“Miami”, di Joan Didion (trad. Teresa Martini)

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“(Miami non è) esattamente una città americana nell’accezione comunemente data a questo termine fino a poco tempo fa, ma piuttosto una capitale tropicale: ricca di pettegolezzi e povera di memoria, smisuratamente edificata sulla chimera del denaro in fuga e ammiccante non tanto a New York, Boston, Los Angeles o Atlanta, ma Caracas e Città del Messico, l’Avana e Bogotà, Parigi e Madrid” (pag.13-14)

“Non sono mai passata attraverso il controllo di sicurezza di un volo per Miami senza provare una sensazione di leggerezza mista a un innalzamento del livello di guardia, dovuto alla coscienza di aver lasciato il mondo civilizzato per entrare in un’atmosfera più fluida in cui lo scetticismo riguardo all’osservazione delle istituzioni democratiche nella fascia temperata degli Stati Uniti regnava sovrano” (pag.21)

“La sensazione era quella di trovarsi in una capitale sudamericana a un paio d’anni da un cambio di governo. (…) Un’entropia tropicale sembrava prevalere, facendo andare in malora i grandi progetti anche quando venivano portati a termine” (pag.24-25) (…) “Le gru e le scavatrici continuavano la loro danza nel celebre e scintillante panorama, il quale, galleggiando tra una palude di mangrovie e la barriera corallina, continuava a esercitare una specie di pericolosa attrazione, simile a un miraggio” (pag26)

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Ramiro Gomez (b. Los Angeles, 1980) – “Luxury, Interrupted. / No Splash”. Questo acrilico su tela fa parte di una serie di dipinti in cui l’artista – nato e cresciuto a Los Angeles ma figlio di immigrati messicani – reinterpreta alcune celebri opere di David Hockney inserendo al loro interno le figure faceless di umili lavoratori Latinos (giardinieri, domestici, cameriere)

“Tra il livello stradale e la lobby del’Hotel Omni International di Biscayne Boulevard ci sono due piani di negozi, cinema e altre attrazioni. Il centro commerciale è progettato in maniera che i teenager, in maggioranza neri e di sesso maschile, che di sera fanno avanti e indietro sui nastri trasportatori mentre aspettano di entrare al cinema, nella *Passeggiata Spaziale*, nel *Mare di Palline* o mentre sono semplicemente alla ricerca di qualcosa di interessante, possano vedere in alto la sala delle feste dell’Hotel Omni e il piano della lobby, ma non possano raggiungerla, dal momento che una griglia di acciaio chiude l’accesso alle scale dopo il tramonto e gli uomini della sicurezza tengono sotto controllo gli ascensori. (…) Soprattutto durante i fine settimane, quando la sorveglianza è ridotta al minimo e l’hotel è occupato da uno sfarzoso quince o da uno di quei galà di beneficenza che riempiono il calendario cubano locale, la sinistra musica che sale dal nastro trasportatore dal piano di sotto sembra voler ricordare la presenza di un mondo oscuro, violento e sottomesso che non vede l’ora di emergere” (pag.40-41)

“In generale il tono di Miami, il modo in cui la gente appariva, parlava e si incontrava era cubano, L’immagine che la città aveva allora cominciato a dare si se stessa era improntata a un fascino del tutto nuovo, fatto di colori vibranti, di vizio e di oscuri traffici all’ombra delle palme, ovvero le stesse caratteristiche (nella mente degli americani) dell’Avana pre-rivoluzionaria” (pag.45-46)

“Di fatto esistevano in Florida due culture parallele, separate, e non esattamente sullo stesso piano. La differenza più importante era che una delle due, quella cubana, mostrava un seppur limitato interesse per le attività dell’altra. (…) Gli *anglo* erano interessanti ai cubani solo fino al punto in cui potevano etichettarli come immigranti *determinati ad assimilarsi*” (pag.49)

“Non c’era motivo di voler sapere di più riguardo al cibo cubano, perché i ragazzini cubani preferivano gli hamburger. Non c’era motivo di sforzarsi di pronunciare correttamente i nomi cubani, perché erano troppo complicati, e comunque sarebbero stati americanizzati dalla seconda generazione se non già dalla prima. *Jorge L. Mas* c’era scritto sul biglietto da visita di Jorge Mas Canosa. *Raùl Masvidal* era il nome con cui Raùl Mavidal y Jury aveva partecipato alle elezioni a sindaco di Miami. Non c’era bisogno di sapere niente della storia di Cuba, perché era proprio dalla loro storia che gli immigrati stavano scappando” (pag.51-52)

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Pare che questa idea gli sia venuta mentre si guadagnava da vivere come babysitter dopo aver lasciato l’accademia d’arte di LA (CalArts), e che abbia cominciato col dipingere i suoi  Latino domestic workers all’interno di alcune patinate riviste di fashion e design. E pare anche che la cosa gli abbia portato un gran fortuna. Io l’ho scelto per la parte iconografica di questo strambo post perché mi ha affascinato il modo in cui è riuscito a sgretolare l’opera “acquatica” di Hockney riposizionandola nell’esperienza concreta di una normalità quotidiana diversa. Processo che forse non si discosta poi tanto da quel che è riuscita a fare la Didion con “Miami”, raccontando la Guerra Fredda attraverso il punto di vista d’eccezione dell’enclave cubana presente in Florida dagli anni ’60.

“Arthur M. Schlesinger Jr. fa addirittura sparire del tutto questi eventi (ndr: i gruppi i infiltrazione CIA e FBI nelle Keys della Florida e il *problema di smaltimento* delle reclute cubane  – la brigata 2506 per la Baia dei Porci) dal suo libro I mille giorni di Kennedy, un’opera essenzialmente antistorica, in cui tutta la faccenda degli esuli cubani è ridotta a poche ispirate righe (…)” (pag.74-75)

“Credo che per la CIA l’importante fosse cercare di fare in modo che gli esuli non fossero costretti ad affrontare la dura realtà, ovvero che non potevano fare ritorno in patria perché i loro più stretti alleati avevano raggiunto un accordo alle loro spalle” (pag.77)

“A Miami c’erano esuli che si definivano comunisti anticastristi, e c’era anche una folta schiera di esuli socialisti che condividevano con i primi unicamente il fervore anticastrista. Esistevano anche due importanti gruppi di esuli anarchici, molti dei quali poco più che vent’enni, tutti ancora anticastristi ma divisi, da *divergenze di personalità*” (pag.104-105)

Il reportage “Miami” viene dato alle stampe nel 1987 e assume immediatamente i connotati di una testimonianza unica degli anni della Guerra Fredda, perché narrata da un osservatorio esclusivo, quello della città degli esuli cubani.

***

Per capire Joan Didion è inutile scriverne, specie su un bloggino come ADC. Bisogna leggerla e basta. E quando si è finito, c’è caso che occorra ricominciare da capo, perché il new journalism della Didion deve penetrare sotto pelle e fino a che non è arrivato lì, poco si può fare.

“New Journalism: American literary movement in the 1960s and ’70s that pushed the boundaries of traditional journalism and nonfiction writing. The genre combined journalistic research with the techniques of fiction writing in the reporting of stories about real-life events. The writers often credited with beginning the movement include Tom Wolfe, Truman Capote, and Gay Talese. As in traditional investigative reporting, writers in the genre immersed themselves in their subjects, at times spending months in the field gathering facts through research, interviews, and observation. Their finished works were very different, however, from the feature stories typically published in newspapers and magazines of the time. Instead of employing traditional journalistic story structures and an institutional voice, they constructed well-developed characters, sustained dialogue, vivid scenes, and strong plotlines marked with dramatic tension”. (Credits: Encyclopaedia Britannica – continue here)

“Cresceva in me il convincimento che nulla a Miami potesse essere completamente immobile, o del tutto solido. Anche le consonanti dure scomparivano nel dialetto locale, in inglese come in spagnolo, Addirittura il denaro si muoveva secondo verbi idraulici (…). Questa particolare atmosfera faceva sì che Miami non sembrasse una città, ma una fiaba, una storia d’amore ai tropici, una specie di sogno a occhi aperti in cui tutto è possibile ” (pag28-29)

Nota: questo libro è stato preso in prestito attraverso il Sistema Bibliotecario Digitale della città di Milano, ossia… gli amici di MLOL. In uno dei prossimi post vi spiegherò bene di cosa parliamo quando parliamo del primo “network italiano di biblioteche digitali pubbliche” e come si fa a usarlo. Niente di più facile (e bello), ve lo garantisco.

"Le ragazze", di Emma Cline

“(…) noi trascorriamo la nostra esistenza di individui in un contesto sociale e naturale, forti delle nostre memorie, delle nostre aspettative, e della capacità do compararle, in un processo mentale (e verbale) praticamente illimitato. Il fondamentalismo non è una di quelle cose che uno può tenere per sé, come la fede e le speranze. Il fondamentalismo va messo in atto, accompagnato da varie forme di fanatismo, ed esibito, in gruppi identitari ristretti, oppure nell’ambito della propria terra o sulla ribalta mondiale, con gesti dimostrati e proteste ben orchestrate. 
Il nocciolo psicologico di tutto ciò è la convinzione di essere assolutamente nel vero e che altri, invece, sono assolutamente nel falso” (da “L’era del fondamentalismo nichilista” di Edoardo Boncinelli, Corriere La Lettura 30/10 pag.9)

 

 

Gli eventi storici da cui prende spunto Emma Cline per il suo esordio letterario sono noti: nella notte del 9 agosto del 1969, al culmine della “Summer Love Californiana“, quattro individui irrompono al 10050 di Cielo Drive, una lussuosa villa sulle colline di Bel-Air, e uccidono brutalmente tutti i presenti.

 

 

Nella villa risiedeva Sharon Tate, attrice ventiseienne moglie di Roman Polansky e incinta di otto mesi, insieme a quattro amici. A cadere per primo fu Stephen Parent – un ragazzo che si trovava per caso nel complesso residenziale, ospite del custode – freddato a revolverate mentre cercava di scappare con la propria auto; poi toccò agli altri, uccisi a coltellate: dentro casa Jay Sebring, il parrucchiere dell’attrice; mentre erano in fuga attraverso il giardino Voityck Frykowsky, attore polacco amico di Polansky, e la fidanzata Abigal Folger. Sharon Tate fu lasciata per ultima, pugnalata per sedici volte, in soggiorno. Sebring e Tate furono ritrovati nel salotto devastato, una corda di nylon che li legava insieme, arrotolata intorno al collo.

