I Cazalet – “Gli anni della leggerezza”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

Tutto è partito da qui, per dire il potere dei libri. Accadde di domenica, il 18 agosto. Dalle mie parti era una bella giornata di sole, quello proprio alpino con il cielo blu fortissimo, nemmeno una nuvola all’orizzonte e le bandiere mosse da una brezza leggera, in cima ai pennoni piantati nei giardini: italiane di qui – dalla parte della valle – rosse con la croce bianca al di là della strada.

Succede che a un certo punto della mattina una persona a me cara apre Twitter e chiede, così a bruciapelo – che faccio, prendo? (Con quel tono, sarà che mi è piaciuto proprio, come la scena del salumiere: “Signora è unettoeventi, lascio?” E tu che sospiri un rassegnato sì, cosa vuol fare? Sta a levarmi due fette, ora che le ha messe? E lasci pure; tanto – pensi – qualcuno si trova sempre, che alla fine quelle due fette di crudo se le mangerà).

Che facciamo quindi, lasciamo?

E’ stato lì, in quel momento p r e c i s o – quello scarto del pensiero, uno sliding doors a momenti impercettibile – che la Liz ci ha fregate. Proprio lì. Sta di fatto: io rispondo che sì, se clicca lei sul tasto acquista ci clicco pure io e va’, potremmo pure leggere insieme, ché io ad andare avanti da sola stavolta proprio non mi fido. Lei risponde si potrebbe, ma tentenna, sai le saghe familiari, duecento nomi da ricordare, i mattonazzi… però c’è qualcosa più forte del dubbio. Non cediamo e addirittura finisce che ci ritroviamo in tre. A cliccare su acquista e cominciare i Cazalet.

Era una domenica di metà agosto e non lo sapevamo ancora: quel giorno la nostra vita di lettrici sarebbe cambiata (forse per sempre? Chi lo sa!)

Dei Cazalet hanno scritto tutti. Quindi non starò a raccontarvi chi sono o da dove vengono o di cosa si narra nel primo volume. Questo post non racconta un libro ma il potere che hanno i libri di unire le persone e di generare riflessioni e pensieri nuovi. Il potere di far cambiare idea.

Noi #GliAnniDellaLeggerezza lo abbiamo letto proprio insieme, riga per riga, un paragrafo via l’altro, a suon di 10percento alla volta. Ognuna con il proprio bagaglio di dubbi, preconcetti e brutte esperienze. Eravamo scettiche, poco convinte, pensavamo di saperlo, cosa ci avremmo trovato dentro – ne eravamo così sicure. Troppi nomi! Troppe vicende! Troppe pagine, troppi volumi! Quel troppo “tirar di trama”, quel senso del costruire accadimenti uno dopo l’altro mettendo le pezze via via, dove occorre. Questo, avremmo trovato. Ne eravamo praticamente certe.

Come è finita la mia (nostra), personale avventura con Elizabeth potete leggerlo sul Twitter. La Liz è potente: crea magie, spazza via in un solo colpo ben assestato tutti i pregiudizi. Troppi personaggi? Sì, ma sono così veri che troppi non lo diventano mai. Troppe pagine? Sì, ma vanno così una dentro l’altra – e per paradosso mai di fretta, non vi ingannate – che troppe non lo sono mai. Troppe vicende? No, perché i Cazalet si incastrano in un domino di eventi che fatto uno tutti gli altri arrivano a catena, inarrestabili – e poi la Liz non si prende certo la briga di spiegare tutto al lettore, anzi. Le pagine scritte gli bastino! par che dica – e per il resto si arrangi – niente toppe postume a spiegar questioni. E l’estate, cielo, l’estate. Quella magia che capita sempre, quando succede di leggere un libro esattamente nella stagione del libro(*).

E poi ancora, la questione del femminile, della maternità o troppo celebrata, o data per scontata, finanche negata; il rapporto tra uomini e donne, lo scarto generazionale, il new nature writing; lo stile, le concatenazioni della trama, la sapienza del progetto creativo. Sono state due settimane di lettura intensa, di confronti, di citazioni, di stravolgimenti, di stupefazioni, di ah sì te lo avevo detto e no non farmi parlare che lì tu non ci sei ancora arrivata e stai attenta, usa cautela, vai adagio, cerca gli indizi. Trovate tutto qui.

Io non posso fare altro che ringraziare le due preziose amiche che mi hanno accompagnata in questo viaggio – mai avrei potuto intraprenderlo da sola: Angela con quel suo sguardo da insider che sa prendersi il giusto tempo, quel suo modo lento di leggere, soppesando le parole una a una – l’approccio attento che a volte mi manca, perché sono spesso vittima dell’urgenza del finire; Monica con l’istinto per la forma, nel recuperare i nodi della traduzione, i punti critici della narrazione, il progetto nella sua totalità – visione d’insieme di cui io talvolta difetto per struttura mia, personale.

Leggete in gruppo se vi capita, anzi createne l’occasione, perché la lettura collettiva è uno dei mezzi attraverso cui si riesce a scoprire se un libro è buono per davvero. E’ un percorso in compagnia, un tratto di strada fatto insieme da cui si esce sempre arricchiti, con qualcosa in più da conservare, qualcosa in più su cui continuare a riflettere.

Buona lettura 🙂

(*) sì, ammettiamolo, qui l’editore ci ha messo del suo! – ma a proposito (ultima nota, mia personale) soo many thanks al SMM di Fazi Editore, attivo/a pure a metà agosto. Super engagement e tante persone che ci hanno seguito in questa avventura: ecco cosa succede quando i social funzionano, e pure nel modo giusto. Tanti cuori, come si dice.

“I luoghi del pensiero”, di Paolo Pagani

Quando mi capita di raccontare come ho studiato filosofia al liceo, certi rabbrividiscono. In classe non abbiamo mai posseduto un manuale, mai seguito il “programma”, (quasi) mai preso appunti durante la lezione. Il famoso libro di filosofia, per dire, comparve solo a metà della terza liceo, imposto dall’alto: poco prima di Pasqua, non per voler nostro ma per insistenza di alcuni genitori terrorizzati dallo spauracchio dell’imminente esame di maturità. Il bello fu che quando lo sfogliammo per la prima volta scoprimmo che proprio non lo sapevamo utilizzare: il sommario dei capitoli, uno per ogni pensatore, le linee cronologiche, i paragrafi per ogni argomento, gli elenchi delle opere con le date di pubblicazione, tutto ci faceva venire il mal di mare – dover saltare di qui e di là, con le dita a segnalibro, per recuperare fili di senso più o meno compiuto, sempre più deboli, sempre più sfrangiati. Noi la filosofia l’abbiamo quasi sempre studiata partendo dalla dialettica sull’argomento – a seconda dell’umore nostro o dell’insegnante, da un fatto politico letto sul giornale, da un collegamento con la lezione di Storia, da un brano di letteratura greca preso in prestito dall’ultimo compito in classe. Chi fu il primo che ne parlò, perché la questione venne fuori proprio lì, in quel luogo, in quel momento e in quel tempo. Se fu affrontata per convinzione, per studio, per piaggeria verso qualche potente. Durante un viaggio in terre lontane, nel contatto con modi di pensiero differenti o per mere e curiosissime convergenze evolutive. Sicché è finita così, che in tre anni diventammo bravissimi a far collegamenti tra tesi e materie, a costruire labirintiche tele di ragno saltando da un secolo all’altro, a determinare d’istinto i contesti socio-politici, a tracciare rotte burrascose di pensieri paratattici sotto l’egida inespugnabile dei nostri μέν – δέ. Ma di certi pensatori importanti, ecco, di alcuni l’opera non la conoscemmo mai per il semplice fatto che non ci capitò di toccarli; e la verità è che se ci avessero interrogato proprio su quelli, all’esame di maturità, avremmo fatto tutti – chi più chi meno – scena muta.

Ma così si studiava filosofia lì dove l’ho studiata io – e l’aver intuito parte del medesimo schema sotteso leggendo “I luoghi del pensiero”, e l’aver scoperto poi che Paolo Pagani (al caso non credo) viene da quelle stesse aule che ho frequentato io anche se in tempi un pochino diversi, bene, mi è stato di gran conforto perché mi ha confermato che quando si impara a pensare per paratassi (da una parte e dall’altra), quei μέν – δέ incistati nella nostra testa, dalla nostra testa non se ne vanno più.

“Non è una novità costruire un saggio filosofico partendo dai luoghi” – dice Paolo Pagani. No, non lo è ma è bene continuare a raccontarne, del modo in cui certi luoghi ci parlano – non perché noi siamo gli eletti ma perché hanno qualcosa in sé, un qualcosa che ha attirato già altri (prima di noi) e più bravi di noi a tirarne fuori il potenziale, o il magico – mi vien da pensare.

E’ impossibile e pur ridondante riassumere qui il potere salvifico di questo libretto, molti ne hanno già parlato sui giornali. Non fatevi ingannare dalle dimensioni: scivola ma occorre prudenza, con la precauzione di non sottovalutarlo; si legge in scioltezza con la curiosità di sapere quel che vien dopo (in puro spirito narrative non-fiction) ma è un treno da prendere in corsa, tanta è la densità della materia: una volta iniziato prendete coraggio e andate dritti fino alla fine.

Dunque c’è Spinoza, che non sarebbe stato Spinoza se non fosse nato ad Amsterdam, nella casa di suo padre, al Waterlooplein (suo padre, il ricchissimo importatore e mercante di spezie giudeo Michael de Espinoza), da cui dovette fuggire bandito dal cherem. Uno strappo che non si ricucì mai. Amsterdam, il nodo epocale, la medesima città in cui per un poco si fermò anche Cartesio che, paranoico, cambiava residenza di continuo, alla ricerca di un eremitaggio ossessivo.

