"Il passaggio", di Justin Cronin

More about Il passaggio Non c’è storia, il vampiro, quello vero, non è glamour.

E’ una creatura mostruosa, bestiale, venuta dal passato, dalle origini incerte e oscure, figlia di un tempo remoto e dimenticato, fatta di artigli, ali e zanne. Come Eli, vivi di vestiti sdruciti racchiusi in scatole di cartone ammuffito, anche se sei ricco sfondato del tuo denaro non sai che fartene, non guidi macchine di lusso, la luce del sole ti carbonizza, bruciandoti le carni dall’interno, come neanche le fiamme dell’inferno da cui provieni, e di pensieri, che ti girano per la testa, ne hai solo uno, costante, malato come una febbre. Oppure – opzione due, qui verificata – sei un abominio della natura (che la dura legge di Darwin avrebbe coscientemente relegato nei recessi ombrosi della foresta pluviale) piegato al volere dell’uomo, un Frankenstein postmoderno nato dalla mente malata dell’Uomo-Dio in pieno delirio autodistruttivo. Un essere a metà strada tra l’umano e il bestiale, vittima di un istinto primordiale contro cui il raziocinio può nulla. 


Echi di letture e generi passati, non stupitevi del dejavù di cose già viste e già sentite, ché se cerchiamo la novità a tutti i costi, passiamo 800 pagine a spulciar tematiche e sintassi senza cavare un ragno dal buco. Sì, parliamo di The Walking Dead e di MadMax, ma anche, ovviamente, di Stephen King (“L’ombra dello scorpione”), Richard Matheson (“Io sono leggenda”), Cormac McCarthy (“La strada”), e anche, se pensiamo non solo al thriller o alla novella post-apocalittica ma anche alla science fiction, a Michael Crichton o al cinematografico e discussissimo Frank Shatzing. E tanti altri. Non stupitevi, dicevamo, ma stupitevi lo stesso, visto che in questo caso non si parla soltanto di mera collocazione di un testo all’interno di un genere letterario ben definito, ma, al contrario, della ri-contestualizzazione del genere stesso attraverso un testo che, paradossalmente, pur rimanendo con i piedi ben piantati nel solco della tradizione, di novità ne apporta parecchie. 


Le tematiche sono diverse, e tutte interessanti, riferibili alla particolare sensibilità Americana per il contesto regionale (crisi economica, recupero del valore del nucleo familiare, ruolo civico della società e della comunità per l’educazione della gioventù) e globale (lotta al terrorismo, guerra preventiva, politica internazionale, educazione al rispetto e alla salvaguardia dell’ambiente), nell’esemplificare una condizione umana che, secondo l’autore, nonostante le difficoltà – o verrebbe da dire, grazie ad esse – non si fa chiusura e alienazione in sé, ma, all’opposto, confronto, collaborazione, condivisione. Tutto all’opposto di quella che potremmo chiamare “esperienza vampiresca”, che amplifica e distorce fino allo stremo la solitudine straniante dell’essere umano, che non è più tale, diventando altro da se stesso, perché sradicato dagli affetti e dal proprio tempo all’interno del mondo. 


Tant’è che nell’immaginario di Cronin il vampiro, che per altro si raduna in gruppo per la caccia e il “riposo” (se così lo vogliamo chiamare), nei momenti estremi, all’arrivo della morte, tende a ritrovare i luoghi di “casa”, ove casa rappresenta tutto ciò che il vampiro-uomo era stato prima della trasformazione: luoghi, affetti, persone care. Non c’è nulla di interessante nell’essere un mostro succhiasangue e nemmeno i superpoteri acquisiti con l’inoculazione del virus sono cool. I protagonisti del romanzo sono, specialmente per quanto riguarda la seconda parte, esseri umani senza doti di singolare interesse. Con dei talenti, certo, ma nulla di particolamente straordinario. Agiscono in base all’istinto di sopravvivenza, spesso confrontandosi con la necessità di decisioni cruciali che poco hanno a che fare con la razionalità propria di menti superiori, ma che molto hanno a che spartire con la sfera del sentimento e della fratellanza (References: here & here).


Interessante riflettere sul ruolo della gioventù e in particolar modo su quello affidato ai bambini: al di là di ogni strumentalizzazione sentimentale, l’autore si riappropria – e spinge il lettore a fare altrettanto – di una particolare dimensione domestica e intima della famiglia e della procreazione: i bambini sono accuditi, nutriti e cresciuti non solo dalla singola famiglia biologica, ma, per certi versi, da tutta la comunità (comunità che non acquista, a differenza della nostra amata Famiglia Cullen, come alcuni hanno fatto giustamente notare, gli attributi tipici di una congregazione religiosa di stampo settario); divenuti adulti in età precoce – meglio, a un’età che sarebbe pure anche corretta, ma in cui oggi, nella realtà del mondo, il massimo che si possa fare è trovar come passare il tempo tra highschool e “prom”, i ragazzi passano attraverso un rituale di dolorosa iniziazione (la rivelazione del mondo da parte dell’istitutrice del nido) e prendono così il posto dei genitori, che spesso, vittime del nemico o di una malattia incurabile (a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie), lasciano il mondo nel fiore dell’età matura. Da qui, l’importanza che tornano a rivestire gli educatori e soprattutto gli anziani “sopravvissuti”, depositari di una saggezza antica e perduta (mai come in questo caso, esemplificata nel ricordo e nella conservazione del mondo che non c’è più), che, nel rispetto e nella venerazione di tutta la comunità, “ri-assumono” in sé il ruolo di saggi, vati, e profeti.


Nota a margine: diversi commentatori (i.e. qui) sottolineano la sostanziale inversione di rotta della seconda parte del volume, quella dedicata appunto all’analisi della comunità dei sopravvissuti, dichiarandola in parte non necessaria, prolissa nel linguaggio, nella descrizione delle situazioni e soprattutto nella presentazione dei personaggi. La necessità di uno sguardo di insieme ci impone di considerare la seconda parte del libro con un occhio di riguardo all’economia generale della storia: la struttura funziona proprio perché – al pari di quanto avviene per l’ultimo dei carcerati sottoposti agli esperimenti medici, di cui conosciamo le vicende pregresse – è funzionale alla creazione di personaggi concreti, definiti nella propria totalità e individualità. Esempio pratico, le “multiple love stories” intese come rapporti affettivi tra i personaggi in senso lato: non solo relazioni amorose (poche), ma anche, e soprattutto, nel senso parentale del termine, tra padri e figli biologici ma anche tra individui di età diverse che riescono ad intessere stabili e duraturi rapporti di affetto e stima reciproca (vedi Amy con Lacey e Brad).