 

 

Il mandante del pluriomicidio si rivelò essere il cantautore Charles Manson, famoso non tanto per la sua musica quanto per il numero di adepti che tra il 1968 e il ’69 era riuscito a riunire sotto l’egida del suo carisma e delle sue capacità oratorie. Si trattava di quella che poi fu battezzata “la famiglia Manson”, composta principalmente da giovani donne conquistate dallo spirito hippy di Manson ma anche da ragazzi vittime – come lo era stato il guru stesso – di violenze domestiche, carcere, alcool e droghe. Una manciata di individui che all’inizio percorrevano gli Stati del Sud a bordo di un autobus scalcagnato, vivendo di espedienti più o meno legali, e che poi, cresciuti di numero, avevano occupato la zona abbandonata di Spahn Ranch, poco fuori Chatsworth, in California. Lì avevano creato una specie di comune secondo l’ideologia hippy, da cui in realtà “la famiglia” si differenziava per le caratteristiche settarie, l’odio razziale e il ricorso alla delinquenza.

 

Furono Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian, a cui si deve aggiungere Tex Watson, il braccio destro del guru, a commettere materialmente la strage che sarebbe rimasta impunita se non fosse stato per la Atkins che qualche mese più tardi, in carcere per rapina, non resistette alla tentazione di vantarsi con una compagna di cella.

 

L’idea di prendere in prestito situazioni di vita reale con lo scopo di contestualizzare al loro interno una vicenda specifica – in questo caso si parla di adolescenti disfunzionali – non è nuova. Pensiamo ai recenti “La morte delle api” di Lisa O’Donnell o a “Una famiglia quasi perfetta” di Jane Shemilt (medico di base, madre di cinque figli e, guarda caso, un vero talento della scrittura creativa made in UK). Fa lo stesso Emma Cline, ventisettenne neo-scrittrice californiana, che recupera il canovaccio del dramma Manson, lo rielabora giusto per quel poco che occorre modificando nomi e luoghi e lo adatta alle proprie esigenze narrative, con qualche piccola ma sostanziale differenza nella trama.

La storia del finto-vero delitto Manson è narrata in prima persona dalla fictional charatcter Evie Boyd. Californiana, tredicenne di buona famiglia, a seguito di alcuni problemi con i genitori e una delusione sentimentale abbandona il conformismo del paesino in cui vive e inizia a frequentare una comune della zona, spinta dalla curiosità verso alcune delle ragazze (una su tutte, Suzanne) che ne fanno parte e che di quando in quando scendono in città, “Fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua” (kindle pos.29).
Da qui il titolo del romanzo, la cui trama si incentra più sul rapporto di Evie con le vecchie e le nuove amicizie che sulla vicenda storica in sé.
La narrazione si gioca su due piani temporali distinti: da una parte c’è la Evie contemporanea, ormai matura, che in occasione di una vacanza solitaria si trova a ripensare ancora una volta all’estate del 1969, complice l’incontro con alcuni adolescenti del luogo. Dall’altra ci sono i continui flashback che costituiscono la parte fondamentale del testo, relativi alle vicende del Ranch a cui l’adolescente Evie prese parte.

Si è già discusso molto sullo stile della Cline, che mi pare abbia appassionato più il pubblico della critica, assestatasi invece su un giudizio tiepido: indubbie ma a volte eccessivamente artefatte le capacità tecniche dell’autrice, che riesce a catturare l’attenzione del lettore attraverso una narrazione evocativa e poetica.

“Non sapevo se il problema nascesse dal fatto di vivere in campagna, con un’abbondanza di tempo e noia e veicoli abitabili, o se fosse una cosa tipica della California, una certa grana della luce che incitava al rischio e alle stupide acrobazie da film. Nel mare non ci avevo mai messo piede. Una cameriera del bar mi aveva detto che quelle acque erano un luogo di riproduzione dei grandi squali bianchi” (Kindle pos.74)

“Stavo confondendo la familiarità con la felicità (…). Quel senso di perenne chiusura entro un confine, come grattare con l’unghia cercando la fine del rotolo di scotch senza trovarla mai. Non c’erano giunture, non c’erano interruzioni: solo i punti fermi della tua vita che avevi talmente assorbito da non esserne più neanche consapevole. Il piatto sbeccato con il disegno del salice che era il mio preferito per ragioni ormai dimenticate. La carta da parati all’ingresso che conoscevo in maniera talmente profonda da non poterla spiegare a nessun altro: ogni gruppetto sbiadito di palme color pastello, le diverse personalità che attribuivo a ciascun ibisco in boccio” (Kindle pos.284)

Tutto aiuta a considerare “The Girls” il debutto dell’anno: potente romanzo di formazione adolescenziale, fedele specchio dell’America di provincia – bigotta e oscurantista – spazzata via dal tornado degli anni Settanta, magistrale esempio dell’arte perfetta di quella nuova schiera di autori made in USA cresciuti nel magico mondo del creative writing. 

Se però si approfondisce, va detto che ci si imbatte in questioni un po’ spinose.
In primis viene da interrogarsi su quale sia stato il fine ultimo di Emma Cline: quale il senso di questo esperimento letterario, che messaggio abbia voluto trasmettere, a chi, e se ci sia riuscita o meno; argomenti non da poco.

Risulta difficile non pensare che sia tutto un fatto generazionale, ovvero che le modalità di fruizione del testo dipendano da tre fattori interconnessi tra loro in maniera inestricabile: l’età anagrafica della scrittrice, l’epoca in cui si svolge la vicenda e il target di riferimento. Viene insomma il dubbio che l’interpretazione del testo non sia univoca ma invece soggetta a una fluttuazione temporale, distinta a seconda dell’età anagrafica del lettore.

Prendiamo la protagonista. Evie si ritrova a mentire ai genitori e all’amica di infanzia, a rubare i soldi dal portafogli della madre, a dileggiare il patrigno e compatire il padre. Il problema però sta proprio nella debolezza delle motivazioni alla base della “ribellione” dell’adolescente: una mamma un po’ assente perché alla ricerca di un nuovo amore, l’amica Connie che preferisce altre compagne di classe, il papà trasferitosi in un altro sobborgo con la fidanzata più giovane. Tutte situazioni vagliate unicamente attraverso il punto di vista di Evie che, nel suo infinito acume, senza pensarci troppo le incasella sotto la voce “egoismo conformista senza futuro”.
A parte il fatto che, appunto, non siamo certo di fronte ai Grandi Drammi dell’Esistenza Umana – nb: ecco qui, che torna il gioco la questione dello scarto temporale –  (Evie è delusa da genitori che comunque le consentono una vita più che dignitosa; arrabbiata per una faccenda di amicizia come ne capitano a tutti; imbarazzata dal proprio aspetto goffo – e quale adolescente non lo è), il vero problema è che mai passa per la testa di Evie che sia lei stessa, il problema.
E quel che è più grave non è che non passi nella testa di Evie tredicenne (ovviamente) ma che non faccia capolino nemmeno nella testa di Evie cinquantenne: non c’è un solo passo in tutta l’opera nel quale la Evie contemporanea si ponga un dubbio fondamentale: che sia stata lei, la figlia un po’ viziata e sovrappeso che si mette a piagnucolare quando non è al centro dell’attenzione, l’amica egoista, la sciocchina manipolata.
E che in una comune hippy non ci si entri proprio così, scegliendone una a caso, soltanto per reazione a un sistema di valori conformistici non più condivisi.

“Non vedevo”, “facevo finta di non sentire”, “non ero in grado di comprendere”. Queste sono le uniche argomentazioni che la Evie matura offre al lettore come chiave di lettura del proprio passato. Non c’è mai, in tutto il testo, un’esplicita analisi critica, il che – attenzione – non vorrebbe dire condannare tout-court un’esperienza di vita indubbiamente significativa ma soltanto contestualizzarla.

Non si riesce insomma a togliersi dalla testa l’idea che in qualche modo e in qualche forma, tanto più conturbante quanto più profondamente sottesa e radicata al testo, Emma Cline faccia solo finta di essere imparziale ma poi inevitabilmente si ritrovi a prender posizione di fronte alla vicenda di Evie. Ahi ahi (parte seconda).

Quel che disturba di più non è tanto la presa di posizione della Cline in sé – chissà poi in che misura consapevole – quanto il sospetto di manipolazione che ne deriva. Se da una parte è chiara la fascinazione della Cline per un particolare periodo storico americano, che riesce a recuperare appieno attraverso una scrittura suggestiva e sinestetica, dall’altra sono anche evidenti i limiti di un canovaccio che la Cline distorce a suo vantaggio: un esempio su tutti, le motivazioni alla base della strage. Se infatti gli adepti del “vero” Manson scelsero le loro vittime in base a dei criteri di lotta di classe e/o odio razziale, o a caso, non così è per la squadriglia del sedicente Russel che in maniera premeditata invia la sua banda di accoltellatori scelti a casa del produttore discografico dal quale ha appena ricevuto il due di picche professionale. Non solo: “Mitch” è descritto come un individuo losco, viscido, drogato e malato di sesso. Certo, forse non meritevole di vedersi accoltellato il figlioletto di cinque anni, ma via, una punizione poteva stargli pure bene. E’ questo, quindi, il messaggio? Una strage che porta in sé il germe dell’autogiustificazione?
Pare che la tesi della Cline si allontani in certi punti dal concetto di responsabilità individuale, come se l’arte del libero arbitrio fosse stata di necessità messa da parte a favore di un misto di condizioni che ci si è ritrovati a seguire passivamente.
Il discorso messo così naturalmente non regge, perché di comuni hippy e di famiglie disfunzionali ce ne sono state e ce ne saranno parecchie ma né tutti i figli di famiglie disfunzionali né tutti i membri di tutte le comuni hippy si sono trovati e si troveranno a frequentare bande di pervertiti e assassine seriali.Evie Boyd, più che a una ragazza che sceglie di immergersi nell’esperienza alternativa della comune, spinta dalla rabbia tutta adolescenziale verso la famiglia tradizionale e le istituzioni dell’America borghese, viene ad assomigliare piuttosto alla vittima della Sindrome di Stoccolma per antonomasia: in stato di dipendenza psicologica e affettiva nei confronti dell’amica Suzanne, con la quale instaura anche una relazione sessuale, subisce maltrattamenti verbali, psicologici e fisici ma non cessa di provare per lei un sentimento di affetto e sottomissione. 
Mi volete dire quindi che, dopo tutto questo tempo e questo casino mediatico, siamo tornati a Twilight? Ahi ahi (parte terza).

