"Il passaggio", di Justin Cronin

More about Il passaggio Non c’è storia, il vampiro, quello vero, non è glamour.

E’ una creatura mostruosa, bestiale, venuta dal passato, dalle origini incerte e oscure, figlia di un tempo remoto e dimenticato, fatta di artigli, ali e zanne. Come Eli, vivi di vestiti sdruciti racchiusi in scatole di cartone ammuffito, anche se sei ricco sfondato del tuo denaro non sai che fartene, non guidi macchine di lusso, la luce del sole ti carbonizza, bruciandoti le carni dall’interno, come neanche le fiamme dell’inferno da cui provieni, e di pensieri, che ti girano per la testa, ne hai solo uno, costante, malato come una febbre. Oppure – opzione due, qui verificata – sei un abominio della natura (che la dura legge di Darwin avrebbe coscientemente relegato nei recessi ombrosi della foresta pluviale) piegato al volere dell’uomo, un Frankenstein postmoderno nato dalla mente malata dell’Uomo-Dio in pieno delirio autodistruttivo. Un essere a metà strada tra l’umano e il bestiale, vittima di un istinto primordiale contro cui il raziocinio può nulla. 


Echi di letture e generi passati, non stupitevi del dejavù di cose già viste e già sentite, ché se cerchiamo la novità a tutti i costi, passiamo 800 pagine a spulciar tematiche e sintassi senza cavare un ragno dal buco. Sì, parliamo di The Walking Dead e di MadMax, ma anche, ovviamente, di Stephen King (“L’ombra dello scorpione”), Richard Matheson (“Io sono leggenda”), Cormac McCarthy (“La strada”), e anche, se pensiamo non solo al thriller o alla novella post-apocalittica ma anche alla science fiction, a Michael Crichton o al cinematografico e discussissimo Frank Shatzing. E tanti altri. Non stupitevi, dicevamo, ma stupitevi lo stesso, visto che in questo caso non si parla soltanto di mera collocazione di un testo all’interno di un genere letterario ben definito, ma, al contrario, della ri-contestualizzazione del genere stesso attraverso un testo che, paradossalmente, pur rimanendo con i piedi ben piantati nel solco della tradizione, di novità ne apporta parecchie. 


Le tematiche sono diverse, e tutte interessanti, riferibili alla particolare sensibilità Americana per il contesto regionale (crisi economica, recupero del valore del nucleo familiare, ruolo civico della società e della comunità per l’educazione della gioventù) e globale (lotta al terrorismo, guerra preventiva, politica internazionale, educazione al rispetto e alla salvaguardia dell’ambiente), nell’esemplificare una condizione umana che, secondo l’autore, nonostante le difficoltà – o verrebbe da dire, grazie ad esse – non si fa chiusura e alienazione in sé, ma, all’opposto, confronto, collaborazione, condivisione. Tutto all’opposto di quella che potremmo chiamare “esperienza vampiresca”, che amplifica e distorce fino allo stremo la solitudine straniante dell’essere umano, che non è più tale, diventando altro da se stesso, perché sradicato dagli affetti e dal proprio tempo all’interno del mondo. 


Tant’è che nell’immaginario di Cronin il vampiro, che per altro si raduna in gruppo per la caccia e il “riposo” (se così lo vogliamo chiamare), nei momenti estremi, all’arrivo della morte, tende a ritrovare i luoghi di “casa”, ove casa rappresenta tutto ciò che il vampiro-uomo era stato prima della trasformazione: luoghi, affetti, persone care. Non c’è nulla di interessante nell’essere un mostro succhiasangue e nemmeno i superpoteri acquisiti con l’inoculazione del virus sono cool. I protagonisti del romanzo sono, specialmente per quanto riguarda la seconda parte, esseri umani senza doti di singolare interesse. Con dei talenti, certo, ma nulla di particolamente straordinario. Agiscono in base all’istinto di sopravvivenza, spesso confrontandosi con la necessità di decisioni cruciali che poco hanno a che fare con la razionalità propria di menti superiori, ma che molto hanno a che spartire con la sfera del sentimento e della fratellanza (References: here & here).


