"Books by foot" parte prima: metodologia per un approccio consapevole (no, è solo un tentativo)

La verità è che sulla questione dei booksbyfoot s’è raccontato di tutto. 

Croce e delizia dei designer d’oltreoceano, che da almeno dieci anni si cimentano nella ricerca delle più unusual color combs per l’arredo pubblico e privato; incubo notturno per i puristi della biblioteconomia, che inorridiscono al solo pensiero di una libreria ordinata secondo un mero criterio estetico (passi l’organizzazione per formato dettata da imprescindibili esigenze logistiche ma dannazione, il colore no); e infine desiderio inconfessabile di chi i libri li compera per dare un tono al proprio soggiorno ma non li legge mai, e a metterli in ordine di sfumatura cromatica proprio non osa, terrorizzato com’è dall’outing che ne potrebbe seguire.


Qui su Pinterest potete trovare la mia gallery personale,
l’ho creata pochi giorni fa quindi è in continuo divenire.
Attendo vostri suggerimenti!

Tutto perché, si dice, la tecnica del booksbyfoot non sembra proprio andare a braccetto con l’idea che i libri debbano essere letti, consultati, sfogliati, annusati oltre che osservati da una religiosa distanza di sicurezza. Sì perché il piccolo particolare è che prima di fare tutte quelle cose divertenti di cui sopra (leggere, consultare etc…) i libri occorre pure recuperarli: questione di non semplice risoluzione nel caso in cui se ne possegga un numero superiore a, supponiamo, un centinaio.


Melvil – courtesy from Wikipedia
Per dovere di cronaca dobbiamo dire che ci hanno provato in tanti a risolvere il problema. Uno che si è impegnato non poco a riguardo è stato, ad esempio, il signor Melvil Dewey (USA, 1851-1931, ritratto in foto), che tanto ha fatto tanto ha detto da diventare addirittura l’inventore del moderno sistema di classificazione bibliografica. Ma – in tutta onestà – la DDC pura o ridotta che sia non ha mai fatto molta presa tra le mura domestiche, perché al lettore (diciamo quello medio-forte*) non va molto a genio l’idea di essere costretto ad avvicinarsi alla propria libreria via terzi, utilizzando, quale mediatore linguistico-culturale, un manuale di catalogazione da quattrocento pagine (ma poi? Il catalogo lo appendo a lato, legato con uno spago e un chiodino, come il librone degli ingredienti reparto rosticceria all’ipermercato? Anche no).
Ah… il caro vecchio orgoglio del lettore MF, che deve dimostrare di avere tutto lì, archiviato nella sua testa (mi vedete? mi sto battendo l’indice sulla fronte). Fosse la sua biblioteca composta da cento o diecimila volumi, lui li deve avere tutti lì, a portata di clic, dentro il suo cervello.
Quindi, gira che ti rigira, di scelte ce ne sono poche e nessuna, va detto, è quasi mai quella definitiva perché l’archiviazione dei libri di casa è come la storia del plaid corto: se te lo tiri fin sopra la testa stai certo che avrai freddo ai piedi. 

BooksByTheFoot, e-commerce specializzato
nella vendita di volumi “a peso”
organizzati per tipologie (cromatiche incluse).

Di solito si comincia (ingenuamente) con un grande classico adolescenziale: narrativa contro saggistica (eventuali sottoclassificazioni di genere a seguire: quasi una Dewey for Dummies, insomma). Sistema che può funzionare anche a livello estetico (sia per dimensioni sia per palette) dato che sono molte le case editrici – specializzate in saggistica ad esempio – a far uso di un progetto cartografico discretamente predefinito e long-lastingPerò chi ci rimette è l’ordine alfabetico: si può rimediare con ulteriori sottogruppi ma la questione diventa praticamente insostenibile se abbiamo la sfiga sfortuna di possedere più testi di un autore che si è dilettato in entrambi i generi. 

Appurate le lacune del metodo fiction / non-fiction, a questo punto il lettore MF prova a passare alla purezza dell’alfabeto latino (per cognome). Bene, vi svelo un segreto, l’altarino nascosto nella libreria di quasi tutti i lettori MF (bisbiglio sommessoHuston, abbiamo un problema): noi lettori MF incontriamo qualche difficoltà nel ricordare i cognomi degli autori contemporanei – il peggio del peggio lo tocchiamo con gli stranieri. 
Ergo, con la classificazione alfabetica ce la caviamo bene dai presocratici a Vittorini, ma poi, a parte qualche rara eccezione dovuta alle passioni personali, è buio totale.  

Quindi, solitamente verso i 18-20 anni, quando si è accumulato un discreto patrimonio libresco e si comincia anche a capire quali libri leggere e quali no prima di comperarli, si passa alle aree tematiche. Ah, qui ci si sbizzarrisce senza tanti sforzi mnemonici: narrativa contro saggistica, misto fritto diviso per aree geografiche, YA vs. sci-fi, classici a sinistra, contemporanei a destra, nuovi e intonsi sotto, già letti sopra. E poi gli autori preferiti, tassativamente a parte. 
Nuntio vobis gaudium magnum: la cosa funziona. Ed è anche duratura: garantisco che almeno 15 anni fatti così ve li sfangate, traslochi inclusi. Unico accorgimento: lasciare che la libreria “prenda aria”, ossia ricordatevi di prevedere i famosi spazi vuoti attraverso cui la collezione potrà essere ampliata. Sarete salvi, evviva! 

E’ questo un decennio di immense felicità biblioteconomiche. Sembra che tutto vada bene, il lettore MF è rilassato, lascia che la sua libreria viva, fa dell’altro nel frattempo, e accumula. ACCUMULA.

E poi, improvviso, arriva il giro di boa. 

Eccoci lì, alla torta di compleanno col 4 sopra.

Bene. Buongiorno, sono una lettrice MF, ho 41 anni e ho messo da parte qualcosa come 2000 volumi (a spanne). Tre traslochi, adolescenza nei primi anni 90′, liceo classico, università, 15 anni di lavoro e di tram, matrimonio con un marito lettore MF, due figli di cui almeno uno è venuto fuori dichiaratamente lettore MF – dell’altro ancora non si può dire.