Un aiuto consistente viene anche dall’adozione del punto di vista esterno, che come spesso accade diviene onniscente, grazie a due espedienti stilistici di fondamentale importanza: la trama per episodi, nutrita da consistenti flashback, e l’inserzione di tasselli di memoria postuma: stralci di email, diari, lettere, in un continuo in&out dalla linea temporale che l’autore ha scelto quale fil rouge della narrazione. Oltre che offrire al lettore vivide immagini della portata del “disatro” e delle sue conseguenze, questi escamotage sono utili, anzi fondamentali, per la costituzione di personaggi credibili e completi (qui).


Chiaramente stiamo parlando di un’opera che, già in sé, contiene le premesse per uno sviluppo futuro. I continui flashforwards, definiti al meglio dalla presenza delle date, proiettano il lettore verso una narrazione ancora a venire che, ci auguriamo, avrà il merito di proseguire sul sentiero tracciato dal primo volume: una solida base narrativa supportata da una prosa sciolta e, in alcuni tratti, incredibilmente evocativa.



Per documentarci:
The Independent
Material Witness, Fiction for the criminally inclined
California Literary Review
Io9(punto)com
Los Angeles Times
The Guardian | The Observerer
Vanity Fair 04042011

"Settanta acrilico trenta lana", di Viola Di Grado

More about Settanta acrilico trenta lana Abbiamo riflettuto parecchio, in redazione, su questa Viola Di Grado. Ce la siamo letta e poi riletta, e le abbiamo sperimentate un po’ tutte perché proprio non capivamo, al principio, come affrontarla.
Come ovvio abbiamo iniziato con una lettura silenziosa; poi però una strana urgenza di ascoltare il suono limpido delle parole ci ha sospinto verso una sillabazione a voce sommessa (ma chiaramente udibile da altri).
Da qui è venuta come naturale la lettura comunitaria, una sorta di reading pubblico tra scrivanie, giusto per mostrare ai colleghi che proprio totalmente pazzi non eravamo e che non era vero che da 48 ore stavamo parlando da soli, mangiandoci le unghie, chini su un libro sgualcito in copertina arancione.
Al principio, era di giorno; poi però, come ovvio, di sera e pure di notte. Sul tram e a casa, sdraiati sul letto. In cucina, alle 7 di sera, in piedi vicino al piano cottura, a far l’aerosol con i vapori del brodo di verdure.
Tutto normale.
Epperò, c’è che qualcosa funzionava, sì, cominciava a decollare. Ma qualcosa ancora no, un bruscolino leggero, movimento impercettibile, nevrastenico. Allora, spazientiti e irritati, quasi inconsapevolmente abbiamo provato a mescolare le carte.

Di giorno – ma con le serrande abbassate e l’abatjour del soggiorno accesa.
Di notte – sul balcone della cucina, con sigaretta, superalcolico e anti zanzare, anche se faceva così freddo che le zanzare erano morte tutte.
In gruppo – ma con un tono di voce così sommesso che il tipo della scrivania in fondo continuava a dire che non si sentiva niente e se continuavamo così allora era tutto inutile.
Da soli – ma a voce così alta che quelli nell’altra stanza irrompevano a suon di sshh con cipiglio da duri e occhio spiritato. (*)

E così, finalmente, qualcosa si è mosso.

Il libro fa fastidio; Camelia è irritante, depressa, borderline, maleducata, perversa e anche un tantino sciocca, suvvia. E poi abbiamo il sospetto che sia carente anche dal punto di vista dell’igiene personale.
Livia, la mamma di Camelia, fa impressione soltanto a immaginarla, smagrita, sporca, gli occhi fuori dalle orbite. Leeds pare un immondezzaio, una discarica a cielo aperto. Wen&brother, due psicopatici da antologia. Il fantasma del padre di Camelia, un giornalista talentuoso, adultero e svampito, che piuttosto di apparire borghese riempie la casa di polvere e buio e poi cade nel più banale dei cliché (borghesi) scopandosi la collega di turno, e non si capisce perché, vista la moglie che si ritrova.
Per di più. Queste persone parlano ma se parlano si capisce poco di quello che dicono. Se ti va male, non parlano neanche e ti devi affidare al corsivo di un penso-non-penso che ad andargli dietro ci perdi il sonno.

E’ questione che il disagio, per capirlo, ed evitare di giudicarlo (sia a livello intrinseco, immedesimazione e compatimento – nel senso latino del termine – sia estrinseco, a livello di analisi su forma, stile, grammatica e sintassi), te lo devi vivere nel tuo ruolo di lettore consapevole.
E te lo vivi scardinando le dinamiche di fruizione del libro: dall’interno dell’esperienza stessa della lettura, vedi sopra (*), e dall’esterno, ovverosia attraverso l’approccio al linguaggio.

Facile facile, sistemarsi lì, una bella copertina rigida rilegata, un divano, una tazza di tè speziato, abatjour e plaid – e l’idea di avere di fronte a sé ore e ore di lettura, immense, interminabili, e un testo di quelli in cui “succede qualcosa” e allo stesso tempo, “non succede niente” di non preventivato.
Peccato che la formula non avrebbe funzionato neanche a costringerla, perché non avrebbe eliminato quella percezione distorta che il lettore talvolta ha di se stesso, dell’essere spettatore, passivo e distaccato, dell’esperienza altrui; a favore, invece, non di una immedesimazione che, visto il caso particolare, sarebbe risultata quanto mai imperfetta e parziale, ma di un com-patimento (cum / patior = condivisione della sensazione) che avvicina ma non unisce, in una perfetta simmetria di linee parallele, ed elimina il giudizio.
Ed ecco la questione del pensiero in negativo che tanta parte ha preso sul web, del non ci è piaciuto perché è un libro “strano” che non si sa dove voglia andare a finire (Cielo, se è per quello, non è che abbia neppure un vero inizio, effettivamente, oltre che non avere una “vera fine”) e che è “difficile” da leggere.

L’idea è quella del remare contro, ma in completa leggerezza, sospinti, come aquiloni, dal vento freddo del Nord. E di nuovo, contro – e dentro e fuori dal testo.

Camelia è una rematrice furibonda, assomiglia a suo padre più di quanto essa stessa non voglia ammettere. Rema contro l’omologazione giovanile, rappresentata in questo contesto particolare dal mondo del Fashion e, come dire, dell’ Interior Design e del Finger Food; moda fatta a pezzi, vivisezionata brutalmente, violentata, stuprata, con l’ausilio degli strumenti più appuntiti in commercio: taglierini, forbici, punteruoli, aghi, ferri da calza, che tuttavia, accanto alla pars destruens, ne apportano un’altra, costruens, fatta di una tal bruttezza scintillante e assoluta da sembrare quasi (e qui LadyGaga docet) icona di stile (memorabile il vestito di lana grigia, utilizzato durante uno di quei mesi di Dicembre che assomigliano più a un Marzo inoltrato, con i sacchetti di plastica della spesa cuciti alla bell’e meglio in posizione gluteo); arredamento minimale, sciatto, trascurato; sporcizia, luridume, ombre, buio, muffa, scarti di cibo avanzato, incrostazioni su piatti abbandonati, fastfood decadenti.