Poi ci sono le vite parallele di Leibniz e Newton, un cammino che si direbbe psicogeografico alla ricerca di ciò che è sepolto, quasi lasciti culturali in un procedimento a sezioni di tecnica archeologica, a recuperare gli strati sovrapposti finendo poi a raccontare di gentrificazioni urbane, inevitabili quanto bizzarre:

“La mamma rifiutava di pagargli la retta perché era fortemente contraria al progetto di una carriera accademica. Isaac allora, fino al 1664, aveva tra i suoi obblighi quello di sorvegliare i fellows, pulire le loro scarpe infangate, svuotare i pitali al mattino. (…) Vive al 35 si St. Martin’s Street, un tiro di schioppo da Leicester Square. Una placca ricorda anche l’appartamento occupato ad appena mezzo miglio da qua, al numero 87 di Jermyn Street nella zona di St. James’s a Westminster. Oggi occhieggia la vetrina della lussuosa sartoria maschile Hackett, quintessenza della upper class” (pag83-84).

e ancora Darwin e Marx, un interrogarsi sulle modalità contemporanee del recupero di un passato importante, qualsiasi esso sia:

“Sopra l’insegna bianca al neon in corsivo di Euroshop e agli strilli commerciali trash che promettono Alles 1E, tutto a un euro, nella facciata color salmone della bassa palazzina in Simeonstrasse 8 una targa grigia avvisa: “In diesem Hause wohnte von 1819 bis 1835 Karl Max” (pag109)

Tra borghesia, salotti in cui si sviluppava il pensiero europeo, sexy shop e una “dining room griffata, di lusso, con cinquanta posti a sedere su divanetti di velluto blu, esclusiva, a disposizione per party privatissimi” (pag116) al posto della celebre topaia al 28 di Dean Street (Soho) dove Marx, in povertà, lavorò alla stesura del primo volume de “Il capitale”.

Insomma si cammina in punta di piedi tra aneddoti, tombe, dimore lussuose, scambi epistolari di grandezza immensa, dissertazioni sull’utilità dell’espressione verbale (da leggere e sottolineare due volte il capitolo su Wittgenstein e su tutta la sua bislacca tribù di fratelli e sorelle a cui Brahms, spesso in visita con l’amica Clara Schumann, concedeva lezioni). Un pellegrinaggio filosofico che si fa riflessione sul luogo quale parte fondante di un sistema di pensiero “antimetafisico: la filosofia non si svolge lontana dalle vite concrete e dalle modalità comunicative tra gli individui in carne e ossa” (pag204):

“La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio. E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi” (pag205)

Da Wittgenstein a Keynes, da Heidegger alla Arendt (e i luoghi del loro amore clandestino) fino a quella celebre fotografia di Mann in abiti da marinaretto, sdraiato sulla spiaggia davanti alla sua villa di Nida; da chi è vissuto in completa povertà a chi, come Darwin, si circondava di cameriere, bambinaie, cuoche e domestiche nella dimora di Down House, “la Gerusalemme laica dell’evoluzionismo dalla quale non si allontanò per quarant’anni”; da chi non ha mai lasciato gli amati luoghi natii a chi, all’opposto, non fece altro se non cambiar casa, vita, abitudini e padroni, Paolo Pagani con lo sguardo acuto da giornalista che fiuta notizie (senza lasciarsi tentare dalle false deduzioni non suffragate dai fatti) ci suggerisce un modo nuovo di fare turismo: un approccio consapevole che si appropri non tanto dell’esperienza del momento, come vuole la moda di oggi, ma soprattutto delle eredità del nostro passato.

Per parte mia non posso fare altro che ringraziare l’autore e la casa editrice: con grande pazienza ed entusiasmo mi hanno accompagnata nella lettura e nella discussione che ho portato avanti sul Twitter. Ringrazio Paolo Pagani per gli spunti di riflessione, per i retweet e soprattutto per le bellissime fotografie che mi ha “regalato” (una su tutte, la scrivania di Mann a Pacific Palisades): trovate tutto sul Twitter di ADC, #IluoghiDelPensiero.

Buona lettura 🙂

Mercoledì 12 giugno, la presentazione di “I luoghi del pensiero” presso la Casa della Cultura. Anche questo un lieto ritorno per me, dopo tanti anni: un luogo pieno di ricordi che imparai a conoscere proprio durante il liceo. Assistere alle conferenze del pomeriggio, questi erano i compiti a casa per noi – di quando si studiava filosofia.

Intermezzo – (ri)leggere Siddhartha, a 40 anni e oltre

Siddhartha, un libro che scappa. La storia racconta che della prima copia se ne persero le tracce quando avevo sedici anni, forse perché prestata a un amico; una seconda si dileguò misteriosamente dopo un trasloco mentre la terza, di proprietà di marito, non uscì più dagli zaini, alla fine di una vacanza al mare. Un libro che come un gatto poco addomesticato se ne va e torna da noi solo quando gli pare opportuno. A questo giro è capitato, per la prima volta, non nelle nostre mani di adulti ma in quelle di figlio1 che l’ha scovato a Jesolo nell’edicola-libreria sotto casa, infilato in seconda fila dentro un espositore verticale – tra i granelli di sabbia appiccicati alle copertine porose degli Oscar Mondadori e le pagine un po’ ingiallite di vecchi gialli Sellerio.

Sicché di nuovo si legge Siddhartha, stavolta ad alta voce, qualche pagina ogni sera prima di andare a dormire. Si legge da una parte per la quarta volta, dall’altra per la prima e quel che colpisce di questa (ri)lettura condivisa sono le molte voci, possedute ed emanate da questa coloratissima fiaba orientale – polifonia di cui forse non ci si era accorti subito, così immersi nell’impermanenza di una fruizione esclusiva.

Lo specchio nel quale noi adulti e i nostri figli ci riverberiamo in un gioco di gibigiane vetrificate riflette il loro sbalordimento per la scenografia: quest’India antica di oltre duemila e cinquecento anni, i colori sgargianti degli scialli e dei gioielli alle caviglie delle donne, gli eremiti dalla pelle scura, nuda e impolverata, immersi in una vegetazione lussureggiante, belve feroci e serpenti in agguato tra le foglie, gli enormi alberi di mango, il fiume vorticoso.

Negli occhi di figlio1 si vede anche, un poco lontano ma già presente, a metà strada tra la curiosità e l’apprensione, lo stupore per la storia di questo ragazzino ricco, insofferente alla vita di corte, scettico nei riguardi dei maestri, ribelle nei confronti dei genitori – un ragazzino inquieto e insoddisfatto che insieme al suo amico del cuore decide un giorno di andarsene di casa, abbandonare tutto e tutti non per godere delle agiatezze del mondo come si poteva supporre ma per ritirarsi in preghiera tra i samana, asceti girovaghi che abitano la foresta e vivono di carità.

“Lo assalivano sogni e pensieri irrequieti, portati fino a lui dalla corrente del fiume, scintillati dalle stelle della notte, dardeggiati dai raggi del sole: sogni lo assalivano, e un’agitazione dell’anima, vaporata dai sacrifici, esalante dai versi del Rig-Veda, stillata dalle dottrine dei vecchi brahamani. Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva cominciato a sentire che l’amore di suo padre e di sua madre, e anche l’amore dell’amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l’avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati” (pag35)

La vita di Siddhartha, dai samana ai mercanti, dalla concubina al barcaiolo, è tutta uno guazzabuglio di fuochi d’artificio e coloratissimi colpi di scena ai suoi occhi, perché Siddhartha fa tutto il contrario di quel che potrebbe e soprattutto di quel che dovrebbe in base al senso comune. Ma si sa (lo sappiamo noi adulti, perché in qualche modo ci viene spiegato, se ci prendiamo la briga di leggerne – lo intuiscono meglio i bambini, perché hanno questo vantaggio rispetto a noi grandi: i bambini vedono, prima di comprendere) tutto è il Buddhismo tranne che la religione del senso comune.

“Molto apprese Siddhartha dai samana, molte vie imparò a percorrere per uscire dal proprio Io. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso il dolore, attraverso la volontaria sofferenza e il superamento del dolore, della fame, della sete, della stanchezza. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso la meditazione, svuotando la mente da ogni immagine per mezzo del pensiero” (pag45)

Negli occhi di chi rilegge Siddharta a 44 anni invece c’è la meraviglia per una creazione polimorfica capace di parlare contemporaneamente molte lingue a molte orecchie – anche a distanza di decenni dalla sua pubblicazione, in un mondo certo tanto diverso dal nostro (ma cosa ci saremmo aspettati di diverso poi? Stiamo parlando sempre di impermanenza dopotutto). A sedici anni avevamo ritrovato in Siddhartha la nostra stessa voglia di cercare e di percorrere strade nuove, la volontà di decidere autonomamente, nell’abbraccio a un qualcosa di superiore condiviso con altri, uguali a noi, scelti per desiderio indipendente e consapevole, non per destino di nascita.