Sicché è finita che la mia biblioteca ora raccoglie insieme (tutta insieme) roba del tipo “Va dove ti porta il cuore” (prima ed. Baldini&Castoldi 1994), “il giardino dei Finzi Contini” (Einaudi 1962), “La felicità è dentro di te” (AME 2009), “Fate la nanna” (2007), “Il linguaggio segreto dei neonati” (2007) “Project Management” (Hoepli 2009), “English Grammar in use” (2 volumi, anno 2006-1007, con eserciziari), i MinimumFax di Carver e Yates, un numero spropositato di Iperborea vintage e brand new (2015-2016), almeno quaranta Sellerio e una trentina di volumi unici di case editrici minori, tutti diversi tra loro per formato e argomento. Giusto così per dire, poi ovviamente c’è molto altro (taccio sulla saga di “Twilight”, non ve lo dirò mai se ce l’ho oppure no. MAI). (**)

La questione è che a un certo punto capita che il lettore MF si accorga con orrore che l’ordine per aree tematiche è andato a farsi benedire da tempo, per la questione di cui sopra: i mq procapite diminuiscono in maniera proporzionale all’aumento dei membri della famiglia e a ogni trasloco, il tempo da dedicare alla lettura si è risolto in pochi, preziosi attimi incastrati tra finisco-una-cosa-e-ne-inizio-un’altra, gli acquisti si accumulano uno sull’altro e le stagioni ingialliscono la carta friabile delle pagine e delle speranze.

E questo in foto, signori e signore, è parte del risultato.

Posso vedere nei vostri occhi /
l’orrore e il raccapriccio.

Ora capite che al booksbyfoot ci si arriva: 1. per disperazione, perché le hai provate già tutte e ti rimane solo quella 2. perché a 40 anni non puoi fare nient’altro se non cercare di mettere un po’ d’ordine ove l’ordine te l’eri scordato da tempo, e come diceva Banana Yoshimoto (antesignana di Marie Kondo? Non so, MK non l’ho ancora letta) disgraziatamente per fare ordine si parte quasi sempre dall’appagamento prima di tutto visivo che viene dagli oggetti (***).

La questione è che per un lettore MF c’è solo un modo per riordinare i pensieri del proprio cervello: mettere mano alla libreria.

Come? In tanti modi. Uno dei quali lo scoprirete, se vi va, nella prossima puntata.


___________________

(*) Da qui in poi *lettore MedioForte*. Chi è il lettore forte lo potete scoprire ad esempio qui. La questione del LF è cosa complessa e dibattuta; io preferisco adottare la terminologia in vigore e prendermi la libertà di raffreddare i toni, quindi vi parlo di lettore “medio”. Se penso al lettore forte come a colui che legge 12 libri all’anno mi vien da ridere – non tanto per la drammaticità del fatto in sé quanto perché siamo sempre alla solita questione dei jobtitles rispetto al curriculum: allora uno che di libri ne legge 50 cos’è? Un Senior Executive Reader? E via così (perché sono rari, ma esistono. Ndr: attestandomi annualmente sui 25 più o meno, preferisco – non so voi – essere certificata “media” piuttosto di “forte”).
(**) Amici SEO vi ci vedo, a ragionar su questo elenco bislacco (e parte la risata diabolica).
(***) Giveaway! Chi indovina dove e quando BY l’ha scritto si aggiudica in regalo il “Twilight” in brossura (prima edizione, non ristampa), sempre che io lo possieda, ovviamente. Spedizione a carico del vincitore.

#BCM15 al Laboratorio Formentini: "Lavorare in Mondadori tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta"

La segnalazione, anche se tardiva, è d’obbligo: l’oggetto del panel, la location e gli interventi degli ospiti hanno fatto di Lavorare in Mondadori tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta: Rusca, Mazzucchetti, Vittorini e Gallo” uno degli incontri più interessanti di tutta #BCM15.
I relatori hanno illustrato alcuni momenti particolari della storia della casa editrice attraverso la presentazione di questi storici collaboratori, avvalendosi dei documenti archivistici conservati presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.

Arnoldo Mondadori e George Simenon
fonte: archivio Panorama

Enrico Decleva si sofferma sulla figura di Luigi Rusca (1894-1980) chiamato in Mondadori nel 1928 da Senatore Borletti (imprenditore noto nel mondo finanziario e politico dell’Italia prebellica, amico personale di Gabriele D’Annunzio, noto massone e allora socio di Arnoldo), per risanare una situazione economica tutt’altro che florida. Con la carica di Co-direttore Generale Rusca non soltanto si occupò della riorganizzazione amministrativa ma grazie all’intuito e alla spiccata intraprendenza fu l’artefice della svolta internazionale di Mondadori: attraverso la creazione della collana Medusa riuscì infatti ad adattare la fisionomia della casa editrice – che fino al 1930 aveva pubblicato soltanto scrittori nazionali – alle necessità di un pubblico che, non pago degli autori italiani che il Regime tendeva a valorizzare, sentiva la necessità di scoprire nuovi orizzonti letterari. 
Edoardo Esposito si occupa di Elio Vittorini (1908-1966) nella sua professionalità meno nota, quella di collaboratore della Mondadori – in veste di “intenditore e traduttore capo” – che portò avanti per oltre 30 anni. Benché la sua conoscenza della lingua inglese non fosse perfetta, Vittorini contribuì alla diffusione della letteratura americana in Italia, da Faulkner a Lawrence. I documenti conservati nei fondi della Fondazione Mondadori mostrano l’ampio quadro della produzione editoriale di cui si interessava Vittorini e la forte attitudine verso la progettualità editoriale che caratterizzava le scelte di pubblicazione. Insomma un Vittorini editore su cui la critica ha ancora molto da indagare, a partire da due delle più controverse vicende che – malamente conosciute – hanno in parte, e da sempre, inficiato questa analisi: il controverso rapporto professionale con Lucia Morpurgo Rodocanachi (un “grande e inutile scandalo”, lo definisce Esposito) e le circostanze relative alla pubblicazione del Gattopardo. L’anno prossimo verrà pubblicato il carteggio integrale Vittorini/Rodocanachi, che finalmente chiarirà i rapporti tra i due e ne ridimensionerà la querelle; il caso Gattopardo invece, su cui ha già fatto luce GianCarlo Ferretti nel volume “L’editore Vittorini” (Einaudi 1992), fa ancora parlare di sé. 
Sono più di 500 i pareri di lettura presenti nel fondo, a firma Vittorini, che una volta analizzati potranno chiarire l’ottica editoriale dello scrittore, quasi sempre efficace, talvolta inadatta alla linea di Mondadori.