Rema contro la precarietà del lavoro, fatta di contratti a termine (ebbene sì, anche nella prospera Inghilterra, vedi mai che l’Italia belpaese sia più vicina di quanto si pensa), offerte di impiego sgangherate e datori di lavoro assolutamente improbabili (eppur così reali).
Rema contro la televisione ad ogni costo, di fronte alla quale Livia si abbandona, apatica, indifferente ad ogni contenuto e ad ogni, eventuale, personalizzazione del mezzo; contro le major cinematografiche e le favole a lieto fine (il dvd sempre diverso che in un perverso gioco di specchi, nei momenti meno opportuni appare e scompare dentro e fuori la custodia del presunto film islandese più e più volte noleggiato).

E soprattutto, rema contro la parola decodificata, sempre simile a se stessa e per questo oramai scevra da ogni significato intrinseco, vittima di quella bulimia, tutta contemporanea, da social network e web addiction: linkedin, twitter, facebook, 4squares. Numero contatti, numero amicizie, numero libri letti, numero pagine visitate, numero caratteri digitati. Ad essa contrappone l’identità univoca dell’ideogramma, pura nella sua essenza, imprescindibile nella sua creazione grafica.

A fare da contrappeso alla presenza fisica dell’ideogramma, che a mano a mano che la storia procede, acquista evidenza sempre più formale e fisica (fino a farsi impronta di sangue sul corpo), c’è l’idea della totale, e incontrovertibile, interpretazione soggettiva della realtà, osservata e ricreata attraverso lo specchio deformante di quella che a poco a poco prende la forma della malattia mentale. Un Dicembre infinito, che si autogenera, riproduce e collassa su se stesso senza soluzione di continuità, in un tripudio di giorni, ore e minuti reali, immaginati e fasulli. Un silenzio di tempi, luoghi e parole che è linguaggio visivo – ma, a questo punto, ci chiediamo, fino a che punto reale, o soltanto immaginato.

Allo stesso modo, realtà dei fatti o parto di un’immaginazione distorta, il deserto polveroso della casa abbandonata, che tuttavia prende vita nei momenti schizofrenici di Camelia, euforia e ottimismo che preludono alla caduta ciclica nel vortice della depressione: da sotto le macerie riappaiono così un laptop, dei dvd – siamo sicuri che la ragazza noleggi sempre lo stesso? Perché mai, allora, ne trova all’interno sempre uno diverso? – musica, un telefono cellulare, volantini pubblicitari, giornali, la tv, la radio, un orologio appeso al muro; oppure la depressione di Livia, visto che poi, quasi senza che Camelia se ne renda conto, la donna ricomincia a vivere e a sperare, come se mai, dal mondo, si fosse realmente separata; o, ancora, il presunto voltafaccia di Wen, che più che un voltafaccia crudele e demoniaco sembra la richiesta di aiuto, timida ed educata, di un giovane uomo alle prese con qualche problema di troppo; e il ritardo mentale del fratello Jimmy, che, più che affetto da un concreto problema comportamentale, pare solo un giovanotto grande, grosso, ignorantello e pure un po’ opportunista, diciamocelo; e che dire del damerino Francis (ah, Parigi, la patria dell’Amore e della Felicità Coniugale…), BigJim pluripalestrato che incarna agli occhi di Camelia, guarda un po’ che caso, tutto ciò che il padre defunto non è mai stato, né da vivo, né da morto: WASP, bello, ricco, sorridente, integrato, depilato.
Tant’è che gli appigli razionali di Camelia sfuggono uno via l’altro, lenti e inesorabili, come acqua che gorgoglia e scivola nel buco dello scarico della vasca da bagno, paralleli al climax della storia: nelle ultime pagine una Camelia oramai totalmente dissociata da se stessa, con indosso un improbabile completo tailleur bianco della madre (le scarpe di due numeri in più), ricoperto di sangue (no, un momento, ma siamo proprio sicuri, che Camelia sia davvero vestita così? Perché Francis e Livia sembrano non accorgersi per nulla, di questa mise improbabile che però include – magicamente – il telefono cellulare nella tasca della giacca?), vaga per le vie di una città fantasma in cui tutti, pare, presi dal sacro fuoco dell’amore e della vita, non fanno altro che baciarsi, abbracciarsi, ridere e celebrare l’amore per l’umanità e la terra (e l’ombrello di Camelia, che dovrebbe ripararla dal vento di Dicembre – ma quale Dicembre, se il giorno prima aveva nuotato con Jimmy, in costume da bagno, fino alla grotta segreta; ma quale Dicembre, se le persone intorno a lei indossano con incredibile nonchalance bermuda e ciabattine primaverili – vola via… ma dove lo aveva preso, dicevamo, l’ombrello??).

Si parlava, in redazione, di identità autoriale massima. Ancor una volta ci riappropriamo di quello che è caratteristica fondamentale, e intrinseca, del nostro website: l’idea di una lettura consapevole.
Al di là della questione tutta opinabile, perché soggettiva, della trama e della scelta dell’argomento trattato, (la “recensione” vera e propria è questione che, come più volte ribadito, ci interessa di rado), ci preme sottolineare l’aspetto oggettivo, ovverossia, l’approccio alla lettura. La validità dello stile e, in senso lato, dell’utilizzo della lingua (che si fa anche metatesto e interpretazione, come specificato sopra) è incontrovertibile, e ancor più notevole perché nasce e vive in un mondo di esempi letterari, quale quello proprio di diversi testi contemporanei, soprattutto stranieri, più vicini alla sceneggiatura cinematografica che ad un vero e innovativo approfondimento sulla lingua.

E’ che a noi, filologi impenitenti, la lingua italiana piace. In tutte le sue sperimentazioni; e pensiamo che valga la pena di essere approfondita, sempre e comunque.

"Acciaio", di Silvia Avallone

More about Acciaio E’ difficile riflettere sulla Silvia Avallone. Primo, perché ne hanno parlato tutti. Sicché, è una di quelle cose che se la leggi, devi per forza averne opinione e se non e l’hai risulti pure antipatico.
Secondo, perché prima di decidere, in via definitiva, se ti è piaciuta o no, vorresti parlarci, con la Silvia, e domandarle un po’ di questioni che, altrimenti, rimarrebbero (e dunque rimarranno) insolute.

