"La carne", di Cristò

Nota introduttiva e concept
Un libricino dalla coda lunga, questo, che è in giro da fine 2015 e che ancora fa parlare di sé – anche al Salone appena concluso.
Ebbene sì, in un mondo di oneshot editoriali il cui il tempo medio di permanenza sugli scaffali, bestsellers inclusi, è di poco superiore alla famosa questione della gatto sulla tangenziale, pure sei mesi fan notizia e se da una parte ci inquieta un po’, l’idea che di tutto quel che si è pubblicato l’anno scorso poco ci rimarrà nella memoria, va da sé che degno di menzione è invece il prodotto che riesce, per qualche motivo, a sfidare l’eternità.
“La carne” di Cristò, scrittore e compositore barese classe 1976, quindi ce la fa perché pur strizzando l’occhio alla complessità della narrazione distopica, cui si riferisce, non ne resta mai dipendente – come ormai capita nella letteratura contemporanea di genere, che spesso scade nel mero cliché – ma ne assume le caratteristiche salienti, recuperandole dall’origine (ad esempio, il riferimento al sociale in chiave satirica) e travalicandole. 
La forma del racconto lungo, poi, offre al lettore una modalità particolare di fruizione della narrazione fantastico/distopica, che qui esula dall’imperante gusto per il prodotto consistente e seriale, risultando quindi godibile per la sua brevità che per altro rimanda agli echi lontani dei primi passi della distopia (Un altro tentativo ben riuscito ad esempio è “Prima di scomparire“, romanzo di Xabi Molia, 2013 L’Orma Editore, di cui si era parlato a suo tempo).

La sensazione di straniamento che di per sé la distopia propone è qui mitigata da una contestualizzazione molto stretta che se da una parte limita l’effetto cinematografico dall’altra crea nella mente del lettore – specie in quello over 40 – una inevitabile connessione immediata fatta di immagini e ricordi tipici dell’infanzia. 
In questo modo “La carne” risulta un’opera a più livelli di lettura, fruibili in toto soltanto da un particolare target di lettori (cui appartengono naturalmente anche l’autore e il protagonista del racconto) ma non per questo elitaria perché il carattere onirico della narrazione, che non si nutre di elementi distopici banali, stimola comunque l’immaginazione e spinge alla riflessione anche i più giovani.

Trama (per quel che si può anticipare)
L’ambientazione post-apocalittica consiste in una realtà nostrana misteriosamente ferma agli anni ’70-80′ del secolo scorso, popolata da individui sempre meno umani e sempre più simili a cupe figure di zombi tanto innocui quanto inquietanti. 
La tipizzazione geografico-temporale è data dai riferimenti a oggetti d’uso, eventi, personaggi pubblici, programmi televisivi, film e abitudini quotidiane che seppure quasi mai esplicitati direttamente attraverso l’identificazione nominale (evitando così di scadere nella banalità dell’espediente metonimico) risultano ben chiari al lettore di cui sopra. 

Il riferimento distopico a cui l’autore sceglie di affidarsi è l’accenno a una non meglio identificata pandemia che da circa 50 anni stravolge l’umanità intera, prima nella mente – a quanto sembra – e poi nel fisico. 
Questa trasformazione è raccontata in prima persona da un anziano sopravvissuto, che sembra immune al contagio (e il sospetto per la motivazione dell’immunità rimane sotteso e non scevro da ulteriori riflessioni in merito – ma qui non si può dire). Il racconto si snoda in un arco temporale di qualche settimana ed è il vecchio, attraverso continui flashback a focalizzare il proprio passato seguìti dal ritorno al presente della quotidianità, a introdurre le figure dei co-protagonisti: Giulio, il nipote adulto, la badante Monica e poi, a latere – con una narrazione utile a definire l’eziologia della pandemia, la storia del medico Tancredi e di sua moglie Lucia. 

