Intermezzo – (ri)leggere Siddhartha, a 40 anni e oltre

Siddhartha, un libro che scappa. La storia racconta che della prima copia se ne persero le tracce quando avevo sedici anni, forse perché prestata a un amico; una seconda si dileguò misteriosamente dopo un trasloco mentre la terza, di proprietà di marito, non uscì più dagli zaini, alla fine di una vacanza al mare. Un libro che come un gatto poco addomesticato se ne va e torna da noi solo quando gli pare opportuno. A questo giro è capitato, per la prima volta, non nelle nostre mani di adulti ma in quelle di figlio1 che l’ha scovato a Jesolo nell’edicola-libreria sotto casa, infilato in seconda fila dentro un espositore verticale – tra i granelli di sabbia appiccicati alle copertine porose degli Oscar Mondadori e le pagine un po’ ingiallite di vecchi gialli Sellerio.

Sicché di nuovo si legge Siddhartha, stavolta ad alta voce, qualche pagina ogni sera prima di andare a dormire. Si legge da una parte per la quarta volta, dall’altra per la prima e quel che colpisce di questa (ri)lettura condivisa sono le molte voci, possedute ed emanate da questa coloratissima fiaba orientale – polifonia di cui forse non ci si era accorti subito, così immersi nell’impermanenza di una fruizione esclusiva.

Lo specchio nel quale noi adulti e i nostri figli ci riverberiamo in un gioco di gibigiane vetrificate riflette il loro sbalordimento per la scenografia: quest’India antica di oltre duemila e cinquecento anni, i colori sgargianti degli scialli e dei gioielli alle caviglie delle donne, gli eremiti dalla pelle scura, nuda e impolverata, immersi in una vegetazione lussureggiante, belve feroci e serpenti in agguato tra le foglie, gli enormi alberi di mango, il fiume vorticoso.

Negli occhi di figlio1 si vede anche, un poco lontano ma già presente, a metà strada tra la curiosità e l’apprensione, lo stupore per la storia di questo ragazzino ricco, insofferente alla vita di corte, scettico nei riguardi dei maestri, ribelle nei confronti dei genitori – un ragazzino inquieto e insoddisfatto che insieme al suo amico del cuore decide un giorno di andarsene di casa, abbandonare tutto e tutti non per godere delle agiatezze del mondo come si poteva supporre ma per ritirarsi in preghiera tra i samana, asceti girovaghi che abitano la foresta e vivono di carità.

“Lo assalivano sogni e pensieri irrequieti, portati fino a lui dalla corrente del fiume, scintillati dalle stelle della notte, dardeggiati dai raggi del sole: sogni lo assalivano, e un’agitazione dell’anima, vaporata dai sacrifici, esalante dai versi del Rig-Veda, stillata dalle dottrine dei vecchi brahamani. Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva cominciato a sentire che l’amore di suo padre e di sua madre, e anche l’amore dell’amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l’avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati” (pag35)

La vita di Siddhartha, dai samana ai mercanti, dalla concubina al barcaiolo, è tutta uno guazzabuglio di fuochi d’artificio e coloratissimi colpi di scena ai suoi occhi, perché Siddhartha fa tutto il contrario di quel che potrebbe e soprattutto di quel che dovrebbe in base al senso comune. Ma si sa (lo sappiamo noi adulti, perché in qualche modo ci viene spiegato, se ci prendiamo la briga di leggerne – lo intuiscono meglio i bambini, perché hanno questo vantaggio rispetto a noi grandi: i bambini vedono, prima di comprendere) tutto è il Buddhismo tranne che la religione del senso comune.

“Molto apprese Siddhartha dai samana, molte vie imparò a percorrere per uscire dal proprio Io. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso il dolore, attraverso la volontaria sofferenza e il superamento del dolore, della fame, della sete, della stanchezza. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso la meditazione, svuotando la mente da ogni immagine per mezzo del pensiero” (pag45)

Negli occhi di chi rilegge Siddharta a 44 anni invece c’è la meraviglia per una creazione polimorfica capace di parlare contemporaneamente molte lingue a molte orecchie – anche a distanza di decenni dalla sua pubblicazione, in un mondo certo tanto diverso dal nostro (ma cosa ci saremmo aspettati di diverso poi? Stiamo parlando sempre di impermanenza dopotutto). A sedici anni avevamo ritrovato in Siddhartha la nostra stessa voglia di cercare e di percorrere strade nuove, la volontà di decidere autonomamente, nell’abbraccio a un qualcosa di superiore condiviso con altri, uguali a noi, scelti per desiderio indipendente e consapevole, non per destino di nascita.

“Tutto sapevano i brahmani e i loro libri sacri, tutto, e perfino qualche cosa di più; di tutto s’erano occupati, della creazione del mondo, della natura del linguaggio, dei cibi, dell’inspirare e dell’espirare, della gerarchia dei cinque sensi, dei fatti degli dèi… cosa infinite sapevano… Ma valeva la pena saper tutto questo, se non sapeva l’Uno ed Unico, la cosa più importante di tutte, la sola cosa importante?” (pag36)

Al giro di boa dei venticinque ci aveva conquistati l’esortazione a mescolarci con il samsara, quel mondo che cominciavamo soltanto a intravvedere nelle sue incongruenze ma soprattutto nelle sue opportunità quasi infinite – confidando nella nostra intelligenza, nella nostra abilità di stare al di fuori. Il passato era da lasciare indietro, sciocca materia adolescenziale; il futuro troppo vecchio e lontano per pensarci davvero.