Sul Frecciarossa Milano-Torino, in occasione del Salone del Libro 2010, ci eravamo imbattuti, come già raccontato a proposito di “Durante”, in un paio di insiders; imbattuti è parola grossa, visto che praticamente tutta la carrozza era popolata da bibliofili di ogni genere e grado – avrebbe fatto scalpore se avessimo accennato all’incontro con qualche normal people – ma tant’è.
Comunque, mentre si discuteva del più e del meno, eccolalà, a venir fuori proprio la Silvia Avallone del Premio Strega. Anche qui, adagi contrastanti, tra i convinti sostenitori della delazione a tutti i costi (letteratura “moderna” alla Moccia, prodotto commerciale, egemonia del marketing) e quelli che invece ma no c’è del buono.
Un’ora e venti di viaggio e risultato pari a zero, un sonda e risonda sintassi e significati calibrando gli interventi, citando De Carlo et alii come si affrontasse una conferenza con tanto di powerpoint; roba che siamo arrivati a Torino Porta Nuova con un mal di testa che neanche l’ibuprofene.
Questo per sottolineare di come sia operazione praticamente impossibile, per alcuni testi, arrivare ad un punto di accordo; querelle deleteria, per altro, in alcuni casi – ché se si affronta la questione sul serio magari a una conclusione si arriva pure, rischiando però di perdere per strada il senso intrinseco, “particolare”, del testo.

Quindi, ci riappropriamo del “CONCEPT” del nostro website (come direbbe il padrù del pub qui sotto la redazione – ché se non c’è “concépp” [sì, con l’accento sulla “e”] le tue foto non te le mette in esposizione, puoi piangere e strapparti i capelli, a nulla vale), che ci rende così orgogliosi della nostra armata Brancaleone, e vi parliamo non di come dovreste porvi, nei confronti del libro, o di come ci siamo posti noi, ma di COME dovreste leggerlo, per trarne il meglio. Poi, a ognuno le proprie riflessioni, che, se volete, potremo condividere.
  • First of all, la lettura; hai voglia a dire che è un libro facile “che si inizia e finisce in treno”; anche sì, è vero, ma è perché non potresti fare altrimenti.
Spieghiamo. Lettura continua e veloce, perché altrimenti ci perdi il senso, dato dalla velocità dell’azione che è concentrata in pochi giorni, pochi momenti, pochi luoghi.
La questione teorica della “facilità di lettura” va contestualizzata prima di essere giudicata. Ci sono letture veloci determinate dallo stile, altre determinate dalla trama.
Qui siamo al punto B: se aspetti troppo a sapere cosa succede ad Anna&France, tempo due giorni e non ti ci raccapezzi più, come se entrassi al cinema a spettacolo già iniziato e poi uscissi dalla sala ogni tre per due perché ti squilla il cellulare.
Tant’è che in questo caso lo stile denso fa da contrappeso. Lettura veloce sì, ma accurata – e come sappiamo la lettura veloce e attenta è una bestiolina da trattar coi guanti di velluto – ché sennò ci perdi il prossimo bullet point.
  • Lo stile. E qui ci siamo, a questa sintassi complessa, scivolosa, da leggi e rileggi. Tutta colpa sua, se vogliamo andar veloci e non ci riusciamo. Perché l’aggettivazione onnipresente (e per altro – ci mancasse ancora qualcosa per rendere il tutto più complicato – ossimorica, a chiasmo, per non parlar di sinestesie), fa da freno all’azione e ci costringe a tornare indietro a ripescar immagini e suoni; i numerosi paragrafi descrittivi, poi, ci impongono ritmo del pensiero e fotografie accurate che occorre imprimersi bene nella memoria, se si vuole andare avanti con continuità.


    Parliamo di punto di vista interno multiplo, che, pur rischiando di livellare le questioni di personalità, ha il merito di donare una certa varietà di pensiero e interpretazione.
Questi due punti, approccio sintattico e stilistico e adozione del punto di vista, lavorano in sincronia e offrono al lettore un testo svincolato da immagini stereotipate da riduzione cinematografica e dai più tipici romanzi YAs in cui prevale la struttura a dialogo che molto ha a cui spartire con la sceneggiatura.

Detto questo, tutto ci può stare.
  • Piombino che non è Piombino, che è invenzione ma anche la parte per il tutto, sineddoche di concetto tra il luogo particolare, di fantasia, e la più vera provincia industriale italiana – prima domanda per l’autrice;
  • L’italiano medio dell’uso assurto a lingua del dialogo e del quotidiano; un qualcosa di tradotto, verrebbe da dire, “purificato” dall’italiano dialettale – attenzione – stiamo parlando non di dialetto puro, ma di italiano dialettale, ovverosia di varianza regionale (pare uguale e non lo è) – seconda domanda;
  • La realtà dell’esperienza giovanile, che sembra tanto paradossale e stereotipata da sembrar quasi inventata (indifferenza verso la politica e la società; la droga, il lavoro infame, la serata in discoteca tra sballo e sesso facile; gravidanze a 18 anni, padri che malmenano le figlie, il ruolo della donna) – terza domanda.
Noi ci focalizziamo su Anna&France, queste due creature limpide e preziose, gambe lunghe e ginocchia aguzze; finalmente due anime come tante, pescate a caso in quel mare nostrum popolato da tante giovani adolescenti che, per chissà quali meriti, spesso non propri, si trovano a vivere vite da sogno, esperienze sovrannaturali tra magia, licantropi, vampiri e fenomeni post-mortem, di dubbia origine e qualità. Anna&France non sono nessuno – e non si aspettano niente da nessuno. Nulla le salverà, né il vampiro buono, né un angelo arrivato dal cielo. Alessio, il fratello di Anna, non tornerà dalla morte. E neppure tornerà dal mondo di silenzio e buio la mamma di France, alienata dagli psicofarmaci. Anna&France, la loro vita, dovranno viversela tutta di colpo, da sole, per strada, senza il facile escamotage della vita ultraterrena o del “deux ex machina” del fenomeno paranormale. Chapeau, ci vien  da commentare.

"David Golder", di Irene Némirovsky

More about David Golder E’ inutile. Da qualsiasi parte lo guardi, David Golder ti provoca sempre un senso di fastidio.

