“Holden & Company”, di Luca Pantarotto

“Gli editor delle riviste letterarie, suggerisce Hardwick, non sembrano più interessati alla letteratura. Le redazioni funzionano ormai un po’ come una catena di montaggio: *I libri si accumulano, e quando escono loro entrano le recensioni*, gli scrittori migliori stanno molto attenti a mantenersi sempre un po’ al di sotto del loro stesso livello, l’obiettivo principale di ogni recensione è la *leggibilità*. (…) *Tutto è in qualche modo uguale (…); la leggibilità, una piccola parola confortevole, ha preso il posto dell’antiquato requisito di uno stile bello e chiaro, che è un’altra cosa. Ogni differenza di merito, di posizione, di forma si appanna in un’assonnata approvazione. (…) In questa moda c’è una sorta di euforia democratica che può rendere un buon servizio al libro leggero, ma che difficilmente incontrerà le esigenze di un’opera seria*. (…) Da forma critica di scrittura, la recensione letteraria diventa così scrittura informe” (Luca Pantarotto, “Holden & Company” – “Elizabeth Hardwick e il declino delle recensioni letterarie” – pag51. Le parti in asterisco sono citazioni dall’articolo della Hardwick – “The Decline of Booking Reviewing”, pubblicato su Harper’s nel 1959).

Che bello l’esperimento “Glitch” di Aguaplano libri. Si tratta del recupero e della pubblicazione cartacea di contenuti editoriali originariamente prodotti per il web (post su blog, articoli scritti per riviste online, profili social ecc.), alcuni dei quali ormai off-line e quindi di difficile consultazione per l’utenza comune. Questo progetto, giunto alla seconda uscita, mi piace molto perché alla base presuppone un criterio valutativo, punto importante quando si tratta di letture on-line data l’enorme quantità di materiale presente in rete, di qualità variabile e – quel che è  peggio – di difficile vaglio per chi non ne è esperto (leggi: le sòle sono dietro l’angolo ma non è così immediato riconoscerle, specie per un occhio poco allenato – e sapete che io sto sempre da quella parte lì, dalla parte dell’occhio non allenato) .

Per quanto mi riguarda, mi piace l’idea che finalmente ci sia qualcuno super partes che si prenda la briga di operare una scrematura su quello che ci viene proposto, specie in materia di lit-blog, effettuando una selezione qualitativa. Si potrebbe obiettare che anche in questo caso i criteri di selezione sono e restano simpaticamente soggettivi. Io non ne sono così sicura perché era ora che al di là di generici “awards” (che talvolta si basano su parametri a dir poco vaghi, spesso orientati più verso sommari criteri di likeability che verso valutazioni riguardo al contenuto) o passaparola o mode del momento, qualcuno del mestiere si prendesse l’impegno e decidesse che cosa, certo a proprio consapevole giudizio, fosse meritevole di essere conservato, e in che modo.

Gi scritti di Luca Pantarotto, owner del blog “Holden & Company“, on line dal 2013 al 2015, hanno accompagnato il cammino di molti blogger. Nel mondo dei lit-blog H&C non è solo conosciuto, ma è stato – uso il passato perché il sito non è più accessibile, per volere dell’autore – un punto di riferimento imprescindibile per tutto ciò che concerne la letteratura americana moderna e contemporanea.

Di H&C Aguaplano ne riproduce una selezione, in parti significative; per esempio alcuni *Da dove comincio?* (DFW, Lansdale, Stephen King), a cui si affiancano altri articoli di più ampio respiro (Alcuni articoli su GRA, la riscoperta di Kent Haruf, un capitolo su Paul Bowles, che ho amato moltissimo – per dire).

A me è sempre piaciuto l’approccio di Luca Pantarotto. È un blogger competente e attento ai dettagli che, tuttavia, nello stesso tempo (cosa complicata da gestire, ma lui ce la fa, a mio parere) coniuga la precisione dell’analisi alla leggerezza auto-ironica di un’esposizione che rifugge la pedanteria – di cui spesso noi blogger siamo affetti. Senza per altro trascendere in un’abbassamento dei toni – che io chiamo “alla no’artri”: un’altra amabilissima deriva, epidemia endemica della nostra categoria: quella insomma da content manager “sul pezzo” che spesso trasforma il post in una serie infinita di autoreferenzialità che scivola in caciara a metà strada tra “badate, io sono dell’ambiente” e “lo scrittore, ri-badate, l’ho incontrato, è gradevolissimo”.

In H&C non troverete niente di tutto questo, potete tirare un sospiro di sollievo. Troverete competenza, struttura, argomenti sviluppati dall’inizio alla fine (i post sono/erano lunghetti? Pazienza, fatevene una ragione, mica si può sempre obbedire all’algoritmo), ma anche una buona dose di sorrisi sotto i baffi, aneddoti divertenti, cross referenze e attenzione per i temi sociopolitici imprescindibili nell’approccio di alcuni autori.
Non mancano le critiche nei riguardi di certe opere, che tuttavia non risultano inappropriate, perché si fondano su un sistema di analisi rigoroso che lascia pochissimo spazio a quei giudizi “di pancia” che confondono l’analisi testuale solidamente argomentata con la mera impressione personale (fidatevi, l’internet dei lit-blogger ne è stracolmo: scrivere che un libro è, per dire, ammorbante o necessario, o potente – no, non è una recensione critica, spiace ma è così).

Insomma a me H&C piace(va) perché mi metteva curiosità riguardo i testi proposti, che Pantarotto aveva la capacità di collegare l’uno all’altro creando percorsi di lettura sempre nuovi e spunti ricchi
di fascino. Leggendo H&C davvero ti viene voglia di leggerli, quei libri lì, e se lo hai già fatto ti viene pure voglia di di leggerli un’altra volta perché Pantarotto ti insinua il dubbio (o la certezza!) di aver dimenticato qualcosa, durante la lettura.
Alla fine forse ha fatto davvero propria la lezione del giovane Holden e ha trovato il modo di passarcela, per osmosi: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (JD Salinger).

Buona lettura 🙂

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