“Non assomigliava affatto al banchetto che mi ero immaginata. La distanza mi mise un po’ di tristezza. Ma era una cosa triste solo nel vecchio mondo, mi dissi, dove le persone vivevano intimorite dall’amara medicina che era la loro vita. Dove i soldi rendevano tutti schiavi, dove ci si abbottonava la camicia fino al collo, strangolando tutto l’amore che si aveva dentro” (Kindle pos.1284)

L’unico accenno che faccia pensare a una riflessione seria di Evie Boyd sul proprio passato è l’accettazione passiva attraverso la quale sembra affrontare una condizione di evidente disagio e disadattamento personale: la Evie matura ha un lavoro umile e discontinuo nonostante fosse molto promettente negli studi, una vita sentimentale infelice, pochi amici, molta solitudine. Una naturale conseguenza degli accadimenti, o forse una punizione che occorre subire tacitamente al pari di quei castighi tutti americani che i genitori amavano infliggere ai figli, che implicano accettazione passiva dell’autorità ma scarsa riflessione sull’accaduto?

E’ d’altra parte un processo tutto anglosassone questo, che rivela nel passato come nel presente le pecche di un sistema di educazione familiare su cui l’America si interroga da tempo e rispetto al quale non ha ancora trovato un’interpretazione univoca.

Ultima breve nota: la questione dello scarto temporale (attenzione: spoilers). Forse spinta al distacco emotivo dal terrore di una genitorialità miope, che limita di molto l’immedesimazione, trovo personalmente molto ingenua la richiesta di sospensione di giudizio che la Cline richiede nel passo in cui la Evie contemporanea si trova a interagire con il comportamento sconsiderato di tre adolescenti. Impossibile per un lettore over 40 accettare che una donna che si suppone matura, di fronte all’irresponsabilità di tre ragazzi, non trovi di meglio da fare se non chiudersi in camera e lasciarli al proprio destino.

Ma infondo si tratta di coerenza, di cui certo la Cline non difetta: “non mi riguarda, non mi interessa”. Ed è forse qui il brivido maggiore.

 

 

Credits immagini: CNN qui
E qui di seguito lo Storify con i link a tutte le recensioni pubblicate sul web, italiane e straniere (NB: se volete segnalarmene altre, che mi sono sfuggite, sarò lieta di inserirle citando il vostro contributo).Buona lettura

"La carne", di Cristò

Nota introduttiva e concept
Un libricino dalla coda lunga, questo, che è in giro da fine 2015 e che ancora fa parlare di sé – anche al Salone appena concluso.
Ebbene sì, in un mondo di oneshot editoriali il cui il tempo medio di permanenza sugli scaffali, bestsellers inclusi, è di poco superiore alla famosa questione della gatto sulla tangenziale, pure sei mesi fan notizia e se da una parte ci inquieta un po’, l’idea che di tutto quel che si è pubblicato l’anno scorso poco ci rimarrà nella memoria, va da sé che degno di menzione è invece il prodotto che riesce, per qualche motivo, a sfidare l’eternità.
“La carne” di Cristò, scrittore e compositore barese classe 1976, quindi ce la fa perché pur strizzando l’occhio alla complessità della narrazione distopica, cui si riferisce, non ne resta mai dipendente – come ormai capita nella letteratura contemporanea di genere, che spesso scade nel mero cliché – ma ne assume le caratteristiche salienti, recuperandole dall’origine (ad esempio, il riferimento al sociale in chiave satirica) e travalicandole. 
La forma del racconto lungo, poi, offre al lettore una modalità particolare di fruizione della narrazione fantastico/distopica, che qui esula dall’imperante gusto per il prodotto consistente e seriale, risultando quindi godibile per la sua brevità che per altro rimanda agli echi lontani dei primi passi della distopia (Un altro tentativo ben riuscito ad esempio è “Prima di scomparire“, romanzo di Xabi Molia, 2013 L’Orma Editore, di cui si era parlato a suo tempo).

La sensazione di straniamento che di per sé la distopia propone è qui mitigata da una contestualizzazione molto stretta che se da una parte limita l’effetto cinematografico dall’altra crea nella mente del lettore – specie in quello over 40 – una inevitabile connessione immediata fatta di immagini e ricordi tipici dell’infanzia. 
In questo modo “La carne” risulta un’opera a più livelli di lettura, fruibili in toto soltanto da un particolare target di lettori (cui appartengono naturalmente anche l’autore e il protagonista del racconto) ma non per questo elitaria perché il carattere onirico della narrazione, che non si nutre di elementi distopici banali, stimola comunque l’immaginazione e spinge alla riflessione anche i più giovani.

Trama (per quel che si può anticipare)
L’ambientazione post-apocalittica consiste in una realtà nostrana misteriosamente ferma agli anni ’70-80′ del secolo scorso, popolata da individui sempre meno umani e sempre più simili a cupe figure di zombi tanto innocui quanto inquietanti. 
La tipizzazione geografico-temporale è data dai riferimenti a oggetti d’uso, eventi, personaggi pubblici, programmi televisivi, film e abitudini quotidiane che seppure quasi mai esplicitati direttamente attraverso l’identificazione nominale (evitando così di scadere nella banalità dell’espediente metonimico) risultano ben chiari al lettore di cui sopra. 

Il riferimento distopico a cui l’autore sceglie di affidarsi è l’accenno a una non meglio identificata pandemia che da circa 50 anni stravolge l’umanità intera, prima nella mente – a quanto sembra – e poi nel fisico. 
Questa trasformazione è raccontata in prima persona da un anziano sopravvissuto, che sembra immune al contagio (e il sospetto per la motivazione dell’immunità rimane sotteso e non scevro da ulteriori riflessioni in merito – ma qui non si può dire). Il racconto si snoda in un arco temporale di qualche settimana ed è il vecchio, attraverso continui flashback a focalizzare il proprio passato seguìti dal ritorno al presente della quotidianità, a introdurre le figure dei co-protagonisti: Giulio, il nipote adulto, la badante Monica e poi, a latere – con una narrazione utile a definire l’eziologia della pandemia, la storia del medico Tancredi e di sua moglie Lucia. 

“I vecchi inventano storie”
Quel che avviene in “La carne” è, banalmente, l’ormai non scontata relazione osmotica tra la microstoria e la macroarea del concept distopico classico che ad un certo punto viene ad assumere, pur nella sua centralità, un ruolo secondario, a supporto dell’altro tema cardine del racconto, che nella teoria distopica dovrebbe rendere universale la particolarità dell’ambientazione legittimando la sospensione dell’incredulità richiesta dal genere letterario. 
Qui, è il tentativo di mettere per iscritto una riflessione critica sulla vera pandemia il cui pensiero fisso attanaglia la mente del quarantenne di ogni tempo e di ogni luogo: l’approssimarsi della mezza età e, in definitiva, della vecchiaia.
“Nel mondo com’era quando avevo otto anni la gente era ossessionata dal cancro. Sentivo i grandi parlare della zia di qualche amico che aveva scoperto un cancro devastante a qualche organo del corpo. Non fumava, non beveva, faceva una vita sana, eppure. Colpa delle automobili, dicevano, colpa delle onde elettromagnetiche. Colpa di quella pentola antiaderente tutta graffiata che usava per cucinare. Colpa dell’inchiostro elle fotocopie, della carne alla brace, del prezzemolo e del basilico, del latte, del mais, delle bottiglie di plastica, dell’asfalto, del caffè, degli spinaci e delle bietole, dei funghi, dello zucchero, degli pneumatici, dell’insetticida, del rossetto e del mascara, del ferro, della pioggia, del sole e, naturalmente, della carne in scatola.  (kindle pos.642)
Attraverso una riflessione amara ma anche ironica e disincantata il protagonista riflette sulla propria condizione di non-ancora-morto (“vecchio, non obsoleto”, ha detto qualcuno ultimamente, per rimanere in tema di cross-referenzialità cinematografica) sia attraverso la narrazione della vicenda personale sia attraverso i riferimenti ai luoghi comuni della vecchiezza (che poi sono quelle, le immagini che in definitiva temiamo di più), in un gioco continuo di sorrisi e rammarico: i ricordi del passato che invadono le notti insonni, il fisico che non risponde più come dovrebbe, i giochi ballerini della memoria, la confusione di luoghi, date e persone, il rimpianto per gli sbagli commessi ma anche la serenità che viene dalla consapevolezza di aver fatto bene.
“Non posso più lavarmi da solo ma non ho bisogno di un’infermiera. Non ne ho bisogno. I vecchi hanno bisogno di un sacco di cose ma non è di un’infermiera che ho bisogno. La spugna è ruvida, raschia le braccia, ma l’acqua è tiepida. Mi piace. Non durerà molto. Presto lei mi farà alzare e mi aiuterà ad asciugarmi. Poi mi vestirà e raggiungerà mio nipote che aspetta in salotto. Lui le darà dei soldi e l’accompagnerà a casa. Non è delicata ma neanche sbrigativa. E’ professionale. Forse pensa che avere un lavoro è già qualcosa mentre mi afferra il polso con l’indice e mi alza il braccio destro. Ha dei guanti bianchi sottili. Mi abbandono, mi sembra appropriato. Mi faccio trattare come un manichino, è così che si fa, credo. Mi nonno faceva così quando mia madre lo lavava e io avevo otto anni. I vecchi fanno così” (37) 
“I vecchi, quando hanno voglia di stare zitti ci riescono meglio di chiunque altro. Adesso sono solo, un’altra volta. Solo e profumato. La solitudine deve puzzare per essere concreta” (329) 
“I vecchi dicono bugie in continuazione e inventano storie e pontificano” (205)” 
Ma poi alla fine che cosa succederebbe se un giorno fossimo costretti a sostituire il terrore atavico della morte che disturba da millenni il nostro sonno adulto con un altro, forse più agghiacciante interrogativo?

“Adesso il cancro non fa più paura a nessuno perché la maggior parte della gente ha paura di non morire” (642)

Buona lettura  

"La Duchessa", di Caroline Blackwood

L’impegno di Codice Edizioni nel recuperare le opere di Caroline Blackwood si apre con la pubblicazione del suo reportage più celebre: un prezioso documento di giornalismo investigativo che, avvincente come una spy story ma purtroppo frutto di una vicenda realmente accaduta, tenta di svelare l’ultimo e più incomprensibile mistero della strabiliante vita di Wallis Simpson.