“Tutto sapevano i brahmani e i loro libri sacri, tutto, e perfino qualche cosa di più; di tutto s’erano occupati, della creazione del mondo, della natura del linguaggio, dei cibi, dell’inspirare e dell’espirare, della gerarchia dei cinque sensi, dei fatti degli dèi… cosa infinite sapevano… Ma valeva la pena saper tutto questo, se non sapeva l’Uno ed Unico, la cosa più importante di tutte, la sola cosa importante?” (pag36)

Al giro di boa dei venticinque ci aveva conquistati l’esortazione a mescolarci con il samsara, quel mondo che cominciavamo soltanto a intravvedere nelle sue incongruenze ma soprattutto nelle sue opportunità quasi infinite – confidando nella nostra intelligenza, nella nostra abilità di stare al di fuori. Il passato era da lasciare indietro, sciocca materia adolescenziale; il futuro troppo vecchio e lontano per pensarci davvero.

“(…) e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere ed esistere realmente, e non solo star lì a parte come uno spettatore” (99)

Ora invece, a quaranta passati, ecco che di riflessioni leggendo Siddhartha ne vengono altre. I conti con la vita professionale e il tempo che passa, quelli nei confronti dei figli che dall’altra parte dello specchio ci guardano, pronti ad attraversare il fiume.

“Molto, certo, di ciò che egli aveva appreso dai samana, da Gotama, da suo padre il brahmano, era ancora vissuto a lungo in lui: la vita sobria, il gusto del pensare, le ore di concentrazione, la segreta cognizione di sé, dell’eterno Io, che non è né corpo né coscienza. Molto di ciò era rimasto in lui, ma una cosa dopo l’altra a poco a poco era andata a fondo e s’era coperta di polvere” (104)

“Poi era giaciuto a suo fianco e il volto di Kamala gli era stato vicino, e sotto gli occhi di lei e accanto agli angoli della bocca aveva letto, così chiaramente come non mai, un pauroso messaggio, un messaggio di linee sottili, di solchi lievi, un messaggio che parlava d’autunno e di vecchiaia, così come del resto anche Siddhartha stesso, allora entrato nella quarantina, aveva già scoperto qua e là qualche filo grigio tra i suoi capelli neri. La stanchezza stava scritta sul bel viso di Kamala, stanchezza d’un lungo cammino, senz’alcuna meta piacevole, stanchezza e minaccia di appassimento incipente, e una paura segreta, non ancora espressa, forse non ancora consapevole: paura dell’età, paura dell’autunno, paura del dover morire” (109)

“Ora, pensò, poiché tutte queste cose effimere mi sono di nuovo sfuggite, ora eccomi di nuovo alla bella stella, tale e quale come quand’ero bambino: nulla posseggo, nulla so, nulla posso, nulla ho imparato. Meraviglioso! Ora che non sono più giovane, che i miei capelli sono già mezzo grigi, che le forze mi abbandonano, ora ricomincio da capo, dall’infanzia!” (123)

Infanzia. La nostra o quella dei nostri figli? Forse entrambe dato che i figli ce la fanno rivivere tutta, dal principio alla fine ma non come quella sovrastruttura posticcia un po’ kawai che va tanto oggi tra i giovani adulti. Proprio dentro, nel suo intimo significato, senza filtri. Eppure.

“Siddhartha cominciò a comprendere che con suo figlio non gli erano piovute pace e felicità, ma dolore e affanno. Tuttavia lo amava e aveva più caro il dolore e l’affanno dell’amore, che pace e felicità senza quel bambino” (146)

“Gli era dunque mai successo di perdere a tal punto il proprio cuore, aveva mai amato a tal punto una creatura umana, così ciecamente, con tanto dolore, con tanto insuccesso, eppure con tanta felicità?” (149)

Figli che si fanno, si crescono e poi si debbono lasciare. Figli che fuggono dai genitori e passati dall’altra parte del fiume spaccano il remo, per evitare a se se stessi la tentazione del ritorno. Figli per i quali la nostalgia ci corrode, insieme al sollievo di saperli ormai adulti – o quasi.

“Se nella foresta troverai la beatitudine, ritorna, e insegnami la beatitudine. Se troverai la delusione, ritorna: riprenderemo insieme a sacrificare agli dèi” (41-42) Disse il padre a Siddhartha, tanti anni prima.

“(…) si rese conto, inoltre, che egli stesso non era in pena per suo figlio; nel suo intimo sapeva benissimo che non era morto, né lo minacciava nel bosco alcun pericolo. Tuttavia continuava a correre senza posa, non più per salvarlo, ma solo per nostalgia, per vederlo, se possibile, ancora una volta” (153)

Noi ora siamo qui, a questo piccolo, infinitesimale momento. Chissà come potrebbe essere rileggere Siddhartha a sessant’anni. Mi piacerebbe, anche solo per scoprire se potrò ancora trovarci dentro, come sospetto, qualcosa di nuovo che ancora adesso non riesco a vedere.

La lettura ad alta voce è un specchio nello specchio in cui si riflettono migliaia di immagini tutte uguali eppure tutte diverse, spinge a un confronto spiazzante, mette a nudo le emozioni come il blu delle vene su una pelle chiarissima, apre discussioni e collega tutti i fili rossi che legano le esperienze, nostre e dei nostri figli(*). I bambini vedono, più che comprendere, ed è curioso che questa sia una delle vie che il Buddha invita a percorrere, quella della mente aperta e presente a se stessa, sempre attiva, sempre attenta.

Buona (ri)lettura 🙂

(*) E’ vero, figlio1 ne ha fatte di particolari: dalla laicità pubblica della scuola al sincretismo religioso che paradossalmente dentro la scuola pubblica si respira fino al cammino di iniziazione cristiana che grazie alla lungimiranza di un uomo di Chiesa ha trascorso (senza mai metter piede in un’aula di catechismo) in giro per l’Italia, percorrendo tante strade diverse che lo hanno portato, in quattro anni, dalla freddissima Sinagoga di Casale Monferrato alle funzioni domenicali dei Cristiani Copti fino al monastero di SotoZen Fudenji con il suo Dojo, i piedi scalzi e le lezioni del maestro Taiten Guareschi. Io mi auguro che tutto questo lo accompagni per molto tempo, come l’Om a cui lo invita sempre sua madre, recitato all’inizio o alla fine della giornata: “(…) una parola, una sillaba, che egli pronunciava senza rendersene conto, con voce cantilenante, l’antica parola con cui hanno inizio e fine tutte le preghiere dei brahmani, il sacro Om, che significa qualcosa come *ciò che è compiuto*, o *la perfezione*” (pag117). Chi lo sa.

“Storiografie parallele – cos’è la non-fiction”, di Lorenzo Marchese

Tempo di lettura: 7mins

Ho fermato il blog per qualche mese perché avevo bisogno di chiarirmi le idee: su che cosa stessi leggendo, cosa volessi leggere, cosa significasse quel necessario di cui tutti parlano. Ci stavo ragionando sopra da un po’* finché a primavera, poco prima di #Bookpride, mi accade di imbattermi nel post di una persona – non alle prime armi in fatto di letture – che ogni tanto seguo sui social: una foto di “Serotonina” accompagnata dal commento “Non ho capito se mi è piaciuto o no”. Un’immagine potente che mi ha colpito per sé stessa, non tanto perché riferita a Houellebecq: il simulacro di un lettore, in cui sempre più spesso mi identifico anch’io, che chiude un libro e si trova a dirsi che in fin dei conti non ha proprio proprio capito fino in fondo la natura del prodotto che gli è passato per le mani. Per quanto riguarda le scritture e in particolare il rapporto tra autore/casa editrice/lettore, ho la convinzione che non esista niente di più mal riuscito.

Insomma, la questione vera è la difficoltà che ho da un po’ nel comprendere la verità dei libri. Ora come ora mi viene in mente “La ragazza con la Leica”, per dire. Oppure “La Scuola Cattolica”, che ho preso e abbandonato per tre volte di seguito (ADC, come hai potuto, è premio Strega pure quello, mica selfpublishing, che diamine). Oppure Carrère che mi sono sforzata di leggere per intero (mi manca solo “Romanzo russo”); dall’altra parte il magico Franzosini, il mio percorso di lettura #ADCNorthPole, con l’antropofiction di Matteo Meschiari e i reportage di Marzio G. Mian, i romanzi iper-contestualizzati come “L’invenzione del vento”, solo per citarne uno – di cui poi vorrei parlare su ADC. Potrei andare avanti all’infinito ma poi un momento, fermi tutti: in ballo non ci sono soltanto i libri – e il fatto che ADC si metta a tracciare rotte crossmediali vi deve dare l’idea della gravità con cui percepisce la questione.

Penso a “Bohemian Raphsody” di Bryan Singer o anche a “Rocketman“, il biopic su Elton John diretto da Dexter Fletcher. Ci aggiungo pure “Stranger Things (1-2-3)” coi suoi favolosi Eighties e la miniserie “Černobyl’ ” (che comunque un merito ce l’ha di sicuro: aver insegnato a migliaia di persone la pronuncia corretta della disgraziata cittadina ucraina).

Insomma, la verità sulla verità. La verità vera come la verità vera, anzi, più vera della verità vera – perché a volte la verità vera è così sfaccettata, imprecisa, discutibile, finanche abbastanza noiosa o sconosciuta, celata, aliena che se ne sente il bisogno di una verità, a tratti più vera del vero (non per nulla s’è scritto da più parti che il Freddie Mercury di Rami Malek è in certi punti più autentico dello stesso Farrokh Bulsara in carne e ossa).

