, soddisfatto, si rilassò mangiando cioccolatini nella nostra remota cucina” (pag26-27)

“(Wright) descriveva regolarmente la tecnologia blockchain come la più grande invenzione dopo internet. Diceva che avrebbe fatto per le valute ciò che internet aveva fatto per la comunicazione” (pag115)

“La mia invenzione era diventata così concreta nel mondo ufficiale delle cose, che oltre a un codice fiscale aveva anche un numero di previdenza sociale. (…) Le banche se lo contendevano e, sebbene non fosse iscritto nelle liste elettorali, anche quella sembrava solo una questione di tempo” (pag99)

A proposito della riflessione sulla “natura dell’identità” in ultimo vorrei segnalare (e il caso non esiste, ne sono sicura!) due pezzi usciti questa settimana sulla Lettura: il primo è a firma Alessandro Beretta, che scrive dell’esordio di Giuseppe Imbrogno “tra ombre e big data” (“Vivere la vita di un altro, ossessione digitale”, La Lettura #319 pag21 su “Il perturbante”, Autori Riuniti) il secondo è di Vanni Santoni che ci parla del mito di James Bond, prendendo come spunto le nuove edizioni dei romanzi di Fleming che Adelphi propone dal 2012 – ora è il libreria “Goldfinger” (“Siamo tutti James Bond – anzi, vorremmo esserlo”, La Lettura #319 pag36):

“Tutto infatti, in James Bond (…) è pura proiezione dei desideri profondi, per non dire *bassi*, di un borghese inglese di mezza età. Le donne sono tutte giovani e belle, *obbedienti come bambine*; le sfide sportive sono duelli arditi, giocati sul filo della correttezza e immancabilmente vinti, così come immancabilmente si vince al tavolo da gioco; la violenza è somministrata in modo infallibile – un colpo di taglio della mano basta a uccidere uno scagnozzo -, il cibo è sempre eccellente – Bond e Du Pont, che lo ingaggerà per incastrare una prima volta il magnate dell’oro Auric Goldfinger, si ingozzano di granchi prima ancora di parlare d’affari – e l’alcool scorre a fiumi ma senza alcun effetto negativo”. (…) Scrisse John Le Carré, che di spie se ne intendeva, che nessuna agenzia di servizi segreti avrebbe mai mandato in giro un agente che beveva e giocava d’azzardo in modo così incontrollato: esatto, è proprio per questo che James Bond è immortale”

Buona lettura – e grazie a MLOL, a cui dedico queste poche righe, come promesso 🙂