E’ di Mariarosa Bricchi l’excursus sulla giornalista e traduttrice Lavinia Mazzucchetti (1889-1965), il cui lavoro editoriale, poco noto al pubblico, è stato oggetto di una serie di studi condotti dalla Fondazione all’interno di un “laboratorio” dedicato – in collaborazione con Università Catania e Verona, Istituto italiano di studi germanici e Goethe Institute, culminati in un recente convegno dal titolo “Lavinia Mazzucchetti: Transfer culturale e impegno civile nell’Europa del Novecento. Sono testimoni della collaborazione con Mondadori, durata 37 anni, le schede di lettura depositate presso la Fondazione, interessanti perché andando ben oltre i classici pareri, quali “precipitati di un lavoro editoriale ma anche di ricerche storico-letterario” attestano le grandi capacità di scouting della Mazzucchetti che spesso si spinge fino a proporre di persona gli autori da pubblicare (come successe per Thomas Mann, ad esempio).

Gian Carlo Ferretti introduce infine la figura di Niccolò Gallo (1917-1971), studioso e critico letterario chiamato da Sereni in Mondadori nel 1957 per dirigere la narrativa italiana. 

A conclusione, Gian Arturo Ferrari tra aneddoti e curiosità approfondisce la figura di Rusca in relazione all’attività della casa editrice, a partire dalla costituzione delle collane Panorami di vita fascista e Viaggi e grandi imprese, che altro non erano se non una “riserva indiana” (Ferrari) all’interno della quale Rusca inserì tutta la produzione cara al Regime, con l’unico scopo di levarsela di torno, fino alla riorganizzazione delle altre collezioni Mondadori, in special modo quelle di letteratura straniera:
I romanzi della guerra (es. “Niente di nuovo sul fronte occidentale”), che fu l’unica collana obbligata a chiudere, perché per la maggior parte comprendeva testi a tema pacifista
I romanzi della palma, una collana di letteratura straniera popolare (che noi definiremmo piuttosto lettura di intrattenimento: tra i titoli, ad esempio, “Il Grande Gatsby”)
Il romanzo della rosa, di intrattenimento femminile
(nb: nel 1937 queste ultime due collane verranno unificate negli Omnibus, che viene inaugurata con la pubblicazione di “Via col vento”)
Medusa, che all’epoca non era una collana letteraria ma una brossura di poco prezzo antesignana degli Oscar.

Grazie a Laboratorio Formentini per l’ospitalità e la cura nell’allestimento e nell’accoglienza dei visitatori. Qui potete trovare le fotografie dell’evento e qui la programmazione per le prossime settimane.


e grazie a tutti per l’attenzione. 
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Narratè: "la lettura ha scoperto l’acqua calda"

Oggi vorrei parlarvi di NarratèQuesto prodotto di food design, opera di Adriano Giannini, architetto che da anni si occupa di Creative Direction, è stato finalista del programma IC – Innovazione culturale 2014 (il progetto di Fondazione Cariplo vòlto a trasformare in attività imprenditoriali le idee innovative nel campo della cultura) e vincitore del bando pubblico di sostegno all’avvio di start up culturali e creative per la Lombardia, sempre per l’anno 2014.

“Narratè nasce come un cambio di prospettivami racconta Giannini al telefonoalla ricerca di un paradigma nuovo attraverso cui avvicinare il pubblico al mondo della lettura (…) in maniera informale e multisensoriale”.
Ma non solo. In realtà si tratta di una creatura ibrida tra food ed editoria” – come la definisce Giannini – che mira ad accostare “in maniera sinestetica” due esperienze appartenenti a piani sensoriali differenti: “dalla fruizione di contenuti culturali alla degustazione del tè”
Un connubio, quello tra le foglie di tè e la parola scritta (“Gli infusi sono uno dei preparati più arcaici utilizzati dall’uomo” – sottolinea poi), che da secoli è esperienza viva della nostra iconografia e che ora è curiosamente ripensato alla luce di una nuova chiave interpretativa.

Il prodotto è composto da una teabaga cui è collegato un libretto, la cui durata di lettura è esattamente pari al tempo che l’infuso necessita per prepararsi

Alzi la mano chi non ha mai sperimentato questa attesa. Sono attimi sospesi, dei quali spesso non si riesce ad avere consapevolezza. Talvolta si cerca di costringerli, col solo risultato di allungare a dismisura l’indugio dimenticandone per strada il significato (ma vi siete mai ritrovati chini a leggere gli ingredienti della miscela sulla bustina, aspettando che il tè si facesse pronto? Ecco, appunto); talvolta invece ci si limita a scavalcarli, impegnandosi in altre attività che inevitabilmente prendono poi il sopravvento. 
“E’ un momento magico – dice Giannini – occorre averne l’esatta percezione, per valorizzarlo al meglio”. 

Da qui, grande attenzione alla materia prima, che è rappresentata sia dalle miscele secche (alta qualità e utilizzo di ingredienti dal forte carattere territoriale) sia, ovviamente, dal materiale scritto (contenuti inediti e di spessore). 
Il prodotto, pur nel suo carattere peculiare, ha dalla sua una evidente versatilità che permette un utilizzo sicuramente variegato. Food Souvenir basically, a mostrare “piccoli luccichii” di una città ad esempio – Milano in primis, con un racconto breve dello scrittore milanese Stefano D’Andrea e una miscela composta da tè nero, cannella e zafferano – Narratè può anche diventare strumento di marketing promotion (attraverso uno storytelling che ne evidenzi storia e valori) per varie tipologie di brand

Senza dimenticare la diffusione culturale: “Dai brani tratti dai *Miserabili* di Victor Hugo, alla descrizione dell’impegno di personaggi attivi nel sociale e umanitario, passando per *un tè con Picasso*” la pausa di cinque minuti può diventare uno strumento di avvicinamento alla lettura attraverso la fruizione di contenuti diversissimi tra loro: “un classico della narrativa ottocentesca, un saggio di attualità, una fiaba per bambini (accompagnata da una tisana), i consigli di lettura di uno scrittore famoso”.

A partire dal prossimo 11 maggio i prodotti Narratè
saranno in vendita presso Feltrinelli RED,
Piazza Gae Aulenti (Milano) 

Ringrazio Adriano Giannini per la gentilezza – e per l’entusiasmo (contagioso) che ha saputo comunicarmi. Per ulteriori informazioni su Narratè potete scrivere a info@narrateworld.com
Grazie a tutti e buona lettura 🙂

"Scoprire librerie attraverso i libri”: il progetto libricity

Adriano Guarnieri (Graphic & web designer) e Lorenzo Losa (Phd in Matematica alla Normale di Pisa) si erano già distinti lo scorso anno per il progetto TwoReads, vincitore del Digital Publishing Creative Ideas 2014 alla Frankfurter Buchmesse
Si presentano ora al #Salto15 con l’app libricity, dedicata questa volta non alle realtà medio-grandi e di catena ma al circuito delle librerie indipendenti di piccola taglia.

