"Le ragazze", di Emma Cline

“(…) noi trascorriamo la nostra esistenza di individui in un contesto sociale e naturale, forti delle nostre memorie, delle nostre aspettative, e della capacità do compararle, in un processo mentale (e verbale) praticamente illimitato. Il fondamentalismo non è una di quelle cose che uno può tenere per sé, come la fede e le speranze. Il fondamentalismo va messo in atto, accompagnato da varie forme di fanatismo, ed esibito, in gruppi identitari ristretti, oppure nell’ambito della propria terra o sulla ribalta mondiale, con gesti dimostrati e proteste ben orchestrate. 
Il nocciolo psicologico di tutto ciò è la convinzione di essere assolutamente nel vero e che altri, invece, sono assolutamente nel falso” (da “L’era del fondamentalismo nichilista” di Edoardo Boncinelli, Corriere La Lettura 30/10 pag.9)

 

 

Gli eventi storici da cui prende spunto Emma Cline per il suo esordio letterario sono noti: nella notte del 9 agosto del 1969, al culmine della “Summer Love Californiana“, quattro individui irrompono al 10050 di Cielo Drive, una lussuosa villa sulle colline di Bel-Air, e uccidono brutalmente tutti i presenti.

 

 

Nella villa risiedeva Sharon Tate, attrice ventiseienne moglie di Roman Polansky e incinta di otto mesi, insieme a quattro amici. A cadere per primo fu Stephen Parent – un ragazzo che si trovava per caso nel complesso residenziale, ospite del custode – freddato a revolverate mentre cercava di scappare con la propria auto; poi toccò agli altri, uccisi a coltellate: dentro casa Jay Sebring, il parrucchiere dell’attrice; mentre erano in fuga attraverso il giardino Voityck Frykowsky, attore polacco amico di Polansky, e la fidanzata Abigal Folger. Sharon Tate fu lasciata per ultima, pugnalata per sedici volte, in soggiorno. Sebring e Tate furono ritrovati nel salotto devastato, una corda di nylon che li legava insieme, arrotolata intorno al collo.

 

 

Il mandante del pluriomicidio si rivelò essere il cantautore Charles Manson, famoso non tanto per la sua musica quanto per il numero di adepti che tra il 1968 e il ’69 era riuscito a riunire sotto l’egida del suo carisma e delle sue capacità oratorie. Si trattava di quella che poi fu battezzata “la famiglia Manson”, composta principalmente da giovani donne conquistate dallo spirito hippy di Manson ma anche da ragazzi vittime – come lo era stato il guru stesso – di violenze domestiche, carcere, alcool e droghe. Una manciata di individui che all’inizio percorrevano gli Stati del Sud a bordo di un autobus scalcagnato, vivendo di espedienti più o meno legali, e che poi, cresciuti di numero, avevano occupato la zona abbandonata di Spahn Ranch, poco fuori Chatsworth, in California. Lì avevano creato una specie di comune secondo l’ideologia hippy, da cui in realtà “la famiglia” si differenziava per le caratteristiche settarie, l’odio razziale e il ricorso alla delinquenza.

 

Furono Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian, a cui si deve aggiungere Tex Watson, il braccio destro del guru, a commettere materialmente la strage che sarebbe rimasta impunita se non fosse stato per la Atkins che qualche mese più tardi, in carcere per rapina, non resistette alla tentazione di vantarsi con una compagna di cella.

 

L’idea di prendere in prestito situazioni di vita reale con lo scopo di contestualizzare al loro interno una vicenda specifica – in questo caso si parla di adolescenti disfunzionali – non è nuova. Pensiamo ai recenti “La morte delle api” di Lisa O’Donnell o a “Una famiglia quasi perfetta” di Jane Shemilt (medico di base, madre di cinque figli e, guarda caso, un vero talento della scrittura creativa made in UK). Fa lo stesso Emma Cline, ventisettenne neo-scrittrice californiana, che recupera il canovaccio del dramma Manson, lo rielabora giusto per quel poco che occorre modificando nomi e luoghi e lo adatta alle proprie esigenze narrative, con qualche piccola ma sostanziale differenza nella trama.

La storia del finto-vero delitto Manson è narrata in prima persona dalla fictional charatcter Evie Boyd. Californiana, tredicenne di buona famiglia, a seguito di alcuni problemi con i genitori e una delusione sentimentale abbandona il conformismo del paesino in cui vive e inizia a frequentare una comune della zona, spinta dalla curiosità verso alcune delle ragazze (una su tutte, Suzanne) che ne fanno parte e che di quando in quando scendono in città, “Fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua” (kindle pos.29).
Da qui il titolo del romanzo, la cui trama si incentra più sul rapporto di Evie con le vecchie e le nuove amicizie che sulla vicenda storica in sé.
La narrazione si gioca su due piani temporali distinti: da una parte c’è la Evie contemporanea, ormai matura, che in occasione di una vacanza solitaria si trova a ripensare ancora una volta all’estate del 1969, complice l’incontro con alcuni adolescenti del luogo. Dall’altra ci sono i continui flashback che costituiscono la parte fondamentale del testo, relativi alle vicende del Ranch a cui l’adolescente Evie prese parte.

