“L’invenzione del vento”, di Lorenzo Pavolini

“La distanza che li separa dal mito non può giudicarsi in termini di lunghezza e brevità perché fatta di mare, dove certe proporzioni sono sballate e vigono leggi anamorfiche, correnti e trasparenza” (pag11)

Della mia crisi spirituale nei riguardi del romanzo ho appena raccontato. A leggere di fiction ho ripreso da poco, con cautela. E ho ricominciato da un romanzo breve che evita accuratamente di portare con sé il sapore delle cose compiute. Si tratta piuttosto di uno scorcio di pensiero, una riflessione personale di cui ci sono state aperte le porte dopo molta insistenza, ad argomento già avviato; una proiezione a cui siamo arrivati in ritardo per colpa nostra; inutile chiedere quel che è capitato prima, inutile brontolare perché siamo arrivati nel mezzo: ci deve bastare così.

E’ questa “L’invenzione del vento”, Lorenzo Pavolini l’autore, professione redattore, scrittore e windsurfer; torna al romanzo con una storia che sa di minuscolo e di personale ma che poi, proprio per questo, assume i contorni di una vicenda comunitaria. Questa è semplicemente la storia di Giovanni e di Pietro: lui, il primo, ragazzo di buona famiglia, l’altro, il secondo, figlio del benzinaio. S’incontrano al liceo Farnese, “nascono surfisti”, è il 1978, scappano dagli “ideali collettivi”, vogliono sentirsi “smemorati e senza nome”.

“Ma certo la stessa vicenda del liceo Farnese, che vive la propria sgangherata fondazione in quel giro di anni, sembra precipitare tutti – preside, famiglie, professori, bidelli e studenti – in un esperimento sociale a bassa intensità, dove ognuno mette il meno possibile di sé, impegnandosi a demoltiplicare i conflitti, a dimenticare per sempre le assemblee, i tazebao, le botte fuori, le botte dentro, la politica in generale e forse anche la storia in assoluto. (…) Un esodo che, come tutti gli esodi, guarda male davanti a sé e dimentica molto indietro” (pag19)

Li troviamo sin dalla prima pagina, senza sapere né come si siano conosciuti né come sia nata la loro amicizia: un pomeriggio di febbraio, a mollo nel freddissimo lago di Bracciano, a cavalcioni di due tavole da surf. Perché Giovanni e Pietro passano i pomeriggi tra barattoli di resine, vapori epossidici, lana di vetro, pennelli e carte vetrate, chiusi nel garage-laboratorio concesso dal papà di Pietro – benzinaio sì, “Ciccio” per tutti, “liberi di credere che la pinguedine significhi inerzia e soddisfazione”, ma illuminato (il primo a pensare di aprire, a lato delle pompe di benzina, un negozio per la vendita di “menhir in polietilene”): Giovanni e Pietro sono pionieri del windsurf, l’ha imparato Giovanni in Grecia con la vela imprestata da una famiglia di tedeschi – nei luoghi di formazione del campione coetaneo Robby Naish di cui seguono le evoluzioni in tutti i modi che possono.

“Certi stampati floreali delle magliette, l’arcobaleno teso sul didietro dei pantaloncini, guidano dritti come uno stradone sterrato a Kaiula, Maui, Ho’okipa e Diamond Head, un arcipelago di innocenza che non ha ancora conosciuto le imprese di Magnum, P.I.” (pag10)

La Storia d’Italia scivola a fianco come l’acqua tagliata dalla tavola: di lato, senza ferirli, costretta a forza dall’autore nelle note a piè pagina separate dal testo – questo sì, fitto e graffiante – dal tratto di un’onda d’inchiostro appena accennata: il caso Moro, Gradoli, la legge Cossiga, Tardelli e Pertini, le Falkland; il delitto di Giorgiana Masi, la spesa pubblica, la corruzione, Soros, Milano capitale dell’eroina, il delitto Marta Russo. Eppure, così come le goccioline dei prodotti chimici che Giovanni e Pietro utilizzano per trattare le tavole, anche questi eventi – che paiono così lontani, che si ha cura di tenere così lontani – se non si sta attenti schizzano fuori dai pennelli e corrodono la pelle, penetrando nel profondo.