Sicché una volta a Bookpride, spinta da chissà quale grazia divina o tentazione demoniaca me ne sono andata ad ascoltare il dialogo tra Lorenzo Marchese e Alessandro Gazoia che se la raccontavano bellamente (pure davanti a numerosi spettatori, il che dimostra come la faccenda non interessi soltanto un pubblico d’élite come ad alcuni piacerebbe pensare) riguardo la difficoltà “accresciuta nei lettori a distinguere verità e menzogna, e comportando una consapevole alterazione dell’identità del genere” (“Storiografie parallele”, p13). E lì, ecco l’illuminazione, Dio benedica le presentazioni dei libri – quelle fatte bene: cara ADC tu hai un problema, e quel problema si chiama non-fiction.

Io devo essere grata a Lorenzo Marchese (ricercatore presso l’Università di Pisa e dell’Aquila, una tesi di specialistica sull’autofiction, diploma di Dottorato di ricerca in Filologia, Letteratura e Linguistica – proprio con il testo che diventerà il nucleo di “Storiografie parallele”): non solo mi ha inviato “Storiografie parallele” per posta – un’Odissea de’ no artri, made in Poste Italiane, che noi a raccontarla impiegheremmo giornate intere e voi sbianchereste di spavento, quindi anche no – ma mi ha proprio preso per mano perché prima di tutto mi ha regalato il lessico: le parole che mi mancavano per imparare a parlarmi (da me a me) di non-fiction. Non le ho assimilate tutte e non ho la pretesa di riutilizzarle in completa autonomia ma per lo meno posso affermare con sicurezza di averle lette e sottolineate, domandandomi il loro significato; non dico solo quello sulla carta, la definizione, ma anche il senso e la conseguenza del loro esistere.

Se non lo avete mai fatto, fermatevi un momento e chiedetevi cosa succede nella vostra testa quando leggete, che so, “La Scuola Cattolica” di Albinati appunto, o “Gomorra“, o “Elisabeth” di Paolo Sortino, o “I cani del nulla” di Emanuele Trevi. O “In cold blood” di Truman Capote, o “Il Regno” di Carrère. Se volete, quel cosa succede ve lo spiega proprio Marchese, spalancandovi la porta dell’ingarbugliato universo parallelo delle “narrazioni storiche che si servono però di strumenti comunemente riconducibili alla letteratura d’invenzione” (p22). Scoprirete così che la questione della non-fiction non è poi così nuova: viene addirittura dall’antichità classica, si spinge fino alle agiografie, si contorce su se stessa con “Robinson Crusoe”, prende il volo sulle ali del new journalism firmato Joan Didion. Perché il desiderio di “restituire la realtà avvenuta senza filtri apparenti” è cosa antica – e non è mai stata priva di effetti collaterali.

Leggendo “Storiografie parallele” scoprirete pure che questa pratica di scrittura copre una vastità di tipi a dir poco innumerabili: scritti di viaggio (dall’Oriente di Pasolini alla paesologia di Arminio, solo per fare due esempi), saggi narrativi fra saggio critico e romanzo-saggio (tra i vari analizzati: “Troppi paradisi” di Siti, “Le benevole” di Littell, Houellebecq e Albinati appunto), reportage (da Capote a Leogrande, passando per “Gomorra”), biografia (autobiografia, romanzo autobiografico, autofiction, biofiction… dalle “Vite Parallele” di Plutarco all'”Hitler” di Giuseppe Genna). Tipologie che se da una parte sono appunto così varie da essere praticamente incatalogabili – e forse è bene che rimangano così per mio punto, perché se da brava filologa classica ho un debole per la tassonomia, è pure vero che a far troppe schedature talvolta ci si rimette nella visione d’insieme – dall’altra non si può dire che non siano accomunate da alcuni minimi, comuni denominatori: primo fra tutti il carattere di rottura col passato.

“(…) a premessa e conclusione di questo libro c’è una tesi forte e restrittiva su cosa è la non-fiction contemporanea e su come la si dovrebbe leggere per orientarsi fra le pagine: la cosiddetta non-fiction contemporanea è un tipo di discorso narrativo che s’incarica di raccontare storie realmente avvenute e documentabili (in particolare dalla cronaca recente) usando gli strumenti formali e le strategie retoriche della letteratura d’invenzione (comunemente ricondotta alla grande galassia della fiction). Nel farlo, questa categoria di scrittura si pone esplicitamente contro la storiografia contemporanea e fuori, al tempo stesso, dal romanzo” (p42)

Perciò mi sono presa il mio tempo. “Storiografie parallele” va trattato con cautela perché è un testo densissimo: Lorenzo Marchese mi ha raccomandato di sottolinearlo, piegarlo e orecchiarlo e così ho fatto, e nel farlo ho capito che il bisogno che mi aveva spinto al principio era la necessità di uno strumento attraverso cui orientarmi nel buio sempre più buio dell’ipertrofica produzione editoriale contemporanea.

Il romanzo non ci basta più (veramente a me basterebbe anche, solo che quasi nessuno ne scrive più di quelli che vorrei leggere), perché sempre più spesso la fiction è percepita “come un grande discorso insufficiente, inerte, lontano da un confronto serrato con la realtà esterna” (pag273) ma d’altra parte la nostra conoscenza della realtà per come essa è davvero, ossia tramite il giornalismo, è mediata da processi irreversibili quali il fact-checking e la post-truth (pag276). L’ascesa della non-fiction si incista proprio qui, in questo scarto del pensiero che esige una storia vera, nel desiderio di comprendere qualcosa di cui il lettore non ha avuto esperienza (diversamente dall’autore, dato che uno dei criteri base della non-fiction specie con riguardo all’ “odeporica fattuale” e al reportage è la presenza in loco dell’autore, a testimonianza del vero narrato) – ah, l’importanza tutta contemporanea del fatto esperienziale – , ma nello stesso momento non può fare a meno (grazie tv, grazie cinema, grazie reality shows, grazie spettacolarizzazione mediatica del lutto e della tragedia, I’d like to thank you all), del “criterio drammatico“:

“Gli avvenimenti storici sono intramati in un intreccio coinvolgente, secondo una ricostruzione spesso non obbiettiva secondo i nostri canoni di modernità, né mancano aneddoti, scene *teatrali*, confronti ricostruiti ex post. La maniera non finzionale della rappresentazione della realtà, in questo frangente, predilige la costruzione scene-by-scene, le sequenze memorabili e icastiche, la predilezione per l’impatto emotivo e il risvolto forte della violenza: elementi che non di rado tradiscono una memoria cinematografica, televisiva o comunque di secondo grado” (pag277-278)

Si parlava di effetti collaterali – e quelli che si porta dietro la non-fiction non sono da sottovalutare. Lorenzo Marchese li illustra nei dettagli e sarebbe troppo lungo soffermarci a elencarli tutti. Certi autori di non-fiction ne sono consapevoli e cercano con vari espedienti (per esempio Saviano in “Gomorra” o Albinati in alcuni passi de “La Scuola Cattolica”) di avvertire il lettore – pur guardandosi bene dal mettere in atto alcuna azione correttiva sul testo, come a dire lettore io ti ho avvertito: per il resto, arrangiati da solo.

Per quanto riguarda le forme di non-fiction che trattano gravi casi di cronaca oppure episodi storici narrati “dalla parte del cattivo” (e la mia domanda di fondo è: ce n’è proprio bisogno?) la questione diventa ancora più complicata, perché entrano in gioco ad esempio il rischio di “feticizzazione” (pag279) o quello di usare il fatto di cronaca “come laboratorio per parlare d’altro” (pag279), per non tacere la questione spinosa della possibile mancanza di obiettività da parte dell’autore e di una certa spinta alla massmediazione; un inevitabile effetto guilty-pleasure che si accompagna a un altro minimo comune denominatore di tutte o quasi le forme di non-fiction contemporanea: la scarsa attenzione alle fonti scritte cui viene preferita la testimonianza orale, che paradossalmente viene indicata come risolutiva e necessaria al fine di comprendere l’accaduto, quando invece “ridurre l’elemento di ricerca e verifica a favore del criterio testimoniale (…) comporta anche delle conseguenze” (pag275).

Quindi alla fine il tutto si riduce al patto di sangue che sempre, dalla notte dei tempi, accompagna autore e lettore (con le linee editoriali di ciascuna casa editrice in mezzo). Patto che se è ben chiaro nel macrocosmo della fiction (nulla di ciò che è raccontato è vero – ma al limite verosimile) e in quello parimenti vasto della storiografia (tutto ciò che è raccontato è accaduto e verificabile), non così chiaro è oggi al fruitore di non-fiction, che in certi contesti mi pare ultimamente un po’ passivo. Un altro dei miei crucci personali, la passività: nell’accettare un invio gratuito, nel comperare un libro per via del battage pubblicitario, nello spingermi a certe letture sull’onda della spendibilità on-line.

Solo alla fine di “Storiografie parallele” ho capito cosa forse volesse davvero dirmi Lorenzo Marchese quando mi ha scritto che su questo testo occorre “ridiscuterne”. Significa non tanto – credo, che il Cielo mi aiuti – valutarne di nuovo i contenuti, magari alla luce di qualche altro approfondimento (cosa sempre possibile, certo: è vero che certe materie invecchiano in fretta… ma non così in fretta), quanto considerare “Storiografie parallele” un testo aperto, su cui tornare nel momento in cui si senta il bisogno di ri-fare il punto su ciò che si sta leggendo e che il panorama editoriale offre.

