"Settanta acrilico trenta lana", di Viola Di Grado

More about Settanta acrilico trenta lana Abbiamo riflettuto parecchio, in redazione, su questa Viola Di Grado. Ce la siamo letta e poi riletta, e le abbiamo sperimentate un po’ tutte perché proprio non capivamo, al principio, come affrontarla.
Come ovvio abbiamo iniziato con una lettura silenziosa; poi però una strana urgenza di ascoltare il suono limpido delle parole ci ha sospinto verso una sillabazione a voce sommessa (ma chiaramente udibile da altri).
Da qui è venuta come naturale la lettura comunitaria, una sorta di reading pubblico tra scrivanie, giusto per mostrare ai colleghi che proprio totalmente pazzi non eravamo e che non era vero che da 48 ore stavamo parlando da soli, mangiandoci le unghie, chini su un libro sgualcito in copertina arancione.
Al principio, era di giorno; poi però, come ovvio, di sera e pure di notte. Sul tram e a casa, sdraiati sul letto. In cucina, alle 7 di sera, in piedi vicino al piano cottura, a far l’aerosol con i vapori del brodo di verdure.
Tutto normale.
Epperò, c’è che qualcosa funzionava, sì, cominciava a decollare. Ma qualcosa ancora no, un bruscolino leggero, movimento impercettibile, nevrastenico. Allora, spazientiti e irritati, quasi inconsapevolmente abbiamo provato a mescolare le carte.

Di giorno – ma con le serrande abbassate e l’abatjour del soggiorno accesa.
Di notte – sul balcone della cucina, con sigaretta, superalcolico e anti zanzare, anche se faceva così freddo che le zanzare erano morte tutte.
In gruppo – ma con un tono di voce così sommesso che il tipo della scrivania in fondo continuava a dire che non si sentiva niente e se continuavamo così allora era tutto inutile.
Da soli – ma a voce così alta che quelli nell’altra stanza irrompevano a suon di sshh con cipiglio da duri e occhio spiritato. (*)

E così, finalmente, qualcosa si è mosso.

Il libro fa fastidio; Camelia è irritante, depressa, borderline, maleducata, perversa e anche un tantino sciocca, suvvia. E poi abbiamo il sospetto che sia carente anche dal punto di vista dell’igiene personale.
Livia, la mamma di Camelia, fa impressione soltanto a immaginarla, smagrita, sporca, gli occhi fuori dalle orbite. Leeds pare un immondezzaio, una discarica a cielo aperto. Wen&brother, due psicopatici da antologia. Il fantasma del padre di Camelia, un giornalista talentuoso, adultero e svampito, che piuttosto di apparire borghese riempie la casa di polvere e buio e poi cade nel più banale dei cliché (borghesi) scopandosi la collega di turno, e non si capisce perché, vista la moglie che si ritrova.
Per di più. Queste persone parlano ma se parlano si capisce poco di quello che dicono. Se ti va male, non parlano neanche e ti devi affidare al corsivo di un penso-non-penso che ad andargli dietro ci perdi il sonno.

E’ questione che il disagio, per capirlo, ed evitare di giudicarlo (sia a livello intrinseco, immedesimazione e compatimento – nel senso latino del termine – sia estrinseco, a livello di analisi su forma, stile, grammatica e sintassi), te lo devi vivere nel tuo ruolo di lettore consapevole.
E te lo vivi scardinando le dinamiche di fruizione del libro: dall’interno dell’esperienza stessa della lettura, vedi sopra (*), e dall’esterno, ovverosia attraverso l’approccio al linguaggio.