Lucian Freud, “Girl in Bed”, 1952
[Credits: Wikipedia]

Tutto ha origine dall’articolo sulla Duchessa di Windsor che il Sunday Times commissionò alla Blackwood nel 1980. Assegnazione non casuale visto che questa dinamica, preparatissima e prolifica scrittrice – una delle firme di punta del ST – altra non era se non, all’anagrafe – Lady Caroline Maureen Hamilton-Temple-Blackwood (Londra 1931, NewYork 1996). Di famiglia anglo-irlandese, la primogenita del Marchese di Duffen & Ava e della di lui consorte Maureen Guiness (sì, proprio i magnati della brewery) dopo il debutto in società e il trasferimento a New York si dedica con passione a talento all’attività giornalistica, divenendo in pochi anni abile columnist e, in aggiunta, chiacchierata socialitè. Una vita tumultuosa, quella della Blackwood, tra frequentazioni di alta aristocrazia, eccessi e turbolente avventure sentimentali culminate in tre matrimoni dall’esito infausto; esperienze che per altro hanno fatto da sfondo a una serie di opere narrativo-autobiografiche tra cui “Mrs. Webster” e “The Stepdaughter”, caratterizzate da un’ironia pungente attraverso cui l’autrice denuncia e demolisce le realtà più drammatiche da lei sperimentate – a cominciare dal mondo ipocrita e corrotto della nobiltà britannica.


La foto, scattata nel 1949, ritrae Lady Caroline in compagnia del primo marito, il pittore Lucian Freud, durante la luna di miele. Il pittore immortalò il fascino e la bellezza di Caroline in numerose tele e dopo il divorzio tentò il suicidio.
In seconde nozze Blackwood sposò il pianista Israel Citkowitz, molto più anziano di lei, da cui ebbe due figlie, e poi una terza che lui crebbe come sua ma che in realtà era frutto di una relazione extraconiugale della moglie. Infine Lady Caroline si sposò con il poeta Robert Lowell, che nel 1977 morì di infarto per le strade di New York, chiuso in un tassì mentre tornava dalla prima moglie, abbracciando il ritratto di Freud “Girl in Bed”.
[Credits: The Telegraph]

L’articolo su Wallis Simpson avrebbe dovuto comprendere oltre all’intervista esclusiva alla Duchessa anche un servizio fotografico a firma Lord Snowdon, ex marito della Principessa Magareth, ma né l’intervista né il servizio fotografico furono mai realizzati per il semplice fatto che né Caroline né Snowdon – malgrado l’abilità professionale e le conoscenze personali – riuscirono ad avvicinarsi all’ormai anziana e malata Wallis, segregata a Parigi, nella sua casa-museo sul Bois de Boulogne e tenuta in ostaggio dal terribile avvocato di famiglia, “Maitre” Suzanne Blum, che alla morte del principe Edoardo aveva ottenuto la tutela legale della Duchessa e del suo patrimonio.

Lady Caroline, ritratto.
Photo by Walker Evans
(St.Louis 1903, New Haven 1975)
[Credits: Codice Edizioni]

Ciò che venne dato alle stampe invece – e si dovette attendere, per timore di azioni legali, non tanto la morte di Wallis (1986) ma soprattutto il decesso della stessa Blum (nel 1994, all’età di 95 anni) – fu il reportage intero che comprende l’imponente attività di ricerca della Blackwood, fra raccolta di documentazione e interviste sul campo; materiale che testimonia l’impegno profuso dalla giornalista nel tentativo di avvicinarsi a una Duchessa di Windsor ormai in punto di morte, sottoposta a cure mediche prossime all’accanimento terapeutico, allontanata a forza dalle poche amicizie rimaste e pericolosamente vicina alla bancarotta.


Figlia di un Alsaziano fuggito in Francia per evitare la cittadinanza tedesca, un ebreo “de bonne famille” (come lo descrive Blum) costretto poi a occuparsi di commercio per sopravvivere, “Maitre” fu educata in maniera tradizionale ma ben presto si ribellò alla famiglia e continuò gli studi fino alla laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Poitiers nel 1921
Il terribile avvocato Suzanne Blum
[Credits: DailyMail]

Ne seguì una brillante carriera internazionale costellata d numerosi successi professionali (tra i sui clienti: major cinematografiche e attori di fama hollywoodiana, da Chaplin a Rita Hayworth) e infine l’incontro con la famiglia reale britannica, di cui da sempre subiva il fascino. Ottimo avvocato, spietata con avversari e colleghi, irascibile e collerica, ossessionata dal potere, dal denaro e dalla chirurgia estetica, la Blum divenne dopo la morte di Edoardo l’unico procuratore legale della famiglia reale e dal quel momento cominciò il suo costante e sistematico impegno di appropriarsi, in maniera sempre più maniacale e ossessiva, della vita di Wallis Simpson – o meglio di quello che ne rimaneva (“Last of the Duchess”, appunto, recita il titolo originale del reportage).

“Era, quello di Suzanne Blum, un morboso e insieme straziante fenomeno d transfert possessivo, la divinizzazione di un’icona più che la descrizione reale di una persona, e insieme la sua idealizzazione nel nome di un puritanismo con cui l’avvocato investiva la sua assistita: <>. Come osserverà la Blackwood, bastava osservare le foto mentre barcollavano da un night club all’altro: Parigi, Palm Beach, New York”
Stenio Solinas per “Il Giornale”
 (28 agosto 2015)

[Credits: NYPost]

Perché si sa, la modesta Bessie Wallis Warfield (maritata Simpson in seconde nozze: “l’orribile divorziata americana”, come era comunemente definita all’epoca dello scandalo), orfana di padre, vissuta grazie all’elemosina dei parenti e spinta dalla madre a frequentare le migliori scuole nella speranza di un matrimonio di comodo, resta sempre e comunque una delle donne più controverse del novecento inglese. 
Un carattere forgiato dagli anni duri dell’infanzia e della giovinezza, l’esperienza dei viaggi in terre esotiche – da cui riportò anche, come si vociferava, le nozioni di arte amatoria attraverso cui irretì il Sovrano – il gusto di circondarsi di lusso e piacevolezze fino all’eccesso (resta famoso l’acquisto di più di cinquanta paia di scarpe tutte insieme, ma questo episodio non è che un aneddoto tra i tanti che si potrebbero raccontare); e poi ancora, la venerazione di Edoardo nei suoi confronti e i misteri che circondano la sua vita a partire dai celebri gioielli appartenuti alla Regina Alessandra, che si dicevano ormai in suo possesso e poi incomprensibilmente svaniti nel nulla, fino ai suoi rapporti con le frange filo-naziste della più estrema destra britannica.

[Credits: NYPost]

E poco importa se con il passare degli anni anche l’opinione pubblica più intransigente si sia ritrovata a considerare l’entrata in scena di Wallis di certo non benefica ma perlomeno utile, specie per quanto riguarda le conseguenze politiche che vennero dall’abdicazione: su tutte, il pericolo scampato di un’alleanza con il Terzo Reich di cui, ormai è assodato, la coppia Windsor era simpatizzante – e non si esclude che la ferma opposizione al matrimonio messa in atto dalla famiglia reale e dai politici a essa più vicini non derivasse da questo timore; per non parlare dell’ascesa al trono dell’amata Elisabetta II, chiaramente frutto dell’incoronazione di Giorgio VI.

“La Duchessa” non interessa soltanto perché documenta una vicenda poco nota e dall’esito tragico, ma anche e soprattutto perché è una questione di donne, e tra donne. Tre personalità fortissime ed enigmatiche che pur partendo dalle medesime condizioni socio-economiche si sono trovate a vivere, ognuna a suo modo, il medesimo periodo storico; è la particolare declinazione che ciascuna di esse ha dato alla propria esistenza a restituirci un quadro d’insieme che va molto oltre le singole vicende personali e che aiuta a far luce su un momento della storia europea ancora lontano dall’essere definitivamente chiarito.

Buona lettura

"I Middlestein", di Jami Attemberg

Jami Attemberg affronta il danno della sovra-alimentazione conscia del proprio talento narrativo forte di una intensa esperienza redazionale.
Nata nel 1971, laureata alla John Hopkins University, ha scritto di “sex, technology, design, books,television, and urban life” per il New York Times e il Wall Street Journal, solo per citare le testate maggiori con cui ha collaborato; è poi autrice di quattro romanzi nei quali ha indagato temi di mai facile approccio quali i rapporti coniugali (“The Melting Season”) e le relazioni familiari complesse, anche all’interno di famiglie disfunzionali e disagiate (“The Kept Men”). “The Middlestein”, pubblicato nel 2012 e tradotto in nove lingue, è stato finalista del L.A. Times Book Prize.

E’ sufficiente qualche dato per comprendere cosa significhi parlare di Eating Disorders negli Stati Uniti. Si considera che in America la popolazione femminile sia interessata dal disturbo anoressico con un rapporto da 0.5 a 3.7%; tra l’1.1 e il 4.2% per il disagio bulimico. Negli USA, i disordini alimentari costituiscono la prima causa di morte per malattia mentale e colpiscono, trasversalmente e senza discriminazione, tutte le etnie e le classi sociali – e pare entrambi i sessi, visto che per esempio il 30% dei -teens vittime dell’anoressia è costituito da maschi*.
D’altra parte l’attenzione verso la provenienza degli ingredienti e verso le modalità del loro consumo è diventata argomento di attualità e oggetto del più sfrenato show-business in tutti quei Paesi in cui l’atto del nutrirsi ha smesso i panni della necessità primaria per trasformarsi in un fenomeno di cultura e costume. Tanto che anche l’Estremo Oriente, terra in cui il cibo viene considerato da centinaia di anni come esperienza non solo fisica ma anche spirituale, comincia a registrare un incremento delle patologie ossessivo-compulsive legate al meccanismo della nutrizione.
In Italia, per esempio, pare soffrire di ortoressia nervosa almeno il 15% di quei 3 milioni di individui soggetti a disturbi del comportamento alimentare**.

Effetto dirompente, un cerino a dar fuoco alla polveriera, se la questione di cui sopra viene denunciata attraverso un’opera di finzione e addirittura presa a pretesto per raccontare (diciamolo pure, si tratta proprio di lavare i panni sporchi in pubblico) le vicende, i drammi, le pruderie e le ossessioni di una famiglia della middle class americana, residente in uno dei più tipici garden suburbs della periferia snob di Chicago. E non è tutto: sacrableu, si tratta pure di un clan di religione devotamente ebraica.