L’applicativo, disponibile sia per iOS – iPhone e IPad – sia per Android, si basa sul principio della geolocalizzazione: al momento è in versione beta test (*) e contiene nella propria base dati le librerie indipendenti (per ora una decina) presenti sul territorio della città di Milano.

L’utente, inserendo nel campo di ricerca il titolo dell’opera di interesse, l’autore o ancora un tema specifico sarà in grado di visualizzare la libreria indipendente più vicina alla propria posizione in cui quel dato testo è presente a scaffale – o la libreria in cui un certo argomento è trattato in maniera approfondita. 
Il tutto viene completato da informazioni pratiche quali il percorso per raggiungere il negozio utilizzando i mezzi pubblici, i contatti telefonici, gli orari di apertura e link al website della libreria, se disponibile.

“L’intenzione è quella di modificare il processo che si svolge di solito all’interno delle librerie indipendenti” mi ha raccontato Adriano Guarnieri con cui ho avuto la possibilità di una interessante conversazione telefonica. 

Da una parte, secondo Guarnieri, c’è l’utente medio delle librerie indipendenti che solitamente è un lettore forte, informato e disposto a impegnare denaro nell’acquisto, ma che spesso – va detto – non trova a scaffale quello che sta cercando perché l’assortimento delle librerie indipendenti è talvolta limitato ma soprattutto settoriale

Dall’altra c’è la libreria indipendente, oggetto di quel processo virtuoso definito da Guarnieri “ad alta conversione“. Un luogo in cui l’utente è disposto a investire cifre consistenti attraverso un rapporto di crescente e costante fidelizzazione – grazie a un librario consapevole, che oltre a vendere al cliente la merce richiesta è in grado di suggerirgli altri percorsi di lettura. Un luogo, tuttavia, del quale il lettore fatica spesso a varcare la soglia, vuoi per ragioni pratiche vuoi per carenza di informazioni sulla libreria stessa e sul catalogo a disposizione.
Pochi clienti dunque, ai quali corrisponde tuttavia un grande potenziale di acquisto. 

“Il punto di accesso – continua Guarnieri – non deve essere soltanto uno, ovvero la porta del negozio, ma devono essere tutti i titoli che la libreria possiede”.

La percentuale di sovrapponibilità dei cataloghi delle librerie indipendenti (che a Milano sono circa 80), sottolinea Guarnieri, è bassissima e si aggira intorno al 6%: ciò significa grande specializzazione e possibilità di una fidelizzazione molto forte da parte di un lettore che, scoperto un librario competente nel tema di interesse, difficilmente si rivolgerà ad altri interlocutori, reali o… virtuali.

Insomma, libricitypotrebbe diventare uno strumento di quotidiana utilità sia per quel lettore che non vuole rinunciare all’acquisto in libreria ma che incontra spesso difficoltà nel reperire i titoli preferiti sia per i librai indipendenti quale indiscutibile mezzo di promozione e fidelizzazione della clientela.
Per il momento libricitysi appoggia ad un network di 10 librerie indipendenti, per un totale di più di 65.000titoli unici disponibili.

L’applicativo sarà presentato al Salone del Libro di Torino in una versione speciale, che coinvolgerà anche gli editori. 

Cosa ne pensate? Io, da assidua frequentatrice delle librerie indipendenti (milanesi), ho trovato interessante questo progetto, come credo potrebbe esserlo per quelle realtà medio-piccole che potrebbero fare di libricity un utile strumento per aumentare la propria visibilità.

Grazie a tutti e buona lettura (e in bocca al lupo a libricity) 🙂

(*) Attenzione: la versione iOS è accessibile ma presenta diversi bug (i due più importanti sono lo scroll nei risultati della ricerca che talvolta blocca l’applicazione e le mappe poco chiare); a breve sarà pronta la release definitiva che corregge questi errori e altri minori. L’applicazione, per entrambe le piattaforme, è ancora in beta-test: per commenti o informazioni scrivere a: app@libricity.com 

#Stelline15: #DigitalLibrary, la biblioteca partecipata. San Giorgio, Pistoia: #bibliotecaspaziopubblico

Si è conclusa da un paio di settimane l’edizione 2015 del Convegno annuale delle Stelline. Un’edizione particolare di cui, caso vuole, quest’anno si è celebrato anche il traguardo importante del ventennale
Due giorni di interventi intensi e partecipati, per altro sotto il patrocinio di Expo, che hanno incontrato il favore di un pubblico numeroso come non mai e hanno ricevuto gli apprezzamenti dagli addetti ai lavori per il profilo dei relatori e la qualità della discussione a cui si è voluto dare quest’anno una “particolare caratterizzazione internazionale” (rif. http://www.convegnostelline.it/home.php)

Tema dei lavori 2015, quello della Digital Library, con l’obiettivo dichiarato di:

“individuare le linee di trasformazione delle biblioteche in un ambiente digitale e al tempo stesso partecipativo, riprendendo il filo rosso dell’impatto che l’innovazione può avere sulle biblioteche e sugli utenti, facendoli diventare sempre più protagonisti e soggetti attivi” (ibid.)

Insomma un progetto ambizioso e attraente che ha coinvolto più di trenta relatori fra i tradizionali panels, le iniziative collaterali e i workshop aziendali:

//storify.com/appuntidicarta/stelline15/embed?header=false&border=false//storify.com/appuntidicarta/stelline15.js?header=false&border=false[View the story “#Stelline15: #DigitalLibrary, la biblioteca partecipata” on Storify]

Sebbene non abbia avuto modo di partecipare di persona, ho potuto seguire parte degli interventi grazie ai numerosi liveTwitt da #Stelline15 e #convegnostelline; per altro ora è possibile approfondire i singoli panel attraverso le relazioni in distribuzione al Convegno, disponibili sia in cartaceo che in digitale e il dibattito sulla #DigitaLibrary continua on line.

Uno degli interventi (tra i molti) su cui sarebbe opportuno fermarsi a riflettere, data la quantità degli spunti che porta con sé, è quello ad esempio di Luca FerrieriDirettore della biblioteca civica di Cologno Monzese, “L’odore della lettura: sinestesie e anestesie della mutazione digitale“: Non un discorso sui massimi sistemi, né un esercizio di fantalettura, ma l’analisi di che cosa sta cambiando qui e ora (…) nella pratica del leggere” (cfr l’abstract).

