"Sull’orlo del precipizio", di Antonio Manzini

“Mentre mangiava delle fette biscottate, accese la televisione. 
Gli era passato di mente, ma quello era un giorno importante per l’editoria” (p14)

Prologo
In questo momento di fusioni e acquisizioni nessuna lettura a riguardo è forse più appropriata dell’ironico e amaro pamphlet a firma Antonio Manzini.

Manzini, attore, sceneggiatore e scrittore – sì, a lui si deve l’invenzione del Vicequestore Rocco Schiavone, uno dei detective più apprezzati dal pubblico del poliziesco italiano, stando ai dati di vendita – con questo testo breve e illuminato dimostra ancora una volta di possedere oltre che il gusto per la scrittura a tutto tondo e il talento della versatilità tematica anche una certa dose di intuito. 
In tempi ancora non troppo sospetti – stiamo parlando della seconda metà dell’anno scorso – Manzini sente infatti l’urgenza di mettere in scena un dramma distopico e tragicomico che ha per oggetto il mondo editoriale nostrano

“Sull’orlo del precipizio”
In special modo – e qui sta la peculiarità del testo, dopo vedremo perché – l’autore vuole concentrarsi sulle vicende accadute al celebre e maturo scrittore italiano Giorgio Volpe, appena giunto al termine della sua ultima fatica letteraria, il romanzo “Sull’orlo del precipizio”.
Ora Volpe deve affidare il testo al proprio editor per le consuete procedure di revisione a cui poi finalmente seguirà la stampa, con un successo di pubblico e critica che sembra scontato. Naturalmente scrittore e romanzo sono opere di fantasia; un po’ meno lo saranno le avventure che capiteranno al pover’uomo. 
La discesa agli inferi comincia proprio quando Volpe scopre con orrore che poco o nulla è rimasto della grande casa editrice con cui collabora da decenni e che l’ha reso ricco e famoso (la “Gozzi”), dei fedeli collaboratori e degli colleghi scrittori, tutti precipitati nel maelstrom terrificante creato dall’entrata in scena del colosso editoriale Sigma che la Gozzi se l’è appena mangiata e digerita, assieme a diverse altre società concorrenti. 
Inizia così il calvario di Volpe che se la dovrà vedere con revisori scomparsi, collaboratori prepensionati e sostituiti da sedicenti manager in giacca e cravatta che di editoria italiana sembrano non capirne pressoché nulla (in verità non lo parlano neppure, l’italiano) ma anche con colleghi tutto fuorché “amici” e con un audience che sicuramente non è più quello di dieci anni prima, altro che darlo per assodato.

Ce n’è per tutti
La peculiarità dello scritto sta nella scarsa ovvietà dell’oggetto di riferimento, che a una prima rapida occhiata parrebbe limitarsi soltanto a quel sistema-casa-editrice che da virtuoso baluardo della bibliodiversità viene a trasformarsi in un gigantesco gorgo mangiasoldi. Niente di più falso, perché Manzini in realtà ne ha un po’ per tutti. 

A cominciare, chiaramente, dalle strutture farraginose e obsolete che attanagliano la produttività di gran parte delle industrie italiane – case editrici incluse, a cominciare da una certa sorpassata metodologia nella gestione dei dipendenti, all’evidente stato di polverosa quiescenza delle strutture informatiche fino al completo disinteresse per l’innovazione digitale.

“Gente che scalda la poltrona! Sai quanti editor mi hanno messo all’ultimo romanzo? Tre. E solo uno sapeva fare qualcosa! Vogliamo parlare degli uffici stampa? Gente che non fa nulla dalla mattina alla sera e che se gli chiedi un’informazione si innervosiscono e ci mettono sei giorni a rispondere. (…) I nostri libri sono carrette che si tirano dietro tutti questi inutili fancazzisti”. (pag.18)

Questione che porta con sé anche la conseguente difficoltà nell’interpretare un mercato (di qualunque settore merceologico si tratti) in inevitabile, continua evoluzione:

“<>” (pag.62-63)
Sì, perché se proprio proprio vogliamo impegnarci a cercare le colpe di questo disastro editoriale e culturale, leggendo Manzini ci ritroviamo per le mani non tanto una difesa di un certo tipo di editoria, ma un j’accuse satirico bell’e buono che, per definizione, col politically correct non ha nulla a che spartire e nel quale i primi a essere messi sotto la lente di ingrandimento sono proprio gli scrittori. 