“Certamente [le storiografie parallele] fanno parte [della letteratura]. (…) Piuttosto, si deve spostare più a monte la domanda sull’appartenenza, non senza qualche perplessità: posto che le storiografie parallele sono letteratura, cosa sta allora diventando la letteratura? Cos’è che la rappresentazione per molti versi tipica e sincera (ma spesso non esatta) della Storia aggiunge a una conoscenza profonda e stratificata del mondo – conoscenza che della letteratura è teoricamente stato, finora, il fine? Se le storiografie parallele sono letteratura, quanto esse contribuiscono all’accrescimento di conoscenza, e quanto invece tolgono alla nostra capacità di visione, imperniate su un’autenticità che troppo spesso somiglia a una scorciatoia per (illudersi di) vedere *come sono andate le cose fin dei dettagli*, su tecniche di realismo più dirette ma anche più povere, su una verità empirica che non di rado resta luogo comune, espediente spettacolare, appello ricattatorio e blandamente progressista (col lettore portato a calarsi, per il tempo della lettura, nei panni comodi di chi assiste alle ingiustizie della realtà e ai delitti della cronaca stando seduto sempre dalla parte della ragione)?

Non posso impegnarmi a non leggere più testi di non-fiction: finirei per escludere, così a spanne, almeno un terzo dei prodotti presenti a scaffale oggi, cosa che equivarrebbe a scartare anche scritture potenzialmente valide. Ma una cosa l’ho capita, proprio grazie a “Storiografie parallele”: che per me debbono restar fermi alcuni punti – che sono i miei, si intende, senza pretesa di renderli universali: l’attenzione che l’autore deve porre nei riguardi delle fonti, una certa aderenza a un principio che mi viene da definire di sobrietà stilistica, il rispetto nei confronti di ciò che oggettivamente non si può conoscere, nemmeno utilizzando l’escamotage della supposizione. Tutto il resto, a cominciare dalla spettacolarizzazione della sofferenza altrui o da un certo modo di usare “somebody as a mouthpiece”, andrà escluso.

Buona lettura, se volete cimentarvi (E’ necessario? Sì, se come me vi trovate troppo spesso lì, seduti in poltrona con in mano quel libro appena terminato, a domandarvi “ma che cosa ho letto?” e a seguire vi prende quella lieve, scocciante sensazione di aver perso del tempo prezioso)

*A posteriori, come al solito le mie letture si rivelano fondi di caffè postumi che non imparerò mai a interpretare con la dovuta lungimiranza: era chiaro che qualcosa non andava, sin dalla dedizione che quest’inverno spesi per “Il Tao della fisica” – questo mio istinto a recuperare il passato, ritrovarlo, restarci – ed è per questo che spesso mi chiedo come sia possibile avere piani di lettura, elenchi di libri da leggere e pure rispettarli, giorno dopo giorno, settimane di seguito, mesi perfino. Forse è proprio per questo che il bookblogging, quello vero, quello si direbbe focalizzato, non ha mai fatto per me.

“Holden & Company”, di Luca Pantarotto

“Gli editor delle riviste letterarie, suggerisce Hardwick, non sembrano più interessati alla letteratura. Le redazioni funzionano ormai un po’ come una catena di montaggio: *I libri si accumulano, e quando escono loro entrano le recensioni*, gli scrittori migliori stanno molto attenti a mantenersi sempre un po’ al di sotto del loro stesso livello, l’obiettivo principale di ogni recensione è la *leggibilità*. (…) *Tutto è in qualche modo uguale (…); la leggibilità, una piccola parola confortevole, ha preso il posto dell’antiquato requisito di uno stile bello e chiaro, che è un’altra cosa. Ogni differenza di merito, di posizione, di forma si appanna in un’assonnata approvazione. (…) In questa moda c’è una sorta di euforia democratica che può rendere un buon servizio al libro leggero, ma che difficilmente incontrerà le esigenze di un’opera seria*. (…) Da forma critica di scrittura, la recensione letteraria diventa così scrittura informe” (Luca Pantarotto, “Holden & Company” – “Elizabeth Hardwick e il declino delle recensioni letterarie” – pag51. Le parti in asterisco sono citazioni dall’articolo della Hardwick – “The Decline of Booking Reviewing”, pubblicato su Harper’s nel 1959).

Che bello l’esperimento “Glitch” di Aguaplano libri. Si tratta del recupero e della pubblicazione cartacea di contenuti editoriali originariamente prodotti per il web (post su blog, articoli scritti per riviste online, profili social ecc.), alcuni dei quali ormai off-line e quindi di difficile consultazione per l’utenza comune. Questo progetto, giunto alla seconda uscita, mi piace molto perché alla base presuppone un criterio valutativo, punto importante quando si tratta di letture on-line data l’enorme quantità di materiale presente in rete, di qualità variabile e – quel che è  peggio – di difficile vaglio per chi non ne è esperto (leggi: le sòle sono dietro l’angolo ma non è così immediato riconoscerle, specie per un occhio poco allenato – e sapete che io sto sempre da quella parte lì, dalla parte dell’occhio non allenato) .

Per quanto mi riguarda, mi piace l’idea che finalmente ci sia qualcuno super partes che si prenda la briga di operare una scrematura su quello che ci viene proposto, specie in materia di lit-blog, effettuando una selezione qualitativa. Si potrebbe obiettare che anche in questo caso i criteri di selezione sono e restano simpaticamente soggettivi. Io non ne sono così sicura perché era ora che al di là di generici “awards” (che talvolta si basano su parametri a dir poco vaghi, spesso orientati più verso sommari criteri di likeability che verso valutazioni riguardo al contenuto) o passaparola o mode del momento, qualcuno del mestiere si prendesse l’impegno e decidesse che cosa, certo a proprio consapevole giudizio, fosse meritevole di essere conservato, e in che modo.

Gi scritti di Luca Pantarotto, owner del blog “Holden & Company“, on line dal 2013 al 2015, hanno accompagnato il cammino di molti blogger. Nel mondo dei lit-blog H&C non è solo conosciuto, ma è stato – uso il passato perché il sito non è più accessibile, per volere dell’autore – un punto di riferimento imprescindibile per tutto ciò che concerne la letteratura americana moderna e contemporanea.

Di H&C Aguaplano ne riproduce una selezione, in parti significative; per esempio alcuni *Da dove comincio?* (DFW, Lansdale, Stephen King), a cui si affiancano altri articoli di più ampio respiro (Alcuni articoli su GRA, la riscoperta di Kent Haruf, un capitolo su Paul Bowles, che ho amato moltissimo – per dire).

A me è sempre piaciuto l’approccio di Luca Pantarotto. È un blogger competente e attento ai dettagli che, tuttavia, nello stesso tempo (cosa complicata da gestire, ma lui ce la fa, a mio parere) coniuga la precisione dell’analisi alla leggerezza auto-ironica di un’esposizione che rifugge la pedanteria – di cui spesso noi blogger siamo affetti. Senza per altro trascendere in un’abbassamento dei toni – che io chiamo “alla no’artri”: un’altra amabilissima deriva, epidemia endemica della nostra categoria: quella insomma da content manager “sul pezzo” che spesso trasforma il post in una serie infinita di autoreferenzialità che scivola in caciara a metà strada tra “badate, io sono dell’ambiente” e “lo scrittore, ri-badate, l’ho incontrato, è gradevolissimo”.

In H&C non troverete niente di tutto questo, potete tirare un sospiro di sollievo. Troverete competenza, struttura, argomenti sviluppati dall’inizio alla fine (i post sono/erano lunghetti? Pazienza, fatevene una ragione, mica si può sempre obbedire all’algoritmo), ma anche una buona dose di sorrisi sotto i baffi, aneddoti divertenti, cross referenze e attenzione per i temi sociopolitici imprescindibili nell’approccio di alcuni autori.
Non mancano le critiche nei riguardi di certe opere, che tuttavia non risultano inappropriate, perché si fondano su un sistema di analisi rigoroso che lascia pochissimo spazio a quei giudizi “di pancia” che confondono l’analisi testuale solidamente argomentata con la mera impressione personale (fidatevi, l’internet dei lit-blogger ne è stracolmo: scrivere che un libro è, per dire, ammorbante o necessario, o potente – no, non è una recensione critica, spiace ma è così).

Insomma a me H&C piace(va) perché mi metteva curiosità riguardo i testi proposti, che Pantarotto aveva la capacità di collegare l’uno all’altro creando percorsi di lettura sempre nuovi e spunti ricchi
di fascino. Leggendo H&C davvero ti viene voglia di leggerli, quei libri lì, e se lo hai già fatto ti viene pure voglia di di leggerli un’altra volta perché Pantarotto ti insinua il dubbio (o la certezza!) di aver dimenticato qualcosa, durante la lettura.
Alla fine forse ha fatto davvero propria la lezione del giovane Holden e ha trovato il modo di passarcela, per osmosi: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (JD Salinger).