“Luca Ferrieri ha esordito con <> e ha posto immediatamente l’attenzione su una questione, che sia i tradizionalisti sia i tecnoentusiasti sembrano aver dimenticato, ovvero la necessità di affrontare – Ferrieri dice attraversare – questo momento di cambiamento delle pratiche della lettura, del mondo del libro nella sua 4° Rivoluzione e dell’editoria.

E sono proprio queste pratiche di lettura, ora in transizione, a determinare il destino del libro. La mutazione digitale di cui ha parlato Ferrieri è un processo di ibridazione che coinvolge tutti noi, immigrati digitali, e che modifica e rielabora le caratteristiche della lettura: fisiche e materiche, corporee – e quelle che definisce le dimensioni estetiche e sinestetiche dell’atto del leggere”.

Non posso fare altro se non ringraziare Alessandra Scarazzato (Distretto Culturale di Monza e Brianza, vita professionale dedicata al mondo del libro e della lettura),autrice del virgolettato di cui sopra, con cui ho avuto il piacere di confrontarmi e che ha accettato di rispondere (…grande pazienza!) alle mie tante domande relative al Convegno.

Un altro intervento che ha destato l’interesse dei partecipanti è stato quello di Maria Stella Rasetti, Direttrice della biblioteca San Giorgio di Pistoia: Digitali e partecipati: i makerspaces in biblioteca tra collezioni plurali, connessioni molteplici e comunità in trasformazione”.
Dice MS Rasetti: 

“L’attenzione dei bibliotecari americani, sicuramente molto più aperti di noi ai cambiamenti e alle innovazioni, è ormai ben desta sul tema dei rapporti tra makerspace e biblioteche, al punto da poter affermare – senza eccessi di semplificazione – che, mentre a casa nostra il dibattito non è ancora cominciato, negli Stati Uniti si è ormai sostanzialmente pacificati sull’idea che aprire un makerspace in una biblioteca sia una operazione ad alto valore aggiunto, in grado di facilitare il raggiungimento degli obiettivi primari della biblioteca pubblica” 

“La prima biblioteca americana ad integrare un laboratorio del genere all’interno del proprio portafoglio servizi è stata la Fayetteville Free Library (…) Molto ampio il portafoglio servizi della biblioteca, costruito con compattezza attorno al valore fondamentale dell’apprendimento di nuove competenze da parte del cittadino, al quale sono offerte numerose opportunità che transitano non soltanto dall’uso dei libri e dei documenti riprodotti su formati diversi, ma si ampliano ad accogliere tutte le occasioni utili per supportare la prima alfabetizzazione, la formazione formale, la ricerca del lavoro, il superamento delle differenze di genere in fatto di cultura scientifica, fino ad arrivare, col FabLab, a coprire la dimensione dell’apprendere facendo. Al centro dell’attenzione è collocata la persona con i suoi bisogni di apprendimento e miglioramento personale, per far fronte alle diverse esigenze di vita: bisogni che cambiano con il passare dell’età e la maturazione delle sue esigenze nel suo stare nel mondo” 

“E in Italia? Siamo appena all’inizio della storia. Ma, nonostante questo, possiamo dire che non stiamo sfigurando come in tanti altri campi, segnando i consueti ritardi abissali nei confronti dei paesi più innovativi. (…) In Italia [il] primo American Corner concepito come Digital Innovation Center [è lo] YouLabPistoia, inaugurato il 24 aprile 2013. (…) Tre sono le esperienze ritenute tra quelle più significative in Europa: il makerspace su ruote Frysklab dalle Fiandre, quello attivo alla biblioteca pubblica di Colonia e l’American Corner YouLab di Pistoia”. 

Il testo integrale è appena stato pubblicato e lo trovate qui mentre una versione ancor più compiuta del suo intervento verrà pubblicata nel prossimo numero della rivista mensile Biblioteche oggiAtal proposito ringrazio ancora Alessandra per la segnalazione. 
Sempre rimanendo in tema, vorrei portare alla vostra attenzione il seminario “Le biblioteche: da spazio pubblico a spazio partecipato” organizzato proprio da Maria Stella Rasetti: l’appuntamento è per il prossimo 11 Aprile alla Biblioteca San Giorgio (qui i dettagli). Se non presenti di persona, potrete seguire i lavori (come farò io dandovene relazione) dalla pagine Facebook e Twitter della biblioteca; hashtag #bibliotecaspaziopubblico. Avrò un’inviata speciale al Seminario di Pistoia: ciò ci permetterà di essere ancor più dentro alla discussione sul tema biblioteca-spazio di rappresentazione della città e di auto-rappresentazione della sua comunità.

Grazie a tutti e buona lettura 🙂

Vi ricordo che #Stelline15 è una delle manifestazioni inserite a pieno titolo tra le iniziative che fanno capo a Milano #CittàdelLibro di cui si è già parlato su ADC.

#BookPride. Da rifletterci.


Non solo un’esposizione, ha tenuto a sottolineare venerdì pomeriggio Filippo Del Corno, ma un evento in cui:

Un esperimento, quello di #BookPride, che visto il numero dei visitatori e i volumi del venduto pare aver raggiunto lo scopo che l’Osservatorio degli Editori Indipendenti si era proposto nell’organizzarlotornare a offrire adeguata visibilità all’editoria indipendente di qualità (che rappresenta il 30%* del fatturato italiano di segmento) in un momento di evidente crisi del mondo editoriale, riaffermando

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Il tutto in nome del principio della bibliodiversità, l’unico strumento, anche secondo Romano Montroni, che l’industria editoriale ha oggi a disposizione per risalire la china e recuperare le lunghezze perdute.

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Perché se è vero che l’editoria si compone e di prodotti industriali e di prodotti a progetto (“culturali”, li definisce Montroni), è anche vero – e ovvio – che i due mondi non devono escludersi a vicenda ma è necessario che coesistano, perché “assolvono a due compiti differenti”. Il problema, semmai, nasce dalla questione delle grandi concentrazioni, un fenomeno tutto italiano che merita un’attività di monitoraggio costante: 
E’ centrale a questo proposito la figura del libraio che, attraverso lo studio e la formazione continua, deve riappropriarsi del ruolo chiave a garanzia della pluralità dell’offerta al pubblico, smarcandosi dalla posizione di semplice “venditore di spazi” (Pino Tripodi).