Il fatto è che non è solo fastidio, è proprio irritazione; e, francamente, della peggiore specie; via, altro che politically correct, evitiamo le balle e diciamoci la verità. Cioè, delle volte sei proprio lì lì per mollarlo, eh, al suo marcio destino, David Golder – ché tanto, lui, alla fine, ci arriva lo stesso e vuole per altro arrivarci da solo, quindi, tanto vale.
E un po’ ti incavoli anche con l’Irene, che con la consueta leggiadria e strizzatina d’occhio (ma che è, ci è o ci fa? – e il dubbio ti viene pure) ti mette lì sul piatto un personaggio di tal fatta a) di cui non te ne può fregare di meno perché cosa c’entriamo noi con un tipo del genere b) così fastidioso che se non riesce ad ammazzarsi da solo, quasi quasi avresti voglia pure di dargli una mano.
Ora. Questo tipo è vecchio. Brutto, tarchiato, segnato nel corpo da decenni di fatiche e stenti: denti marci, capelli un po’ di qui un po’ di là, rughe sparse; forse ha pure un po’ di gobba, così ce lo immaginiamo, tanto per quel che vale. Fuma sigari che immaginiamo puzzolentissimi, avrà, Gesù, un alito da spavento e quell’odorino acre e penetrante di chi si lava poco (visti i tempi…).
Per altro, è sì ricco sfondato, ma è talmente messo male che forse se lo trovassi in giro gli allungheresti pure qualcosa, per lo spavento. Palandrane scure, lise dagli anni, un portafogli di cuoio le cui due parti manca poco che rimangano insieme solo perché legate tra loro con un pezzo di spago; sguardo cieco piegato su candele morenti e libri mastri e carte indecifrabili, fino a notte fonda, nel freddo di una stanza mal riscaldata.
Per altro, la prima impressione non è certo fugata da quel che vien dopo.
Questo Golder pare un farabutto di prima categoria, uno che non esita, in nome di che cosa non si capisce, ad approfittare delle (evidenti) difficoltà, personali d professionali, del socio (ventennale) a cui non le manda sicuramente a dire. E siccome non c’è limite al peggio, quello, vittima della depressione, della sfavorevole congiuntura economica e della terribile conversazione notturna avuta con il sopracitato Golder, che – da gran signore – non gliene ha abbonata neanche una, tornato a casa pensa bene di ammazzarsi buttando all’aria famiglia e affari.
Ora, ricapitoliamo: brutto, vecchio, sporco, e pure una gran carogna, chè al funerale del socio (suicidio di cui si potrebbe definire il mandante) non fa altro che lamentarsi delle condizioni meteo maledicendo “la gran cavolata” – come definisce, twitterando, la bella idea del socio – che gli sta facendo perdere ore preziose, anzi preziosissime, per gli affari e le contrattazioni. 
L’immagine edificante è completata da due vecchietti bavosi al pari suo che, chiusi nelle palandrane nere, non fanno che maledire funerale e pioggia e caro estinto il di cui ultimo scherzetto (postumo) – interpretazione delle più fantasiose – sarebbe la polmonite fulminante a cui avrebbe esposto i “cari” amici accorsi al sepolcro.
A questo punto non si salverebbe niente. Date le premesse, dicevamo.
Senonché, proprio, a smettere di leggere non ce la fai. E’ questione che ma sì, ancora un paragrafo, giusto per concludere. Sicché poi vai avanti ancora per una decina di capoversi e poi pensi che, data l’entrata in scena della Sig.ra Golder (toh, si capisce, poi, perché volevano trarne una trasposizione teatrale e pure cinematografica), allora è lecito continuare ancora per qualche altra pagina così da terminare il capitolo.
E’ che poi quando meno te lo aspetti arriva Joyce e il danno è fatto, non si torna più indietro. Così la rabbia monta e stai sempre peggio perché ti accorgi che l’Irene, ancora una volta, ha fatto il suo gioco e tu hai un bel dire, ad accampar scuse, sì il lettore protagonista, sì la scelta consapevole, sì la fruizione meditata del testo. La questione è che ancora una volta quella lì ti ha preso e rigirato come un calzino e tu non te ne sei neanche reso conto. O meglio, te ne sei accorto troppo tardi.
C’era quella storia in Harry Potter, quella dello specchio dimenticato. Quello specchio che ti faceva vedere, alla fine, quello che TU volevi vedere, e niente altro. O forse quello che NON avresti mai voluto vedere. Ecco perché David Golder ci sta proprio sull’anima, e però non possiamo fare a meno di seguirlo per vedere dove va a finire. Attrazione e repulsione.
David Golder non è interessato al denaro. Ne possiede? Probabile. Però lo prende e lo reinveste, buttandosi a capofitto in imprese disperate. Lo perde al gioco, turbinio di fiches impegnate, gettate via, riprese, rivendute, senza sosta, fino all’alba. Si circonda, per volere della moglie, di arrendamenti lussuosi, appartamenti e ville di cui non si cura e che non gli sono di nessun conforto né materiale né morale. Corre da un capo all’altro del mondo alla ricerca dell’affare perfetto; affare perfetto che non troverà mai, perché l’importante non è il fine, ma la corsa, che David Golder ha il terrore di abbandonare. Una malattia, l’infermità, finanche la morte, ecco l’uomo nero che attanaglia i disturbati sonni notturni di David Golder.
E non solo i suoi, a dire la verità, ma pure i nostri.
Noi, quelli che di fronte a quella terribile agonia di lacrime e solitudine non possiamo fare altro se non rabbrividire di orrore e raccapriccio, trascinati e persi (ah, il lettore consapevole, padrone di sé? Come no) nel profondo di una Russia atavica, crepuscolare e così definita, precisa, nei suoi rimandi letterari di Tolstojana memoria.
La miseria, da cui la moglie Gloria, vissuta la gioventù negli stenti e nelle privazioni, ora rifugge come la peste. La vecchiaia, la bruttezza, l’anonimato (anche sessuale – ovverosia l’essere non-desiderabile) per la figlia Joyce.
E’ questo, quello che la famiglia Golder scopre nel fondo dello specchio, osservandosi attentamente. E non si può dire che l’Irene qui non ne abbia per tutti noi. (vedi punto a sopra – che ci azzecco io con David Golder).
Come è per Gloria, nata e cresciuta nella miseria e nella fame, che antepone – interesse di vitale importanza – la creazione e la conservazione dello status symbol familiare (Mulino Bianco docet) a qualsivoglia forma di affetto sia filiale, sia coniugale, così è per Joyce che, abbandonata ogni peculiarità propria, intima, non diviene altro – spersonalizzandosi – se non una delle tante ragazzine, in tutto e per tutto identiche, di quelle che popolano le spiaggie più chic di Biarritz, alla ricerca di emozioni forti, uomini prestanti e avventure mozzafiato. Il terrore di tutte le anti-Bella Swan: la spersonalizzazione. Ma anche, al rovescio, lo spauracchio di tutte le cheerleaders del mondo: la pardita della popolarità e la discesa verso gli inferi dell’anonimato.
E poco importa che David Golder sia ebreo. “Casualmente”, è pure ebreo (e da qui tutta la querelle sul presunto antisemitismo del libro). Ma poco ci prende, giacché l’Irene quello aveva a disposizione, e mica altro, e quindi, di necessità virtù. Che alla fine, non è che Golder per altro sia così “ebreo” – se la vogliamo proprio vedere da questo punto di vista. 
Anzi, forse è così messo male proprio perché in qualche modo vi ha rinunciato, all’ebraismo – o a qualsivoglia – che nome vogliamo dare, qui, alla questione – credo religioso, fede nell’Umanità? E sempre qui ritorniamo.