Jami Attenberg costruisce un’opera dal fascino coinvolgente, fatta com’è di ironia e disincanto (l’unico modo in cui si poteva affrontare una trama così complessa da gestire) ma anche di lucida profondità e acuta analisi introspettiva.
Da una parte abbiamo la matriarca della famiglia, Edie Middlestein, brillante avvocato, sessant’anni e centocinquanta chili di grasso: diabete scompensato, bypass, problemi cardiaci e nessuna voglia di salvarsi la vita. Figlia di genitori migranti (leggenda vuole che il nonno venne in America per terra e poi per mare, succhiando per mesi solo la buccia di una patata), mandata all’ingrasso dalla madre fin da bambina perché:

“Il cibo era fatto d’amore, e l’amore era fatto di cibo, e se riusciva a far smettere di piangere un bambino, allora non c’era niente di sbagliato” (kindle, pos.80, trad. di Rosanella Volponi)


Dall’altra, Richard Middlestein, il di lei consorte: farmacista, pilastro della comunità, fondatore della sinagoga di quartiere; marito devoto che un bel giorno, inaspettatamente e dopo quasi quarant’anni di matrimonio, stanco di badare a una moglie malata – a suo giudizio – “solo” di una inguaribile forma di egoistico menefreghismo, chiede il divorzio per rifarsi una vita. Con tempismo perfetto per altro, perché siamo alla vigilia di un intervento vascolare dall’esito incerto a cui Edie deve di necessità sottoporsi e mancano poche settimane al pantagruelico b’nei mitzvah dei nipoti organizzato dalla nuora. Si perché in mezzo stanno pure i due figli della coppia: Robin, trentenne single, introversa, tendenze anaffettive e lieve dipendenza da alcool incluse, e Benny, affermato professionista, un debole per la marijuana, con la moglie Rachelle e i due figli gemelli, gli adolescenti Emily e Josh, concepiti per sbaglio in una toilette, ai tempi del college.
La deflagrazione è inevitabile. Le parti dell’una o dell’altro coniuge sono prese con impeto, la famiglia si scinde, il fiume in piena dello stress supera il livello di guardia e poi tracima in un crescendo di eventi sempre meno controllabili.

Jami Attemberg guarda ai suoi personaggi, creature del suo io più profondo, con tenerezza ed estrema compassione. Li asseconda, accudendoli come una madre amorevole. Ce li fa apprezzare tutti, nessuno escluso, descrivendone con chirurgica e asettica precisione presa in prestito dall’esperienza giornalistica, e attraverso lo strumento narrativo della prospettiva multipla, le manie, i tic, le nevrosi, le contraddizioni (le loro, e le nostre). Senza mai cedere alla facilità stereotipata di un humor da macchietta, senza mai scivolare nella pesantezza dello psicodramma sociale ma utilizzando con cura il meccanismo della convergenza per contrasto che annulla, e ridicolizza, il radicalismodelle parti.

“Le aringhe, i bagels, il salmone affumicato, i vari assortimenti di carne di tipo talvolta incerto. Sottaceti dl color verde brillante, gonfi di aceto e di sale. Le paste alla ciliegia ricoperte da ghirigori di una glassa per metà sciolta” (256) 

“Lei si assicurava che mangiassero, Nessuno lasciava casa sua affamato (…). Mangiava tutto quello che mangiavano gli uomini. Loro fumavano, lei mangiava. Loro bevevano caffè, lei beveva CocaCola. La notte lei mangiava gli avanzi. (…) Sapeva che amava mangiare, che il suo cuore e la sua anima si sentivano pieni quando si sentiva sazia” (263-272)
(Edie)
 

“La sua missione nella vita era mantenere la famiglia sana e felice. (…) Mangiavano salmone, rosa brillante, insipido, e Rachelle teneva d’occhio tutti mentre allungavano la mano per aggiungere un pizzico di sale, qualsiasi cosa per salvare questo pasto, e sussurrava *Non troppo*. Riso integrale. *Bevete più acqua* intimò. Fragole fuori stagione e biscotti senza zucchero che ti toglievano il fiato. Nessuno si sarebbe trastullato col cibo sotto il suo controllo” (613)
(Rachelle)
 

“Pensava che essere un membro che sovvenziona la sua comunità, essere un buon ebreo, sarebbe stato sufficiente a fare prosperare i suoi affari” (1811)
“Lui era totalmente dentro gli schemi. (Cosa c’era di sbagliato negli schemi? Lui aveva agito così per tutta la sua vita)” (2374)
(Richard)
 

“Tirò un’altra boccata dal suo spinello e allora si rese conto che era fatto” (1931)
(Benny)
 

“Qualsiasi cosa era migliore di ciò che veniva servito a casa sua ultimamente, che era soprattutto (davvero, soltanto) fatto di verdure, qualche volta crude, qualche volta al vapore, qualche volta, se erano proprio fortunati, saltate in padella con appena una goccia d’olio, e tutto quel tofu disgustoso che in bocca si sclioglieva come i fiocchi di latte (fiocchi di latte a colazione: uno schifo anche quello), tutti questi pasti designati a mantenerli snelli e in forma e a innalzare il loro livello di salute, e a stare alla larga dal germe del diabete, come se il diabete fosse qualcosa che puoi prendere invece che procurartelo mangiando quintali di cibo spazzatura per anni e anni” (2138)
(Emily)


Buona lettura 🙂

*fonte: Epicentro Iss
**fonte: Corriere della Sera

"A nuoto verso casa", di Deborah Levy

Deborah Levy, nata in Sud Africa nel 1959, è scrittrice, drammaturga e poetessa inglese. Insignita di numerosi premi e menzioni, per anni ha lavorato per il teatro sia come scrittrice di arte drammatica sia come Company Director. La short story “Swimming home”, sua recentissima fatica intrapresa per altro a più di 10 anni di distanza dall’ultimo lavoro in prosa(“Pillow Talk In Europe And Other Places”, Dalkey Archive Press, 2004), è stata finalista per il Man Booker Prize 2012 e per il Jewish Quarterly-Wingate Prize 2013.

L’architettura del racconto deve molto all’arte della pièce teatrale: è infatti costituita da una narrazione di sette capitoli, a cui fa seguito un breve epilogo finale, tanti quanti i giorni della settimana – da un sabato all’altro – durante i quali è ambientata l’opera. Capitoli suddivisi a loro volta in sezioni (dai titoli enigmatici, fortemente allusivi), organizzate con il sistema della narrazione multipla. Il racconto non procede infatti soltanto attraverso un susseguirsi di eventi lineari ma anche mediante l’entrata in scena dei personaggi che interpretano, secondo una visione personale e soggettiva, la realtà circostante e alcuni piccoli episodi all’apparenza banali, ma significativi, che la compongono.

Costa Azzurra, luglio 1994. Due famiglie dell’upper class inglese trascorrono l’estate in un complesso residenziale per turisti. Joe Jacobs, poeta di fama internazionale (all’anagrafe Jozef Nowogrodzki, di nascita polacca, alle spalle un passato di emigrazione e povertà) cerca di ritrovare le energie tra un tour promozionale e l’altro. Con lui ci sono la moglie Isabel, celebre anchorwoman e corrispondente di guerra per la televisione, e la figlia adolescente Nina, una bella ragazza più matura di quel che potrebbe suggerire la sua età. E poi gli amici di famiglia, i coniugi antiquari Mitchell e Laura. Sarà un evento imprevisto, l’arrivo di una ragazza dai capelli rossi, capitata alla villa forse per caso (o forse no), a far deflagrare le tensioni, certamente già presenti, tra i membri del gruppo e all’interno dei due singoli nuclei familiari. Un equilibrio instabile, un castello di carte che la presenza invadente di Kitty Finch avrà l’unico scopo di far crollare, con una serie delicatissima di buffetti ben assestati.

Sono evidenti le influenze cinematografiche (in primis “Io ballo da sola”), così come quelle letterarie (per esempio il racconto da cui la Levy ha tratto ispirazione, come dichiarato in numerose interviste: “The swimmer” di John Cheever), da cui tuttavia l’autrice subito si discosta, dopo averne seguito per un momento le tracce, per modellare la narrazione su nuove e personali riflessioni. Tanto da essere in grado di definirle, alla fine, più tributi che veri e propri spunti narrativi.

Le ventenne Kitty Finch ha come unica ambizione l’applicazione dell’arte socratica della maieutica. Una ragazza “spostata”, senza che per altro questa sua fragilità mentale divenga il tema fondamentale dell’opera, anzi. Kitty Finch, eterea com’è, potrebbe benissimo essere quasi soltanto il parto di una allucinazione di gruppo, all’interno della quale ogni membro del clan posiziona il sé, riflesso dallo specchio deformante di questa figura femminile che, guarda caso, è spesso rappresentata nuda, una carne certamente al di là della volgarità ma così lirica nell’espressione dell’erotismo e della passione amorosa che determina e definisce ogni essere umano.
Così come l’ostetrica porta alla luce il bambino, Kitty Finch mostra, attraverso la confutazione di qualsiasi altra ipotesi non coerente, l’infondatezza delle convenzioni sociali, la falsità di certi atteggiamenti o di certe opinioni e la fragilità intrinseca dell’essere umano che ama nascondersi nel consueto e nel confortante per evitare lo sconvolgimento interiore.

“La conoscenza non le avrebbe necessariamente rese felici. Anzi, c’era una possibilità concreta che gettasse piena luce su visioni di cui era meglio restare all’oscuro” (kindle, pos.1175)


Per Joe è il confronto con la famiglia, con la moglie ormai estranea e con il passato di migrante.

“Joe Jacobs sapeva che avrebbe dovuto farle altre domande. (…) I perché i come i quando i chi e tutte le altre parole che avrebbe dovuto pronunciare per dare coerenza alla vita” (307)

“Perfino tu devi essere stato bambino, una volta. Perfino tu devi aver pensato che ci fossero dei mostri acquattati sotto il letto. Mentre ora che sei diventato un adulto così impeccabilmente normale ti limiti a dare un’occhiatina discreta pensando: be’, magari è un mostro invisibile!” (519) 

“Suo padre e sua madre andavano a trovarlo di notte, non di pomeriggio. Gli apparivano in sogni che dimenticava all’istante (…). A preoccuparlo era soprattutto l’idea che, tra i due, potessero non conoscere abbastanza parole inglesi per fari capire. E’ qui Jozef, mio figlio? L’abbiamo cercato per tutto il mondo” (792)


Per Nina è l’adolescenza e il rapporto con i genitori.