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Questioni sulla complessità del panorama editoriale contemporaneo a parte (molti gli interventi recenti in merito, mi permetto di suggerirvi ad esempio la lettura degli ultimi post di Chiara Beretta Mazzotta, qui) lasciamo parlare i numeri e le case editrici:
  • 124* i marchi editoriali che si sono presentati a #bookpride
  • più di 60 gli incontri durante la tre giorni (anzi, due e mezzo) di kermesse*
  • circa 20.000 gli ingressi con una media di acquisto di un volume a persona*
Punti di forza dell’evento, come sottolineato dal pubblico e dagli organizzatori stessi, la possibilità di un confronto diretto con gli editori, quasi tutti presenti in prima persona, e la comodità di reperire titoli non sempre disponibili all’interno delle librerie di catena, nonché la caratura degli ospiti che si sono avvicendati “nei vari dibattiti, atelier professionali, presentazioni che hanno accompagnato la Fiera e che per la maggior parte hanno registrato il tutto esaurito”*.

“Siamo molto soddisfatti sia per la partecipazione davvero calorosa del pubblico che per i dati di vendita (…) Esperienza da ripetere”

Mi raccontano via Twitter i gentilissimi ObarraO Edizioni che per quanto riguarda i dati di vendita si sono assestati, in soli due giorni, su numeri non molto distanti da quelli raggiunti in altre manifestazioni quale ad esempio Più libri Più liberi.

Entusiasmo anche dall’ufficio stampa di SUR:
“La risposta in termini di vendita è stata molto buona, così come l’affluenza, tanti lettori forti e affezionati sono venuti a fare scorte di novità e diversi curiosi  ci hanno conosciuto a BookPride. I più venduti della fiera: <> di Julio Cortázar, <> di Roberto Arlt e <> di Alan Pauls”
Commenti dello stesso tenore da Ensemble e DelVecchio. E ne attendo ancora altri che sarà mia cura inserire qui in aggiornamento.

Dal punto di vista dell’affluenza, è innegabile che #Bookpride abbia raccolto un pubblico colto e consapevole – e per altro anche di giovane età.

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Sicuramente tanto ha fatto – è vero – l’animo milanese, che di suo solitamente affronta le offerte culturali proposte dalla città, a partire da quelle per l’infanzia, con spirito di iniziativa e curiosità intellettuale (specie se, come diceva Charlie Brown, sono gite che si concludono prima di mezzogiorno) ma il merito va indiscutibilmente alle caratteristiche uniche di un evento così particolare

Pomeriggio milanese
(come diceva quello là, che ogni tanto il cielo
di Milano è così bello, quando è bello)

    La misura, prima di tutto. L’ambiente contenuto e sobrio, ad esempio, ha molto limitato l’effetto di sovrastimolazione multisensoriale che purtroppo sta invece diventando tipico di certe altre manifestazioni dello stesso settore. Una location, quella dei Frigoriferi Milanesi, che per la validità dell’agenda e per l’accessibilità è da diverso tempo una delle mete preferite dal milanese interessato a proposte culturali particolari e appunto a misura.


    La qualità. Se l’industria editoriale ha la necessità di ritrovare se stessa e i lettori persi lungo la strada, nessun dubbio di come questo sia il sentiero da percorrere. Offrire al consumatore, prima dei prodotti stessi il cui acquisto verrà poi di conseguenza, un ambiente sereno e a misura di lettore (anche nella gratuità dell’ingresso) in cui l’utente possa muoversi in completa autonomia (sì, basta mappe a lenzuolo e “voi siete qui”, vi prego, non stiamo partecipando a una puntata di Passaggio a Nord Ovest) finalmente libero dal pensiero di dover decidere
    da solo se uno stand sia meritevole di attenzione oppure no districandosi tra più o meno sedicenti “stampatori”, perché conscio di aver appena messo piede in un luogo di cultura all’interno del quale ogni attore (dall’editore all’organizzatore, dagli ospiti dei vari panels agli utenti) condivide il medesimo proponimento

    “un progetto di ampio respiro che unisce editori e operatori culturali indipendenti in una rete di cooperazione, alla ricerca di nuovi strumenti per promuovere la lettura e difendere il pluralismo culturale”*.

    *** 

    A questo post ne seguiranno altri, poi, dedicati nello specifico agli acquisti e alle chiacchiere con gli editori (foto incluse).

     * fonte: press release BookPride

    Grazie a tutti e buona lettura 🙂

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    #CittàDelLibro: #Milano capitale della cultura 2015

    Archiviata (per ora) la #SMWmilan, e archiviato pure il week-end, oggi mi premeva porre l’accento qui:


    Ossia la prima fiera dell’editoria “naturalmente indipendente” cioè autofinanziata “dal basso”, da chi vi partecipa. Questione non di poco conto, specie in questi tempi di (ehrm) mergers&acquisitions, che si accompagna poi ad altre declinazioni di questo progetto a salvaguardia della bibliodiversità quali la scelta dell’ingresso gratuito o la ricerca di Partners – privati e istituzionali – che siano di sicura indipendenza e che abbiano come core values l’attenzione per l’innovazione culturale. 
    Sul blog di ODEI , l’Osservatorio degli Editori Indipendenti – da cui la fiera è stata promossa, e direttamente sul website di #BookPride (Twitt to: @BookPrideMilanopotete trovare tutte le informazioni a riguardo nonché l’elenco delle Case Editrici che partecipano al progetto.

    #BookPride fa parte della più ampia iniziativa Milano: #CittàDelLibro (annunciata durante la BCM14) di cui #ioleggoperché (qui il website) è il primo evento. 
    A firma Severino Colombo anche l’approfondimento dedicato, che potete trovare su ll’ultimo numero della @La_Lettura.

    Se avete piacere, seguite ADC: segnalerò di volta in volta gli eventi in programma e condividerò su blog, Twitter, Google+ e Storify quelli a cui avrò modo di partecipare.
    >> qui a  lato trovate un calendar in cui sono indicati gli eventi #CittàDelLibro (sempre in aggiornamento)

    Buona lettura 🙂

    #StayOpen: di sabati, tram, bambini e libri

    Ora. Di cose belle da fare, il sabato, ce ne sono parecchie. 
    Una di queste cose belle è prendere il tram e farsi un giro da Open Milano. In realtà avevo già visitato Open qualche tempo fa per sperimentare gli spazi di lavoro in condivisione e cimentarmi con le possibilità di networking che offre questa vasta area multifunzionale; questa volta invece ho scelto di dedicarmi non tanto a un progetto precostituito quanto a un‘esperienza un po’ più istintiva, di fruizione non-mediata e casuale. Che dire, credo abbia funzionato.