"L’affare Kurilov", di Irene Némirovsky

More about L'affare Kurilov Quasi una sorta di “testamento etico”, che l’Irene consegna nelle mani del marito Michael, cui l’opera (datata 1933) è dedicata. Racconto cupo e pieno di spavento, a far da padrona la grande Russia degli zar al culmine della decadenza e tutto un contrappunto di ossimori a evidenziare di come, nella vita di ogni giorno come nelle questioni di Storia, la demarcazione tra etica e politica; morale, giustizia e dovere; affetto filiale e devozione verso la propria famiglia di adozione (sia essa il “partito” o lo Zar) sia – quasi sempre – tutt’altro che netta.

E così, ecco le stragi degli studenti in piazza acquistare una fisionomia più completa, trasformandosi da mattanze prive di qualsivoglia significato agli occhi stupefatti del popolo ignaro, in genocidi tremendi dettati da un senso del dovere distorto dall’abominio del servilismo, perpetrati da vecchi oligarchi malati, abbandonati al proprio destino, terrorizzati a loro volta dagli ordini secchi e perentori impartiti da sovrani ormai avulsi da ogni contesto politico e sociale.
Lo sguardo di ghiaccio del Ministro, che il popolo soggiogato dovrebbe considerare quale prova evidente di un potere saldo e incrollabile, si distorce, nel privato di una stanza buia ricolma di Madonne (quasi ad invocare un inutile postumo perdono), nel grido muto di un delirio tremebondo fatto di incubi, febbri e terrori.
Il corpo massiccio, pesante, stretto nelle divise di tessuto pregiato arricchite dall’oro e dalle pietre preziose, una volta liberato dei vestiti rivela ciò che la stoffa nasconde: carni deboli, sfatte e morenti di un uomo già condannato dal decorso inesorabile di una malattia che non risparmia né ricchi né poveri.
La vita scintillante della corte, tanto agognata dai poveri sudditi, è smembrata dall’interno in tutte le sue viscere fatte di favoritismi, invidie, malignità, ritorsioni, vendette, e pare che a nulla valgano – o meglio, pare che non siano di nessun conforto – le fini porcellane francesi, la mobilia raffinatissima, le dimore di campagna, i gioielli, la musica e le danze.
Contrasti stridenti, si diceva, ma anche evidenti parallelismi. Il destino segnato del giovane Léon, che “appartiene al partito per nascita”, alla pari di quello della giovane Irina, costretta suo malgrado ad un matrimonio di convenienza.
E poi, la malattia: i fiotti di sangue della tubercolosi che affligge Léon e la misteriosa tumefazione negli intestini di Kurilov: entrambe divorano i corpi dall’interno, mangiandoli con sfiancante lentezza in un alternarsi insostenibile di remissioni e recrudescenze.

Ancora: la cultura, lo studio, le lingue, su un piano diverso e parallelo che abbraccia non solo vicende personali e storia patria, ma anche il costume e la società.
Alla corte degli zar e nei palazzi del potere si parla non soltanto il russo più adeguato, ma anche – e molto più spesso – il francese e il tedesco. Si studiano le opere dei più talentuosi scrittori europei, si ascolta musica, si apprezza l’arte figurativa e il teatro. Tuttavia questa supposta, e celebrata, “internazionalità” (leggi alla voce… globalizzazione?) non è strumento sufficiente al rinnovamento di una classe dirigente saldamente ancorata a sovrastrutture sociali e culturali totalmente estranee al mondo europeo a cui si guarda con crescente fervore.
Al contrario, ma in parallelo, i rivoluzionari apolidi per nascita, come Léon, oppure per necessità e scelta, come Fanny, acquistano sì una vasta e fisica comprensione del mondo basata sull’esperienza (anche drammatica) di vita; esperienza “sul campo” che tuttavia non è corroborata e sostenuta da alcun approfondimento personale, teorico e culturale, e che rischia quindi di scivolare nella parzialità e nel fanatismo, se mal guidata (attenzione qui al ruolo dell’intellettuale – dei giornali, delle riviste, della letteratura in genere, nella formazione delle “masse”, tema tanto caro all’Irene degli ultimi periodi).
Ad entrare e uscire da questi mondi paralleli, il “medico” Legrand, incaricato dell’uccisione del ministro, unico punto di contatto tra due realtà entrambe distorte, impraticabili e di impossibile risoluzione.
Unica scelta possibile, la fede nell’Umanità, di cui l’Irene si fa portatrice, in tutte le sue opere e fin sul treno che la condurrà ad Auschwitz-Birkenau. 

"Parenti lontani", di Gaetano Cappelli – parte prima

More about Parenti Lontani Attenzione: dissertazione lunga, divisa in due parti per necessità.
Potete leggere la seconda parte qui

Non esistono altri parenti se non quelli lontani.

Quelli del nostro immaginario di bambini, prima di tutto. Perduti e mitizzati nell’esegesi di vecchie prozie sopravvissute ai cataclismi del tempo: lo zio Arcangelo, da non ben identificati “cannibali” africani trucidato (e poi divorato) quale martire conteporaneo e conservato – reliquia di stinco mummificato – in un sacrario luogo perduto tra i tetti e gli sgabuzzini della grande casa magica in cui Carlino trascorre infanzia e giovinezza; oppure quelli ancora da recuperare, i famosi Zii d’America, i fortunati, coraggiosi emigranti scampati a un destino di miseria feroce e degnamente rappresentati, al Paese, da tutto ciò che dell’America ne porta il sentore: apparecchi elettrici, frigoriferi, televisori, automobili; accessori per la toeletta, creme, bibite, canzoni, dischi, gruppi musicali, storpiature stridenti di benedizioni battesimali (Richard, Charles, William).

E poi ci sono quelli di cui non si sa più nulla: morti, sepolti, dispersi, partiti, dimenticati. Dall’America, dall’Argentina, dal Brasile, dalla lontanissima Asia riafforano, un passato pronto a ridestarsi quando meno te lo aspetti, grazie a smunte fotografie in bianco e nero pubblicate dalla locale gazzetta dell’emigrante, in cui riconosci (o ti pare di farlo) vecchi conoscenti, secondi cugini, lontani bisnipoti da parte materna, e finanche, impressi per caso, di traverso, in un angolo remoto dello scatto, giovani genitori alla prese coi primi sorrisi della vita adulta, carichi di aspettative e nostalgia.

Sicché, in brusca inversione di ruolo, i parenti lontani divengono coloro che – mai innalzati prima a rango di individui degni di memoria, ricordo e affetto – nel bene e nel male hanno popolato la nostra, quotidiana, esistenza di ragazzi di paese.
Nonnilde, un Mr Scrooge moderno e nichilista con tutto il suo carico di vestiti neri listati a lutto, grani di collane, sguardo arcigno da corvo menagramo, ira facile, borbottio continuo, naso e orecchie sempre all’erta.
E poi la caterva di zii, grassi e magri, lavoratori indefessi e perdigiorno senza ritegno, zitelli e ammogliati; genitori di frotte di cugine profumose, dai seni grossi e pesanti, sensuali e adolescenti, vergini promesse spose e candide amanti.