Personaggi per lo più egocentrici, pretenziosi, supponenti:
“(…) per i suoi lettori, una data da segnarsi sull’agenda. L’aspettavano da due anni, sei mesi e tredici giorni. Tutti in attesa di chiudersi in casa, prendersi le ferie, congedarsi in malattia non retribuita e mettersi a leggere l’ultima fatica di Giorgio Volpe.” (pag.10)
di cui Volpe naturalmente rappresenta lo stereotipo colto.

Vittima dell’ansia da prestazione ma inorridito all’idea del confronto con gli addetti ai lavori, tanto da trascorrere l’attesa tra la consegna del manoscritto e la chiamata dalla casa editrice in completa reclusione (ma alle terme, tra fanghi e acque sulfuree) col cellulare spento per sette giorni di fila per poi, al momento della riaccensione, trovarsi “bombardato da una scarica di bip (…) e più di 230 email” (pag.22) – e salvo dare in escandescenze quando l’editor di riferimento risulta irreperibile al momento del bisogno (ndr: il suo – di Volpe): “<> / <> / “E chi se ne frega, ci sono i cellulari e prendono anche in Germania>>” (pag.36).

Ossessionato dal successo di pubblico ma refrattario agli appuntamenti di settore per non parlare dell’idiosincrasia verso intervistatori non compiacenti, social networks, eventi di promozione pubblicitaria:

“<> / <> / <> / <>. Lo aveva dimenticato.” (pag.27).

Assuefatto a dei rapporti di collaborazione con i colleghi scrittori che somigliano più a relazioni fondate sulla convenienza che a legami professionali autentici, basati sul rispetto e sulla stima reciproca:
“<>.
Un breve silenzio. <> chiese quello sgarbato.
<>
<> “(pag.78)

E infine, vanaglorioso fino all’autodistruzione:
“Voi scrittori siete inguaribili. E mi dica, cosa farà? Passerà i giorni nel lontano ricordo di quello che era? Non avrà più un libro e folle acclamanti ai suoi piedi ad ogni presentazione. Il suo ego riuscirà a sopportare di cadere nell’anonimato? L’idea che nessuno leggerà più le sue pagine, imparerà le sue frasi a memoria (…). Niente più Salone del Libro, niente più interviste in prima serata televisiva, niente più festival dove finalmente per qualche giorno siete considerati delle star (…)” (pag.99-100)
L’ultima bordata Manzini la riserva alla presenza in Italia della manodopera straniera di alto livello: lungi dall’essere una dimostrazione di intolleranza è invece un espediente vòlto a rivelare semplicemente come l’Italia sia ormai incapace – per decine di motivi – di favorire i propri talenti preferendo la trasformazione in colonia dell’impero, remota provincia governata da sovrani non necessariamente incapaci, ma lontani e spesso indifferenti.
Epilogo
Ciò che colpisce della cronaca di Manzini è però in sostanza l’ingenuità dell’uomo di mezza età che davvero fatica a rendersi conto delle conseguenze di certi atteggiamenti. E’ un personaggio complesso che malgrado la sua particolarità di uomo di lettere finisce per assurgere a paradigma di quell’italiano medio che tende sempre ad attribuire ad altri, mai a se stesso, le mancanze in cui incorre.
L’avvento della Sigma quindi ci dà tanto l’idea di una ovvia (e prevedibile) conseguenza di fronte al quale è sempre necessario interrogarsi, perché tutti, dal primo all’ultimo elemento della filiera produttiva, ne hanno qualche responsabilità. Lettore incluso:

“<<Sto ritraducendo tutta la letteratura italiana. L'operazione difficile sarà coi Promessi Sposi… sa, quell’italiano lì… (…) Ma sì. Noi, la Sigma, vogliamo avvicinare i ragazzi alla letteratura e usare una lingua che gli faccia amare i libri. Vuole un esempio? (…) Senta l’inizio dei Promessi Sposi… *Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume…* che palle, no?” 
(e la citazione deve per forza finire qui… il seguito lo trovate a pag.35 dell’opera)

Buona lettura 

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