    Editore del mese: Del Vecchio.
    Sempre un piacere ritrovare Formelunghe  e Formebrevi 
    Oh! C’erano anche gli amici di Sur e 66thandSnd
    Celacanto, la collana Laterza di libri per ragazzi.
    “Il bambino che inventò lo zero”, scritto dal medievalista Amedeo Feniello,
    è un racconto delicato
    di crescita e scoperte; illustrazioni di grande fascino
    a opera di G. Folì (e ce lo siamo comperato, ovviamente)

    Buona lettura 🙂

    #SMWmilan, appunti sparsi

    Leitmotiv di questa edizione, almeno come mi è parso dai panel che ho avuto la possibilità di seguire, ricchi di protagonisti di caratura internazionale (e quasi sempre di formazione made in Italy, va sottolineato) la qualità della presenza in rete
    Dopo la grande abbuffata degli anni precedenti, in cui l’importante era unicamente esserci – ed esserci ovunque (Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram, Google+ ecc), già da qualche tempo è ormai evidente una certa controtendenza che punta alla qualità della presenza on line più che alla quantità dei Social utilizzati. Presenza che si cerca ora di (ri)definire attraverso alcuni parametri sicuramente non nuovi ma che appena un paio di anni fa non erano dati poi così per scontati – e in qualche caso vengono ancora ignorati a priori.

    Prima di tutto occorre ripensare – anche con una certa urgenza – al significato che vogliamo dare alla nostra esposizione on line, sia essa personale e/o aziendale. 
    In proposito ho particolarmente apprezzato per qualità ed efficacia di espressione la sintesi di Francesca Parviero, Social HR & Personal Branding Strategist e PM di @SheFactorITdurante il panel dedicato al #PersonalBranding declinato al femminile. 

    Al minuto 53eSegg. dello streaming (disponibile sul sito #SMWmilan) potete ascoltare l’intervento di FParviero e l’approfondimento del concetto da lei definito appunto “della persuasione etica”siamo entità uniche, e la nostra parte virtuale (termine che sarebbe da abolire, dice Parviero) non è nient’altro se non: 

    la nostra dimensione, MA on line: nulla di artefatto ma qualcosa di assolutamente coerente con quello che vogliamo che gli altri sappiano di noi“.  

    Puoi fare quello che vuoi on line – continua Parviero – sbandierare in pieno selfmarketing egoriferito quello di cui sei capace e quello che potresti fare per gli altri ma alla fine se non è così… ci si mette oramai davvero un paio di click a capirlo”

    Intervento a cui poi fanno seguito le riflessioni degli altri partecipanti tra cui Paola Giorgi che pone l’accento sull’importanza della naturalezza e della veridicità della nostra esposizione personale on line:


    Tema cardine questo, perché così a occhio sembra percorrere trasversalmente gran parte della #SMWmilan; del medesimo concetto si è parlato molto anche all’interno di un altro panel, quello dedicato al #changemgmt, a proposito del valore delle informazioni da presentare on line che devono essere sempre certificate (e verificabili). Argomento a cui si riferisce anche l’Associate Professor SDA Bocconi Enzo Baglieri in uno dei suoi interventi:


    In realtà di questo fatto della titolarità, sia in relazione agli account corporate sia riguardo alla nostra personale presenza sul web specie nel mondo professionale, si era iniziato a parlarne già lunedì durante l’evento “Lavorare connessi, connessi per lavorare“, analizzando il “fenomeno LinkedIn”. In breve, tutti là sopra ci siamo ma non tutti lo sfruttiamo al meglio sia perché non sappiamo utilizzarlo bene (gestione delle relazioni e dei gruppi ecc. come ha spiegato Andrea Attanà) sia perché, inutile nascondersi dietro a un dito, la tentazione che ci spinge verso certi tipi verità creative è dietro l’angolo.

    “Il vostro profilo LinkedIn diventa la vostra seconda dimensione: una cura a questo livello è imprescindibile non per chi vuole lavorare nel digitale, ma per chi vuole lavorare e basta. (…) Spingere sui contenuti… e controllare l’ortografia” 

    Naturalmente l’utilizzo dei social per la propria carriera professionale porta con sé l’importante riflessione sull’utilizzo del tempo a nostra disposizione perché la gestione e il monitoraggio costante dei nostri profili on line sono ormai (volenti o nolenti, aggiungo) azioni imprescindibili dalla nostra quotidianità, da considerare parte integrante del nostro sviluppo professionale. E in proposito ho avuto l’occasione di scambiare qualche breve Twitt – che ha poi destato l’interesse di alcuni dei miei contatti Twitter, specie donne&mamme – con Barbara Sgarzi (la ringrazio per l’attenzione che ha as usual nei confronti dei suoi followers):


    //platform.twitter.com/widgets.js A latere si rifletteva poi riguardo la cura che si deve possedere nella gestione delle nostre fonti, sia come autori delle stesse sia come fruitori (per la serie: bada un po’ di più a chi segui) e di questo si è parlato ad esempio durante l’incontro dedicato a “Wikipedia & Business“:

    //platform.twitter.com/widgets.jsa cui si collega anche, come è facile intuire, il tema della #digitalreputation (a livello personale – e a tal proposito vi suggerisco gli interventi di Matteo Flora e Alessio Jacona) e #brandreputation (corporate):


    Discorso a parte poi per quanto riguarda le aziende, che – come mi pare (onestamente) di aver compreso – a parte alcuni abili esempi di realtà illuminate, anche italiane, sono ancora lontane dall’applicare in massa i concetti base che porteranno alla definizione di un nuovo approccio alla professionalità (ovviamente bidirezionale): l’homeworking, il lavoro flessibile, l’utilizzo del digitale e soprattutto la capacità di gestire secondo nuovi canoni le competenze che già in azienda esistono, coinvolgendo il dipendente all’interno di un circuito virtuoso di idee e sviluppo aziendale e personale:

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    E qui c’è ancora molto su cui lavorare. 

    ***
    La #SMWmilan non è ancora conclusa: ben vengano tutte le vostre segnalazioni, commenti, note riguardo i temi di cui sopra. Potete farlo rispondendo a questo post, o via Twitter, oppure con l’email
    Grazie a tutti.

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    Del perché nessuno stronca i libri brutti – riflessione di Giovanni Turi

    Nei giorni scorsi si è aperto un dibattito interessante a seguito del post di Giovanni Turi (@Vitadaeditor) “Perché nessuno stronca i libri brutti?”. Un quesito importante, che porta con sé molteplici riflessioni come ben documentato nella pagina di Nazione Indiana che l’ha subito ripreso (qui anche il link alla pagina Facebook dell’autore).