Buona lettura 🙂

“Il Tao della fisica”, di Fritjof Capra (trad. di Giovanni Salio)

“L’esperienza mistica è necessaria per comprendere la natura più profonda delle cose, e la scienza è essenziale per la vita moderna. Ciò che ci serve, quindi, non è una sintesi ma un’interazione dinamica tra intuizione mistica e analisi scientifica”

Fritjof Capra, “Il Tao della fisica”, 1972 – Adelphi 1982/89/98 – p356


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“Nel nostro ambiente terrestre, gli effetti della gravità sullo spazio e sul tempo sono talmente piccoli da essere insignificanti, ma nell’astrofisica (…) la curvatura dello spazio-tempo è un fenomeno importante. Finora tutte le osservazioni hanno confermato la teoria di Einstein e ci spingono quindi a credere che lo spazio-tempo sia di fatto curvo. Gli effetti più drastici della curvatura dello spazio-tempo si manifestano durante la contrazione – o *collasso* – gravitazionale di una stessa di grande massa” (*)

“Nel corso della sua evoluzione ogni stella raggiunge uno stadio durante il quale essa si contrae a causa della mutua attrazione gravitazionale tra le sue particelle. Poiché l’attrazione aumenta rapidamente col diminuire della distanza tra le particelle, la contrazione accelera, e se la stella ha una massa sufficientemente grande, pari a più di due volte quella del Sole, nessun processo conosciuto può impedire che la contrazione prosegua indefinitamente” (*)

“A mano a mano che la stella si contrae e diventa più densa, la forza di gravità sulla sua superficie cresce sempre più, e di conseguenza continua ad aumentare anche la curvatura dello spazio-tempo nella regione circostante. A causa della crescente forza di gravità sulla superficie della stella, diventa sempre più difficile allontanarsene, e alla fine la stella raggiunge uno stadio in cui dalla sua superficie non può sfuggire nulla, neanche la luce. A questo stadio diciamo che attorno alla stella si forma un orizzonte degli eventi, perché nessun segnale può allontanarsi da essa per comunicare un evento qualsiasi al mondo esterno. Lo spazio attorno alla stella è quindi talmente curvo che tutta la luce rimane confinata al suo interno e non può uscirne. Noi non siamo in grado di vendere una stella di questo tipo, perché la sua luce non può mai raggiungerci e per questo morivo la chiamiamo buco nero” (*)

“La forte curvatura dello spazio-tempo attorno a buchi neri non solo impedisce a tutta la loro luce di raggiungerci, ma ha un effetto altrettanto impressionante sul tempo. Se un orologio, che ci trasmette i suoi segnali, si trovasse sulla superficie di una stella che si sta contraendo, noi osserveremmo che questi segnali rallentano a mano a mano che la stella si approssima all’orizzonte degli eventi finché, una volta che la stella fosse diventata un buco nero, non ci giungerebbe più nessun segnale dall’orologio. Per un osservatore esterno, lo scorrere del tempo sulla superficie della stella rallenta con la contrazione della stella e si ferma del tutto all’orizzonte degli eventi. La contrazione completa della stella avviene quindi in un tempo infinito” (*)

“Anche i saggi orientali parlano di ampliamento della loro esperienza del mondo durante gli strati superiori di coscienza, e affermano che questi stati comportano un’esperienza totalmente diversa dello spazio e del tempo. Essi insistono sul fatto che non solo, durante la meditazione, vanno al di là dell’ordinario spazio tridimensionale, ma anche (…) trascendono l’ordinaria consapevolezza del tempo. Invece di una successione lineare di istanti, essi percepiscono – così dicono – un presente infinito, eterno, e tuttavia dinamico” (*)

“*In questo mondo spirituale non ci sono suddivisioni di tempo come passato, presente e futuro; esse si sono contratte in un singolo istante del presente nel quale la vita freme nel suo vero senso… Il passato e il futuro sono entrambi racchiusi in questo momento presente di illuminazione e questo momento presente non è qualcosa che sta in quiete con tutto ciò che contiene, ma si muove incessantemente” (D.T. Suzuki, *On Indian Mhayana Buddhism*) (*)

Non avrei mai immaginato di riuscire a cominciarlo, men che meno riuscire a finirlo, e invece ce l’ho fatta – e la mattina successiva, in televisione, passavano le immagini della galassia M87. Riassumere “Il Tao e la fisica” è impossibile – e non ci proverò neppure. Chi lo deve leggere, e perché va letto anche a distanza di 40 anni dalla pubblicazione: lo deve leggere chi non si accontenta di interpretare il mondo secondo le categorie del vuoto e del pieno, chi riflette costantemente sull’inutilità del linguaggio in determinati contesti, chi è ancora convinto che gli esercizi di meditazione debbano di necessità allontanare dalla pratica della vita.

Va letto per un solo motivo, atemporale:

“Come le nostre ordinarie nozioni di spazio e tempo, la causalità è un’idea limitata a una certa esperienza del mondo e deve essere abbandonata. quando questa esperienza viene ampliata. Così si esprime Swami Vivekananda:

Tempo, spazio e causalità sono la lente attraverso la quale si vede l’Assoluto… Nell’Assoluto in se stesso non ci sono né tempo, né spazio, né causalità

Le tradizioni spirituali orientali indicano ai loro seguaci vari modi per andare al di là dell’ordinaria esperienza del tempo e per liberarsi dalla catena di causa ed effetto; dal vincolo del karman, come dicono gli Indù, e i Buddhisti. Perciò è stato detto che il misticismo orientale è una liberazione dal tempo. In un certo senso, la stessa cosa si può dire della fisica relativistica”(**)

“Gli artisti indiani del decimo e del dodicesimo secolo hanno rappresentato la danza cosmica di Siva in magnifiche sculture in bronzo di figure umane danzanti, con quattro braccia, i cui gesti, stupendamente equilibrati e tuttavia dinamici, esprimono il ritmo e l’unità della Vita. (…) La mano destra superiore della divinità tiene un tamburo per simboleggiare il suono primordiale della creazione, la mano sinistra superiore regge una fiamma, l’elemento della distruzione. L’equilibrio delle due mani rappresenta l’equilibrio dinamico di creazione e distruzione nel mondo, reso ancora più evidente dalla calma e dalla serenità del volto del Danzatore, al centro tra le due mani, in cui la polarità di creazione e distruzione è dissolta e trascesa. La seconda mano destra è alzata nel segno del *non temere*, e simboleggia la conservazione, la protezione e la pace, mentre l’altra mano sinistra è rivolta in basso verso il piede sollevato che simboleggia la liberazione dall’incantesimo della maya. il dio è rappresentato mentre danza sul corpo di un demone, il simbolo dell’ignoranza umana che dev’essere sconfitta prima che si possa raggiungere la liberazione” (***)

(*) Fritjof Capra, “Il Tao della fisica”, 1972 – Adelphi 1982/89/98, pagg206-209 (**) pag218 (***) pag281

Fritjof Capra: (Vienna, 1 feb. 1939) A Vienna-born physicist and systems theorist, Capra first became popularly known for his book, The Tao of Physics, which explored the ways in which modern physics was changing our worldview from a mechanistic to a holistic and ecological one. Published in 1975, it is still in print in more than 40 editions worldwide and is referenced with the statue of Shiva in the courtyard of one of the world’s largest and most respected centers for scientific research: CERN, the Center for Research in Particle Physics in Geneva. Over the past 30 years, Capra has been engaged in a systematic exploration of how other sciences and society are ushering in a similar shift in worldview, or paradigms, leading to a new vision of reality and a new understanding of the social implications of this cultural transformation.

Buona lettura 🙂

“Artico – la battaglia per il Grande Nord”, di Marzio G. Mian. #adcNorthPole (2)

“La fetta di mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense opportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza, altre inesplorate, sterminate praterie per la ricerca e il progresso” (pag13-14)

Marzio G. Mian (Rai, Sette, Il Giornale, GQ, L’Espresso, Io Donna) da anni si occupa di inchieste e reportage internazionali. Ha fondato The Arctic Times Project, un’associazione di giornalisti internazionali indipendenti che si occupa di “far luce sui profondi cambiamenti economici, geo-politici e culturali che stanno avvenendo nell’Artico come conseguenza del cambiamento climatico”.

Artico – la battaglia per il Grande Nord” è il risultato di dieci anni di indagini sul campo che Mian ha svolto con lo scopo di raccontare il Nuovo Artico così come è ora, sia dal punto di vista di chi ci vive sia da quello di coloro che, dall’Artico, vorrebbero trarre profitto – o lo stanno già facendo. I cinque capitoli di cui è composto il volume affrontano in maniera monografica ciascuno dei punti nevralgici, “big five” indiscussi, che dominano la polar rush contemporanea, seguendo uno schema che partendo dall’analisi geografica si intreccia poi con lo studio del contesto politico, economico, sociale, antropologico e mescolando abilmente, nel solco della tradizione ormai consolidata della narrative non-fiction, dati accuratissimi, interviste a figure di spicco nei diversi ambiti e testimonianze locali.

“IL GENERALE ESTATE” – Groenlandia: “Ciò che accade nell’Artico non rimane nell’Artico” (pag15). Dal 2011 sono scomparse in Groenlandia 375 miliardi di tonnellate di ghiaccio. La calotta al centro dell’isola supera i 13km di profondità e da sola, per attrazione gravitazionale, è in grado di influire sulla distribuzione degli oceani. Il ghiacciaio Jokobshavn contribuisce da solo al 10% del totale degli iceberg che abbandonano la calotta: tra il 2001 e il 2006 il fronte ha perso 14km. E’ ormai assodato che lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia distrugge la vena più settentrionale della corrente che parte dal Golfo del Messico.

“Le dirette conseguenze della perdita di calotta artica sono abbastanza facili da prevedere, quelle indirette sono molto più complesse, difficili da quantificare e potenzialmente più drammatiche della scomparsa di orsi polari e dell’innalzamento del livello marino” (pag35)

Quali? Narsaq: costruzione della miniera di uranio a cielo aperto più grande del mondo. Dispersione ed emersione di tutto il materiale radioattivo sepolto sotto il ghiaccio in conseguenza al “progetto ICEWORM“, rete di basi segrete americane costruite durante la guerra fredda e poi abbandonate (Volete sapere che fine ha fatto un bombardiere B52 americano, precipitato tra i ghiacci nel 1968 insieme alle sue testate all’idrogeno? Già, lo vorremmo sapere anche noi). Incapacità delle popolazioni locali di adattarsi alla pesca della nuova fauna ittica giunta col caldo – che così diventa esclusivo monopolio delle grandi navi-fabbrica. Disoccupazione, alcool, sradicamento, problemi di integrazione. La perdita di un ecosistema ultima testimonianza, ancora in essere, dell’era Mesoproteozoica.