“Hai mai lavato un pavimento, Nina? Sei mai stata carponi con uno straccio in mano mentre tua madre ti grida di pulire bene negli angoli? Hai mai passato l’aspirapolvere sulle scale e portato fuori i sacchi dell’immondizia? (…) Hai bisogno di qualche problema serio da riportare con te nella tua sontuosa dimora londinese” (849) 

“Da piccola lei giocava sempre a un gioco morboso nel quale si sfidava a scegliere quale dei suoi genitori avrebbe preferito che morisse” (1821)


Per Isabel, il ruolo di moglie e madre.

“Nella sua casa londinese si sentiva un fantasma. Quando tornava dai vari teatri di guerra e scopriva che in sua assenza il lucido da scarpe o le lampadine di scorta avevano cambiato posto, erano cioè in un posto simile ma non proprio in quello in cui stavano prima, si rendeva conto che anche lei aveva un posto effimero nella casa di famiglia. (…) Aveva rischiato di perdere il suo posto di moglie e di madre, un posto inquietante, infestato da tutto ciò che era stato immaginato per lei se avesse scelto di occuparlo” (416-418)


Anche la bella copertina della versione italiana (in traduzione di Stefania Cherchi) pone naturalmente l’accento su uno degli elementi principi della narrazione che tuttavia, nonostante la presenza incombente di basso continuo, non smette mai di ricoprire una funzione quasi accessoria:

“La piscina nel giardino della villa per turisti somigliava più a uno stagno che alla languida vasca azzurra dei pieghevoli pubblicitari” (54) 

“La piscina rettangolare scavata nella pietra in giardino lo faceva pensare a una bra. Una bara aperta e fluttuante, illuminata dalle luci subacquee (…). Una piscina era solo una buca nel terreno. Una fossa piena d’acqua” (1048)

La critica, che ha accolto questo racconto lungo con toni entusiasti, ha accostato lo stile evanescente e rarefatto dell’opera – ma intenso e in alcuni punti folgorante – addirittura ad alcuni lavori di Virginia Woolf, per la capacità di analisi introspettiva, l’abilità di sintesi stilistica e la varietà dei temi oggetto dell’osservazione.

Buona lettura 🙂

"Come finisce il libro", di Alessandro Gazoia

“Come finisce il libro” ha un merito: una fruibilità che rimane comunque a largo spettro nonostante il target a cui si riferisce sia di necessità circostanziato.
L’approccio tuttavia non indugia mai nel generalista: ciascun lettore può, a seconda dell’interesse, approfondire le proprie conoscenze senza il timore di affrontare il “già detto” ma anche avere l’opportunità di confrontarsi con temi magari non di propria competenza certo di accedere a informazioni chiare, complete e mai scontate (anche grazie al ricchissimo apparato in nota).

Nell’introduzione, seguendo l’iter di un immaginario lettore medio/forte alle prese con la scelta e l’utilizzo un testo, l’autore illustra brevemente la filiera completa del processo editoriale alla luce dei profondi cambiamenti introdotti dalla rivoluzione digitale, soffermandosi in particolare sull’analisi delle necessità del lettore (scelta del supporto, facile reperibilità del testo, necessità o meno della relazione “social” con altri lettori etc) in rapporto all’offerta proposta dalle case editrici – e/o dai colossi dello shopping on line / della pubblicazione a pagamento / del selfpublishing.

Seguono poi tre parti di approfondimento dei temi trattati nell’introduzione. 
– Il capitolo “Pubblicazione” si propone di affrontare temi quali l’editoria a pagamento sia nella “tradizionale” versione cartacea sia in quella di “ecosistema” – cartacea o unicamente digitale – offerta dal web (Kindle Direct Program, Amazon CreateSpace, IlmioLibro etc – numeri alla mano sempre citati sia nel testo sia in nota). Prospettiva che viene a stravolgere l’idea stessa di “pubblicazione” da sempre conservata nella mente del lettore quale imprescindibile punto di riferimento:

“La pubblicazione non è insomma un interruttore della luce che prevede solo lo stato di acceso e spento: quando diciamo che un autore “debutta con Mondadori” intendiamo che ha meritato di pubblicare il suo primo romanzo presso quella grande casa, e diamo per scontato che si sia fatto conoscere con altre prove più brevi: in questi anni avrà pubblicato sul suo blog personale, su un sito culturale collettivo, su un giornale locale e poi nazionale, in una racconta di racconti di giovani talenti presso una piccola casa editrice, ecc” (kindle, pos. 723)


(Digressione interessante è quella, stimolata dall’analisi di un brano da “Il pendolo di Focault”, sul sistema adottato da sempre più CE che si vedono “costrette” a pubblicare testi di qualità letteraria perlomeno dubbia ma di risultato soddisfacente al botteghino per poter poi permettersi l’eventuale flop di vendite dell’autore colto).

Al pari dell’autore autoautorizzato, viene a crearsi quindi tutta una serie di lettori digitali “autoautorizzati” che:

“commentando direttamente e in prima persona il testo pubblicato, elimina il ruolo di mediazione del critico” (829)

siamo qui all’analisi del fenomeno del social reading tra blogs, piattaforme di lettura condivisa, newsgroup “letterari”. Interessantissima tutta la bibliografia in proposito, citata sia nel testo sia in nota. Discorso a parte – e infatti anche questo intrapreso – merita il concetto di “discoverability”, ossia la capacità dell’autoatore di auto-promuoversi utilizzando tutti i canali di cui si possa disporre, dal filtraggio algoritmico operato da Amazon, ai blog, alle CE tradizionali che sempre più spesso vanno a caccia di nuovi talenti surfando sui siti di selfpublishing (con tutte le questioni che ne derivano, culturali, etiche ed economiche).

Nella seconda parte (“Digitale”), l’autore concentra l’analisi sull’aspetto che contraddistingue e differenzia profondamente l’editoria passata da quella presente, ossia la fruizione del testo in maniera digitale: ereader, ebook, formati open e protetti, Amazon e il meccanismo tutto Kindle del “being locked-in” e non si dimentichi la questione economica del costo marginale zero e il problema delle biblioteche digitalizzate e digitalizzabili). L’acquisizione di una conoscenza un po’ più profonda dell’argomento val bene la fatica di star dietro a qualche tecnicismo.

La terza parte “Miti/Social” è dedicata alla socialità del libro, ossia a tutti quei fenomeni di studio, analisi e rielaborazione comunitaria del testo esplosi con l’avvento delle nuove tecnologie. Piattaforme come fanfiction.net assecondano il desiderio del lettore (sempre esistito per la verità) di approfondire, ricreare e riscrivere, quindi senza mai abbandonarle, le storie degli eroi preferiti, siano essi i mitici Sherlock Holmes e Watson, o i personaggi di Harry Potter – senza dimenticare che uno dei più impressionanti “casi editoriali” del 2013 è rappresentato dalle famose cinquanta sfumature, niente più che, alle origini, una fanfiction basata su alcuni personaggi della Twilight trilogy.

“Come finisce il libro” non offre soluzioni, al contrario concede al lettore una pausa di riflessione per far sì che si concentri sulla materia e sulla forma del testo che tiene tra le mani. 

Ed ecco qui le misere note a margine di ADC – condivise anche su Twitter.
  • Che cos’è un lit-blog? In che modo, attraverso quali mezzi, e soprattutto da chi viene definito tale?
    Si scherzava, ma non troppo, relativamente alla questione.
    E’ spesso abbastanza sottile il confine che separa il “lit-blog” specie monoautore e il sito web di “uno che legge e che si trova, così tanto per, a scrivere di quel che legge”. Anche perché se tutti i website che parlassero di lett(erat)ura venissero così  d’emblée (auto)definiti “lit-blog”, a qualcuno non verrebbe la necessità di dover trovare un altro, più efficace modo, di fornire attributi di genere a un “mostro sacro” come, per esempio, Nazione Indiana (forse… Senior lit-blog?)? Sicché: cos’è, un lit-blog? Questione complessa e probabilmente al momento irrisolvibile, ma tant’è, qualche domanda occorre sempre porsela.
  • Posto che il lit-blog sia stato creato quale terreno fertile di confronto, scambio e condivisione di cultura fra i curatori e gli utenti, in che modo esso si pone nei confronti del materiale preso in esame?
    Per il (lit)blogger si apre un ventaglio di opzioni difficilmente quantificabile a causa dell’estrema vastità e variabilità dell’offerta: si va dalla posizione ferma, dura e pura di che non accetta alcun testo in copia promozione stampa e parimenti non fa certo del rapporto diretto con lo scrittore o con le CE uno dei temi core del proprio sito web, a “redazioni” all’opposto aperte a variegati esempi di collaborazione con CE ed autori, dall’ “anteprima”, alle “impressioni”, alle interviste con lo scrittore fino all’ospitata di autori e referenti delle CE in incontri on line appositamente creati. Due paradigmi completamente opposti che forse vale la pena di considerare attentamente, con tutto quel che sta loro nel mezzo, perché non si tratta di una situazione esclusivamente autoreferenziale ma coinvolge un soggetto imprescindibile quando si parla, appunto, di terreno fertile di confronto, scambio e condivisione di cultura: il pubblico, fruitore del blog.
  • “Come l’autore autoautorizzato insidia la figura dello scrittore ed elimina il ruolo di mediazione dell’editore, così il lettore digitale, commentando direttamente e in prima persona il testo pubblicato, elimina il ruolo di mediazione del critico. (il blog) si propone come una forma di superamento della mediazione critica, o meglio di opposizione alla mediazione tradizionale” (829)
    E quindi? Probabilmente a tutt’oggi “noi bloggers” (ehm) non possiamo fare altro che tenere sempre bene a mente il concetto di responsabilità individuale nei confronti di terzi (ossia “quelli che ci leggono”) e agire un po’ di conseguenza ognuno secondo le proprie sensibilità, per altro senza cadere mai nell’equivoco, foriero di fraintendimenti, del: il lit-blogger “lavora nell’editoria”.