“(…) e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere ed esistere realmente, e non solo star lì a parte come uno spettatore” (99)

Ora invece, a quaranta passati, ecco che di riflessioni leggendo Siddhartha ne vengono altre. I conti con la vita professionale e il tempo che passa, quelli nei confronti dei figli che dall’altra parte dello specchio ci guardano, pronti ad attraversare il fiume.

“Molto, certo, di ciò che egli aveva appreso dai samana, da Gotama, da suo padre il brahmano, era ancora vissuto a lungo in lui: la vita sobria, il gusto del pensare, le ore di concentrazione, la segreta cognizione di sé, dell’eterno Io, che non è né corpo né coscienza. Molto di ciò era rimasto in lui, ma una cosa dopo l’altra a poco a poco era andata a fondo e s’era coperta di polvere” (104)

“Poi era giaciuto a suo fianco e il volto di Kamala gli era stato vicino, e sotto gli occhi di lei e accanto agli angoli della bocca aveva letto, così chiaramente come non mai, un pauroso messaggio, un messaggio di linee sottili, di solchi lievi, un messaggio che parlava d’autunno e di vecchiaia, così come del resto anche Siddhartha stesso, allora entrato nella quarantina, aveva già scoperto qua e là qualche filo grigio tra i suoi capelli neri. La stanchezza stava scritta sul bel viso di Kamala, stanchezza d’un lungo cammino, senz’alcuna meta piacevole, stanchezza e minaccia di appassimento incipente, e una paura segreta, non ancora espressa, forse non ancora consapevole: paura dell’età, paura dell’autunno, paura del dover morire” (109)

“Ora, pensò, poiché tutte queste cose effimere mi sono di nuovo sfuggite, ora eccomi di nuovo alla bella stella, tale e quale come quand’ero bambino: nulla posseggo, nulla so, nulla posso, nulla ho imparato. Meraviglioso! Ora che non sono più giovane, che i miei capelli sono già mezzo grigi, che le forze mi abbandonano, ora ricomincio da capo, dall’infanzia!” (123)

Infanzia. La nostra o quella dei nostri figli? Forse entrambe dato che i figli ce la fanno rivivere tutta, dal principio alla fine ma non come quella sovrastruttura posticcia un po’ kawai che va tanto oggi tra i giovani adulti. Proprio dentro, nel suo intimo significato, senza filtri. Eppure.

“Siddhartha cominciò a comprendere che con suo figlio non gli erano piovute pace e felicità, ma dolore e affanno. Tuttavia lo amava e aveva più caro il dolore e l’affanno dell’amore, che pace e felicità senza quel bambino” (146)

“Gli era dunque mai successo di perdere a tal punto il proprio cuore, aveva mai amato a tal punto una creatura umana, così ciecamente, con tanto dolore, con tanto insuccesso, eppure con tanta felicità?” (149)

Figli che si fanno, si crescono e poi si debbono lasciare. Figli che fuggono dai genitori e passati dall’altra parte del fiume spaccano il remo, per evitare a se se stessi la tentazione del ritorno. Figli per i quali la nostalgia ci corrode, insieme al sollievo di saperli ormai adulti – o quasi.

“Se nella foresta troverai la beatitudine, ritorna, e insegnami la beatitudine. Se troverai la delusione, ritorna: riprenderemo insieme a sacrificare agli dèi” (41-42) Disse il padre a Siddhartha, tanti anni prima.

“(…) si rese conto, inoltre, che egli stesso non era in pena per suo figlio; nel suo intimo sapeva benissimo che non era morto, né lo minacciava nel bosco alcun pericolo. Tuttavia continuava a correre senza posa, non più per salvarlo, ma solo per nostalgia, per vederlo, se possibile, ancora una volta” (153)

Noi ora siamo qui, a questo piccolo, infinitesimale momento. Chissà come potrebbe essere rileggere Siddhartha a sessant’anni. Mi piacerebbe, anche solo per scoprire se potrò ancora trovarci dentro, come sospetto, qualcosa di nuovo che ancora adesso non riesco a vedere.

La lettura ad alta voce è un specchio nello specchio in cui si riflettono migliaia di immagini tutte uguali eppure tutte diverse, spinge a un confronto spiazzante, mette a nudo le emozioni come il blu delle vene su una pelle chiarissima, apre discussioni e collega tutti i fili rossi che legano le esperienze, nostre e dei nostri figli(*). I bambini vedono, più che comprendere, ed è curioso che questa sia una delle vie che il Buddha invita a percorrere, quella della mente aperta e presente a se stessa, sempre attiva, sempre attenta.

Buona (ri)lettura 🙂

(*) E’ vero, figlio1 ne ha fatte di particolari: dalla laicità pubblica della scuola al sincretismo religioso che paradossalmente dentro la scuola pubblica si respira fino al cammino di iniziazione cristiana che grazie alla lungimiranza di un uomo di Chiesa ha trascorso (senza mai metter piede in un’aula di catechismo) in giro per l’Italia, percorrendo tante strade diverse che lo hanno portato, in quattro anni, dalla freddissima Sinagoga di Casale Monferrato alle funzioni domenicali dei Cristiani Copti fino al monastero di SotoZen Fudenji con il suo Dojo, i piedi scalzi e le lezioni del maestro Taiten Guareschi. Io mi auguro che tutto questo lo accompagni per molto tempo, come l’Om a cui lo invita sempre sua madre, recitato all’inizio o alla fine della giornata: “(…) una parola, una sillaba, che egli pronunciava senza rendersene conto, con voce cantilenante, l’antica parola con cui hanno inizio e fine tutte le preghiere dei brahmani, il sacro Om, che significa qualcosa come *ciò che è compiuto*, o *la perfezione*” (pag117). Chi lo sa.

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