“RAPSODIA DEL CARIBU'” – Norvegia/Alaska: “Lo spirito che regna nel Grande Nord non è quello di Babbo Natale” (pag44). Mare di Barents: Goliat (ENI) la piattaforma off shore più a nord del mondo. 62mila tonnellate, 92 pozzi, capacità produttiva 100mila barili al giorno. Obbiettivo di Trump: sfruttamento del più grande giacimento artico (6 miliardi di barili) di Nord Slope – Alaska del nord – che però, peccato, al momento è una riserva naturale, ultimo luogo di migrazione dei Caribù (80mila capi).

“ARCIPELAGO PUTIN” – Russia: la febbre bianca. Le miniere-lager fondamenta delle città industriali sovietiche nell’Artico; la “pattumiera nucleare” di Novaja Zemlja; la piattaforma Tsentralno-Olginkaya, mare di Laptev, 10miliardi di tonnellate di petrolio estratte stimate. La storia di Petr Shelomovsky, uno dei pochi fotoreporter a esser riuscito a documentare l’apocalisse ambientale dell’artico sovietico. Norilsk, la città più fredda e inquinata della Russia con i suoi impianti di nikel e rame (per paradosso, gli elementi base per la costruzione delle batterie per le auto elettriche), le nubi di anidride solforosa e i “colori acidi” del cielo. Il sommergibile Kursk k141 che nell’agosto del 2000 esplose e affondò nel mare di Barents, col suo carico di missili atomici. La storia del King Crab, il pregiato granchio reale russo che spinto dal riscaldamento dell’Artico Russo ha varcato i confini del Finnmark orientale.

“Lascia che la bestia verde in Siberia sia vestita nel cemento armato delle città, nel cemento delle fabbriche chimiche, cinta dal ferro e da mille binari. Lascia che la taiga sia bruciata. Solo con il cemento e con il ferro si realizza la fraterna unione dei popoli, la fratellanza si forgia nel ferro nel cemento. Vladimir Zazverin” (pag75)

“IL DRAGONE BIANCO” – Islanda: “La tigre bianca è diventata presto un gatto spelacchiato” (pag92). Baia del Finna Fjord – ora ice-free per tutto l’anno grazie al global warming: sorgerà uno dei più grandi porti del Nuovo Artico (investitori: Germania, Islanda, Cina, Singapore, fondi americani): stoccaggio petrolio e gas, complessi per la trasformazione delle materie prime. Il “last chance tourism“: da Game of Thrones alla wilderness, ecco a voi il selvaggio a portata di low cost. Quando “Arctic” è più cool di “green”.

“Si paga per giocare al piccolo Amundsen, la comitiva diventa spedizione, si cerca la solitudine remota in gruppo. Vivono l’esperienza del servaggio o la compassione per un ghiacciaio come fossero davanti alla gabbia del gorilla” (pag106)

“L’Islanda ha fatto dell’Artico un brand. L’ha spogliato dell’accezione colpevolizzante – un mondo fragile, sfregiato, sempre meno bianco – consegnandolo all’immaginario e al mercato come l’esotico d’ultima generazione, il Selvaggio a portata di tutti” (pag107)

“LA PROFEZIA DI BOREA” – Canada/conclusione: “Si è ammantata di poesia e di romanticismo una rapina” [Tony Penikett, ex premier Canadese] (pag122). Popolazione indigena dell’Artico: il più alto tasso di suicidi al mondo. E’ come se in Italia ogni anno si ammazzassero 60mila persone. Le cause: lo sradicamento coatto, la sensazione di inutilità (tradizioni, cultura orale, sciamanismo), il senso Inuit che non concepisce l’individuo in quanto sé ma solo come parte di un ambiente.

Insomma, a dispetto dei turisti dell’estremo che cercano nell’Artico l’ultimo luogo “immutabile e fuori dal tempo” l’Artico si muove eccome, ed è forse il fastello più grande delle contraddizioni che animano il mondo moderno: dalle miniere di uranio della Groenlandia, che ad oggi è uno stato autoproclamatosi antinucleare, alla Svezia con i suoi movimenti per la creazione di un “genere neutro” e i siti web in cui si denunciano gli uomini “troppo machi”, dal movimento culinario del New Nordic (Noma, Copenaghen) con la sua cucina boreale fatta di bacche, muschi e licheni alla lotta per lo sgombro, diventato insieme al merluzzo un “animale politico” che avvelena i rapporti tra Norvegia, Scozia, Irlanda e Islanda poiché in migrazione stabile dalle sue terre tradizionali verso l’area delle Faer Oer, a causa del surriscaldamento dell’acqua.

https://it.wikipedia.org/wiki/Artide#/media/File:Artide.svg

Buona lettura 🙂

#adcNorthPole: un viaggio al Nord (intro)

Certo, a chi non sarebbe piaciuto cominciare così?

Kit Harrington/John Snow – Game of Thrones (David Benioff – DB Weiss).
“Cronache del ghiaccio e del fuoco”, George RR Martin (Ita: Mondadori)

O anche così:

Tobias Menzies/Commander James Fitzjames, (27/07/1813 – 1848?) alto ufficiale britannico che partecipò alla famosa “Spedizione Franklin” in qualità di comandante della HMS Erebus, a servizio dell’Ammiraglio Sir John Franklin – TheTerror, (David Kajganich – Ridley Scott) tratto dell’omonimo “The Terror” del romanziere Dan Simmons (Ita: Mondadori), fictional drama che racconta in maniera romanzata (quanto? nessuno lo può dire) il destino della sfortunata spedizione Franklin (cfr. Fergus Fleming, “I ragazzi di Barrow”, Ita: Adelphi)

La tentazione m’era venuta, davvero. Sarebbe stato altamente evocativo raccontarvi di come il cinema di questi ultimi anni (a partire dalla letteratura, ovvio) si sia profondamente nutrito e sfamato di Artico, di come ce lo abbia mostrato, servito, dato in pasto, e di come sia riuscito a renderlo uno dei nostri desideri proibiti, tradurlo in evidente bisogno creandone poi la dipendenza.

Però l’amara verità è che quell’Artico lì, quello a cui John Snow strizza l’occhio e quello ricostruito da Ridley Scott, per dire, ecco proprio quello non esiste più. Finito, chiuso, punto: di-men-ti-ca-te-ve-lo.

Sicché a rievocarlo così, da principio, avrei vinto facile; solo che a me vincere facile non è mai piaciuto e per altro penso che i lettori di ADC si meritino sempre qualcosa in più. Rischiandola grossa quindi ho pensato di mostrarvi le diapositive 3 e 4 al posto degli addominali di John Snow. Perdonatemi se potete, e guardatele bene.

Artic multi-year sea decline (fonte: NASA)
Wikipedia

Si tratta di due rappresentazioni cartografiche che mostrano il ritirarsi dei ghiacci artici nel corso degli ultimi 20-30 anni. La seconda immagine in particolare mostra la dimensione minima raggiunta nel 1984 confrontata con la dimensione, sempre minima, raggiunta nel 2012. Si badi: dimensione MINIMA. Proprio da qui, Signore e Signori, da queste due AGGHIACCIANTI CARTINE ho deciso – pur con qualche nostalgia per l’amato Tobias Mendiez, va detto – di cominciare il nostro viaggio nel Grande Nord.

Lo so, sarebbe stato bello partire da dove forse ci piace di più. Dal punto in cui si fa meno fatica, dal punto in cui lo spirito di critica lascia spazio alla fruizione dell’immaginario. Dalle terre estreme, dall’idea del freddo, dell’avventura, della meraviglia, dell’inesplorato. Sarebbe stato accattivante, non convenite? Affondare le mani negli archetipi di una narrazione confortevole e priva di sorprese sgradevoli. Una narrazione che ci avrebbe solleticato vista e udito, che ci avrebbe fatto star caldi sotto i nostri piumini, l’abat-jour accesa e la tisana bollente sul comodino. Una narrazione d’impatto, una cosa da Instagram insomma, bella nel volto, pur con tutta la sua crudezza (lontana, inarrivabile – ah menomale, che sollievo), ma priva di strascichi nell’argomento.

Corpo di mille balene, dobbiamo pure divertirci un po’, giusto? Pensare ad altro, immaginare, e-va-de-re!

Spiace davvero, ma non sarà così. Verrà il tempo per questi racconti, spazio per loro ce n’è  – ma non è ora. 

Sembrerà banale ma la trovo una questione di rispetto – e ci sono arrivata per gradi, mentre procedevo con le mie letture: leggendo di Artico, ho capito che l’Artico esige riguardo. Lo chiede non soltanto per sé ma anche nei confronti di chi scrive davvero di Artico, per chi nell’Artico ci lavora, ci vive o ci ha vissuto e ne è scappato. L’Artico in sé – riguardo per come è ora – e non per come vorremmo che fosse, per come lo pensiamo, per come lo evochiamo. Insomma deferenza per quello che è stato e per quello che ora non è più

Questo viaggio di ADC sarà lungo. Preparatevi, fate i bagagli ma partite leggeri, con voi solo lo stretto indispensabile: ci occuperemo di narrative non-fiction e di forme ibride, nuove, per raccontare il presente; parleremo di geografia, di antropologia, di climatechange, di economia e di politica, perché non si può parlare BENE di Artico senza tirare in ballo la NATO, la guerra fredda, il genocidio degli Inuit, l’antica Via della Seta, la febbre bianca (l’ossessione dei Sovietici per il grande freddo). Troverete diversi post, sparsi qua e là, che utilizzerò un po’ come un taccuino di esperienze di lettura – così come ADC è nato tanti anni fa, recuperandone il senso: pagine di appunti.