Facile facile, sistemarsi lì, una bella copertina rigida rilegata, un divano, una tazza di tè speziato, abatjour e plaid – e l’idea di avere di fronte a sé ore e ore di lettura, immense, interminabili, e un testo di quelli in cui “succede qualcosa” e allo stesso tempo, “non succede niente” di non preventivato.
Peccato che la formula non avrebbe funzionato neanche a costringerla, perché non avrebbe eliminato quella percezione distorta che il lettore talvolta ha di se stesso, dell’essere spettatore, passivo e distaccato, dell’esperienza altrui; a favore, invece, non di una immedesimazione che, visto il caso particolare, sarebbe risultata quanto mai imperfetta e parziale, ma di un com-patimento (cum / patior = condivisione della sensazione) che avvicina ma non unisce, in una perfetta simmetria di linee parallele, ed elimina il giudizio.
Ed ecco la questione del pensiero in negativo che tanta parte ha preso sul web, del non ci è piaciuto perché è un libro “strano” che non si sa dove voglia andare a finire (Cielo, se è per quello, non è che abbia neppure un vero inizio, effettivamente, oltre che non avere una “vera fine”) e che è “difficile” da leggere.

L’idea è quella del remare contro, ma in completa leggerezza, sospinti, come aquiloni, dal vento freddo del Nord. E di nuovo, contro – e dentro e fuori dal testo.

Camelia è una rematrice furibonda, assomiglia a suo padre più di quanto essa stessa non voglia ammettere. Rema contro l’omologazione giovanile, rappresentata in questo contesto particolare dal mondo del Fashion e, come dire, dell’ Interior Design e del Finger Food; moda fatta a pezzi, vivisezionata brutalmente, violentata, stuprata, con l’ausilio degli strumenti più appuntiti in commercio: taglierini, forbici, punteruoli, aghi, ferri da calza, che tuttavia, accanto alla pars destruens, ne apportano un’altra, costruens, fatta di una tal bruttezza scintillante e assoluta da sembrare quasi (e qui LadyGaga docet) icona di stile (memorabile il vestito di lana grigia, utilizzato durante uno di quei mesi di Dicembre che assomigliano più a un Marzo inoltrato, con i sacchetti di plastica della spesa cuciti alla bell’e meglio in posizione gluteo); arredamento minimale, sciatto, trascurato; sporcizia, luridume, ombre, buio, muffa, scarti di cibo avanzato, incrostazioni su piatti abbandonati, fastfood decadenti.

Rema contro la precarietà del lavoro, fatta di contratti a termine (ebbene sì, anche nella prospera Inghilterra, vedi mai che l’Italia belpaese sia più vicina di quanto si pensa), offerte di impiego sgangherate e datori di lavoro assolutamente improbabili (eppur così reali).
Rema contro la televisione ad ogni costo, di fronte alla quale Livia si abbandona, apatica, indifferente ad ogni contenuto e ad ogni, eventuale, personalizzazione del mezzo; contro le major cinematografiche e le favole a lieto fine (il dvd sempre diverso che in un perverso gioco di specchi, nei momenti meno opportuni appare e scompare dentro e fuori la custodia del presunto film islandese più e più volte noleggiato).

E soprattutto, rema contro la parola decodificata, sempre simile a se stessa e per questo oramai scevra da ogni significato intrinseco, vittima di quella bulimia, tutta contemporanea, da social network e web addiction: linkedin, twitter, facebook, 4squares. Numero contatti, numero amicizie, numero libri letti, numero pagine visitate, numero caratteri digitati. Ad essa contrappone l’identità univoca dell’ideogramma, pura nella sua essenza, imprescindibile nella sua creazione grafica.

A fare da contrappeso alla presenza fisica dell’ideogramma, che a mano a mano che la storia procede, acquista evidenza sempre più formale e fisica (fino a farsi impronta di sangue sul corpo), c’è l’idea della totale, e incontrovertibile, interpretazione soggettiva della realtà, osservata e ricreata attraverso lo specchio deformante di quella che a poco a poco prende la forma della malattia mentale. Un Dicembre infinito, che si autogenera, riproduce e collassa su se stesso senza soluzione di continuità, in un tripudio di giorni, ore e minuti reali, immaginati e fasulli. Un silenzio di tempi, luoghi e parole che è linguaggio visivo – ma, a questo punto, ci chiediamo, fino a che punto reale, o soltanto immaginato.

