“I luoghi del pensiero”, di Paolo Pagani

Quando mi capita di raccontare come ho studiato filosofia al liceo, certi rabbrividiscono. In classe non abbiamo mai posseduto un manuale, mai seguito il “programma”, (quasi) mai preso appunti durante la lezione. Il famoso libro di filosofia, per dire, comparve solo a metà della terza liceo, imposto dall’alto: poco prima di Pasqua, non per voler nostro ma per insistenza di alcuni genitori terrorizzati dallo spauracchio dell’imminente esame di maturità. Il bello fu che quando lo sfogliammo per la prima volta scoprimmo che proprio non lo sapevamo utilizzare: il sommario dei capitoli, uno per ogni pensatore, le linee cronologiche, i paragrafi per ogni argomento, gli elenchi delle opere con le date di pubblicazione, tutto ci faceva venire il mal di mare – dover saltare di qui e di là, con le dita a segnalibro, per recuperare fili di senso più o meno compiuto, sempre più deboli, sempre più sfrangiati. Noi la filosofia l’abbiamo quasi sempre studiata partendo dalla dialettica sull’argomento – a seconda dell’umore nostro o dell’insegnante, da un fatto politico letto sul giornale, da un collegamento con la lezione di Storia, da un brano di letteratura greca preso in prestito dall’ultimo compito in classe. Chi fu il primo che ne parlò, perché la questione venne fuori proprio lì, in quel luogo, in quel momento e in quel tempo. Se fu affrontata per convinzione, per studio, per piaggeria verso qualche potente. Durante un viaggio in terre lontane, nel contatto con modi di pensiero differenti o per mere e curiosissime convergenze evolutive. Sicché è finita così, che in tre anni diventammo bravissimi a far collegamenti tra tesi e materie, a costruire labirintiche tele di ragno saltando da un secolo all’altro, a determinare d’istinto i contesti socio-politici, a tracciare rotte burrascose di pensieri paratattici sotto l’egida inespugnabile dei nostri μέν – δέ. Ma di certi pensatori importanti, ecco, di alcuni l’opera non la conoscemmo mai per il semplice fatto che non ci capitò di toccarli; e la verità è che se ci avessero interrogato proprio su quelli, all’esame di maturità, avremmo fatto tutti – chi più chi meno – scena muta.

Ma così si studiava filosofia lì dove l’ho studiata io – e l’aver intuito parte del medesimo schema sotteso leggendo “I luoghi del pensiero”, e l’aver scoperto poi che Paolo Pagani (al caso non credo) viene da quelle stesse aule che ho frequentato io anche se in tempi un pochino diversi, bene, mi è stato di gran conforto perché mi ha confermato che quando si impara a pensare per paratassi (da una parte e dall’altra), quei μέν – δέ incistati nella nostra testa, dalla nostra testa non se ne vanno più.

“Non è una novità costruire un saggio filosofico partendo dai luoghi” – dice Paolo Pagani. No, non lo è ma è bene continuare a raccontarne, del modo in cui certi luoghi ci parlano – non perché noi siamo gli eletti ma perché hanno qualcosa in sé, un qualcosa che ha attirato già altri (prima di noi) e più bravi di noi a tirarne fuori il potenziale, o il magico – mi vien da pensare.

E’ impossibile e pur ridondante riassumere qui il potere salvifico di questo libretto, molti ne hanno già parlato sui giornali. Non fatevi ingannare dalle dimensioni: scivola ma occorre prudenza, con la precauzione di non sottovalutarlo; si legge in scioltezza con la curiosità di sapere quel che vien dopo (in puro spirito narrative non-fiction) ma è un treno da prendere in corsa, tanta è la densità della materia: una volta iniziato prendete coraggio e andate dritti fino alla fine.

Dunque c’è Spinoza, che non sarebbe stato Spinoza se non fosse nato ad Amsterdam, nella casa di suo padre, al Waterlooplein (suo padre, il ricchissimo importatore e mercante di spezie giudeo Michael de Espinoza), da cui dovette fuggire bandito dal cherem. Uno strappo che non si ricucì mai. Amsterdam, il nodo epocale, la medesima città in cui per un poco si fermò anche Cartesio che, paranoico, cambiava residenza di continuo, alla ricerca di un eremitaggio ossessivo.