“I vecchi inventano storie”
Quel che avviene in “La carne” è, banalmente, l’ormai non scontata relazione osmotica tra la microstoria e la macroarea del concept distopico classico che ad un certo punto viene ad assumere, pur nella sua centralità, un ruolo secondario, a supporto dell’altro tema cardine del racconto, che nella teoria distopica dovrebbe rendere universale la particolarità dell’ambientazione legittimando la sospensione dell’incredulità richiesta dal genere letterario. 
Qui, è il tentativo di mettere per iscritto una riflessione critica sulla vera pandemia il cui pensiero fisso attanaglia la mente del quarantenne di ogni tempo e di ogni luogo: l’approssimarsi della mezza età e, in definitiva, della vecchiaia.
“Nel mondo com’era quando avevo otto anni la gente era ossessionata dal cancro. Sentivo i grandi parlare della zia di qualche amico che aveva scoperto un cancro devastante a qualche organo del corpo. Non fumava, non beveva, faceva una vita sana, eppure. Colpa delle automobili, dicevano, colpa delle onde elettromagnetiche. Colpa di quella pentola antiaderente tutta graffiata che usava per cucinare. Colpa dell’inchiostro elle fotocopie, della carne alla brace, del prezzemolo e del basilico, del latte, del mais, delle bottiglie di plastica, dell’asfalto, del caffè, degli spinaci e delle bietole, dei funghi, dello zucchero, degli pneumatici, dell’insetticida, del rossetto e del mascara, del ferro, della pioggia, del sole e, naturalmente, della carne in scatola.  (kindle pos.642)
Attraverso una riflessione amara ma anche ironica e disincantata il protagonista riflette sulla propria condizione di non-ancora-morto (“vecchio, non obsoleto”, ha detto qualcuno ultimamente, per rimanere in tema di cross-referenzialità cinematografica) sia attraverso la narrazione della vicenda personale sia attraverso i riferimenti ai luoghi comuni della vecchiezza (che poi sono quelle, le immagini che in definitiva temiamo di più), in un gioco continuo di sorrisi e rammarico: i ricordi del passato che invadono le notti insonni, il fisico che non risponde più come dovrebbe, i giochi ballerini della memoria, la confusione di luoghi, date e persone, il rimpianto per gli sbagli commessi ma anche la serenità che viene dalla consapevolezza di aver fatto bene.
“Non posso più lavarmi da solo ma non ho bisogno di un’infermiera. Non ne ho bisogno. I vecchi hanno bisogno di un sacco di cose ma non è di un’infermiera che ho bisogno. La spugna è ruvida, raschia le braccia, ma l’acqua è tiepida. Mi piace. Non durerà molto. Presto lei mi farà alzare e mi aiuterà ad asciugarmi. Poi mi vestirà e raggiungerà mio nipote che aspetta in salotto. Lui le darà dei soldi e l’accompagnerà a casa. Non è delicata ma neanche sbrigativa. E’ professionale. Forse pensa che avere un lavoro è già qualcosa mentre mi afferra il polso con l’indice e mi alza il braccio destro. Ha dei guanti bianchi sottili. Mi abbandono, mi sembra appropriato. Mi faccio trattare come un manichino, è così che si fa, credo. Mi nonno faceva così quando mia madre lo lavava e io avevo otto anni. I vecchi fanno così” (37) 
“I vecchi, quando hanno voglia di stare zitti ci riescono meglio di chiunque altro. Adesso sono solo, un’altra volta. Solo e profumato. La solitudine deve puzzare per essere concreta” (329) 
“I vecchi dicono bugie in continuazione e inventano storie e pontificano” (205)” 
Ma poi alla fine che cosa succederebbe se un giorno fossimo costretti a sostituire il terrore atavico della morte che disturba da millenni il nostro sonno adulto con un altro, forse più agghiacciante interrogativo?

“Adesso il cancro non fa più paura a nessuno perché la maggior parte della gente ha paura di non morire” (642)

Buona lettura  

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