Allo stesso modo, realtà dei fatti o parto di un’immaginazione distorta, il deserto polveroso della casa abbandonata, che tuttavia prende vita nei momenti schizofrenici di Camelia, euforia e ottimismo che preludono alla caduta ciclica nel vortice della depressione: da sotto le macerie riappaiono così un laptop, dei dvd – siamo sicuri che la ragazza noleggi sempre lo stesso? Perché mai, allora, ne trova all’interno sempre uno diverso? – musica, un telefono cellulare, volantini pubblicitari, giornali, la tv, la radio, un orologio appeso al muro; oppure la depressione di Livia, visto che poi, quasi senza che Camelia se ne renda conto, la donna ricomincia a vivere e a sperare, come se mai, dal mondo, si fosse realmente separata; o, ancora, il presunto voltafaccia di Wen, che più che un voltafaccia crudele e demoniaco sembra la richiesta di aiuto, timida ed educata, di un giovane uomo alle prese con qualche problema di troppo; e il ritardo mentale del fratello Jimmy, che, più che affetto da un concreto problema comportamentale, pare solo un giovanotto grande, grosso, ignorantello e pure un po’ opportunista, diciamocelo; e che dire del damerino Francis (ah, Parigi, la patria dell’Amore e della Felicità Coniugale…), BigJim pluripalestrato che incarna agli occhi di Camelia, guarda un po’ che caso, tutto ciò che il padre defunto non è mai stato, né da vivo, né da morto: WASP, bello, ricco, sorridente, integrato, depilato.
Tant’è che gli appigli razionali di Camelia sfuggono uno via l’altro, lenti e inesorabili, come acqua che gorgoglia e scivola nel buco dello scarico della vasca da bagno, paralleli al climax della storia: nelle ultime pagine una Camelia oramai totalmente dissociata da se stessa, con indosso un improbabile completo tailleur bianco della madre (le scarpe di due numeri in più), ricoperto di sangue (no, un momento, ma siamo proprio sicuri, che Camelia sia davvero vestita così? Perché Francis e Livia sembrano non accorgersi per nulla, di questa mise improbabile che però include – magicamente – il telefono cellulare nella tasca della giacca?), vaga per le vie di una città fantasma in cui tutti, pare, presi dal sacro fuoco dell’amore e della vita, non fanno altro che baciarsi, abbracciarsi, ridere e celebrare l’amore per l’umanità e la terra (e l’ombrello di Camelia, che dovrebbe ripararla dal vento di Dicembre – ma quale Dicembre, se il giorno prima aveva nuotato con Jimmy, in costume da bagno, fino alla grotta segreta; ma quale Dicembre, se le persone intorno a lei indossano con incredibile nonchalance bermuda e ciabattine primaverili – vola via… ma dove lo aveva preso, dicevamo, l’ombrello??).

Si parlava, in redazione, di identità autoriale massima. Ancor una volta ci riappropriamo di quello che è caratteristica fondamentale, e intrinseca, del nostro website: l’idea di una lettura consapevole.
Al di là della questione tutta opinabile, perché soggettiva, della trama e della scelta dell’argomento trattato, (la “recensione” vera e propria è questione che, come più volte ribadito, ci interessa di rado), ci preme sottolineare l’aspetto oggettivo, ovverossia, l’approccio alla lettura. La validità dello stile e, in senso lato, dell’utilizzo della lingua (che si fa anche metatesto e interpretazione, come specificato sopra) è incontrovertibile, e ancor più notevole perché nasce e vive in un mondo di esempi letterari, quale quello proprio di diversi testi contemporanei, soprattutto stranieri, più vicini alla sceneggiatura cinematografica che ad un vero e innovativo approfondimento sulla lingua.

E’ che a noi, filologi impenitenti, la lingua italiana piace. In tutte le sue sperimentazioni; e pensiamo che valga la pena di essere approfondita, sempre e comunque.