    A proposito dei “blogger”, ecco quanto scrive GTuri:

    “Insomma, sulla presunta critica ufficiale non si può fare affidamento e sui blogger, allora? Ancor meno. Tralasciamo coloro i cui “articoli” sarebbero imbarazzanti anche su un giornalino scolastico e concentriamoci sui recensori più o meno in grado di stabilire il valore di un’opera (al di là di quelli che possono essere i propri gusti) e di argomentare a riguardo con proposizioni di senso compiuto. Ebbene, anche costoro difficilmente stroncano un libro pur se pessimo o mediocre, tendono ad accentuarne gli aspetti originali e interessanti piuttosto che le debolezze, al massimo si astengono dallo scriverne. Tutto ciò per diverse ragioni:

    1. In molti casi, anche loro hanno un qualche rapporto con un editore (o ambiscono ad averlo)
    2. Se hanno richiesto alla casa editrice un’opera (o meglio ancora gli è stata spedita per iniziativa dell’ufficio stampa) e poi la denigrano, quando lo stesso marchio pubblicherà un volume di loro interesse gli toccherà comprarlo e, si sa, in tempo di crisi… 
    3. Qualsiasi blogger ha tra i suoi obbiettivi primari quello di raggiungere un numero di lettori sempre più ampio e la maggior parte delle visite ai siti internet arriva tramite i social network: a condividere una stroncatura sarà presumibilmente soltanto lui (anche i sodali e coloro che ne apprezzano il giudizio al più si limiteranno a un like); una recensione positiva verrà invece per lo meno linkata anche sui profili social della casa editrice, che contano migliaia di followers, e – se in vita e al passo coi tempi – anche dall’autore del volume in oggetto e di conseguenza dai suoi fans
    4. Tutti gli scrittori hanno le proprie conventicole, pronte a screditare-bannare-spammare chiunque osi mettere in discussione il valore assoluto della produzione del loro protetto e la realtà virtuale permette tempi e modi di reazione punitivi e immediati” 

    Avevo piacere a riportare su ADC anche il mio maldestro intervento, che fa seguito a quello, ben più felice, di altri. Non che io ami l’autocitazione: è che mi preme ancora una volta sottolineare le linee guida che animano questo spazio web (le trovate comunque qui – e se ne era parlato anche qui) e ringrazio Giovanni Turi per l’opportunità che mi ha offerto.
    “In molti casi, anche loro (ndr: i bloggers) hanno un qualche rapporto con un editore (o ambiscono ad averlo)” 

    Risposta: Punto uno: uhm no, non sono uno di quei casi. (Punto due, il tra parentesi: Mah, Ni. Che tipo di “rapporto professionale” con l’editore? Non è che “ambisco” a tutto e pure indiscriminatamente, arrivata ad una certa età anagrafica e professionale, e in merito tengo fede a un mio preciso codice deontologico)

    “Se hanno richiesto alla casa editrice un’opera (o meglio ancora gli è stata spedita per iniziativa dell’ufficio stampa) e poi la denigrano, quando lo stesso marchio pubblicherà un volume di loro interesse gli toccherà comprarlo e, si sa, in tempo di crisi…” 

    Risposta: mai chiesto nulla a nessuno. E’ capitato che agli albori del blog mi mandassero qualcosa (ADC è nato alla fine del 2009). Ci ho provato un paio di volte, ho scoperto che non faceva per me. Ho smesso. Quello che mi interessa lo compero o lo prendo a prestito in biblioteca. Mai domandato “pass stampa” per alcuna kermesse letteraria e gli ingressi a tutto ciò a cui voglio assistere me li pago da sola. 

    “Qualsiasi blogger ha tra i suoi obbiettivi primari quello di raggiungere un numero di lettori sempre più ampio e la maggior parte delle visite ai siti internet arriva tramite i social network (…)” 

    Risposta: Ni. Mi fa piacere sapere che tante persone seguono il mio account ma non sto lì a conteggiare i followers. Se qualcuno mi segue, spero sia perché trova interessante quello che dico. Non arriverò mai a cifre esagerate? Pazienza: continuerò a dare il meglio per i fedelissimi e continuerò a imparare, per migliorarmi. (E poi non sono così convinta che se scrivessi qualcosa di negativo – ben fatto – avrei per forza e sempre pochi “like”… ) 

    “Tutti gli scrittori hanno le proprie conventicole, pronte a screditare-bannare-spammare (…)” 

    Risposta: se lo dice Lei, ci credo. E me ne farò una ragione.

    Ma la verità è solo una, piccola, banale e priva di qualsiasi dietrologia: siccome il mio blog è nato per diletto, e deve rimanere tale, allora credo sia più produttivo per me e per le persone che mi seguono occuparsi, in quel poco tempo libero consentito dalla vita adulta, delle cose che piacciono o che sono piaciute piuttosto che spendere energie a rimuginare su quel che di scarsamente interessante c’è attorno a noi. 

    Se devo pensare al blog letterario come a un incubatore di cultura, preferisco alimentare il senso critico dei “miei lettori” attraverso un processo di rinforzo positivo. Poi ognuno svilupperà il proprio senso critico e si farà la propria idea. A me nessuno ha mai imposto il diktat della non-lettura e comunque, da diversi anni ormai, non mi capita più di comperare libri brutti. Se per caso, cominciandone uno, mi rendo conto dell’errore, sa cosa faccio? Esercito uno dei diritti fondamentali del lettore: lo chiudo e non lo apro più (sempre per la solita questione: la vita è una, perdere tempo dietro a certe questioni è sostanzialmente improduttivo, e pure di una noia mortale, a volte)


    A tal proposito mi permetto di sottolineare il post di UnaLettrice che spiega bene, da addetta ai lavori qual è, il meccanismo di selezione nella scelta dell’opera da proporre sul blog (citando anche, tra le varie motivazioni, le impressionanti cifre relative all’editoria italiana – leggere per credere).


    Nota a margine, chi frequenta ADC sa che di vere e proprie recensioni, sul blog, ce ne sono poche. Si tratta più che altro di schede di lettura, come scritto tempo fa. Le opere consigliate sono meritevoli di essere lette – chiaro, a personalissimo giudizio – ma non è detto che siano “libri belli” tout court , e spesso i difetti non sono taciuti (si veda il post su “Il Cardellino” di Donna Tartt, per esempio, solo per citarne uno tra gli ultimi pubblicati).


    Grazie ancora per l’attenzione.