Un turbinio di personaggi così fantastici che più veri di così non si potebbe – ché ci pare di averli conosciuti tutti, uno per uno – persi in un realismo magico che va da Marquez all’Allende (e per parlar de’ no’ artri ricordiamo Ugo Ricciarelli con il suo “Il dolore perfetto, AME 2005”), e che ha attraversato tempi e Paesi, quale strumento d’eccellenza nell’economia del romanzo di formazione.
Quindi si sospenda il giudizio su presunte incredulità, coincidenze mirabolanti e incastri perfetti – una su tutte, secondo noi la più riuscita, l’apparizione di Charles, che come principe azzurro – alcolizzato e depresso, by the way, ma questo si scoprirà soltanto più tardi – si materializza, in tripudio di rombi e motori, benedetto da un sole d’autunno brillante, glorioso e terrone, svoltando l’ultima curva prima della piazza a cavallo dell’automobile magnifica e corredato da quattrini e moglie gnocchissima.

Il tutto è condito da paesaggi epici, evocativi, che amplificano i sentimenti e la magia del vivere attraverso il reale del quotidiano (una contestualizzazione specifica e particolareggiata) tramutato in magico e fantastico: gli appennini persi nella bruma della sera, la campagna pervasa dall’odore dell’estate e dal ronzio degli insetti, ma soprattutto, permeata da un’energia cosmica molto più potente – si scoprirà dopo – di quella svaporata da uno stinco putrescente, vero o falso che sia (si ricordi cosa dice Charles delle dita di San Gerolamo, moltiplicate almeno per cinque), o dalle arti circensi di un santone dalle (in)dubbie origini – dicevamo, la grande casa di famiglia, abbarbicata sul dirupo ed esposta, per tutte le sue quattro parti, ai venti gelidi dell’inverno e al sole a picco dell’estate meridionale.

Regni incontrastati di spifferi e polvere, le stanze e i corridoi labirintici di cui è composta – quasi fosse antro di una nuova (o antica) Sibilla Cumana (e Nonnilde non sfigurerebbe nel ruolo) – rivelano a Carlino il loro ruolo di vati, mutevoli e misteriosi, quasi fossero porte cangianti aperte su mondi nuovi e universi paralleli; di notte, quando il bambino, costretto dall’insonnia e dall’irrequietezza incipiente, non può fare altro che – aprendo e chiudendo gli interruttori a farfalla, spinto dal buio e dallo spavento – passarli uno per uno, i piedi gelidi a contatto con le mattonelle sbreccate dell’impiantito, nella ricerca (talvolta vana) del rifugio della sua stanzetta.
Saranno i rumori della notte ad accompagnarlo alla scoperta del flusso di energia, richiamo della terra e musica dell’animo, di cui la casa è fedele custode: il sonoro russare degli zii, i sospiri di estasi erotica delle cugine semi addormentate, il fruscio delle carte che Nonnilde gira e rigira tra le mani, china alla scrivania dello studio.
Le stanze abbandonate alla polvere rivelano pale d’artista sepolte sotto pesanti drappeggi, libri antichi dimenticati e accatastati in un tripudio di umido e muffa, accessi nascosti, mimetizzati da vecchie carte da parati ormai ingrigite dal tempo, che conducono a scale e corridioi misteriosi che sbucano, a loro volta, dopo giravolte e contorsioni, a sottotetti ricolmi di magia (si veda la stanza delle reliquie di zio Arcangelo) e abbaini a picco sul nulla del cielo e del mare (che non si vede mai, ma forse anche sì, solo se tieni gli occhi ben chiusi).

Seconda parte

"Parenti lontani", di Gaetano Cappelli – parte seconda

More about Parenti LontaniAttenzione: dissertazione lunga, questa volta, divisa in due parti per necessità.

Potete leggere la prima parte qui
Fedele il riflettersi, di questa casa così densa di odori e significati, nell’asetticità dell’appartamento che Carlo si trova ad abitare a New York. Specchio impietoso, rimanda immagini di pura – e stereotipata, si potrebbe pensare, ma non potrebbe essere altrimenti – follia incontrollata, così lontana dall’abbraccio (mefitico) della magione della sovrana Nonnilde. Così come i pub illuminati da neon e riflessi di flute e champagne fanno da preciso contrappunto al Patriarca e a tutti gli altri bar di paese che popolano il ricordo di Carlino. Ma con i raffronti potremmo andare avanti all’infinito.
Questo è il romanzo di formazione: la vita mirabolante, composta dal caso e poi mischiata e confusa dalle mani esperte (?) del destino imperscrutabile.
Prima, in un Sud che, nelle sue infinite particolarità, acquista il carattere dell’universale: “in ogni paese che si rispetti”, dice, saggio, Cappelli. Non solo al Sud, chiosiamo noi pudicamente. Poi, nell’America del Nuovo Mondo, delle possibilità infinite e del guadagno facile, alla conquista di un sogno americano che si fa via via più inconsistente e fugace e che si conclude – ma forse anche no – tra lande desolate coperte di neve, popolate da personaggi che del Sogno Americano ne hanno perse le tracce – o non le hanno mai volute seguire (malfattori esiliati, prostitute, indigeni del luogo, delinquenti, perdigiorno), al suono di canti lontani che riportano a echi di bambini (lo sceneggiato in tv e il fiume San Lorenzo), di fronte a quello che dal passato riaffora, come detriti sulla spiaggia dopo la tempesta e che prepara la via per un futuro ancora tutto da costruire, insieme a compagni di viaggio che nel bene e nel male quel Sogno Americano l’hanno fatto proprio, chi accettandolo in ogni sua forma e sfruttandolo a proprio piacimento (Pit) e chi, come Cybill (wow, il nome, vedi sopra alla voce Nonnilde e la Sibilla cumana) ne è rimasta vittima inconsapevole.
Ora, noi ci prenderemmo la libertà di un’ ultima oservazione sullo stinco di zio Arcangelo – per altro trafugato dalla sbarbina hippie di turno, convertita al punk nel giro di un’estate – e chissà che fine ha fatto, ci piace saperlo al sicuro, magari Carlino grazie il denaro della moglie sarà pure riuscito a recuperarlo.
Lo stinco di zio Arcangelo, dicevamo, allo stesso modo delle teche contenenti le reliquie dei santi, come Lo Romita de la Muntagna o il santuario del professor Sabino Corelli con i suoi misteri esoterici (quasi un’iniziazione mistica, a cui l’organista Medoro aveva dato avvio) non ha valore in sè, ovviamente, ma in quanto rappresentazione.
Di un mondo di supersitizione, credenza, tradizione, cultura e saggezza popolare che rimane vivo, e pregnante, per quei pochi – anche in esilio volontario, vedi zio Richard – che si sono presi la briga di coltivare, nonostante gli anni, il tempo, l’assoluta illogicità e l’evidente anacronismo.
Appunti. Stile e lettura.
Italiano ballerino, composito, variegato; si parte dalla lingua d’uso, corretta e precisa e addirittura ricercata nel lessico e nella forma (la subordinata la fa da padrone, con strutture a chiasmo, circolari e difficili, ma complete e bilanciate) per scivolare poi nella variante regionale e addirittura nel dialetto – comprensibile o meno.