Ci saranno citazioni, note, rimandi, asterischi, elenchi di pensieri. E’ quello che fa parte delle mie letture – quello che a me è piaciuto leggere, non quello che voi dovreste leggere perché è cool o appena uscito in libreria o perché lo consiglio io – tutto questo potrà arrivare dopo, a vostra scelta. #AdcNorthPole è un cammino non ancora concluso, che mi sta portando da un libro all’altro e che, seppur nato da un caos imperscrutabile fatto di caso e fortuna (come quasi tutti i miei progetti di lettura), chissà come – quasi miracolosamente – poi sta trovando un suo equilibrio fatto di tanti sassolini minuscoli, uno in fila all’altro, a mostrarmi la via da seguire. 

Come al solito si tratta di un percorso aperto: benvenuti tutti coloro che vorranno segnalare e condividere testi, articoli link. Evviva, si parte.

Buona lettura 🙂

Anteprima: l’onore di aprire il prossimo post spetterà ad “Artico – la battaglia per il Grande Nord“, di Marzio G.Mian, edizioni Neri Pozza – e in accompagnamento “Artico Nero – la lunga notte dei popoli dei ghiacci“, di Matteo Meschiari, edizioni Exorma. Due testi che vi stupiranno per la loro potenza e la capacità degli autori di raccontare il presente.

“Cleopatra”, di Alberto Angela

Credo molto nella rivoluzione editoriale operata dalla narrative non-fiction contemporanea. Tutto viene forse dall’idiosincrasia che noi lettori di una certa età abbiamo sviluppato nei confronti di un approccio alla saggistica che si potrebbe riassumere tirando in ballo l’evocativo concetto del “mattonazzo”.

La questione in sé è banale: ci siamo formati così, idiosincratici – da lettori prima, da studenti poi (ma anche l’inverso, certo) – solo perché una volta il mercato dell’editoria di settore non offriva molto altro se non testi specialistici che anche fuori dall’ambito accademico si portavano dietro l’impianto didattico ed esperienziale di una lezione universitaria: linguaggio estremamente tecnico, impaginazioni poco accattivanti, scarso interesse nei riguardi di un’iconografia la cui presenza veniva talvolta percepita come un pericoloso rischio di abbassamento dei toni.

C’era un po’ il pregiudizio secondo cui sui testi di saggistica occorresse per forza sudare, e la sensazione, strisciante e condivisa, che la quantità di sudore e di fatica profusa nell’affrontare un testo non fiction fosse condizione necessaria e sufficiente – l’unico metro di giudizio – per stabilire l’effettiva bontà del prodotto. L’idea che anche un poco di divertimento (sì, qualcosa di enjoyable) potesse scaturire dalla fruizione del testo, in quel momento lì, intendo, non dopo averlo concluso e interiorizzato ma proprio nel presente della lettura, era un qualcosa che spesso veniva considerato secondario, se non accessorio.

D’altra parte non si può prescindere dall’assunto secondo cui per parlare di certi argomenti occorre il linguaggio giusto. E il linguaggio giusto deriva indiscutibilmente dalle competenze acquisite perché la tuttologia non può mai andare a braccetto con la saggistica, pena l’impoverimento dei contenuti. E’ un discorso complesso che mette in gioco più attori: da una parte autori competenti, tecnicamente formati ma ormai necessariamente aperti all’utilizzo di forme di espressione nuove (e perché no, magari anche tecnologicamente avanzate e social), dall’altra figure editoriali consapevoli, in grado di recepire e interpretare i gusti del pubblico di settore e gestire il conseguente ruolo di mediazione tra le parti che ne deriva.

Per quanto mi riguarda, penso proprio che attraverso la narrative non fiction (un genere letterario, ricordiamolo in brevissimo, che utilizza stile e tecniche proprie della narrativa – potremmo dire del “romanzo”, con la consapevolezza di operare una riduzione per difetto – per raccontare la realtà dei fatti, badando a mantenere alta e circostanziata la qualità dei contenuti) la saggistica abbia finalmente trovato, recuperandolo, il posto che merita all’interno del panorama editoriale esterno all’accademia. 

Nella prefazione a “Cleopatra” Alberto Angela parla proprio di questo fatto:

“Questo percorso ha richiesto la puntigliosa consultazione di una notevole quantità di materiali e di fonti, dai saggi scritti da storici, esperti e studiosi moderni ai testi degli autori antichi, alle descrizioni di scoperte archeologiche. (…) A più di 2000 anni di distanza a volte ci si può basare solo sulle testimonianze e sugli scritti degli antichi. Con tutti i limiti che possono comportare (…). Quindi come possiamo fare? Con l’unico approccio possibile. Se la realtà non c’è più, si possono fare ricostruzioni verosimili basate su ciò che sappiamo di allora, su dati archeologici e avvalendoci della consulenza di storici contemporanei. Ogni parte “romanzata” di questo volume si basa su una fedele ricostruzione storica dei luoghi e delle abitudini dell’epoca. Lo stile narrativo aiuta a “dare vita” alla storia vissuta che è rimasta appesa, spesso a brandelli, dentro quei preziosi testi antichi, purché il tutto venga eseguito in modo rigoroso o, in mancanza di informazioni, quanto più verosimile possibile.

(…) Esistono molti libri di storia antica, e sono preziose fonti inesauribili di informazioni, dati e citazioni. Ma spesso risultano troppo aridi perché mancano di “vita”. La storia è anche racconto. E’ possibile unire le informazioni storiche a uno stile narrato? Associare il piacere della lettura di un romanzo al rigore di un testo “accademico”? Io credo di sì”. (pp15-16)

Last but not least, qui (da LinkedIn) Laura Donnini, CEO di Harper Collins Italia, ci spiega quali siano gli altri motivi che l’hanno spinta a pubblicare “Cleopatra”: regina d’Egitto che tanto fece parlare di sé (forse fu davvero la prima influencer globale?!) attraverso un’autorevolezza che poco ha avuto a che fare con i “luoghi comuni della bellezza e del successo”.

Buona lettura 🙂

“Atlante sentimentale dei colori”, di Kassia St Clair (trad. di Claudia Durastanti)

atlante sentimentale

Chi di noi non ha un colore preferito? Magari non ne siamo consapevoli eppure c’è per forza, esiste, è lì – ma non è un colore vero è proprio, non lo è quasi mai. Molto più spesso infatti è soltanto una sfumatura ben precisa: una tonalità.La mia per esempio è il malva, perché mi aiuta a ricordare che il passare del tempo altro non è se non un continuo e confortante divenire, da passato a futuro; il malva è il colore degli anni in cui mia nonna era solo una mamma e di quando mia zia e mia mamma erano solo le figlie di una sarta che lavorava in casa e di un commerciante di stoffe tra i cui campionari – come racconta mia zia – spiccavano gli scampoli color carta da zucchero e ancora, nonostante fosse ormai demodè, di quella specifica sfumatura di viola altrimenti detta “viola di Perkin”.

Per qualcuno il colore preferito può essere il rosa “Baker-Miller dei fiocchi tra i capelli il giorno della prima comunione, o lo scarlatto dello smalto preferito, o l’ossidiana del primo motorino. Quel che forse non sappiamo è che dietro a quasi tutte le centinaia di tonalità scoperte o inventate dall’uomo è nascosta una storia: di come quel colore si è creato, di chi lo ha fatto nascere (magari per caso), o di come invece sia sempre esistito, camuffato sotto altri usi e altre definizioni, e infine di come, a un certo punto, sia caduto in disgrazia o soltanto – incomprensibilmente – dimenticato.

E così, leggendo #TheSecretLivesOfColour, veniamo a scoprire che il blu di Prussia fu il risultato del tutto casuale di un errore commesso dall’alchimista berlinese Johann Jacob Diesbach (inizio XVIII sec. dC)  nel procedimento utilizzato per creare la lacca rosso cocciniglia; e che il luminoso giallo indiano, tanto utilizzato dagli occidentali nel corso del Seicento per via della sua provenienza così esotica, altro non era se non l’ovvio derivato di “secrezioni animali” (di cui conservava anche il tremendo odore di ammoniaca). O che l’amaranto (in greco a/màrantos, “ciò che mai appassisce”) era usato dagli antichi per ornare le statue degli eroi, perché “alludeva all’immortalità con la sua fioritura prolungata”. 

L’#AtlanteSentimentaleDeiColori è un viaggio a tappe, 75 affascinanti storie ognuna delle quali tocca una delle sfumature più utilizzate in pittura, dal bianco biacca al nero buio, la cui invenzione o scoperta ha cambiato il corso non soltanto della storia dell’arte ma anche della moda, dell’antropologia e perfino della politica. 

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Regalatelo a Natale, chi lo riceverà ve ne sarà grato.

Buona lettura 🙂

“*Non fidarti mai di una donna che veste color malva, qualsiasi età possa avere, o di una donna che, sopra i trentacinque anni, ami i nastri chiari* dichiarava Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray pubblicato nel 1891. *Significa sempre che ha un passato*” (pag184)