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E infine, che dire? Anche sui prodotti editoriali sarà utile e necessario, per salvaguardare il criterio di libera scelta del lettore, inserire la lista dettagliata degli ingredienti? Chi mi ha risposto su Twitter, anche in DM, ha detto di sì.

Buona lettura 🙂

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"Shiver", di Maggie Stiefvater

Di “Shiver” – lettura antica ormai (questo volume, capofila della Wolves of Mercy Falls Trilogy, risale al 2010) – prima prova letteraria di impatto della brava novelist statunitense Maggie Stiefvater, s’è raccontato ovviamente già molto, dato il tempo di permanenza sugli scaffali delle librerie e il successo ricevuto da pubblico e critica. 

E’ tuttavia uno di quei lavori dalla coda lunga, che emergono rari dal mucchio e che senza tanti clamori, men che meno quelli di sapore hollywoodiano, resistono nel tempo conquistandosi una serie di ammiratori e di elogi pressoché infinita e durevole sia per quanto concerne i mesi se non addirittura gli anni di presenza nelle classifiche generaliste e in quelle di segmento, sia per la continua citazione dell’opera stessa nei blog a tema urban fantasy e sui siti di social reading; e a questo proposito non si può non citare il neonato The Book Girls, bel blog, tutto made in Italy, riservato alla narrativa YA, che proprio “Shiver” raccomanda in uno degli ultimi post.

ADC come si sa non si occupa frequentemente di YA, non perché non consideri meritevole questo tipo di lettura ma semplicemente perché gli interessi personali vertono più sulla literary fiction e non sulla narrativa di genere che per altro, per certe nicchie come per esempio quella che The WMFT va a coprire, è di natura spesso serialeEppure questa bella novella poetica ed evocativa, che rientra prettamente nel sottogruppo paranormal romance della letteratura YA, funziona bene – ed è così che noi qui la si è letta – anche come stand-alone story. Punti a favore: un’ottima scrittura, varia, armonica ed equilibrata sia nel lessico sia nella struttura, una tramadelicata, intelligente e ben disposta grazie al punto di vista interno, multiplo e alternato e fornita di un finale dirompente; infine, la caratterizzazione dei personaggi che forse più di tutto – specie per antitesi con “quell’altra” serie di opere YA/paranormal aventi per soggetto licantropi, ragazze e vampiri (si, proprio “quella”) pubblicata quasi esattamente nello stesso periodo – ha scolpito nella memoria del lettori un’esperienza suggestiva e indelebile.

La storia di Grace e Sam è il racconto di un amore acerbo, vellutato e fragile come solo possono essere i sentimenti adolescenziali.
Grace, sedicenne molto lontana dall’immagine di una certa femminilità succube e lievemente disturbata che ha fatto ultimamente capolino in svariate opere appartenenti al medesimo genere narrativo (vedi sopra), è una ragazza allegra e ben integrata nel contesto sociale in cui vive. Ha due amiche per la pelle e frequenta con profitto la high school della cittadina di Mercy Falls (Minnesota); le piace la buona musica e non disdegna caffeina e cibi ipercalorici, che cucina personalmente tra profumi di cannella, zenzero, burro e sale, spesso in compagnia delle amiche.
Di carattere è tuttavia un po’ riservata e spesso capita, specie di inverno, che al chiasso delle combriccole preferisca la veranda di casa che si affaccia direttamente sul bosco ai limiti della città. Grace infatti nasconde un segreto: da piccola è stata rapita e morsa da un branco di lupi e da quel giorno nulla per lei è stato come prima.

Sam, invece, è un diciottenne schivo, alto e dinoccolato, saldo e consapevole di sé ma assai distante dallo stereotipo del macho tutto muscoli e anacronistiche certezze a cui, parimenti, qualcuno voleva abituarci. D’estate lavora in una libreria piena di carta, polvere e sole e passa il tempo libero suonando la chitarra e leggendo poesie (Rilke il suo preferito); d’inverno vive nel profondo della foresta, perché anche Sam condivide la stessa sorte di Grace: morso da piccolo da un licantropo, nella stagione estiva con l’avanzata del caldo assume forma umana e poi, al calare del ghiaccio, riprende le sembianze di lupo (affascinante la titolazione di ogni capitolo: i gradi centigradi della temperatura esterna, naturalmente sempre in ribasso) . Fin da quanto era piccola Grace osserva da lontano il bel lupo scuro con gli occhi gialli fare capolino dal limitare del bosco, da anni ne ascolta gli ululati che le inquietano il sonno ma di cui, per uno strano incantesimo, non potrebbe fare a meno; da anni Sam siede nella neve, protetto appena dagli ultimi alberi radi che segnano la fine del suo territorio, e aspetta Grace, guardando fisso verso di lei: quando infine un drammatico imprevisto li pone uno di fronte all’altra, per la prima volta nelle medesime sembianze umane, è come se un puzzle, diviso in mille pezzi da molto tempo, si ricomponesse per magia.
Tuttavia il tempo a disposizione di Sam per vivere tra gli umani sta volgendo al termine: la trasformazione permanente in lupo è vicina, il suo ritorno alla forma umana avviene sempre più tardi durante la stagione estiva e dura sempre meno.

Ciò che affascina dell’amore impossibile (poi, se così impossibile sarà, questo ovviamente è top secret) tra Sam e Grace è lo struggente desiderio di entrambi di vivere nella più completa e umana normalità: serate passate a guardare un film sul divano, a cena fuori, a chiacchierare tra buoni amici, nell’intimità della coppia (e il sesso prima del matrimonio non è peccato, basta che sia consapevole!); umana normalità che si declina anche, e soprattutto, nell’impegno costante a scuola e nel lavoro.
La vita della provincia americana è descritta nella sua realtà talvolta asfissiante e monotona, tuttavia mai demonizzata. I rapporti con i rispettivi genitori sono spesso difficili ma le colpe quasi sempre attribuibili agli adulti (con lucida autoanalisi: la scrittrice ha due figli), spesso vittime di quell’american dream & way of life che se ha dato modo agli US di diventare una potenza mondiale ha anche distrutto parte delle responsabilità educative che di fatto dovrebbero appartenere alle figure parentali.
La costituzione di una famiglia elettiva che prenda il posto di quella tradizionale è desiderio profondo di tutti i protagonisti (per Sam il branco dei lupi, per Grace le amiche predilette, per entrambi la vita in comune con la persona amata), assieme a un’altra, importantissima necessità: costruirsi concretamente il mondo in cui vivere il proprio futuro. Che non è un mondo fantastico e post-mortem in cui ogni aspetto dell’essere umano venga cancellato in nome di una atarassia senza confini né di tempo né di spazio, ma è la realtà concreta ed emozionante dell’esistenza umana.

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Note a margine: 
  • il fatto che in un video, pubblicato sul suo web, Maggie Stiefvater stessa abbia motivato il finale aperto della trilogia (attenzione: contiene spoiler!) e in varie interviste giustifichi il suo diniego verso le opzioni cinematografiche dell’opera che pure le erano state offerte non fa che alimentare la stima nei confronti di questa brava e intelligente scrittrice contemporanea
  • Il talento della Stiefvater si esplica anche nel ritmo cadenzato e composito dello stile, ma non solo: musicista di professione (suona l’arpa celtica e altri strumenti), riversa questa sua inclinazione nelle interessanti parti poetiche che frequentemente inserisce nel testo, tutte afferenti a Sam e al suo estro artistico nel comporre versi e canzoni (e che si apprezzano sia lette nella fluida traduzione di Mari Accardi, sia in lingua originale)

“It’s summer when she smiles, I’m laughing like a child,
It’s the summer of our lives; we’ll contain it for a while / 
She holds the heat, the breeze of summer in the circle of her hand / I’d be happy with this summer if it’s all we ever had”


Soundtrack: Spotify, Late Night Reading Playlist. Video: Helios, Coast off.


Buona lettura 🙂

"I nuotatori", di Joaquin Perez Azaustre

Anche Peter Cameron – per rifarci soltanto a materiale recente – ci aveva messo in guardia, con il suo consueto aplomb da gentleman britannico:

“Adoro nuotare. Da me c’è una piscina, ma le piscine sono sempre un po’ deprimenti” (“The Weekend”, p125)


E poi che dire dell’esordio di Giuliana Altamura nel regno del romanzo e in quello, parimenti complicato, degli specchi d’acqua artificiali di cui sopra:

“Nic è sdraiato sul bordo della piscina. Il Grand Hotel di Riva è un palazzone di vetro circondato da chilometri di terra rossa, ruderi, ulivi e poi più niente. Una distesa di auto costose lastrica il parcheggio. Al tramonto è fagocitato dal sole come un impero che va a fuoco” (“Corpi di Gloria”, p27)

“Dei bambini urlano inseguiti da signore piene di anelli tuffandosi in acqua. Due ragazze dall’altra parte della vasca gli sorridono stringendo l’asciugamano al seno” (ibid.)

“Gloria, Dave, Nic e Cristina scavalcano il cancello della villa J201. E’ notte fonda. (…) Il giardino della villa sembra un buco nero assediato dagli alieni. Nic s’inoltra seguendo le mattonelle di pietra, facendosi luce col cellulare. (…) La piscina appare dal niente, lucida, come scolpita nel ghiaccio. I ragazzi si lasciano abbagliare dai riflessi opalescenti. Cris inizia a spogliarsi.