Poi ci sono le vite parallele di Leibniz e Newton, un cammino che si direbbe psicogeografico alla ricerca di ciò che è sepolto, quasi lasciti culturali in un procedimento a sezioni di tecnica archeologica, a recuperare gli strati sovrapposti finendo poi a raccontare di gentrificazioni urbane, inevitabili quanto bizzarre:

“La mamma rifiutava di pagargli la retta perché era fortemente contraria al progetto di una carriera accademica. Isaac allora, fino al 1664, aveva tra i suoi obblighi quello di sorvegliare i fellows, pulire le loro scarpe infangate, svuotare i pitali al mattino. (…) Vive al 35 si St. Martin’s Street, un tiro di schioppo da Leicester Square. Una placca ricorda anche l’appartamento occupato ad appena mezzo miglio da qua, al numero 87 di Jermyn Street nella zona di St. James’s a Westminster. Oggi occhieggia la vetrina della lussuosa sartoria maschile Hackett, quintessenza della upper class” (pag83-84).

e ancora Darwin e Marx, un interrogarsi sulle modalità contemporanee del recupero di un passato importante, qualsiasi esso sia:

“Sopra l’insegna bianca al neon in corsivo di Euroshop e agli strilli commerciali trash che promettono Alles 1E, tutto a un euro, nella facciata color salmone della bassa palazzina in Simeonstrasse 8 una targa grigia avvisa: “In diesem Hause wohnte von 1819 bis 1835 Karl Max” (pag109)

Tra borghesia, salotti in cui si sviluppava il pensiero europeo, sexy shop e una “dining room griffata, di lusso, con cinquanta posti a sedere su divanetti di velluto blu, esclusiva, a disposizione per party privatissimi” (pag116) al posto della celebre topaia al 28 di Dean Street (Soho) dove Marx, in povertà, lavorò alla stesura del primo volume de “Il capitale”.

Insomma si cammina in punta di piedi tra aneddoti, tombe, dimore lussuose, scambi epistolari di grandezza immensa, dissertazioni sull’utilità dell’espressione verbale (da leggere e sottolineare due volte il capitolo su Wittgenstein e su tutta la sua bislacca tribù di fratelli e sorelle a cui Brahms, spesso in visita con l’amica Clara Schumann, concedeva lezioni). Un pellegrinaggio filosofico che si fa riflessione sul luogo quale parte fondante di un sistema di pensiero “antimetafisico: la filosofia non si svolge lontana dalle vite concrete e dalle modalità comunicative tra gli individui in carne e ossa” (pag204):

“La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio. E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi” (pag205)

Da Wittgenstein a Keynes, da Heidegger alla Arendt (e i luoghi del loro amore clandestino) fino a quella celebre fotografia di Mann in abiti da marinaretto, sdraiato sulla spiaggia davanti alla sua villa di Nida; da chi è vissuto in completa povertà a chi, come Darwin, si circondava di cameriere, bambinaie, cuoche e domestiche nella dimora di Down House, “la Gerusalemme laica dell’evoluzionismo dalla quale non si allontanò per quarant’anni”; da chi non ha mai lasciato gli amati luoghi natii a chi, all’opposto, non fece altro se non cambiar casa, vita, abitudini e padroni, Paolo Pagani con lo sguardo acuto da giornalista che fiuta notizie (senza lasciarsi tentare dalle false deduzioni non suffragate dai fatti) ci suggerisce un modo nuovo di fare turismo: un approccio consapevole che si appropri non tanto dell’esperienza del momento, come vuole la moda di oggi, ma soprattutto delle eredità del nostro passato.

Per parte mia non posso fare altro che ringraziare l’autore e la casa editrice: con grande pazienza ed entusiasmo mi hanno accompagnata nella lettura e nella discussione che ho portato avanti sul Twitter. Ringrazio Paolo Pagani per gli spunti di riflessione, per i retweet e soprattutto per le bellissime fotografie che mi ha “regalato” (una su tutte, la scrivania di Mann a Pacific Palisades): trovate tutto sul Twitter di ADC, #IluoghiDelPensiero.

Buona lettura 🙂

Mercoledì 12 giugno, la presentazione di “I luoghi del pensiero” presso la Casa della Cultura. Anche questo un lieto ritorno per me, dopo tanti anni: un luogo pieno di ricordi che imparai a conoscere proprio durante il liceo. Assistere alle conferenze del pomeriggio, questi erano i compiti a casa per noi – di quando si studiava filosofia.

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