Interessante riflettere sul ruolo della gioventù e in particolar modo su quello affidato ai bambini: al di là di ogni strumentalizzazione sentimentale, l’autore si riappropria – e spinge il lettore a fare altrettanto – di una particolare dimensione domestica e intima della famiglia e della procreazione: i bambini sono accuditi, nutriti e cresciuti non solo dalla singola famiglia biologica, ma, per certi versi, da tutta la comunità (comunità che non acquista, a differenza della nostra amata Famiglia Cullen, come alcuni hanno fatto giustamente notare, gli attributi tipici di una congregazione religiosa di stampo settario); divenuti adulti in età precoce – meglio, a un’età che sarebbe pure anche corretta, ma in cui oggi, nella realtà del mondo, il massimo che si possa fare è trovar come passare il tempo tra highschool e “prom”, i ragazzi passano attraverso un rituale di dolorosa iniziazione (la rivelazione del mondo da parte dell’istitutrice del nido) e prendono così il posto dei genitori, che spesso, vittime del nemico o di una malattia incurabile (a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie), lasciano il mondo nel fiore dell’età matura. Da qui, l’importanza che tornano a rivestire gli educatori e soprattutto gli anziani “sopravvissuti”, depositari di una saggezza antica e perduta (mai come in questo caso, esemplificata nel ricordo e nella conservazione del mondo che non c’è più), che, nel rispetto e nella venerazione di tutta la comunità, “ri-assumono” in sé il ruolo di saggi, vati, e profeti.


Nota a margine: diversi commentatori (i.e. qui) sottolineano la sostanziale inversione di rotta della seconda parte del volume, quella dedicata appunto all’analisi della comunità dei sopravvissuti, dichiarandola in parte non necessaria, prolissa nel linguaggio, nella descrizione delle situazioni e soprattutto nella presentazione dei personaggi. La necessità di uno sguardo di insieme ci impone di considerare la seconda parte del libro con un occhio di riguardo all’economia generale della storia: la struttura funziona proprio perché – al pari di quanto avviene per l’ultimo dei carcerati sottoposti agli esperimenti medici, di cui conosciamo le vicende pregresse – è funzionale alla creazione di personaggi concreti, definiti nella propria totalità e individualità. Esempio pratico, le “multiple love stories” intese come rapporti affettivi tra i personaggi in senso lato: non solo relazioni amorose (poche), ma anche, e soprattutto, nel senso parentale del termine, tra padri e figli biologici ma anche tra individui di età diverse che riescono ad intessere stabili e duraturi rapporti di affetto e stima reciproca (vedi Amy con Lacey e Brad).


Un aiuto consistente viene anche dall’adozione del punto di vista esterno, che come spesso accade diviene onniscente, grazie a due espedienti stilistici di fondamentale importanza: la trama per episodi, nutrita da consistenti flashback, e l’inserzione di tasselli di memoria postuma: stralci di email, diari, lettere, in un continuo in&out dalla linea temporale che l’autore ha scelto quale fil rouge della narrazione. Oltre che offrire al lettore vivide immagini della portata del “disatro” e delle sue conseguenze, questi escamotage sono utili, anzi fondamentali, per la costituzione di personaggi credibili e completi (qui).


Chiaramente stiamo parlando di un’opera che, già in sé, contiene le premesse per uno sviluppo futuro. I continui flashforwards, definiti al meglio dalla presenza delle date, proiettano il lettore verso una narrazione ancora a venire che, ci auguriamo, avrà il merito di proseguire sul sentiero tracciato dal primo volume: una solida base narrativa supportata da una prosa sciolta e, in alcuni tratti, incredibilmente evocativa.



Per documentarci:
The Independent
Material Witness, Fiction for the criminally inclined
California Literary Review
Io9(punto)com
Los Angeles Times
The Guardian | The Observerer
Vanity Fair 04042011

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