Da lontano gli echi della discoteca sulla spiaggia invadono il buco nero pulsando nelle loro teste. Nic si siede sul bordo e guarda Cris tuffarsi, perdersi nell’acqua scura, sparire” (op. cit. p36)


Dejavù? E pare ovvio, perché sta per scendere in campo Colui che dell’acqua (naturale, artificiale, di mare, di lago, di fiume, di pozza, trasparente, paludosa, putrida, foriera di vita e messaggera di morte etc etc) se n’era fatto proprio una malattia:

“La piscina si stendeva al mio fianco, e l’acqua era così calma che una pellicola di polvere rivestiva la superficie. Scrutando nelle sue profondità fresche, sul fondo inclinato potevo scorgere una monetina, forse un pezzo da un franco sfuggito dalla tasca di un costume da bagno. Lucidata dal detergente per la piscina, brillava come un grumo d’argento distillato dalla luce della Costa Azzurra, una perla di un genere che si trova solo nelle piscine dei ricchi” (GJBallard, “SuperCannes”, p49) 

“Ero in piedi sul bordo della piscina, e scrutavo l’acqua in profondità. La luce forte del sole aveva smosso un atlante di correnti che gettavano le loro ombre sul fondo piastrellato, ma riuscivo lo stesso a vedere il profilo tremolante della moneta sotto il trampolino. (…) Lo spazio ristretto era pieno di sacchi di detergente per piscine, la polvere a base di cloro che Monsieur Anvers versava dentro l’apposito portello. Due volte al giorno quella polvere finissima si spandeva in acqua, formando una serie di onde lattiginose che scioglievano il lieve redisuo di grassi corporei sulla superficie” (op. cit. p63) 

“Fra breve il caldo sarebbe diventato insopportabile. Affacciato al balcone dell’albergo, poco dopo le otto, Kerans guardò il sole levarsi fra i fitti cespugli di gimnosperme giganti che crescevano sui tetti dei grandi magazzini abbandonati, quattrocento metri più in là, sulla sponda orientale della laguna” (“Il mondo sommerso”, incipit – Feltrinelli 2008)

Insomma, pare che l’unico modo per affrontarlo, questo fascino inquietante per la mattonella azzurra, sia cercare di domarlo o a parole o a bracciate. Ci prova anche Joaqun Perez Azaustre con un racconto surreale e claustrofobico, ancor più inquietante perché assai verosimile*, che dà forma e ripercorre con precisione chirurgica le più profonde aspirazioni e i peggiori incubi del nuotatore-da-piscina
Da una parte, il desiderio costante, pungente di dominio, una fantasia perversa di potere assoluto verso qualcosa che, costruito dall’uomo e per questo, ah, che ovvietà, incontestabilmente a lui soggetto, mantiene tuttavia in sé quella caparbietà di istinto naturale che non permette all’essere umano, padrone fittizio e meramente pro-forma del contenente, un governo se non temporaneo, zoppicante, farlocco del contenuto. Dall’altra quindi, il timore reverenziale – perché ancestrale – del nuotatore nei confronti di quel liquido misterioso e insondabile (per quanto trasparente sia) che è monito indiscutibile delle nostre origini, preistoriche e uterine e che potrebbe benissimo, con una facilità di onda anomala o respiro mozzato, riprendersi in un sol colpo tutto il magnanimamente concesso.

“Se la respirazione è buona, se il suo corpo si adatta al ritmo di bracciate e gambate, malgrado il grande sforzo entra in una specie di strana quiete. Se ne accorge soprattutto se si ferma a riposare, e se chiude gli occhi e si lascia cadere, come un peso morto trascinato verso il basso” (kindle, pos.78 – 2%) 

“Ma se in quel momento chiude anche gli occhi, e lascia che l’ossigeno inizi lentamente a indebolire il proprio effetto, l’acqua si trasforma in oscurità e non vede più l’agitarsi delle gambe degli altri nuotatori, né gli impulsi lenti né quelli rapidi, e nemmeno percepisce il rumore sordo dell’acqua; non vede e non sente nulla, eccetto quel battito contundente e marcato del suo stesso cuore, in quell’oscurità senza i segnali del mondo” (pos. 82 – 3%) 

“Alcune volte pensa addirittura che forse nuota per arrivare fino a lì e lasciarsi cadere, ascoltare il proprio corpo scuotersi ai deboli battiti del petto in quell’opacità, se chiude bene gli occhi, e poi risalire come appena nato” (pos. 85 – 3%) 

“Se la respirazione è buona e la circolazione pulsa briosa nel sangue può nuotare tutto il giorno, né veloce né lento, fino al tramonto e ancora oltre, quando si spegneranno le luci del padiglione, Jonas potrà continuare addirittura al buio: ed è in quell’istante di consapevolezza, senza dover forzare la propria resistenza, che esce dalla piscina” (pos. 131 – 4%) 

“Oggi non ce la faccio. (…) Le gambe cariche come sacchi di sabbia, e le spalle non compensano, che succederà oggi che sono gelate? E l’acqua è pesante, sempre più densa, un’acqua mercuriale, lo trascina verso il fondo dalle piastrelle di demarcazione azzurre” (pos. 783 – 25%)


Quindi, cosa succederebbe se un giorno lo specchio si ribaltasse? Cosa potrebbe capitare se il desiderio più profondo del nuotatore-da-piscina, il ritrovarsi unico e indiscusso padrone dello specchio d’acqua, la bracciata che fende solitaria quelle trasparenze profonde, mesozoiche, primordiali, illuminate dal sole, si tramutasse in una realtà concreta palpitante di essenza propria anche all’esterno, fuori, nel mondo di tutti i giorni?

“Ho sempre cercato di riflettere nelle mie foto l’estinguersi dei luoghi (…): edifici sul punto di essere demoliti, strade transennate, lavori rimasti a metà, interni di palazzi che non abita più nessuno, negozi che hanno abbassato la serranda e non hanno più riaperto. (…) Si tratterebbe di riflettere solo l’istante in cui tutte quelle realtà si spengono” (pos. 1724-28 – 55%)


E se lentamente, quasi senza averne percezione, il mondo della gente normale, da cui il nuotatore-da-piscina solitamente fugge, piano piano si modificasse? Cosa poi potrebbe accadere se il nuotatore-da-piscina, alla fine, giungesse proprio lì,

“nel luogo in cui la luce è una pulsazione buia e silenziosa, il pantano una falda di neri ossari” ? (pos. 2851 – 91%)


Buona lettura 🙂

*La realtà è il punto di partenza: conquistarla per manipolarla. L’equilibrio fra quella conquista e la sua manipolazione posteriore è la verosimiglianza. Ed è quella verosimiglianza che provoca la finzione di realismo” (pos. 1737 – 55%)

"1913, l’anno prima della tempesta", di Florian Illies

Potrebbe sembrare soltanto un divertissement da salotto. Ad uso ed esclusivo consumo, per altro, di lettori già avvezzi alla materia e al modus scrivendi tipico di questo genere letterario che sta a metà strada tra l’approccio analitico dello stile giornalistico e la poesia del romanzo d’invenzione.   

Già, perché qui sta il punto, di che cosa parliamo quando parliamo di 1913. 
Florian Illies, giornalista del quotidiano tedesco Die Zeit e storico dell’arte (appunto, vedi sopra), riesce nell’impresa di raccontare un anno particolare e unico della storia mondiale – quello precedente allo scoppio della prima guerra mondiale – partendo non dai fatti ma dagli individui
Un metodo di analisi né convenzionale né nuovo (ricordiamo per esempio la “Storia confidenziale della letteratura italiana” di Giampaolo Dossena, Milano 1987-94), sempre interessante e non certo di facile gestione quanto più i personaggi si fanno tanti, famosi – chi già, chi non ancora – geograficamente itineranti e caratterialmente sfaccettati.

Sì perché Illies, dei fatti, quelli importanti, quelli che hanno fatto la Storia, non parla mai. Si possono leggere sui manuali – dice. Quello che sui manuali non puoi leggere è, invece, l’interconnessione
Per esempio, pochi forse hanno mai dato peso alle passeggiate invernali dell’esiliato Josif Stalin negli splendidi giardini di Schonbrunn – Vienna. Escursioni digestive che il suddetto probabilmente condivideva – almeno geograficamente – con un giovane, anonimo acquarellista di strada pure lui appassionato podista viennese: Adolf Hitler. Nello stesso periodo, sempre a Vienna, Stalin e Trotzkij si stringono la mano mentre due vip del momento, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, litigano di brutto e si lasciano – per sempre – in malo modo. Ce n’è per tutti: futuri dittatori, capi di stato, militari di professione ma anche artisti, pittori, filosofi, scrittori, socialitè. Duchamp fa il botto a New York, Proust ha da combattere le stroncature parigine al primo, monumentale volume della sua Ricerca. Schonberg viene letteralmente preso a schiaffi dal suo pubblico (le sperimentazioni musicali non sono certo per tutti); a Praga Kafka scrive e combatte le sue paranoie amorose, Mann e Rilke cercano di fare lo stesso nelle rispettive location. 
Ci vorrebbe googlemaps, per tracciare tutti i sentieri, gli scarti del pensiero, la geografia degli spostamenti di questi uomini che, nel bene e nel male, hanno poi fatto la Storia.

Solo un divertimento letterario, si diceva, anche abbastanza colto e di non facile lettura? Attenzione a non farsi ingannare dall’approccio finto-divulgativo. Sì perché Illies ci strizza l’occhio e come nella fiaba di Pollicino semina briciole di pane che occorre essere abili a raccogliere. C’è qualcosa, che accomuna questa girandola di personaggi, questi labirinti praticamente inestricabili di lettere, messaggi, parole sussurrate, incontri fortuiti: un’inquietudine sottile, una febbre leggera, sottopelle, che a poco a poco, col passare dell’anno, si fa più insistente e fastidiosa. Tra le personalità più eminenti della letteratura e dell’arte (o quelli che famosi lo diventeranno poi) serpeggia un malessere tutto intimo e personale (la famosa “nevrastenia”) che si fatica ad ascrivere a una situazione con molta probabilità esterna al sé. E’ quel non stare bene da nessuna parte che spinge gli Uomini all’azione e al cambiamento ma che talvolta li rende anche ciechi di fronte all’universale, persi nell’intento di gestire la propria, dirompente, individualità. E quando l’universale si fa tempesta, allora l’importante è sì studiare il passato per trarne insegnamento ma anche essere consapevoli delle interconnessioni praticamente infinite – e soltanto intuibili – che ci circondano. 

L’opera di Illies è stata accostata, in sede critica, a un’altra di recente uscita: “I sonnambuli – Comel’Europa arrivò alla Grande Guerra” di Christopher Clark – Laterza 2013.

“1914. Re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali: chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo, apparentemente vigile ma non in grado di vedere, tormentato dagli incubi ma cieco di fronte alla realtà dell’orrore che stava per portare nel mondo”.

Recita la sinossi. Un livello di consapevolezza assai scarso, paragonabile (ahinoi) a quello odierno. I parallelismi, insomma, sono evidenti e vale la pena analizzarli. Se Clark affronta il tema col piglio autorevole del professore (di Storia moderna all’Università di Cambridge), Illies sfodera uno stile giornalistico mitigato dalla fascinazione propria del romanziere, lasciando ampio spazio alla creatività dell’Uomo, di cui viene lodato l’estro artistico, la flessibilità mentale, la resilienza.

Un’opera dal potenziale iconografico enorme, una sfida per la nuova frontiera degli enanched book.

Buona lettura 🙂