Si è già discusso molto sullo stile della Cline, che mi pare abbia appassionato più il pubblico della critica, assestatasi invece su un giudizio tiepido: indubbie ma a volte eccessivamente artefatte le capacità tecniche dell’autrice, che riesce a catturare l’attenzione del lettore attraverso una narrazione evocativa e poetica.

“Non sapevo se il problema nascesse dal fatto di vivere in campagna, con un’abbondanza di tempo e noia e veicoli abitabili, o se fosse una cosa tipica della California, una certa grana della luce che incitava al rischio e alle stupide acrobazie da film. Nel mare non ci avevo mai messo piede. Una cameriera del bar mi aveva detto che quelle acque erano un luogo di riproduzione dei grandi squali bianchi” (Kindle pos.74)

“Stavo confondendo la familiarità con la felicità (…). Quel senso di perenne chiusura entro un confine, come grattare con l’unghia cercando la fine del rotolo di scotch senza trovarla mai. Non c’erano giunture, non c’erano interruzioni: solo i punti fermi della tua vita che avevi talmente assorbito da non esserne più neanche consapevole. Il piatto sbeccato con il disegno del salice che era il mio preferito per ragioni ormai dimenticate. La carta da parati all’ingresso che conoscevo in maniera talmente profonda da non poterla spiegare a nessun altro: ogni gruppetto sbiadito di palme color pastello, le diverse personalità che attribuivo a ciascun ibisco in boccio” (Kindle pos.284)

Tutto aiuta a considerare “The Girls” il debutto dell’anno: potente romanzo di formazione adolescenziale, fedele specchio dell’America di provincia – bigotta e oscurantista – spazzata via dal tornado degli anni Settanta, magistrale esempio dell’arte perfetta di quella nuova schiera di autori made in USA cresciuti nel magico mondo del creative writing. 

Se però si approfondisce, va detto che ci si imbatte in questioni un po’ spinose.
In primis viene da interrogarsi su quale sia stato il fine ultimo di Emma Cline: quale il senso di questo esperimento letterario, che messaggio abbia voluto trasmettere, a chi, e se ci sia riuscita o meno; argomenti non da poco.

Risulta difficile non pensare che sia tutto un fatto generazionale, ovvero che le modalità di fruizione del testo dipendano da tre fattori interconnessi tra loro in maniera inestricabile: l’età anagrafica della scrittrice, l’epoca in cui si svolge la vicenda e il target di riferimento. Viene insomma il dubbio che l’interpretazione del testo non sia univoca ma invece soggetta a una fluttuazione temporale, distinta a seconda dell’età anagrafica del lettore.

Prendiamo la protagonista. Evie si ritrova a mentire ai genitori e all’amica di infanzia, a rubare i soldi dal portafogli della madre, a dileggiare il patrigno e compatire il padre. Il problema però sta proprio nella debolezza delle motivazioni alla base della “ribellione” dell’adolescente: una mamma un po’ assente perché alla ricerca di un nuovo amore, l’amica Connie che preferisce altre compagne di classe, il papà trasferitosi in un altro sobborgo con la fidanzata più giovane. Tutte situazioni vagliate unicamente attraverso il punto di vista di Evie che, nel suo infinito acume, senza pensarci troppo le incasella sotto la voce “egoismo conformista senza futuro”.
A parte il fatto che, appunto, non siamo certo di fronte ai Grandi Drammi dell’Esistenza Umana – nb: ecco qui, che torna il gioco la questione dello scarto temporale –  (Evie è delusa da genitori che comunque le consentono una vita più che dignitosa; arrabbiata per una faccenda di amicizia come ne capitano a tutti; imbarazzata dal proprio aspetto goffo – e quale adolescente non lo è), il vero problema è che mai passa per la testa di Evie che sia lei stessa, il problema.
E quel che è più grave non è che non passi nella testa di Evie tredicenne (ovviamente) ma che non faccia capolino nemmeno nella testa di Evie cinquantenne: non c’è un solo passo in tutta l’opera nel quale la Evie contemporanea si ponga un dubbio fondamentale: che sia stata lei, la figlia un po’ viziata e sovrappeso che si mette a piagnucolare quando non è al centro dell’attenzione, l’amica egoista, la sciocchina manipolata.
E che in una comune hippy non ci si entri proprio così, scegliendone una a caso, soltanto per reazione a un sistema di valori conformistici non più condivisi.

“Non vedevo”, “facevo finta di non sentire”, “non ero in grado di comprendere”. Queste sono le uniche argomentazioni che la Evie matura offre al lettore come chiave di lettura del proprio passato. Non c’è mai, in tutto il testo, un’esplicita analisi critica, il che – attenzione – non vorrebbe dire condannare tout-court un’esperienza di vita indubbiamente significativa ma soltanto contestualizzarla.