2 pensieri su “"Settanta acrilico trenta lana", di Viola Di Grado

  1. Mi interessa l'argomento. Ma vi chiedo: “E quindi?” Non sono riuscita a percepire le vostre conclusioni sulla Di Grado… se ce ne sono.

    Sto leggendo questo libro, ed è a tratti eccessivamente “ricco” di figure retoriche, a mio parere. E, piuttosto “descrittivo” anche laddove non ce ne sarebbe bisogno. Ogni dettaglio è un pretesto. Chiaramente sono all'inizio della lettura, ma la mia prima impressione è questa.

    Alexia

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  2. 🙂 Ciao Alexia, perdonaci il ritardo, per un disguido su google la notifica del tuo commento ci è arrivata soltanto pochi giorni fa. Facciamo del nostro meglio per risponderti.

    Conclusioni non ce ne sono, ma è perché noi non ne diamo quasi mai: tutte le opere presenti su ADC rientrano nella catergoria dei “libri giusti”, libri che in qualche modo vale la pena leggere. Ciò che per noi conta è il “dopo”: rifletterci sopra, analizzare i contenuti e, in modo specifico, le modalità di lettura. Poi, ognuno (noi compresi) si farà la propria opinione.

    Trovi il libro “ricco” e denso perché forse è così che V Di Grado l’ha voluto. Noi l’abbiamo incontrata poco meno di un mese fa (se ci segui su Twitter, vai a cercare i post a riguardo): durante l’intervista lei si è definita una “feticista delle parole”, e ha ragione. Sul linguaggio, lei che effettivamente può farlo, vista la sua formazione universiaria specifica, ci gioca: lo studia, lo sperimenta, lo manipola, lo distorce, lo evidenzia, lo fa scomparire tra fiumi di silenzio e poi lo ripesca, ricontestualizzato.

    Ogni dettaglio è un pretesto: ci abbiamo ragionato sopra e abbiamo provato a pensare alla questione al contrario: se così non fosse, forse l’economia di 7030 se ne andrebbe via tutta storta e pendente da una parte, quella dell’azione (dialogo-dialogo-dialogo). E siccome in 7030 succede tutto tranne che qualcosa (le uniche, vere “azioni” si contano sulle dita di una mano, per dare evidenza all’ultima, l’AZIONE definitiva di Camelia), puntare sul dialogo, in un libro che parla di silenzi, sarebbe stata strategia poco vincente.

    Forse ti senti a disagio perché percepisci una certa passività del lettore di fronte all’opera. E’ questione che V Di Grado ti porta a leggere quello che vuole lei, nei tempi che vuole lei, e niente altro. Una delle belle domande che durante l’intervista le sono state rivolte era proprio su questo aspetto: quanto c’è di vero, reale in Camelia, rispetto a quel “quanto” reale per Camelia, ma in sostanza solo immaginato, e quindi filtrato dall’interpretazione e dell’autore, e del lettore. La risposta di V Di Grado è stata *tranchant* in proposito: non lo sapremo mai e dovremo farcene una ragione. (Lei a dire la verità ha usato altre parole, ha detto che non avrebbe risposto appellandosi al segreto professionale).

    V di Grado rivendica così un ruolo di narratrice a pieno titolo, e tanti saluti al lettore onniscente. Si può concordare con questa scelta, o anche no. Come al solito noi di ADC ci asterremo dal giudizio, ma invitiamo a riflettere ancora un po’ sulla questione della passività del lettore di fronte all’opera.

    Noi cerchiamo di fare attenzione (e non è che ci riusciamo proprio sempre) a non confondere passività e fruizione. Forse non importa che la fruizione della lettura sia attiva (nel senso di cum-partecipare o meno alle vicende del protagonista) piuttosto che passiva, forse è sufficiente che la lettura faccia riflettere, come in questo caso.

    Aspettiamo le tue riflessioni, sicuramente a quest’ora avrai terminato la lettura di 7030! A presto, speriamo.
    ADC Team

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