“D’altronde, cara prof, questa del terrorismo è una cosa fatta con ostinata approssimazione, molto sciattamente, da una parte e dall’altra, tanto da non lasciare nulla che valga la pena di essere considerato come esempio, se ne rende conto anche lei. Saprebbe indicarmi altrimenti una traiettoria umana a cui guardare?” (pag17)

Il sogno di Giovanni e Pietro è invero un altro: “Pietro e Giovanni avevano davanti l’estate più lunga della vita, quella di fine liceo. Le prime tavole dovevano assolutamente essere pronte entro luglio. Era un’occasione unica” (pag30)

“Non è vero che tutto quel che si fa è politico – andavano ripetendosi in quei giorni, non può essere sempre vero, come per le api e le formiche, quanto è vero che apparteniamo alla sola specie animale capace di sollevare lo sguardo alle stelle – noi facciamo le nostre tavole e voi fate pure la vostra lotta armata. Vedremo chi fa peggio” (pag38)

Però poi si sa, il destino non va quasi mai come ci saremmo aspettati; va come era inevitabile perché la Storia è quella che è e nessuno se ne può sottrarre:

“L’esser cresciuti in appartamenti dove tra librerie e televisori le proporzioni erano speculari e inverse, anche quando le madri frequentavano cittadine termali a spese della medesima cassa mutua, produce una crepa alla base, forma uno sbalzo: lo senti passando la mano, è un gradino di sospetti. Tu mi tradirai. O meglio, tu non andrai fino in fondo. La fuga sarà interrotta, per te, in un dato momento, e ognuno proseguirà per la sua strada” (pag24)

Leggere “L’invenzione del vento” significa misurarsi con una scrittura sferzante e freddissima come d’inverno l’acqua del lago. A volte occorre tornare indietro, recuperare pensieri concatenati la cui soluzione, come per i koan, è sistemata a pagine di distanza, ma non costa gran fatica perché a ogni rilettura c’è la scoperta di qualcosa che prima era sfuggito. Capitoli uno dopo l’altro in pagine dense che si fanno sempre più ermetiche, uno stream of consciousness che apre le porte a una cronologia incerta, rarefatta, deformata dalle distanze via via più esasperate. Anche le note e le onde a piè pagina si fanno più rare, quasi come a dire che il mondo se ne chiama fuori da questa vicenda sempre più intima – tanto da richiedere anche un sussulto enorme nello stile, un cambio di rotta improvviso, un giro di vento repentino e impudente, una smagliatura, una crepa come quella che spacca la tavola – che coglie nel segno.

Pavolini è bravo a creare nostalgie perché non si tratta di un rimpianto posticcio, intriso di oggetti o atmosfere da finta polaroid. Si tratta piuttosto di un suggerimento a guardarsi indietro, recuperare domande e tornare sui propri passi, quegli incroci che tanto tempo fa abbiamo sorpassato.

“Anche a voler ammettere il proprio errore, se era vero che ce n’era uno, anzi molti, avrebbe voluto che gli spiegassero almeno perché a lui non sembravano tanto gravi” (pag157)

Non c’è nulla che possa stare in pari con “Due di due” e credo che non ci sarà mai, non perché De Carlo abbia scritto di un’amicizia il racconto migliore in assoluto o perché io “Due di due” lo possa recitare quasi a memoria, pagina dopo pagina per tutte le volte che l’ho letto; è stato il momento a renderlo tale, la maniera che ha avuto quel libro di incastrarsi con gli anni in cui è ambientato, dentro l’epoca in cui è stato scritto, con l’età di coloro che l’hanno letto. “L’invenzione del vento” però miracolosamente lo segue e ne sono contenta: gli sta dietro per una serie di coincidenze che lo richiamano.

E’ una narrazione salda e non scontata di una certa parte della nostra vita, lontana dallo stereotipo della facile saudade e per questo vera e condivisibile. Non ci si immedesimerà né in Giovanni, che alla fine abbandona il sogno del windsurfer (“Ma Giovanni sapeva che non sarebbe rimasto ancora a lungo da solo su quella spiaggia. Che presto anche altri come lui avrebbero reagito alle scrivanie, ai divani e alle pareti delle proprie stanze, inimmaginabili qui e ora, en plen air. Perché era la cosa migliore da fare” – pag165), né in Pietro, che quel sogno lo realizzerà, pagandone il prezzo (“Anche a fare il coglione. Anche a credere troppo in quel che facevi. Anche ad avere fiducia nelle generazioni che ci hanno preceduto. Era chiaro che volevamo fallire” – pag172): eppure ci si impersona eccome, fosse soltanto per quella sensazione, così familiare, “l’impressione di fare da cavia per una conferenza che riguardava un altro pubblico” (pag158).

Buona lettura 🙂

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