Il florilegio di linguaggi atipici e lessico caratteristico testimonia la passione dell’autore per la parola scritta e la lettura onnivora: riviste di gossip, giornali di paese, enciclopedie, libri d’arte e archeologia, musica, affari, finanza.

Secondo esperimento di lettura “pesante” per l’anno in corso, ma che più veloce di così non si può.

"Io sono Febbraio", di Shane Jones

More about Io sono febbraio Un poeta in prestito alla narrativa, questo Shane Jones, per una fiaba preziosa, di quelle che si raccontano ai bambini nelle notti di febbre, mentre il sonno va e viene e sotto le coperte fa sempre o troppo caldo o troppo freddo.


Una fiaba di mostri e creature fantastiche dalla faccia di uccello e ali di mantelli neri, spettri e fantasmi e spiriti maligni.
Poesia sussurrata da bisbigli infantili, piccoli oggetti di ogni giorno, di quelli che si trovano, spaiati come vecchi calzini, sparsi in giro per casa da manine minuscole e appiccicose e dimenticati per mesi sotto divani di stoffa e dietro ad armadi di legno pesante: matite smangiucchiate, fogli di carta azzurra ripiegati e sdruciti, monete, bottoni, disegni appena abbozzati, briciole di pane. E poi gli odori: miele e zucchero, menta e sapone, erba e sole sulle guance dopo un pomeriggio nel prato, riccioli di capelli umidi di sudore.

Funziona così, “Io sono Febbraio”. La poesia del quotidiano, quel tanto che basta a rendere la magia delle ore che passano senza appesantirla di inutili ed eccessivi rimandi a finezze di vita che non competono alla maggior parte di noi, e di cui non ci sentiremmo parte.

Così, la tisana depurativa diventa solo foglie di menta, l’ecomoda a impatto zero è soltanto, alla fine, prato e legna, e case piccole e speciali, e movimenti lenti e maglioni di lana uno sopra l’altro per combattere il freddo dell’inverno. 
Una saggezza di nonni, parole mandate a memoria nel corso degli anni, passate ai nipoti da vecchi zii e bisnonne incanutite, scritte a matita sulla carta del pane e poi infilate, ripiegate in più parti, nella tasca della giacca di lana pesante: vitamina C, bagno caldo, idratare il corpo.
E poi il cibo per la mente, in un caleidoscopio di introspezione, cura di sè (“nutrire il proprio giardino interiore”, fare yoga e meditazione, trasformare le paure in desideri) e della propria famiglia – i giochi con i figli per esempio – vedi gli aquiloni dipinti sulle braccia di Bianca, da sua madre – quasi rituali apotropaici, celebrati nell’intimità del nucleo familiare, contro la tristezza e la sfortuna.
L’inverno come lo intendevano i nostri nonni, fatto di casa, caldo perché altrimenti ti ammali, riflessione e attesa per l’estate che verrà, contro la negazione più assoluta e radicale di tutto ciò che sia omologato e disgiunto da qualsiasi rapporto con la Natura e il nostro essere di Uomini, in continuo mutamento ed evoluzione.

Nota alla lettura:
Noi questo “Io sono Febbraio” l’abbiamo letto in ebook (le segnaleremo sempre, le verisoni eReader, con una tag apposita). Astrattezza della forma e della pagina, concentrazione massima sulla parola e sul contenuto. Questo ci piace dell’ebook. Per una volta, abbiamo dovuto cercarcele da soli le associazioni, chiudendo gli occhi e assaporando la parola (e in questo, non c’è che dire – vedi la voce “scelta inconsapevole” – ci ha aiutato l’intrinseca poetica del testo), lontani dalla foto di copertina, dallo spessore della carta, dalle pagine da piegare e fissare e sostenere. L’ebook è lettura astratta e rimandi nuovi che esulano dai sensi che conosciamo di più. E occorre, qui, aggiungerci anche la questione colonna sonora.

"Appunti di un venditore di donne", di Giorgio Faletti

More about Appunti di un venditore di donne Milano non è per tutti, c’è poco da dire. Ne avevamo già parlato a proposito di “Tiratori Scelti” e “Tangenziali“. Per Emmanuele Bianco erano i palazzoni della periferia nord e i quartieri satellite. Per Monina-Biondillo, l’infinito e periglioso cammino lungo via Corelli o il sole che al tramonto illumina le acciaierie dismesse di Sesto San Giovanni. Orgoglio o presunta superiorità poco ci azzeccano, è questione di mera identità geografica.
Per Faletti, Milano è un tempo, più che un luogo. I luoghi, poi, vengono da soli. Milano è quel momento, preciso, perfetto, da cui siamo passati tutti noi, milanesi di origine o di lunga adozione; forse, per scelta o necessità, lo abbiamo soltanto sfiorato, forse invece lo abbiamo vissuto appieno.
Quel momento di sospensione del respiro, in attesa del giro di vento, quando l’alba ha ancora da venire e comincia a specchiarsi nell’acqua del Naviglio, e profuma di aria fresca e cielo chiaro.
Quell’attimo preciso in cui il pomeriggio lascia il posto alla sera, un momento che sa di attesa elettrica, chiacchiere e persone e gente e mete nascoste, da evitare, o da raggiungere.
I luoghi sono quelli di sempre. Brera e le vie intorno, con il Byblos, gli altri locali, la sede del Corriere e quel Classico famoso che qualcuno di noi ha frequentato; i Navigli che sanno di osterie, vino e sapori antichi di nonni operai in fotografie color seppia. I teatri del centro con l’odore di polvere e palcoscenico, i cinema di Corso Vittorio Emanuele quando i multisala erano ancora soltanto un’idea. La Bovisa, i bar malfamati, la periferia più scura e nera.
Questo vorremmo annotarci, di Faletti. Questa esegesi del luogo che rende l’opera quasi privata, dialogo intimo tra scrittore e lettore consapevole. Ma si sa, noi siamo di parte, perché teorici massimi della contestualizzazione assoluta e necessaria, più volte ribadita, e dell’analisi un po’ scolastica – e un tantino antropologica – del testo (anche disgiunto dalla trama).
Sicchè si comprende bene lo scartamento di chi, trovatosi di fronte a un thriller sui generis, così diverso dai precedenti, accusa noia e torpore. Quindi, attenzione all’approccio, perché c’è da rifletterci (e si veda quel che capita digitando su Google “D’Orrico – Faletti”).