Non si riesce insomma a togliersi dalla testa l’idea che in qualche modo e in qualche forma, tanto più conturbante quanto più profondamente sottesa e radicata al testo, Emma Cline faccia solo finta di essere imparziale ma poi inevitabilmente si ritrovi a prender posizione di fronte alla vicenda di Evie. Ahi ahi (parte seconda).

Quel che disturba di più non è tanto la presa di posizione della Cline in sé – chissà poi in che misura consapevole – quanto il sospetto di manipolazione che ne deriva. Se da una parte è chiara la fascinazione della Cline per un particolare periodo storico americano, che riesce a recuperare appieno attraverso una scrittura suggestiva e sinestetica, dall’altra sono anche evidenti i limiti di un canovaccio che la Cline distorce a suo vantaggio: un esempio su tutti, le motivazioni alla base della strage. Se infatti gli adepti del “vero” Manson scelsero le loro vittime in base a dei criteri di lotta di classe e/o odio razziale, o a caso, non così è per la squadriglia del sedicente Russel che in maniera premeditata invia la sua banda di accoltellatori scelti a casa del produttore discografico dal quale ha appena ricevuto il due di picche professionale. Non solo: “Mitch” è descritto come un individuo losco, viscido, drogato e malato di sesso. Certo, forse non meritevole di vedersi accoltellato il figlioletto di cinque anni, ma via, una punizione poteva stargli pure bene. E’ questo, quindi, il messaggio? Una strage che porta in sé il germe dell’autogiustificazione?
Pare che la tesi della Cline si allontani in certi punti dal concetto di responsabilità individuale, come se l’arte del libero arbitrio fosse stata di necessità messa da parte a favore di un misto di condizioni che ci si è ritrovati a seguire passivamente.
Il discorso messo così naturalmente non regge, perché di comuni hippy e di famiglie disfunzionali ce ne sono state e ce ne saranno parecchie ma né tutti i figli di famiglie disfunzionali né tutti i membri di tutte le comuni hippy si sono trovati e si troveranno a frequentare bande di pervertiti e assassine seriali.Evie Boyd, più che a una ragazza che sceglie di immergersi nell’esperienza alternativa della comune, spinta dalla rabbia tutta adolescenziale verso la famiglia tradizionale e le istituzioni dell’America borghese, viene ad assomigliare piuttosto alla vittima della Sindrome di Stoccolma per antonomasia: in stato di dipendenza psicologica e affettiva nei confronti dell’amica Suzanne, con la quale instaura anche una relazione sessuale, subisce maltrattamenti verbali, psicologici e fisici ma non cessa di provare per lei un sentimento di affetto e sottomissione. 
Mi volete dire quindi che, dopo tutto questo tempo e questo casino mediatico, siamo tornati a Twilight? Ahi ahi (parte terza).

“Non assomigliava affatto al banchetto che mi ero immaginata. La distanza mi mise un po’ di tristezza. Ma era una cosa triste solo nel vecchio mondo, mi dissi, dove le persone vivevano intimorite dall’amara medicina che era la loro vita. Dove i soldi rendevano tutti schiavi, dove ci si abbottonava la camicia fino al collo, strangolando tutto l’amore che si aveva dentro” (Kindle pos.1284)

L’unico accenno che faccia pensare a una riflessione seria di Evie Boyd sul proprio passato è l’accettazione passiva attraverso la quale sembra affrontare una condizione di evidente disagio e disadattamento personale: la Evie matura ha un lavoro umile e discontinuo nonostante fosse molto promettente negli studi, una vita sentimentale infelice, pochi amici, molta solitudine. Una naturale conseguenza degli accadimenti, o forse una punizione che occorre subire tacitamente al pari di quei castighi tutti americani che i genitori amavano infliggere ai figli, che implicano accettazione passiva dell’autorità ma scarsa riflessione sull’accaduto?

E’ d’altra parte un processo tutto anglosassone questo, che rivela nel passato come nel presente le pecche di un sistema di educazione familiare su cui l’America si interroga da tempo e rispetto al quale non ha ancora trovato un’interpretazione univoca.

Ultima breve nota: la questione dello scarto temporale (attenzione: spoilers). Forse spinta al distacco emotivo dal terrore di una genitorialità miope, che limita di molto l’immedesimazione, trovo personalmente molto ingenua la richiesta di sospensione di giudizio che la Cline richiede nel passo in cui la Evie contemporanea si trova a interagire con il comportamento sconsiderato di tre adolescenti. Impossibile per un lettore over 40 accettare che una donna che si suppone matura, di fronte all’irresponsabilità di tre ragazzi, non trovi di meglio da fare se non chiudersi in camera e lasciarli al proprio destino.

Ma infondo si tratta di coerenza, di cui certo la Cline non difetta: “non mi riguarda, non mi interessa”. Ed è forse qui il brivido maggiore.

 

 

Credits immagini: CNN qui
E qui di seguito lo Storify con i link a tutte le recensioni pubblicate sul web, italiane e straniere (NB: se volete segnalarmene altre, che mi sono sfuggite, sarò lieta di inserirle citando il vostro contributo).Buona lettura

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